Libertà e salario minimo

La maggior parte di noi apprezza e dà per scontata la capacità di prendere decisioni sulla propria vita. Quando i ficcanaso mettono il naso e la bocca nei nostri affari personali, spesso diciamo, o almeno pensiamo, “fatti gli affari tuoi!”. Purtroppo viviamo in un mondo in cui troppo spesso il governo non ci lascia soli e, invece, molto attivamente cerca di occuparsi dei nostri affari al posto nostro.

Vediamo brevemente uno di questi casi in cui lo zio Sam mette il naso negli affari degli altri: il salario minimo legale. Il governo federale ha iniziato a stabilire l’ammontare legale minimo che un datore di lavoro deve pagare a qualcuno che lavora per lui nel 1933, come parte della legislazione del New Deal di Franklin Roosevelt. Fu dichiarato incostituzionale nel 1935 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, ma fu reintegrato nel 1938 come parte del Fair Labor Standard Act, e la Corte Suprema (insieme ad altri giudici) lo confermò in una decisione del 1941.

Salario minimo o liberta di scelta personale

Quando è stato implementato per la prima volta, il salario minimo federale è stato fissato a 25 centesimi l’ora (i prezzi e le retribuzioni in generale erano molto più bassi 80 anni fa rispetto a oggi, quindi i 25 cent non rappresentavano, all’epoca, una somma di denaro elevata ma comunque notevole). Attualmente è 7,25 dollari all’ora. Ma negli ultimi anni è stato proposto un aumento significativo fino a 15 dollari all’ora. Diverse città in tutto il paese hanno, infatti, istituito tale legislazione all’interno delle loro giurisdizioni, e diversi governi statali hanno proposto aumenti in tale direzione entro i loro rispettivi confini.

L’asserzione è costruita in modo che qualsiasi cosa in meno di una paga oraria in quell’ammontare generale (o più!) neghi a una persona la possibilità di guadagnare un “salario di sussistenza”. Viene offerto come intervento paternalistico nel mercato del lavoro inteso a migliorare il lavoro e condizioni di vita di coloro che non sono qualificati o hanno una scarsa esperienza per avere la possibilità di guadagnare abbastanza per andare avanti nella vita.

Chi, dopo tutto, può essere contrario a che qualcuno abbia una quantità minima per vivere decentemente? Sicuramente solo una persona fredda, insensibile, noncurante; o gli apologeti e i complici di uomini d’affari avidi, egoisti e affamati di profitti che non hanno senso di umanità per i loro dipendenti. Ecco perché deve esserci una legge.

Meno domandata e ancor meno spesso risposta è la domanda: chi è il governo, o chi è dietro a tale legislazione, per dire alla gente a quale paga oraria possono lavorare nel mercato e quanto un datore di lavoro dovrebbe pagarli? Essenziale per la libertà umana è la libertà per ogni individuo di dire “sì” o “no” a un’offerta fatta da un altro individuo e riguardante qualche potenziale accordo, interazione o scambio tra due o più persone.

Forzare o vietare lo scambio

Supponiamo che vada in un negozio di scarpe e dopo essermi guardato intorno e averne provate alcune, decido di lasciare il negozio a mani vuote perché non ha i modelli o la vestibilità a cui sono interessato, o perché le scarpe non sono offerte a prezzi che sarei disposto a pagare. Ma supponiamo, ora, che un grande individuo burbero si trovi sulla soglia e dichiari: “Il capo dice che non te ne andrai fino a quando non comprerai un paio di scarpe al prezzo che dice che devi pagare”.

Penso che molti di noi considererebbero questo oltraggioso e immorale. Molti, senza dubbio, si chiederanno: chi è questo tizio, o il suo capo, per dirmi quali scarpe devo comprare e a un prezzo che considero superiore a quello che io ritengo il valore di quelle scarpe, o che è al di là del mio budget?

Supponiamo inoltre che il buttafuori risponda a questa osservazione dicendo: “A meno che tu non compri un paio di scarpe a un prezzo minimo, il capo dice che non può permettersi di pagare, a me e ai dipendenti, un salario di sussistenza.” A questo punto credo che molti di noi potrebbero tirare fuori i cellulari per chiamare la polizia.

Diamo per scontato che nessuno, indipendentemente dalla logica, dovrebbe essere in grado di costringerci a uno scambio o a una relazione non di nostra scelta o a cui abbiamo volontariamente acconsentito. Altrimenti siamo vittime, schiavi dei desideri e delle aspirazioni dell’altra persona, a nostre spese forzate.

Saremmo anche molto addolorati se ci fosse un accordo o un’opportunità di scambio reciprocamente accettabile in cui vorremmo entrare, ma qualcuno arriva e ci dice che non possiamo, anche se quell’accordo o scambio non danneggino fisicamente o frodano nessun di quelli coinvolti.

Eppure, questo è esattamente ciò che il governo ha imposto con le leggi sul salario minimo nella società americana. Il governo impone coercitivamente i termini in base ai quali un gruppo di persone può accettare un impiego e un altro gruppo può assumerli. Quali sono alcune delle conseguenze, nel mercato, di questo intervento sul salario minimo stabilito dal governo?


Il salario minimo e la disoccupazione a bassa specializzazione

In primo luogo, una conseguenza è quella per coloro che avrebbero trovato un impiego accettabile e remunerativo. Ciò è particolarmente vero per i lavoratori con poche competenze o inesperti. L’unica fonte di reddito da cui un datore di lavoro può trarre le risorse per pagare gli stipendi a tutti quelli che può impiegare proviene dalla produzione, commercializzazione e vendita di un prodotto ai consumatori disposti a pagare un prezzo per quei prodotti.

Il datore di lavoro, quindi, deve chiedersi se un dipendente attuale o potenziale contribuisca ad aggiungere valore al processo produttivo e se tale valore sia inferiore o superiore a quello del prodotto finito. Tutti noi vorremmo fare un affare (pagando meno per qualcosa che pensiamo valga di più per noi), ma non paghiamo mai intenzionalmente di più per qualcosa che consideriamo valga meno.

Qualsiasi lavoratore il cui valore che è in grado di aggiungere al processo produttivo è considerato, dal datore di lavoro, maggiore della retribuzione di mercato, verrà assunto. Quando il governo impone una retribuzione oraria minima legale al di sopra della retribuzione attualmente prevalente per vari tipi di servizi di lavoro, tale legge minaccia necessariamente l’assunzione di tutti i lavoratori il cui valore aggiunto stimato è inferiore al salario minimo legale obbligatorio.

Supponiamo che un lavoratore contribuisca ad aggiungere alla produzione commercializzabile un valore competitivo di, diciamo, 5 dollari l’ora. Ma il governo ora impone un salario minimo di 7,25 dollari all’ora. Quei lavoratori il cui valore aggiunto è di soli 5 dollari l’ora si troveranno fuori dal mercato perché, dal punto di vista del datore di lavoro, il loro impiego costa più di quanto valgano in termini di entrate. Un investitore privato non può mantenere o stabilire con successo un vantaggio competitivo a lungo termine, se (al margine) deve pagare 7,25 dollari per quello che ha un valore di mercato di 5 dollari.


Salario minimo versus incremento di competenze

Ma il danno è ancora più profondo per il dipendente che perde il lavoro a causa del salario minimo legale o che, all’inizio dell’attività lavorativa, non ottiene mai un lavoro a causa della legge. I lavoratori con il reddito più basso nel mercato del lavoro sono solitamente quelli con le competenze e le esperienze lavorative minori. Questo è il motivo per cui il loro valore produttivo è nella parte inferiore della scala dei salari.

Ma come possono mai acquisire la formazione sul campo, l’esperienza e le abilità sul posto di lavoro se il salario minimo li fa star fuori dal mercato e non potranno mai avere l’opportunità di mettere piede sul gradino più basso della scala di successo? Essendo un prezzo fuori mercato, a causa della legislazione sui salari minimi, alcuni di loro potrebbero essere condannati alla disoccupazione permanente.

Nella nostra epoca caratterizzata dalla presenza di un moderno stato redistributivo, una tale persistente disoccupazione dovuta al salario minimo significa che coloro che svolgono un’attività lucrativa si trovano tassati ancor più di quanto lo sarebbe stati. I loro stipendi devono fornire le entrate fiscali necessarie al governo per coprire i costi di trasferimento del reddito che il sistema di welfare dovrebbe sostenere per soddisfare i “bisogni” di quelli che la politica del salario minimo del governo ha forzato a lasciare nei ranghi dei disoccupati.

Leggi sul salario minimo e mercato nero

Un’ulteriore conseguenza non intenzionale è che quelli lasciati nel limbo della disoccupazione e che desiderano avere più denaro di quanto lo stato assistenziale ridistribuisca loro, si rivolgono a linee di lavoro alternative: alle economie sotterranee e al mercato nero. Entrambe sono economie di mercato, solo l’economia sommersa è spesso l’arena in cui si possono guadagnare denari al di fuori degli sguardi indiscreti degli esattori, anche se il tipo di prodotto o servizio offerto in denaro è del tutto legale ma con meno tracce di carta.

Il mercato nero di solito connota beni o servizi la cui produzione, vendita e uso sono legalmente vietati: narcotici e altre droghe, prostituzione e varie forme di gioco d’azzardo per esempio. Sebbene i mercati sia clandestini sia neri abbiano i loro lati più miti, il commercio di prodotti proibiti o fortemente limitati o controllati in particolare, tendono ad attrarre partecipanti di tipo violento, crudele e mortale. Così, alcuni gettati nella disoccupazione a causa del salario minimo sono trascinati in arene di criminalità, corruzione e coercizione tenace per guadagnarsi da vivere. Questo è un risultato che, sicuramente, pochi di quelli che avevano promosso campagne per le leggi sul salario minimo avevano in mente quando lo facevano.

Chi decide i salari: le persone o politici?

Ma dietro tutte queste conseguenze negative e solitamente non intenzionali derivanti dall’imposizione di un salario minimo orario applicato dal governo rimane la questione etica fondamentale: chi avrà il diritto di decidere in base a quali termini e condizioni le persone svolgeranno un’attività lucrativa? Saranno gli individui, loro stessi, a decidere quale sia uno stipendio accettabile, date le proprie competenze e le opportunità di mercato che trovano nelle zone in cui cercano lavoro? Saranno i potenziali datori di lavoro che offrono lavoro agli altri in base alla stima del valore del mercato di un possibile dipendente in relazione al valore del bene o servizio che potrebbe aiutare a produrre, nel contesto della speranza del datore di lavoro di ottenere successo nell’offrire beni al pubblico dei consumatori?

O saranno politici e burocrati sotto la pressione di vari gruppi di interesse con le proprie motivazioni per affermare il diritto a dettare e determinare il salario a cui persone di cui non sanno nulla a riguardo potranno trovare un lavoro? C’è una inarrivabile arroganza, una hybris, da parte di coloro che pretendono di sapere che cosa una persona vale sul mercato e il salario al quale può o non può essere assunto, e che separa gli imprenditori che vorrebbero assumere lavoratori utili dai lavoratori in cerca di un impiego retribuito.

In questo i politici paternalisti che insistono nel fissare salari minimi attraverso il comando e il controllo del governo assomigliano da vicino ai pianificatori centrali socialisti del ventesimo secolo. Soffrono della stessa “pretesa di conoscenza” che F. A. Hayek ha criticato circa 45 anni fa nella sua conferenza sul Nobel. Soffrono di un’illusione pericolosa di possedere abbastanza saggezza per conoscere meglio delle persone, loro stessi, come dovrebbero vivere e lavorare, e le condizioni in base alle quali possono incontrarsi e scambiarsi per il reciproco vantaggio.

La libertà richiede che ogni individuo abbia la libertà di decidere pacificamente il modo migliore di dirigere e pianificare la propria vita, e in associazione volontaria con gli altri nei vari angoli della società. Non sono liberi quando il governo può intervenire e dettare il salario al quale un essere umano può offrire i suoi servizi di lavoro e un altro può scegliere di assumerlo. Qualsiasi cosa in meno fa di tutti vittime economiche e strumenti del controllo coercitivo di coloro che siedono nella stanza dei bottoni.

L'articolo originale: https://mises.org/wire/freedom-and-minimum-wage