Le crisi economiche sono connaturate con l’economia di mercato?

È interessante notare che Marx, nella sua analisi del sistema economico capitalista, si concentra essenzialmente sullo studio degli squilibri e delle disfunzioni che si verificano nel mercato.

Ciò si spiega con il fatto che la teoria marxista è principalmente una teoria dello squilibrio del mercato e che, occasionalmente, essa coincide in modo evidente con l’analisi dinamica dei processi di mercato sviluppata dagli economisti della Scuola austriaca, in particolare da Mises e Hayek.

Uno dei punti più curiosi su cui esiste un certo accordo riguarda proprio la teoria delle crisi e delle recessioni che devastano sistematicamente il sistema capitalista.

È quindi interessante osservare che alcuni autori della tradizione marxista, come l’ucraino Mijail Ivanovich Tugan-Baranovsky (1865-1919), sono giunti alla conclusione che le crisi economiche derivano dalla tendenza alla sproporzione tra i diversi rami della produzione, caratteristica che Tugan-Baranovsky riteneva insita nel sistema capitalista. (1)

Secondo Baranovsky, le crisi si verificano perché la distribuzione della produzione cessa di essere proporzionale: la domanda di macchine, utensili, piastrelle e legname utilizzati nelle costruzioni subisce una flessione, dato che le imprese che ne fanno uso sono meno numerose. Tuttavia, i produttori dei mezzi di produzione non possono ritirare il capitale dalle loro società, ed inoltre, l’entità del capitale investito sotto forma di edifici, macchine, ecc. obbliga i produttori a continuare a produrre (in caso contrario, il capitale inattivo non potrebbe remunerare gli interessi). Si verifica quindi una sovra- produzione di mezzi di produzione. (2)

Chiaramente una parte del ragionamento economico sottostante a quest’analisi ha una forte somiglianza con l’analisi su cui si basa la teoria austriaca del ciclo economico. Infatti, lo stesso Hayek menziona Tugan-Baranovsky come uno dei precursori della teoria del ciclo presentata nel saggio Prices and Production. (3)

Inoltre è interessante notare che lo stesso Hayek, per un certo periodo, arrivò a credere, come Marx, che le crisi economiche fossero connaturate al sistema economico capitalista, sebbene Hayek le considerasse un prezzo da pagare per mantenere il sistema monetario e creditizio elastico, dove l’espansione del credito avrebbe in ogni momento garantito lo sviluppo economico.

In particolare, Hayek affermava che le crisi economiche sono causate dalla natura stessa della moderna organizzazione del credito. Finché utilizziamo il credito bancario come mezzo per promuovere lo sviluppo economico, dovremo sopportarne i cicli economici risultanti.

Le crisi sarebbero, in un certo senso, il prezzo che paghiamo per una velocità di sviluppo superiore a quella che le persone renderebbero volontariamente possibile tramite i loro risparmi, che devono quindi essere loro “estorti”. Ed anche se è sbagliato – come dimostra il ripetersi delle crisi – pensare di poter superare in questo modo tutti gli ostacoli che si frappongono al progresso, è almeno immaginabile che i fattori non economici del progresso, come la conoscenza tecnica e commerciale, ne siano così avvantaggiati che dovremmo essere riluttanti a rinunciare al credito bancario. (4)

Questa prima tesi di Hayek, che in parte coincide con quella di Marx, sarebbe valida solo se la teoria austriaca dei cicli economici non avesse rivelato che le crisi economiche causano un grave danno alla struttura produttiva ed una diffusa distruzione di capitale accumulato.

Questi effetti ostacolano seriamente lo sviluppo economico armonioso di qualsiasi società. Inoltre (e questo è ancora più importante) l’analisi teorica, giuridica ed economica qui condotta è volta a dimostrare che le crisi economiche non sono un inevitabile sottoprodotto delle economie di mercato, ma al contrario, il risultato di un privilegio concesso dai governi alle banche, cui viene consentito – per quanto concerne i depositi a vista (c/correnti, c/deposito, ecc.) – di agire al di fuori dei tradizionali principi giuridici a tutela della proprietà privata, principi fondamentali per le economie di mercato.

In realtà l’espansione del credito ed i cicli economici sono causati da una violazione istituzionalizzata dei diritti di proprietà nell’ambito dei contratti di deposito bancario. Per questo motivo le crisi non sono in alcun modo inerenti al sistema capitalista, né inevitabilmente emergono in un’economia di mercato soggetta ai principi giuridici generali che ne costituiscono il quadro giuridico essenziale, ossia un’economia in cui non sono conferiti privilegi (ndt alle banche).

Un secondo collegamento sembra unire il marxismo e la teoria austriaca dei cicli economici. Infatti, se qualche ideologia ha giustificato ed alimentato la lotta di classe, rafforzando la credenza popolare che è necessario regolare e controllare rigidamente i mercati del lavoro per “proteggere” i lavoratori dagli imprenditori e dalla loro capacità di sfruttamento, è stata proprio l’ideologia marxista.

Il marxismo ha svolto un ruolo chiave e forse non intenzionale (5) nel giustificare ed alimentare la rigidità dei mercati del lavoro, e quindi nel rendere i processi di riaggiustamento che inevitabilmente seguono ogni fase di espansione del credito bancario più prolungata e dolorosa. Se i mercati del lavoro fossero più flessibili (una situazione che sarà politicamente possibile solo quando il pubblico si renderà conto di quanto sia dannosa la regolamentazione del lavoro), i necessari processi di riaggiustamento che seguiranno l’espansione del credito saranno molto meno duraturi e dolorosi.

Esiste una terza possibile connessione tra la teoria austriaca dei cicli economici ed il marxismo: l’assenza di crisi economiche nei sistemi di “socialismo reale”, un’assenza che molti autori in passato hanno molto lodato. Tuttavia non ha senso sostenere che le crisi economiche non sorgono in sistemi in cui i mezzi di produzione non sono mai di proprietà privata e tutti i processi economici sono coordinati dall’alto attraverso un piano coercitivo che le autorità pubbliche impongono deliberatamente.

Dobbiamo ricordare che la depressione appare in un’economia di mercato proprio perché l’espansione del credito distorce la struttura produttiva, in modo che essa non corrisponde più a quello che i consumatori vorrebbe mantenere volontariamente.

Pertanto, laddove i consumatori non hanno la libertà di scegliere e la struttura produttiva viene loro imposta dall’alto, non è possibile che si verifichino fasi successive di boom e recessione, ma piuttosto, e con ogni giustificazione teorica, possiamo ritenere che tali economie siano continuamente e permanentemente in una situazione di crisi e recessione.

Ciò è dovuto al fatto che la struttura produttiva è imposta dall’alto e non coincide con i desideri dei cittadini ed è teoricamente impossibile per il sistema correggere i suoi disadattamenti ed il suo disordine interno.(6)

Quindi sostenere che l’economia del socialismo reale offre il vantaggio di eliminare le crisi economiche equivale ad affermare che il vantaggio di essere morti è l’immunità alle malattie (7).

In effetti dopo la caduta dei regimi socialisti dell’Europa orientale, quando i consumatori ebbero nuovamente l’opportunità di stabilire liberamente la struttura produttiva più in linea con i loro desideri divenne immediatamente chiaro che la tipologia e l’entità dei precedenti errori di investimento avrebbero reso il processo di riaggiustamento molto più profondo, prolungato e doloroso di quanto avvenga nelle fasi di recessione che colpiscono le economie di mercato.

È risultato evidente che la maggior parte della struttura dei beni capitali esistente nelle economie socialiste era completamente inutile rispetto ai bisogni ed agli obiettivi caratteristici di un’economia moderna. In breve, il socialismo provoca un malinvestimento diffuso, intenso e cronico dei fattori di produzione e dei beni della società, investimenti molto peggiori di quello causati dall’espansione del credito.

Quindi possiamo concludere che i “socialismi reali” erano immersi in una profonda “depressione cronica”, cioè in una situazione di continuo malinvestimento delle risorse produttive, un fenomeno che è stato anche accompagnato da cambiamenti ciclici sfavorevoli e che è stato studiato in dettaglio da vari studiosi delle ex economie orientali.

Le spaventose difficoltà economiche che affliggono le economie dell’ex blocco orientale derivano da molti decenni di sistematici errori economici.

Questi errori sono molto più gravi (e sono stati commessi a un ritmo molto più rapido) di quelli che sono stati commessi regolarmente in Occidente a causa dell’espansione del credito da parte del sistema bancario e della politica monetaria delle autorità pubbliche.

Il seguente saggio è estratto da Money, Bank Credit, and Economic Cycles.

1. Tugan-Baranovsky, Industrial Crises in England. Traduzione spagnola inclusa in Lecturas de economía política, Francisco Cabrillo, ed. (Madrid: Minerva Ediciones, 1991), pp. 190-210. Vedi anche capitolo 7, nota 87.

2. Estratto tradotto dall’edizione spagnola. Ibid., P. 205; corsivo aggiunto

3. Nella letteratura tedesca idee simili furono introdotte principalmente dagli scritti di Karl Marx. Il lavoro di M.V Tougan-Baranovsky è basato su Marx e, a sua volta, ha fornito il punto di partenza per il lavoro successivo dei professori Spiethoff e Cassel. Non è necessario enfatizzare la misura in cui la teoria sviluppata in queste conferenze corrisponde a quella dei due ultimi autori, in particolare con quella del professor Spiethoff. (Hayek, Prices and Production, pagina 103)

Si veda anche Hayek, The Pure Theory of Capital, p. 426.

Su Tugan-Baranovsky e il contenuto della sua tesi di dottorato, The Industrial Crises in England, si veda l’articolo biografico su questo autore di Alec Nove, pubblicato su The New Palgrave: A Dictionary of Economics, John Eatwell, Murray Milgate e Peter Newman, eds. (Londra: Macmillan, 1987), vol. 4, pp. 705-06.

L’errore di tutte queste dottrine circa la “mancanza di proporzione” sta nel fatto che esse ignorano l’origine monetaria ed interventista (sotto forma di privilegi concessi al sistema bancario) di tale mancanza, non riescono a riconoscere la capacità insita nell’imprenditorialità di individuare e correggere i disadattamenti (in assenza di un intervento statale) ed ingenuamente assumono che le autorità economiche governative dispongono di una conoscenza più approfondita di questi effetti rispetto alla rete di imprenditori che agiscono liberamente sul mercato. Si veda Mises, Human Action, pagg. 582-83.

4. Hayek, Monetary Theory and the Trace Cycle, pp. 189-90. Nel 1929 il giovane Hayek aggiunse che, a suo parere, un rigido sistema bancario avrebbe evitato le crisi, ma “la stabilità del sistema economico sarebbe stata ottenuta al prezzo di frenare il progresso economico”. Egli concludeva: “Non è esagerato dire che non solo sarebbe impossibile mettere in pratica un tale schema considerato l’attuale livello di conoscenza economica del pubblico, ma anche che la sua giustificazione teorica sarebbe dubbia”. (Ibid., P. 191)

5. In effetti, lo stesso Marx considerava utopistiche le versioni interventiste e sindacaliste del socialismo ed affermava addirittura che la legislazione sul benessere e sul lavoro volta a favorire i lavoratori sarebbe invariabilmente inefficace. In questo senso accoglieva pienamente gli argomenti della scuola classica contro la regolamentazione statale dell’economia di mercato. La posizione di Marx su questo tema non sminuisce però in alcun modo il fatto che il marxismo, senza volerlo, sia la principale forza ideologica dietro i movimenti “riformisti” che giustificano l’intervento statale nel mercato del lavoro.

6. Abbiamo completamente dedicato il libro, Socialismo, cálculo económico y función empresarial, a dimostrare perché è impossibile per un sistema di socialismo reale esercitare un effetto di coordinamento attraverso le sue politiche anche nelle condizioni più favorevoli.

7. Un dittatore non si preoccupa se le masse approveranno o meno la sua decisione riguardo a quanto dedicare per il consumo corrente e quanto per ulteriori investimenti. Se il dittatore investe di più e quindi riduce i mezzi disponibili per il consumo corrente, le persone dovranno mangiare di meno e tenere a freno la lingua. Nessuna crisi economica emerge perché i soggetti non hanno la possibilità di esprimere la loro insoddisfazione. Dove non ci sono affari, gli affari non possono essere né buoni né cattivi. Ci può essere fame o carestia, ma nessuna depressione nel senso in cui questo termine viene usato per affrontare i problemi di un’economia di mercato. Dove gli individui non sono liberi di scegliere, non possono protestare contro i metodi applicati da coloro che dirigono il corso della produzione. (Mises, Human Action, pp. 565-66)