Non è la velocità di crescita dei consumi a indicare la prosperità di un’economia

La BCE (come qualsiasi altra banca centrale) considera l’inflazione come un processo di rincaro di un certo paniere di spese per il consumo – e non una situazione che si verifica quando viene prodotta un’offerta di moneta in eccesso rispetto alla sua domanda – e conseguentemente il tasso di inflazione viene considerato dalla medesima come l’incremento percentuale dei prezzi di questo paniere in un determinato periodo di tempo.

Prendiamo per buono il significato di inflazione dato dalla BCE.

Detto quanto, per la BCE inflazione e crescita economica sono indissolubilmente legati, basta che si tratti di un’inflazione relativamente bassa e controllata.

Una tale inflazione viene infatti vista come il sintomo che al tempo attuale i consumi sono sostenuti al punto giusto e che nel prossimo futuro la gente continuerà probabilmente a spendere in consumi con la stessa giusta propensione.

In pratica, con un’inflazione relativamente bassa e controllata, le persone, secondo la BCE, sono spinte a spendere per consumi più in fretta per paura che i prezzi in futuro aumentino ulteriormente, però non troppo in fretta – perché troppo in fretta sarebbe sintomo di un’eccessiva incertezza sul futuro, il che scoraggerebbe in modo generalizzato gli investimenti – e spendendo più in fretta ma non troppo si alimenterebbe l’economia e quindi la velocità di crescita dei consumi.

In base a ciò, la BCE (come qualsiasi altra banca centrale) ritiene inequivocabilmente la velocità di crescita dei consumi il parametro da monitorare per capire la prosperità di un’economia.

Ammesso che un’inflazione relativamente bassa e controllata spinga effettivamente le persone a spendere per consumi più in fretta, la domanda da farsi è la seguente:

ha senso tutto ciò?

La risposta è no.

Contrariamente a quanto pensano alla BCE (fossero solo loro) non è la velocità di crescita dei consumi che può dirci quanto è prospera un’economia.

Per determinare la prosperità di un’economia bisogna invece prestare attenzione ai ritorni sugli investimenti, vale a dire alle differenze tra i prezzi dei prodotti e i prezzi dei fattori che occorrono per produrli nelle diverse fasi del ciclo produttivo.

Perché la BCE è così preoccupata dalla velocità di crescita dei consumi?

Perché la sua interpretazione delle crisi è connessa a carenza di domanda di consumi e rallentamenti nella circolazione del denaro, cioè a un’interpretazione sbagliata.

L’interpretazione corretta ci dice che le crisi sono il frutto di aver portato, per un periodo di tempo sufficiente, il tasso di interesse monetario al di sotto di quel livello che sarebbe spontaneo.

Cadere nell’errore interpretativo è forse facile, dato che per arrivare a una comprensione corretta dei fenomeni economici è necessario svolgere ragionamenti anche sul piano degli aspetti reali e non solo di quelli monetari.

Innanzitutto si deve capire che le banche centrali hanno il potere di determinare il tasso di interesse monetario (detto anche costo del denaro) ma non possono determinare il saggio di profitto.

Il saggio di profitto infatti rappresenta il rapporto tra due componenti della realtà che non sono soggette ai decreti di alcuna autorità monetaria:

la quantità di beni addizionali generati in un certo periodo di tempo e la dotazione di risorse produttive impiegate per produrli.

Di conseguenza, le banche centrali possono decidere anche di riversare nel mercato una quantità esagerata di capitali monetari, ma non possono stabilire il cosiddetto surplus di attinenza per ciascuna unità di questi capitali monetari, cioè quel (eventuale) residuo in eccesso rispetto al valore della sussistenza da spartirsi tra gli agenti economici.

La nascita e la diffusione della moneta e di tutte quelle attività finanziarie che per via del loro grado di liquidità possono svolgere le stesse funzioni della moneta, consentono a un sistema economico di diventare più efficiente e aiutano la crescita del surplus.

In tal senso, possiamo affermare che tra capitali monetari e surplus esiste un rapporto di “codeterminazione ricorsiva”.

Tuttavia, a una crescita dei capitali monetari – sia nel numero che nel valore reale immaginato lontano nel tempo – più veloce di quella del surplus estraibile da ogni unità di capitale monetario, corrisponde inevitabilmente un abbassamento tendenziale dei ritorni sugli investimenti, perché in tal modo non si liberano risorse produttive da mettere a disposizione negli stadi della struttura produttiva più lontani dal consumo, cioè da quelli in cui è generabile un maggior surplus.

Da ciò si deve dedurre che per evitare questo abbassamento tendenziale, occorre che la produzione dei capitali monetari non trascenda quella del surplus, ma si limiti invece ad assecondarla, perché solo assecondando la crescita del surplus e non viceversa si liberano risorse produttive e quindi “si favoriscono i ritorni sugli investimenti e contemporaneamente si assegna a questa crescita piena sostenibilità”.

In conclusione, l’economia può essere nel suo insieme una materia davvero interessante da apprendere, ma non si faccia affidamento su certi report delle banche centrali per apprenderla.