Il NON paradosso del risparmio

Il paradosso del risparmio.

Ancora oggi è possibile trovare nei manuali di economia questa proposizione che costituisce un vecchio caposaldo della teoria del sottoconsumo.

Questa proposizione pretende di descrivere le relazioni che intercorrono tra spese di consumo e risparmi e conseguentemente il funzionamento spontaneo dell’economia di mercato, ma in realtà, in riferimento a quanto manca di comprensione.

Il paradosso del risparmio fu “segnalato” per la prima volta nel 1690 dal medico e costruttore londinese Nicholas Barbon ed è stato esposto in questi termini:

La prodigalità è un vizio che reca danno alla persona ma non all’economia. La parsimonia è un vizio che reca danno sia alla persona sia all’economia; fa vivere negli stenti la persona, e rovina il mercante e, per lo stesso mezzo con cui il parsimonioso pensa di arricchire, impoverisce, perché, non consumando i beni disponibili per l’uso delle persone, ne nasce una abbondanza inutilizzata di merci, detta sovrabbondanza, e il valore di quei beni cade, e il patrimonio dell’uomo parsimonioso, che sia in terre oppure in denaro, perde valore[1].

Nel paradosso del risparmio si sostiene pertanto che, dato un certo reddito sociale, un certo calo relativo del livello di domanda aggregata di beni e servizi di consumo e il relativo aumento dei risparmi causi una generale destabilizzazione del complesso economico.

Detto quanto, all’interno del pensiero sottoconsumista bisogna fare una necessaria precisazione che riguarda il merito della questione.

Il pensiero sottoconsumista d’Ottocento, elaborato da autori come James M. Lauderdale, William Spence, Thomas R. Malthus, Simonde de Sismondi, per causa scatenante intende un certo aumento relativo dei risparmi destinati alle spese di investimento, dato che non riconosce la possibilità che i risparmi possano essere tesaurizzati e assume quindi che qualsiasi reddito non speso in consumi vada automaticamente ad accrescere i risparmi destinati alle spese di investimento.

Nel primo dopoguerra, il pensiero sottoconsumista recupera invece con Keynes l’idea originale che era alla base del ragionamento svolto da Nicholas Barbon a fine Seicento, e pertanto per causa scatenante si intende un certo aumento relativo dei risparmi tesaurizzati – in altre parole, con Keynes l’idea di una “carenza” di domanda di consumi viene ricollegata con quella di “rallentamenti” nella circolazione del denaro.

Dov’è sbagliano allora entrambe queste posizioni teoriche?

Confutiamo innanzitutto la tesi dei sottoconsumisti d’Ottocento.

Abbiamo detto che costoro non prendono in considerazione i risparmi tesaurizzati e assumono quindi che qualsiasi reddito non speso in consumi vada automaticamente ad accrescere i risparmi destinati alle spese di investimento.

Questi sottoconsumisti pertanto, con quello che loro hanno pensato essere un paradosso del risparmio, hanno in realtà intravisto quel processo di recessione o depressione economica che avviene quando si produce un eccesso di offerta di credito alle imprese.

Tale eccesso infatti inganna sulle reale proporzione sociale tra spese di consumo e risparmi che affluiscono nelle spese di investimento, facendo sembrare che la proporzione sia più favorevole o non così sfavorevole a questi ultimi, ma in realtà così non è.

Questo eccesso, se non viene corretto tempestivamente da un corrispondente aumento del flusso di risparmi destinati alle spese di investimento, genera un’espansione generalizzata degli investimenti, determinata dalla riduzione artificiale del tasso di interesse, che non potrà però essere mantenuta per un lungo periodo.

In sostanza, non il risparmio in quanto tale, bensì una cattiva definizione dello stesso da parte del sistema bancario è la causa di un accumulo di errori economici di portata generale e successiva esplosione degli stessi.

Questo accumulo di errori economici di portata generale e successiva esplosione degli stessi ha come conseguenza non solo una certa dilapidazione di beni di capitale e/o un certo loro costoso rimodellamento, ma anche della disoccupazione involontaria come risultato della cattiva distribuzione del fattore lavoro rispetto alla domanda generale che si è formata durante il processo generalizzato di mal-investimento e da questa disoccupazione involontaria può nascere una calo della domanda aggregata di consumi.

Detto quanto, l’accumulo di errori economci di portata generale e successiva esplosione degli stessi non sarebbe qualcosa di inerente l’economia di mercato se all’interno di questa non operasse il corso legale sulla moneta stabilito in linea di principio.

Il corso legale è infatti un istituto innaturale forzoso che un potere arbitrario impone sulle transazioni fra individui.

In quanto tale, il corso legale è un fattore che, in determinate circostanze, aumenta artificialmente l’incertezza nei rapporti economici.

Il corso legale stabilito in linea di principio non può essere pertanto considerato un concetto conforme all’economia di mercato.

Confutiamo adesso i sottoconsumisti alla Keynes.

Keynes, con l’espressione paradosso del risparmio, ha immaginato che in un’economia di mercato, dato un certo reddito sociale, si potesse spontaneamente arrivare, attraverso un certo incremento relativo dei risparmi tesaurizzati, fino al punto di produrre una situazione generale di disoccupazione involontaria permanente o pressochè permanente.

Ciò non è possibile per i seguenti motivi:

  • Solo una preferenza infinità per la tesaurizzazione può impedire a un’economia di mercato di generare un processo di aggiustamento in cui tutte le risorse produttive, compreso il fattore lavoro, vengono rese impiegabili con profitto nel corso dello stesso processo. Tuttavia, questa preferenza non può essere in nessun caso infinita, dato che gli individui, a meno che non desiderino morire di inanità, devono sempre continuare a consumare in una certa quantità e quindi anche produrre beni e servizi di consumo almeno in una certa quantità, indipendentemente dalle loro attese. Di conseguenza, sebbene ciascun singolo prezzo si muova con minor o maggior ritardo rispetto alla spinta che deriva da un aumento relativo dei risparmi tesaurizzati, poiché ogni prezzo deriva da un arbitraggio – cioè il tasso a cui ognuno preferisce abbandonare ciò che possiede piuttosto che rinunciare a quello che possiedono gli altri e che dipende dai bisogni, dai desideri, dai piani di azione dei due agenti implicati nello scambio nonché delle particolari circostanze di tempo e di luogo – può esserci aggiustamento e pieno impiego indipendentemente dal grado di tesaurizzazione.

  • L’aumento in termini relativi della tesaurizzazione comporta una diminuzione dei prezzi che, a parità di circostanze, produce una diminuzione dei prezzi manifesta. E’ luogo comune pensare che la diminuzione dei prezzi abbia inevitabilmente effetti negativi sull’economia, ma ciò non corrisponde in realtà al vero. Quel che è importante per le imprese non è infatti l’andamento generale dei prezzi, ma il differenziale tra i prezzi di vendita e i costi, pertanto se i tassi salariali, ad esempio, diminuiscono a loro volta in una maniera corrispondente ai prezzi delle merci, l’attività economica e l’occupazione non riceveranno alcuna influenza negativa. In tal senso, c’è pertanto necessariamente da aggiungere che solo Stato è in grado di portare un’economia di mercato in una situazione generale di disoccupazione involontaria permanente o pressochè permanente: questo avviene se lo Stato implementa regolamentazioni, restrizioni e strozzature di portata tale da impedire il necessario aggiustamento prezzi-tassi salariali.

L’economia di mercato è un processo sempre inconcluso di ricerca di parziali soluzioni, che ci consente di sostituire una meno accettabile situazione di disequilibrio con una più accettabile situazione di disequilibrio.

Di conseguenza, gli Stati non dovrebbero relazionarsi all’economia di mercato interpretando il ruolo dei pianificatori, bensì quello dei vigili urbani.

Quando lo Stato decide di pianificare l’economia di mercato, si produce il cosiddetto “interventismo”, cioè un meccanismo perverso il quale, lungi dal risolvere i problemi, ne crea altri e lo Stato tende ad “aggiustare” il fallimento di un suo primo intervento attraverso i successivi[2].

Gli Stati però per interpretare questo ruolo di vigili urbani dell’economia di mercato devono: mantenere costantemente i loro bilanci in pareggio; mantenere una tassazione sostenibile e non punitiva dello sforzo marginale di lavorare e di accumulare beni di capitale; produrre un sistema legislativo e una burocrazia intelligibili; evitare di introdurre, direttamente o indirettamente, barriere di ingresso nel mercato del lavoro; produrre una giustizia civile e penale efficiente e che pone al centro la difesa dei diritti di proprietà privata, sia su sé stessi che sulle proprie cose.

 

[1] N. Barbon, A Discourse of Trade, 1690, p. 63.

[2] In tal senso, la ricetta keynesiana che prescrive nel breve periodo un programma esplicito di espansione della spesa aggregata attraverso misure fiscali può essere appropriata solo a seguito di avvenimenti così straordinari ed esogeni all’economia di mercato, come una guerra o una catastrofe naturale. Tali avvenimenti infatti possono far collassare produzione e occupazione e allo stesso tempo modificare drammaticamente le aspettative economiche. In questo specifico contesto, tale ricetta può creare più benefici che danni e pertanto ritenersi vantaggiosa.