Le differenze tra buona e cattiva globalizzazione

Globalismo” e “globalizzazione” sono termini che soffrono la mancanza di una precisa definizione. Entrambi sono liberamente usati da una grande varietà di commentatori, attribuiti tanto a cose buone che cattive – spesso in opposizione tra loro. Qualche volta globalismo significa riduzione delle barriere doganali. Altre volta è l’espressione di una politica estera aggressiva attraverso organizzazioni internazionali come la NATO. E ancora può significare un supporto a burocrazie globali come le Nazioni Unite. Questa mancanza di precisione è stata recentemente tratteggiata sulle colonne del New York Times da Bret Stephens nell’articolo intitolato “elogio del Globalismo”. Stephens, facendo finta di cercare la definizione del globalismo, alla fine rivela il vero scopo dell’articolo: un modo per prendere in giro il provincialismo degli elettori di Trump per l’indisposizione di costoro a sottoscrivere la presunta visione cosmopolita del medesimo autore. Stephens ci descrive i favorevoli alla globalizzazione come colore che vogliono “fare del mondo un posto migliore”, questo implica che i non favorevoli non lo vogliono. Veniamo informati che il globalismo considera un valore le alleanze militari e il libero mercato. Ma Stephen non ci fornisce una chiara definizione di questi termini, e non ci dice come queste istituzioni vengano usate per far diventare il mondo “un posto migliore”, così la risposta al dubbio se la globalizzazione sia una buona cosa permane inevasa. Quando l’Alleanza Internazionale è stata usata per giustificare il lancio di bombe su civili o per far trasformare l’Iraq in un paese fallito e un paradiso sicuro per al Qaeda, significa far diventare il mondo un posto migliore? Quando l’Unione europea usa gli accordi di “libero mercato” come mezzi per soffocare le imprese sotto il peso di tasse e regolamenti, vuol dire fare del mondo un posto migliore?

Globalizzazione: fusione di forze sia a favore che contro il mercato

Sfortunatamente, in questo non c’è nulla di nuovo. La globalizzazione è da lungo tempo un termine sottoposto ad un pesante abuso che include ogni cosa dalle tasse basse sui salari alle guerre “giuste”. Per la critica di destra, la globalizzazione è vista con grande sospetto perché molti politici di centro-sinistra sono considerati “globalisti”. Bill Clinton, Hillary Clinton e Barak Obama sono visti come degli irriducibili globalisti proprio perché tra l’altro spingono per un maggiore controllo del mercato attraverso il governo. Simultaneamente, i “globalisti” sono da lungo tempo attaccati dagli anti-capitalisti. Loro vedono la globalizzazione come la messa in pratica delle politiche “neo-liberiste” che hanno impoverito il mondo attraverso la diffusione delle forze del mercato, del commercio, e hanno dato supporto ad un’azione di costante riduzione dell’intervento del governo nella vita di ogni giorno. Questi critici del cosiddetto neoliberismo pertanto attaccano organizzazioni fortemente percepite come “globaliste” come la Banca Mondiale, Il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Sfortunatamente, tuttavia, questi critici attaccano queste organizzazioni per le ragioni sbagliate.

Queste organizzazioni globali meritano di essere criticate, ma non perché spingono alcuni aspetti delle liberalizzazioni economiche che in verità sono buone. Viceversa, dovrebbero essere criticate perché la loro attività principale come organizzazioni politiche sono di favorire la capacità di alcuni stati potenti ad intimidire e manipolare politicamente altri stati meno potenti. Questa fusione di libero mercato, interventismo militare, e burocratizzazione politica, posti sotto lo stesso ombrello del “globalismo” finisce per confondere più che riparare i problemi del globalismo. Ma c’è ancora speranza per la parola.

Storicamente, il globalismo è l’Ideologia della Pace e della Libertà.

Storicamente, è importante ricordare che la globalizzazione è intimante collegata al liberalismo, l’ideologia della libertà e del libero mercato. Non è una coincidenza che uno degli esponenti più in vista del liberalismo del Diciannovesimo secolo fu Richard Cobden, colui che combattè senza tregua contro tanto le barriere al libero scambio che verso ogni politica estera aggressiva. A Cobden può essere accreditata una vera e propria battaglia ideologica contro il mercantilismo dei suoi tempi, che si caratterizzava per la forte impronta di stampo nazionalista, in quella che considerava un vero e proprio gioco a somma zero risultato dall’unione di successo economico e sicurezza militare, la cui riuscita presupponeva un grande intervento delle istituzioni governative. Il programma di Cobden, al contrario, era costituito da pace e libero scambio, che era allora correttamente classificato come un programma internazionalista. Così riassunto nelle note di Thomas Woords:

Benché ai nostri giorni il programma di Cobden verrebbe senza dubbio stigmatizzato come “isolazionista” la discussione sull’economia libera e la cultura dello scambio con il mondo può difficilmente essere descritta come isolazionista. Ai suoi tempi, infatti, Cobden fu appropriatamente denominato “l’uomo internazionale”. E quello, in verità, è quello che era. Pace, libero scambio, e non interventismo – queste erano le idea in cui Cobden credeva, e non erano semplicemente l’impegno ideologico di un particolare partito politico, ma bensì i necessari ingredienti per il progresso e la prosperità della civilizzazione.

Potremmo dire che Richard Cobden fu il primo vero europeo globalistà. Cobden fu inoltre fortemente supportato dal grande economista liberista e antisocialista, Frederic Bastiat, che senza sosta si appellò al libero scambio delle merci, denunciando gli sforzi delle istituzioni governative di “plasmare gli uomini” attraverso l’irreggimentazione della popolazione. Perciò i liberali del Diciannovesimo secolo – che hanno supportato la più grande libertà di movimento di lavoratori e merci, assieme alle politiche di non intervento in politica estera – sarebbero abbastanza perplessi se vedessero che cosa passa oggi per “globalizzazione”.

Abbiamo spesso ascoltato persino dai globalisti favorevole al mercato, il bisogno di organizzazioni internazionali come il WTO per “assicurare” il prevalere del libero scambio. Questa è diventata una pretesa sempre meno convincente. Come Carmen Dorobat ha mostrato, non c’è nessuna attuale evidenza che il WTO favorisca veramente l’abbassamento delle barriere doganali. La libertà di commerciò è cresciuta ben di più al di fuori che dentro alla cornice del WTO. Tutto ciò che è necessario per raccogliere i benefici del mercato è di rimuovere unilateralmente le barriere al commercio. La commissione europea nel frattempo vorrebbe facilitare il commercio dentro il suo mercato bloccato, ma quest’atto è un enorme impedimento al vero commercio libero e globale. Ancora peggiore è la politica estera di questi nuovi globalisti i quali supportano un numero senza fine di guerre e interventi militari cosiddetti “umanitari”. Così come le enormi burocrazie militari come la NATO, le quali, incredibilmente, sono ritenute buone organizzazioni a supporto della globalizzazione.

Globalismo politico contro globalismo economico

Se desideriamo porre fine alla confusione, allora, abbiamo bisogno di separare il globalismo politico dal globalismo economico. Quando facciamo questo scopriamo che il globalismo economico è una fonte di grande creazione di valore per il mondo, mentre invece il globalismo politico è innanzitutto uno strumento per accrescere il potere degli stati.

Per quanto concerne la globalizzazione economica, possiamo vedere che il continuo afflusso di beni e servizi, non ostacolato dagli stati, migliora le relazioni internazionali e fa crescere gli standard di vita delle popolazioni. Dove i governi si sono uniti nel favorire l’espansione dell’economia globalizzata, la povertà estrema si è ridotta mentre salute e benessere sono cresciuti. Gli stati dell’America Latina che hanno favorito i commerci e un’economia più libera, per esempio, hanno sperimentato la crescita. In quegli stati della medesima regione che invece sono rimasti attaccati alla vecchia economia irreggimentata, continua la stagnazione. Questi benefici, tuttavia, possono essere – e sono stati – raggiunti per mezzo della decentralizzazione, di un unilaterale spostamento verso il libero commercio e della deregolamentazione economica. Per questo obiettivo non è necessaria alcuna burocrazia internazionale. Questa è la globalizzazione economica: apertura ai benefici del commercio globale, spirito imprenditoriale, e investimenti verso una sempre crescete parte di umanità.

Contemporaneamente, il globalismo politico è un ostacola a questi benefici: il globalismo politico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per esempio, passa le sue giornate a redigere rapporti sul perché le persone non dovrebbero mangiare carne e come dovremmo regolamentare questi comportamenti nel futuro. Il globalismo politico escogita continuamente nuovi schemi per far lievitare il costo della vita delle persone povere, nel nome della prevenzione ai cambiamenti climatici. Contemporaneamente, la Banca Mondiale distribuisce proclami su come “modernizzare” l’economia attraverso l’incremento della tassazione sui redditi – e così incrementare il potere dello stato – medianti l’imposizione di nuove regolamentazioni.

E’ essenziale fare questa distinzione. Il globalismo economico porta benessere. Il globalismo politico conduce alla povertà.

Il globalismo economico si propone di mantenere il governo fuori dal mercato. E’ per così dire un laissez-faire che spinge le persone a darsi da fare, promuovendo la libertà di innovare, di scambiare e di libera associazione con il prossimo.

Il globalismo politico, d’altro canto, è una sorta di controllore per mezzo di regolamenti, pianificazione centralizzata, e coercizione.

Alcuni commentatori disattenti possono continuare ad ammassare tutto queste cose assieme e dichiarare la “globalizzazione” essere una cosa meravigliosa. Ma non appena prestiamo un po’ più di attenzione ai dettagli, tutte queste differenze emergono con chiarezza.

L'articolo originale: https://mises.org/wire/difference-between-good-globalism-and-bad-globalism