Tracce del nuovo paradigma

Nella contrazione generale che tutto ha coinvolto, c’è uno spazio che si espande e respira sotto le macerie della post-modernità. È una vena sottotraccia che non ha ancora il linguaggio idoneo per uscire e pubblicarsi, ma lo troverà. Si tratta delle voci di coloro che in tutto questo decorso, che alcuni non esitano a chiamare cata- strofico, riconoscono la presenza satanica di un comu- ne genitore, il materialismo tout court. Con i suoi figli, il positivismo, il capitalismo, lo scientismo, l’impe- rialismo; con i suoi nipoti, l’opulenza, il culto della personalità e quello del denaro; con i suoi dogmi, per il progresso ad infinitum, per la tecnologia, per il tempo lineare, per l’apparire, forma una famiglia piuttosto invadente e pesante, che oscura e mortifica l’intelligenza del cuore, la bellezza di ognuno, il senso del bene comune, l’equilibrio individuale e sociale.

Quelle voci appartengono a uomini e donne mute, antesignane dell’asten- sionismo. Da molto non hanno rappresentanza. Ognuno a loro modo opera per estendere quello spazio occulto affinché divenga forza comune. Parlano con circospezione di spiritualità, sanno che può essere facilmente fraintesa. Evitano di citare che stanno solo cavalcando le vie già tracciate dai Maya, dai Toltechi, dagli Egizi, dal Buddhismo, dalla Kabbalah e da altre tradizioni tra cui il Cristianesimo, quello vero non quello posticcio, populista, superficiale appunto che la religione ci ha fatto conoscere. Sanno che per qualcuno, sicco- me non si può toccare, siccome la scienza dice che non c’è, non esiste, non è misurabile, è un tabù, meglio non toccarlo. Siccome non lo dice il metodo, né la regola, non va bene. Sanno che sono quelli che risolvono la questione accusando di ciarlata- nismo a destra e a manca. Lo fanno serenamente, hanno tutta la loro famiglia culturale a proteggerli. Eppure, come con le diete seguite per colpa di pressioni culturali, dove, indipendentemente dai risultati, non impari nulla su te stesso, anche il metodo, che ci addestra a risposte prede- finite, non permette di maneggiare la materia dei nostri limiti . Non contiene alcuna maieutica per scoprire come spostarli più in là, come evolvere.

Sanno anche di essere al cospetto di un lento, ineso- rabile switch storico prodotto del cambio di frequenze energetiche dell’universo, che implica cambi di paradigma al quale l’uomo non potrà sottrarsi. Sanno che siamo ad una concezione provincialista del cosmo e si adoperano per ampliarne il campo. Sanno e sentono che è in atto un passo evolutivo verso una convivialità nuova. L’avvento della fisica quantistica ne è un segno, sebbene il peso sociale avrà bisogno di tempo per compiersi.

Eppure, spiritualità ha un senso elementare. Significa essere nel qui ed ora.

Una specie di formula alchemica spesso impropriamente declamata. Essere sul pezzo, per dirla con modalità giornalistiche o psicologiche; essere identi- ficati con quanto stiamo facendo, annullare il tempo, divenire eternità. Essere quindi creativi e forti al meglio delle nostre potenzialità. Ma il contenuto della dimensione spirituale lo si riconosce anche con un sinonimo adatto a questi tempi: benessere fisico e interiore.

È un senso che, come qualunque altra dote, va coltivato ed è allenabile.

Come ogni percorso ha la sua durata, le sue difficoltà, le sue ricadute. Arrivati in vetta, se ne vedono altre, altrettanto lontane e impegnative. Tuttavia si capi- sce che il mondo è sempre quello, eppure è diverso. Come nella fisica quanti- stica, ma l’avevano detto le Tradizioni da migliaia di anni, a secondo dell’in- terlocutore le particelle possono avere carattere ondulatorio o materico. Una magia, per chi non c’arriva, dalla quale è doveroso guardarsi. Una banalità per chi l’ha ricreata, dalla quale non può più prescindere. Perché quelle scoperte non riguardano solo i laboratori dell’infinitamente piccolo. Riguardano quello che pensiamo, che facciamo, che sentiamo.

Se prima credevamo che le cose fossero separate, se prima potevamo usare la forza, forse anche la semplice intelligenza dialettica per sopraffare il pros- simo, ora, dalla cima, le cose appaiono nella loro contiguità, gli altri sono dei noi a tutti gli effetti, prendiamo coscienza che pensare e fare del male al pros- simo sia esattamente farlo a noi. Prendiamo coscienza che siamo totalmente i responsabili della realtà individuale e sociale che viviamo. Siamo consapevoli

che senza il nostro lavoro, non potremo lasciare alle future ge- nerazioni qualcosa di meglio di quanto abbiamo finora realiz- zato. Siamo ora capaci di affermare che la politica dello scontro, quella delle opposte fazioni, della negazione del rispetto, perpe- tuerà la storia così come la conosciamo. Di conseguenza lavo- riamo per andare oltre il dualismo dello scontro, per realizzare la realtà attraverso il modo della relazione. Non più oggettiva, ma relativa a me. È tempo per riconoscere che quanto ci appa- re ovvio e vero non è che l’appiattimento del nostro genio nei confronti delle descrizione della realtà che abbiamo appreso dai genitori, dall’ambito di nascita e infanzia. Tanta altra ce n’è, se vogliamo.

Ma ora, che anche la fisica, nel suo step quantistico ha rag- giunto le prospettive che necessariamente relegano la scienza classica a dato minore e niente più che autoreferenziale, ora che è stato dimostrato che averla creduta assoluta risulta quantome- no inopportuno, anche i signori scientisti, per restare fedeli al culto della scienza, dovrebbero avvedersi e rivedersi.

Fu impugnando la torcia dei lumi che si credette di poter ridurre la vita a sola materia. Socialmente parlando fu facile trasferire quelle convinzioni e reificare via via ogni cosa.

Tutto ruotò e ancora ruota intorno al perno dell’economia. Niente ha finora potuto godere di più attenzioni di quanto non ne siano state date al Pil, alla produttività, al denaro. E se quello era il perno, sotto al giogo a tirare la pietra della macina eravamo, tutti noi. Ridurre tutto a economia è una specie di blasfemia nei confronti della vita. In quel miserabile piano di lettura noi, famiglia, società sono soltanto soggetti economici, definiti con le stesse parole utilizzate per le merci. Nel deserto di vetro e acciaio della mente economica non v’è traccia di relazioni umane, del loro valore sostanziale.

Il presuntuoso predominio sulla natura e su tutti gli esseri senzienti è una superstizione che sta culturalmente barcollando, come dopo Copernico, che aveva fatto notare che la Terra non era al centro dell’universo, l’uomo non è al centro di niente se non del proprio ego.

Fu così che la natura, gli animali, la terra, l’ambiente, i loro cicli, furono messi da parte insieme alla conoscenza sottile proveniente da tutte le geogra- fie del mondo e delle epoche passate. In grama alternativa, considerati alla stregua di una proprietà privata o di cose di poco conto. Quel modo si è impa- dronito della nostra sensibilità. È rimasto legittimo per tanto e per troppo ma ora che ci si sta risvegliando, si chiama sfruttamento o arroganza. Ora è chiaro che stiamo tagliando il ramo sul quale siamo seduti.

C’è ancora chi continua a tagliare, a tirare dritto verso il baratro. Non vede che le sue verità, che voler raggiungere la verità alimenta esattamente ciò che

andrebbe smorzato: l’implicita lotta, per difenderle, al mo- mento giusto diviene fondamentalismo. Un concentrato sulla propria affermazione che non guarda allo strazio che provo- cherà. A quel tipo di uomo interessa solo il successo di ciò in cui si identifica.

Ai tempi nostri, tanto la destra popolare che la sinistra po- polare non hanno mai preso le distanze da quel materialismo, dal capitalismo. Non ne hanno mai vista la disumanità. Non hanno mai fatto caso che su quella via uccidevano tutta l’in- telligenza del sentire, tutta la capacità di creare. A testa alta, le loro scelte tenute su dal valore economico, hanno distrutto coste, valli e paesaggi.

Diversamente ha sempre detto e fatto la cultura spirituale della destra tradizionale, da sempre anticapitalista. Le sue altre espressioni, quali il razzismo e il nativismo, il paganesi-

mo modulate con maturità, non sono altro che l’attuale localismo, bioregiona- lismo, decrescita e recupero della sacralità della natura. Aspetti e dimensioni della realtà, dell’individuo, della socialità che ora stanno emergendo nelle coscienze di tutti.

Significa che molte idee prima espressioni di un colore ora sono espres- sioni d’intelligenza e quello considerate. Significa cioè una liberazione da preconcetti e tanto altro. C’è di mezzo un’ecologia della mente, senza la quale convinzioni e dogmi continueranno a intossicarci, a ucciderci vicendevolmen- te e da soli.

Oggi siamo avveduti delle carte che abbiamo in mano. Non vogliamo più giocarle dietro consiglio di qualcuno o di qualcosa d’altro che non sia il nostro sentire. Non vogliamo più creare società, uomini dominati dalla paura che li obbliga ad anelare sicurezza, che gli impedisce di volare, che gli castra l’atteg- giamento creativo, la sua potenza più infinita. Né individui e società alienate, psicopatiche, per le quali è ordinario e comprensibile lo sfogo della violenza sugli altri e su sé. Il progresso ci ha messo all’angolo di noi stessi. Ci ha com- prato come con gli specchietti comprava i nativi e i colonizzati. È bastato un benefit o un mutuo per la tv al plasma. Ci ha devastato lo spirito creativo.

È tempo di riprenderlo.