Il corto circuito

Le regole guida comunemente accettate dalla politica fiscale attuale sono le seguenti:

  • devono essere generati disavanzi di bilancio quando la domanda aggregata minaccia di rimanere al di sotto del livello necessario per mantenere la piena occupazione;

  • al contrario, e simmetricamente, surplus di bilancio devono essere accumulati quando la domanda aggregata minaccia di eccedere l’obiettivo della piena occupazione, generando (troppe) tensioni inflazionistiche;

  • infine, un bilancio statale in pareggio deve essere considerato adeguato solo quando si prevede che la domanda aggregata sia appena sufficiente a mantenere la piena occupazione, senza porre in essere (troppe) tensioni inflazionistiche.

In questo ambito di regole, si inserisce il modello del moltiplicatore, cioè una teoria macroeconomica usata per spiegare come nel breve periodo agisce sul PIL ogni variazione di un’unità monetaria di determinate spese.

Di conseguenza, non esiste un solo moltiplicatore, ma solo su due di essi lo Stato può azionarne le leve in maniera diretta:

  • quello che deriva da una “riduzione delle imposte con spesa pubblica invariata”;

  • e quello che deriva da un “aumento della spesa pubblica con imposte invariate”, più noto forse come “moltiplicatore keynesiano”.

Una volta stabilito discrezionalmente a cosa concretamente corrisponde il concetto di piena occupazione – solitamente, quando il tasso di disoccupazione effettiva non supera la soglia del 4 per cento si ritiene politicamente che vi sia piena occupazione – lo Stato può decidere di mettere in pratica questo modello ogniqualvolta i dati mostrino assenza di piena occupazione.

In tal senso, si afferma però che nello stimolare la domanda aggregata e quindi il raggiungimento dell’obiettivo della piena occupazione – senza eccedere tale obiettivo – sia meglio fare affidamento sul moltiplicatore della spesa pubblica che su quello che deriva da una riduzione delle imposte e questo perché:

  • nel caso della riduzione delle imposte si presume che i singoli individui non spendano immediatamente tutte le nuove unità di reddito per loro disponibile – in altre parole, si presume che almeno parte di esse affluiscano a tempo indeterminabile nei risparmi tesaurizzati;

  • nel caso dell’aumento della spesa pubblica le nuove unità di reddito, finendo nelle mani dello Stato e non dei singoli individui, si presume invece che vengano spese tutte immediatamente;

  • Di conseguenza, nel primo caso, a differenza del secondo, l’aumento del consumo che si verificherà in termini monetari non sarà grande quanto quello del nuovo reddito disponibile.

Precisato quanto, risultato dell’adozione dello schema “stimolo della domanda aggregata attraverso un programma esplicito di spesa pubblica in deficit” non può che essere in “condizioni non anormali” un ordine economico più, anziché meno, fragile.

Cerchiamo di capirci.

Ogniqualvolta lo Stato rileva una disoccupazione sopra una determinata soglia discrezionalmente stabilita, esso viene legittimato a forzare la sua politica di bilancio ricorrendo esplicitamente ad un programma di spesa pubblica in deficit.

Se ci trovassimo di fronte a un territorio la cui popolazione è stata colpita da avvenimenti così straordinari ed esogeni al mercato che hanno letteralmente portato l’attività economica e l’occupazione al collasso e allo stesso tempo drammaticamente modificato le aspettative economiche, un programma esplicito di spesa pubblica in deficit può creare più benefici che danni.

Questa appena descritta è una condizione anormale, cioè un contesto in cui a prevalere è una situazione di disoccupazione generale, nel senso che esistono risorse inutilizzate in tutti i settori.

In un tale contesto, dove le circostanze particolari di tempo e di luogo sono facilmente comprensibili, un programma esplicito di spesa pubblica in deficit può avere successo nel modificare rapidamente le aspettative economiche e favorire altrettanto rapidamente il recupero di quegli aspetti strutturali endogeni dell’economia improvvisamente venuti meno.

Se però invece della suddetta condizione ci trovassimo semplicemente di fronte agli aspetti strutturali endogeni del sistema economico – comprese le regolamentazioni e le restrizioni attuate dal settore pubblico – e questi stessi aspetti avessero generato un livello di disoccupazione al di sopra di quel livello considerato discrezionalmente come ammissibile, allora una politica fatta di tentativi di riduzione della disoccupazione per mezzo di uno stimolo della domanda aggregata attraverso un programma esplicito di spesa pubblica in deficit è qualcosa di davvero miope.

Questa appena descritta non è una condizione anormale, è invece semplicemente una condizione ordinaria, dove quindi non c’è alcun aspetto strutturale endogeno del sistema economico da recuperare e a prevalere è una disoccupazione limitata ad alcuni settori.

In questo secondo contesto, dove le circostanze particolari di tempo e di luogo non sono facilmente comprensibili, un programma esplicito di spesa pubblica in deficit non può che produrre almeno principalmente solo effetti di carattere inflazionistico e conseguentemente più danni che benefici, dato che, qualora la pressione monetaria riesca a produrre effetti stimolanti sull’attività economica:

mano a mano che gli effetti stimolanti dell’aumento di spesa diminuiscono fino a esaurirsi riemergono gli aspetti strutturali dell’economia e pertanto non ci sarà nessun aumento permanente dell’occupazione, ma un aumento non uniforme dei prezzi sarebbe il costo di una riduzione temporanea e di breve durata della disoccupazione”.

Se viene quindi fissato come obiettivo di politica macroeconomica un tasso di disoccupazione al 4 per cento e se il tasso naturale di disoccupazione – cioè quel tasso dovuto agli aspetti strutturali endogeni dell’economia – si colloca al di sopra di questa soglia e proviamo a risolvere questa discrepanza con un programma esplicito di spesa pubblica in deficit, i risultati, al meglio, saranno che verranno creati disavanzi in misura maggiore di quella prevista, mentre si verificheranno a volte dei surplus, ma saranno meno frequenti di quelli richiesti, senza ovviamente creare alcuna occupazione aggiuntiva di lungo periodo.

Tuttavia, il danno non finisce qui, perché:

ogniqualvolta va ad esaurirsi questo processo effimero di riduzione della disoccupazione, una certa parte dello stock di beni di capitale diventerà inutilizzabile o dovrà sottoporsi a un costoso rimodellamento, il che vuol dire che per ottenere un maggior livello di consumi per un breve periodo si è agito a danno dello stock di beni di capitale della nazione”.

Se poi il programma di “deficit spending” viene riprodotto costantemente nel tempo per far fronte a condizioni ordinarie, lo stock di beni di capitale ne potrebbe risentire molto più negativamente, dato che non è affatto detto il mercato riesca sempre a incrementare questo stock tenendo quantomeno il passo e l’intensità delle perdite subite.

E’ una pia illusione pertanto cercare di colmare quella discrepanza che, all’interno di condizioni ordinarie, può sussistere tra il tasso naturale di disoccupazione e quel tasso di disoccupazione ritenuto politicamente come ammissibile con programmi espliciti di spesa pubblica in deficit.

Infatti, in tal senso:

i raggiustamenti possono essere posposti, benché con difficoltà crescenti, ma non possono essere evitati, se non altro nel quadro di una società libera e di un’allocazione efficiente delle risorse”.

Tuttavia, in una società libera ma nel complesso economicamente impreparata da un punto di vista teorico, le risultanti frizioni e strozzature economiche dovute al fallimento di una politica di stimolo della domanda aggregata mediante ricorso a un programma esplicito di spesa pubblica in deficit saranno molto probabilmente usati come argomenti a favore di ulteriori frizioni e strozzature.

In breve, attraverso il “deficit spending” si è in grado di produrre una tendenza alla restrizione delle libertà individuali che può arrivare, se non viene fermata in tempo, fino al punto di far barcollare o addirittura di rovesciare una stessa società libera e di marginalizzare l’allocazione efficiente delle risorse.

In conclusione, quando la nostra attenzione si focalizza sull’obiettivo finale, trascurando i processi entro cui i risultati finali sono prodotti, stiamo facendo qualcosa di molto indebito.

Ancora in pochi sembrano capire questa lezione.