Come funziona un’economia pianificata centralmente

Innanzitutto, non si può parlare di un’economia pianificata centralmente senza accettare il suo presupposto teorico, cioè la teoria del valore-lavoro.

Secondo questa teoria, l’origine del valore sta nel lavoro.

Assegnando l’origine del valore nel lavoro si spera di dimostrare che i profitti ricevuti dai fornitori di capitale equivalgono a reddito ingiustamente non percepito dai lavoratori.

Tuttavia, tutti noi dovremmo sapere che l’origine del valore sta invece nell’utilità.

Con l’affermare che l’origine del valore sta nell’utilità, non ci si vuole però riferire a una qualità oggettiva delle cose, bensì a un rapporto tra le cose e l’essere umano.

L’utilità così intesa può pertanto esistere o scomparire non solo in seguito a variazioni delle sue proprietà, ma anche a causa di cambiamenti e sviluppi dei bisogni umani e quindi una stessa cosa può essere utile o non essere utile per individui diversi o per lo stesso individuo essere utile in istanti diversi o in relazione a impieghi diversi.

Un’economia è definibile come pianificata centralmente quando le funzioni economiche cardine dell’organizzazione economica – cosa, come, per chi – sono tutte determinate, almeno principalmente, da direttive dello Stato – ciò non toglie che si possano presentare organizzazioni della vita economica in cui una parte delle funzioni economiche cardine sono appannaggio di un’economia pianificata centralmente e l’altra di un’economia di mercato.

Un caso chiave di economia pianificata centralmente è stato quello dell’Unione Sovietica.

In Unione Sovietica, le direttive dello Stato stabilivano il cosa conferendo all’industria pesante e alle spese di investimento un primato sistematico rispetto all’industria leggera e alle spese per il consumo finale.

In questo contesto, le decisioni su il come dovevano essere realizzati i prodotti venivano prese principalmente dai cosiddetti responsabili della pianificazione, i quali fissavano prima il volume dei prodotti finali e in seguito procedevano all’indietro, cioè dai prodotti finali ai fattori di produzione richiesti.

Le decisioni di investimento erano spiegate con dettaglio considerevole dai responsabili della pianificazione, mente le singole aziende avevano una certa flessibilità solo sulla combinazione di fattore lavoro da utilizzare nei processi di produzione.

Il per chi, infine, era una diretta conseguenza di una politica di confini chiusi alle persone.

Tra i responsabili della pianificazione e i dirigenti delle singole fabbriche e i consumatori finali si apriva così il problema del meccanismo di coordinamento.

In un’economia di mercato, i consumatori orientano le proprie scelte di consumo in base all’offerta dei produttori ma, nel contempo, anche chi produce orienta le proprie scelte di produzione in base alla domanda dei consumatori e in questo circuito di codeterminazione reciproca profitti e predite, attraverso la ricerca degli adeguati prezzi di mercato, svolgono il ruolo di meccanismo di coordinamento tra consumatori e produttori.

Un prezzo di mercato è un prezzo dove gli arbitraggi a monte – per arbitraggio si deve intendere il tasso a cui ciascuno preferisce abbandonare quello che ha piuttosto che rinunciare ad acquisire quello che possiedono gli altri – influiscono sugli arbitraggi a valle e gli arbitraggi a valle influiscono su quelli a monte, in un processo che si sussegue concatenandosi ininterrottamente.

In breve, in un’economia di mercato l’adattamento tra produttori e consumatori non è a senso unico e ciò, fra l’altro, non fa che riflettere la spontaneità delle relazioni umane.

Viceversa, in un’economia pianificata centralmente non avviene nulla di tutto questo, ma tutto si dovrebbe conformare e coordinare unicamente in base alle direttive provenienti dall’alto, secondo una logica top-down, come se costi, possibilità di produzione e bisogni fossero dati e non invece da scoprire in ogni istante.

Dato che profitti, perdite e prezzi di mercato erano un tabù, alle imprese sovietiche era sancito il permesso di operare con vincoli di bilancio cosiddetti flessibili, cioè vi era la certezza che eventuali perdite operative sarebbero state colmate da sussidi onde evitare il fallimento.

Di conseguenza, questa certezza da un lato consentiva alla produzione di concentrarsi su obiettivi meramente quantitativi e dall’altro opacizzava e/o permetteva di trascurare i segnali riguardanti i reali bisogni dei consumatori, e risultato finale di tutto ciò non poteva che essere che una prassi di forte repressione dell’efficienza allocativa.

In Unione Sovietica, il ricorso regolare ad ambiziosi programmi economici statali consentiva di mantenere tradizionalmente bassa la disoccupazione, ma, come il lungo periodo ha poi apertamente dimostrato, a questa stessa politica corrispose anche un incalzante fenomeno di abbassamento tendenziale dei ritorni sul capitale.

Le pressioni inflazionistiche invece furono per lungo tempo apparentemente assenti o poco presenti e ciò poteva avvenire perché le autorità sovietiche applicavano un controllo diretto dei prezzi.

Tuttavia, tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, queste pressioni non riuscirono più ad essere controllate e i prezzi esplosero in modo imprevisto.

In Unione Sovietica, a partire dall’inizio degli anni 70 i tassi d’incremento di tutti gli indicatori economici più importanti calarono costantemente – secondo diverse stime, tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, il reddito pro-capite in Unione Sovietica era meno di un quarto di quello degli Stati Uniti – così come si assistette ad un relativo peggioramento di tutti i principali indicatori sociali, inclusi i tassi di criminalità, alcolismo, aborti, povertà e mortalità.

In conclusione, tenuto anche conto dell’esperienza sovietica, bisogna porsi una domanda finale.

Come valutare la pianificazione centralizzata come sistema permanente di organizzazione della vita economica?

L’assenza di mercato per i fattori di produzione impedisce il formarsi dei relativi prezzi di mercato.

L’assenza dei prezzi di mercato, a sua volta, rende impossibile individuare quali metodi di produzione siano economicamente più efficienti.

In ultimo, l’assenza di informazioni sull’economicità dei metodi di produzione rende impossibile effettuare un calcolo economico razionale sulla base del quale orientare la produzione futura, cioè determinare quali beni produrre, come produrli e a quale prezzo offrirli sul mercato.

Di conseguenza, se un’economia pianificata centralmente non è in grado di sviluppare un calcolo economico razionale dei costi e di promuovere l’uso economicamente efficiente delle risorse, la sua attuazione come sistema permanente di organizzazione della vita economica non può che condurre la popolazione alla miseria.

Allo stesso tempo, ciò significa che solo la ricerca degli adeguati prezzi di mercato, il profitto come carota e il fallimento come bastone possono mobilitare permanentemente in modo efficiente le risorse e le conoscenze diffuse di specifiche circostanze di tempo e di luogo tra innumerevoli soggetti economici.

La pianificazione centralizzata è, infine, anche un metodo inefficace per garantire coesione sociale nel lungo periodo, a meno che non esista un forte consenso sia sugli obiettivi d’insieme che su quelli specifici, il che potrebbe accadere unicamente nel caso in un cui un gruppo sociale, utilizzando la coercizione forzosa, imponesse la propria visione e il proprio interesse agli altri.

Stiamo parlando quindi di un consenso estorto con violenza e/o carpito con dolo, cosa che è evidentemente in contrasto con una società libera.