Il lavoro è un diritto?

Negli anni ’50 e ’60, una delle espressioni più popolari tra i conservatori americani era ” diritto al lavoro”. Era un’espressione “in codice” per dire “norme anti-sindacali”. Ciò fu compreso sia dai sostenitori che dai nemici del sindacalismo. Gus Tyler (n.d.t. 1911-2011, attivista socialista e dirigente sindacale), scrisse nel 1967: “In quasi tutti i casi, tali leggi hanno lo scopo di imbrigliare le organizzazioni sindacali”.

Dal punto di vista della persuasione politica tramite la retorica, la frase è stata un successo. Nel 1956, 18 stati avevano approvato leggi sul diritto al lavoro e solo la Louisiana aveva votato per l’abrogazione, tuttavia nel corso del decennio successivo, il movimento per il diritto al lavoro si arrestò.

Nel 1968, un totale di 19 stati aveva simili leggi, e nel 1968, il movimento sindacale negli Stati Uniti raggiunse il suo apice. Il passaggio dalla produzione ai servizi e la nascita di nuove imprese negli stati ove vigevano norme per il diritto al lavoro hanno spinto verso il basso la percentuale di lavoratori iscritti ai sindacati, dal 23% nel 1968 al 16% nel 1993 con un’elevata percentuale di impiegati pubblici.

Un problema, abbinato ad una frase accattivante, specialmente se al servizio di una buona causa, diventa una dichiarazione credibile a sé stante. La gente l’accetterà, come si suole dire, al valore nominale. Questo è il un problema che si pone sin dall’inizio con l’espressione “diritto al lavoro”. La frase è potente perché annuncia quella che sembra essere l’espressione di un alto principio morale. Questa era l’intenzione dei suoi promotori, essi hanno compreso che è più facile promuovere una causa quando questa sembra collocarsi su un terreno morale elevato.

Il problema è che tale frase ha prodotto una grande confusione nelle menti di coloro che l’hanno impiegata come arma politica. Provenendo da ciò che veniva percepita come una morale superiore, costoro hanno annunciato un principio che, se preso alla lettera, minerebbe le fondamenta morali dell’economia di libero mercato che essi cercano di difendere.

Questo rischio è sempre insito negli slogan politici, a causa della loro efficacia nel cambiare la mentalità delle persone o nel rafforzarne le opinioni, essi producono conseguenze indesiderate che vanno contro gli obiettivi stessi dei loro promotori.

OPPOSTE INTERPRETAZIONI

Per oltre un secolo, ci sono state due applicazioni opposte della suddetta frase. Coniata nel 1808 dal socialista utopista francese Charles Fourier (n.d.t. 1772-1837 filosofo socialista), lo slogan divenne popolare tra i sindacalisti del diciannovesimo secolo, per i socialisti, la frase significava il diritto ad un lavoro.

Horace Greeley (n.d.t. 1811-1872 editore e giornalista statunitense) discepolo di Fourier, nel 1846 invocava il “diritto al lavoro – cioè all’occupazione costante con una giusta e piena remunerazione. . . “.

Eugene V. Debs (n.d.t. 1855-1926 sindacalista e politico statunitense), sindacalista americano dei primi del novecento, affermava:” Ogni uomo ha il diritto inalienabile al lavoro “.

Questa interpretazione rimase comune fino ai primi anni ’50.

Ma una visione opposta cominciò a farsi strada già nel 1870, quando i critici dei sindacati richiamarono l’attenzione sul fatto che, escludendo alcuni uomini dall’appartenenza ai sindacati, questi di fatto avevano privato gli esclusi del diritto al lavoro. Questa interpretazione divenne dominante negli Stati Uniti sin dai primi anni ’50.

Si è così si è ingenerata una confusione, che sussiste tutt’ora, circa il significato del termine “work” o “labor”, ma anche sul significato della parola “diritto” e questa è, se possibile, ancora più fondamentale e pericolosa.

CHE COSA É UN DIRITTO?

“Ho i miei diritti!” Questo annuncio è una dichiarazione di principio. Ma cosa significa? Un diritto è una rivendicazione di immunità legale. Ad un soggetto qualcuno concede l’immunità dall’azione penale da parte del governo civile ogni qualvolta pone in essere determinati atti. Questi atti sono convenzionalmente definiti diritti, ma in realtà si tratta della concessione di immunità dall’azione penale che costituisce un diritto. Tale concessione di immunità è di fatto un privilegio.

Se questa concessione di privilegio proviene dal governo civile, allora esso può successivamente decidere di revocarla. Questa minaccia fu ciò che spinse Thomas Jefferson (Shadwell 1743 – Charlottesville 1826) a scrivere le sue immortali parole nella Dichiarazione di Indipendenza: “Riteniamo che queste verità siano auto-evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. “

Dio, in quanto Creatore, fu identificato come la fonte di questi diritti, il tipografo che compose il testo scrisse “unalienabile“, mentre il manoscritto originale di Jefferson diceva “inalienable”. In ogni caso, il significato è chiaro: nessuno può legittimamente rinunciare a questi diritti. Questo è ciò che “inalienabile” significa: non soggetto a trasferimento.

Questa affermazione è molto importante data l’influenza esercitata nel diciottesimo secolo dalle teorie sul contratto sociale, che fondavano la legittimità del governo civile su un antico trasferimento di sovranità dagli individui ad esso.

Jefferson sosteneva che qualunque fosse la cosa a cui gli uomini rinunciarono con quell’originale (ed ipotetico) trasferimento di sovranità, certi diritti non furono trasferiti, in quanto inalienabili. Pertanto, lo Stato non è la fonte di queste immunità.

Il Creatore ha concesso queste immunità a tutti gli uomini, i quali non possono legalmente rinunciarvi. La guerra civile americana fu in larga misura il prodotto di un dibattito morale e politico sulla questione se la teoria dei diritti inalienabili di Jefferson avesse alcuna autorità legale nella legge costituzionale americana e se dovesse essere applicata all’istituzione della schiavitù.

Lo Stato, non essendo la fonte di questi diritti, non può legalmente violarli.

Il Parlamento britannico commise innumerevoli violazioni, per cui Jefferson proclamò il diritto delle colonie di sottrarsi alla giurisdizione della Corona britannica.

Lo Stato non può revocare per legge quei diritti – immunità legali inalienabili – che lo Stato non ha concesso. Una concessione di privilegio da Dio è quindi una concessione di privilegio che ne esclude la violazione da parte dello Stato.

Questo principio evidenziava l’esistenza di una gerarchia. Un Dio creatore e sovrano ha stabilito alcune immunità rispetto all’azione dello stato nei confronti delle persone e delle vite degli uomini.

La Sua sovranità non può essere lecitamente violata da altri uomini o dai loro agenti politici. Jefferson sosteneva il diritto alla resistenza armata da parte dei governi coloniali, queste unità locali del governo civile possedevano una autorità derivante da Dio, e quindi la responsabilità di difendere le loro immunità dai soprusi di un lontano Parlamento.

Secondo Jefferson i governi locali, che avevano prima operato sotto l’autorità del governo britannico e, in particolare del re, essendosi poi posti a difesa dei diritti inalienabili degli uomini si trovavano per questa ragione ad occupare un più elevato terreno morale.

Loro, non il Parlamento britannico, erano ora legalmente i sovrani nelle colonie, in quanto stavano difendendo la concessione di privilegi provenienti da Dio, che in quanto tali avevano la precedenza sulle false pretese del Parlamento britannico basate sulla sovranità assoluta.

Questa prospettiva costituisce la base dei primi dieci emendamenti alla Costituzione degli Stati Uniti elencati nel Bill of Rights.

Questi emendamenti limitano le azioni del governo federale in quanto costituiscono delle vere proprie immunità giuridiche contro le ingerenze del governo federale nei confronti dei governi locali e dei cittadini.

Vi è però un’importante differenza tra il Bill of Rights e la Dichiarazione di Indipendenza. Il primo si fonda sulla la sovranità del Popolo, in quanto il Preambolo della Costituzione identifica il popolo come fonte della sovranità. Il problema, dal punto di vista giuridico consiste nel fatto che la sovranità è stata trasferita dal Dio Creatore della Dichiarazione di Indipendenza al collettivo “We the People” della Costituzione.

Le persone possono sempre cambiare idea per tramite dei loro rappresentanti e, come risultato, abbiamo cinque giudici sovrani sulla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Il dibattito sui diritti umani verte su cinque questioni correlate:

(1) la fonte sovrana dei diritti specificati;

(2) l’agente legale legittimo nella difesa di questi diritti;

(3) la specificazione di eventuali limiti di tali diritti;

(4) le sanzioni che possono essere legittimamente imposte per difendere tali diritti;

(5) l’applicazione appropriata di questi diritti a casi specifici in un mondo che cambia.

Quindi, quando una persona afferma, “ho i miei diritti”, sta proclamando la propria immunità giuridica rispetto all’azione civile. Il problema è che questa stessa persona potrebbe credere di proclamare ben più di questo.

DIRITTO DI PROPRIETÀ

Quando un uomo rivendica il suo diritto al lavoro, cosa sta realmente affermando? Sta forse dicendo di avere un’immunità legale dallo Stato che gli consente prendere le materie prime che gli appartengono e trasformarle? Se è così, allora sta reclamando un diritto cruciale, che chiamiamo un diritto di proprietà. La persona che possiede la proprietà ha il diritto di usarla in modi specifici. Questa era la pretesa del proprietario della vigna nella parabola del salario di Gesù: “Non è lecito per me fare ciò che voglio con il mio?” (Matteo 20: 15a).

Una persona che rivendica tale diritto annuncia implicitamente anche il suo diritto alla proprietà della sua stessa persona, sta dicendo che può fare ciò che vuole con ciò che gli appartiene. Ciò che appartiene a lui è il suo stesso lavoro. Gli è permesso di usare il proprio lavoro, tempo e beni materiali per modellarli a suo piacimento.

L’esempio del giardiniere è appropriato. Lui possiede la terra e i semi, pianta i semi, sradica le erbacce e fa tutto ciò che è biologicamente necessario per produrre un raccolto. Il raccolto può crescere oppure no. Se lo fa, egli potrà legittimamente cibarsene, venderlo o anche lasciarlo a terra a marcire. Il suo diritto al raccolto significa che il governo civile non ha alcun diritto legale sui frutti del suo lavoro. E nemmeno il suo vicino.

Ma può vendere il raccolto? Qui è dove la questione dei diritti diventa così confusa. Quando chiediamo: “Può vendere il raccolto?” Stiamo ponendo due domande separate:

(1) Può legittimamente mettere in vendita il raccolto?

(2) Può legittimamente pretendere che qualcuno lo acquisti?

Quando le persone insistono sul loro “diritto a vendere”, devono essere molto chiare nella loro mente circa quale sia il significato di questa affermazione.

IL MIO DIRITTO DI DIRE NO

Un uomo viene da me con un’offerta. Comprerò il prodotto del suo campo? Probabilmente farò a quest’uomo una serie di domande, ad esempio se l’ha già raccolto, quando, dove ha tenuto il raccolto fino a questo momento, se lo consegnerà al mio domicilio, e la più cruciale delle domande economiche: a quale prezzo?

Intrinsecamente alla rivendicazione del diritto a vendere dell’altro uomo sussiste il mio altrettanto valido diritto di non acquistare. Non vi devono essere essere costrizioni da entrambi i lati della transazione.

Ciò che si intende quando si parla di diritto di vendere o di acquistare deve essere attentamente qualificato. Il diritto di acquistare, come il diritto di vendere, va inteso come il diritto di fare un’offerta. Non ho il diritto di comprare o vendere. Quello che ho è il diritto di offrire di comprare o di vendere.

Questo potrebbe sembrare un cavillo sui dettagli, ma non è così, questo è il nocciolo della questione. Ciò che il proprietario di un bene ha il diritto di fare è fare un’offerta per scambiarlo con qualche altro bene. Però nessuno è legalmente tenuto ad accettare la sua offerta. Nessuno deve essere costretto ad accettarlo o a rifiutarlo. Nessuno è obbligato a permettere a qualcuno di entrare nella sua casa o nel suo ufficio per fargli un’offerta.

Il cartello con la scritta “No Solicitors” posto all’esterno di molte aziende, è altrettanto valido del cartello “Help Wanted“.

Ironia della sorte, a volte vediamo entrambi i cartelli nello stesso stabilimento. Certamente una persona che offre i propri servizi di lavoro si sta candidando per qualche lavoro, sta cioè chiedendo soldi in cambio del proprio lavoro. Quando gli imprenditori incoraggiano tali candidature con i cartelli “Help Wanted“, coloro che rispondono non sono visti come importuni, mentre invece un agente di commercio è visto come qualcuno al di fuori del business che propone un’offerta per vendere un servizio o un prodotto.

Che dire invece del cartello che dice “Ci riserviamo il diritto di rifiutare il servizio a chiunque”? Si trattava di avvisi legalmente utilizzati dalle aziende americane, ma in seguito ad una serie di azioni per i diritti civili tali avvisi sono diventati illegali. Nei propri affari, l’imprenditore ha perso il diritto di rifiutare una transazione al prezzo indicato.

Lo Stato ha concesso al compratore il diritto di acquistare, non il diritto di fare un’offerta, ma il diritto di completare la transazione. Il venditore non è autorizzato a inserire una clausola di esclusione sull’offerta: “Non disponibile per i seguenti tipi di persone. . . “

Allo stesso modo, la recente legislazione che disciplina il cartello “Help Wanted” ha stabilito un obbligo legale per il datore di lavoro di considerare ogni candidato. Il datore di lavoro deve essere in grado di dimostrare in tribunale di non aver discriminato alcuni potenziali candidati di lavoro sulla base della razza, della religione, dello stile di vita sessuale o persino dell’intelligenza. Può essere citato in giudizio per aver rifiutato di assumere qualcuno, oppure per aver dato un lavoro a qualcuno senza pubblicizzare l’esistenza di tale posto di lavoro in un luogo pubblico.

“Non si assumono irlandesi” tali cartelli potevano essere visti nelle vetrine delle imprese di Boston nel 1850 e, per quanto ne so, ancora nel 1950. Un simile avviso non è più legale ed il diritto al lavoro è stato esteso ai membri di tutti i gruppi sociali. Questo ci riporta però alla domanda iniziale: esiste il diritto al lavoro? Siamo in presenza di una sorta di immunità concessa da un’autorità superiore? E in tal caso in cosa consiste questa immunità?

EMPLOYMENT ACT DEL 1946

Uno dei risultati di quella che è conosciuta come rivoluzione keynesiana nel pensiero economico è l’accettazione diffusa dell’idea che un governo nazionale abbia la capacità di creare condizioni legali ed economiche che porteranno alla piena occupazione.

Per “piena occupazione” in realtà non si intende realmente una condizione in cui tutti lavorano, ma piuttosto una situazione, non meglio specificata, che si avvicina alla piena occupazione.

Poiché si presume che il governo possa attuare politiche che produrranno molti posti di lavoro, accademici e politici ritengono che esso abbia l’obbligo morale di farlo.

Nel 1946, il Congresso approvò e il presidente Truman firmò l’Employment Act. Questa legge è ancora in vigore ed impegna il Presidente degli Stati Uniti a “promuovere la massima occupazione, produzione e potere d’acquisto”.

I difensori dell’economia di libero mercato sostengono, da molto prima di John Maynard Keynes (Cambridge 1883 – Tilton 1946), che il governo civile ha la capacità di creare condizioni favorevoli al pieno impiego di risorse, incluso il lavoro umano. Queste condizioni sono di tipo giuridico ed includono quanto segue: far valere nei tribunali i termini dei contratti e degli scambi volontari, perseguire le frodi e le violenze, rifiutare di fissare i prezzi o le condizioni di scambio per legge, mantenere basse le tasse e rifiutarsi di svilire l’unità monetaria.

Keynes non concordava con questi mezzi, ma certamente con l’obiettivo della piena occupazione. Nel 1936 sosteneva che le suddette condizioni giuridiche non sempre producono la piena occupazione ed affermava che, al contrario, esse possono e sono state causa di disoccupazione permanente. Sostenne la necessità di aumentare la spesa pubblica durante i periodi di disoccupazione, anche in eccesso rispetto ai ricavi ottenuti con la tassazione, ossia spendendo in deficit.

Keynes riteneva necessaria un’espansione dell’offerta monetaria per ripulire il mercato dai beni invenduti, in particolare il mercato del lavoro. In breve la creazione del moderno welfare-warfare state. Così la maggior parte dei più importanti intellettuali e politici al tempo della seconda guerra mondiale finì per considerare il diritto al lavoro come un diritto innato per tutta l’umanità.

Questo diritto è oggi definito come il diritto a ricevere un salario di sussistenza.

Il keynesiano considera il diritto del lavoratore ad essere impiegato come centrale per il funzionamento dell’economia, e quando i lavoratori offrono il loro lavoro, dovrebbe esserci qualcuno pronto ad assumerli. Se ciò non accade, allora ci deve essere qualche difetto nel funzionamento dell’economia. Insistono sul fatto che è responsabilità morale e legale dello Stato cercare le cause della disoccupazione. Il mercato libero avrebbe in qualche modo fallito, dunque deve essere costretto funzionare correttamente il che, per i keynesiani, significa “fornire lavoro a tutti coloro che lo cercano”.

Il diritto al lavoro viene inteso come un diritto a qualcosa, cioè all’occupazione, in altri termini come il diritto del potenziale lavoratore di far accettare la propria offerta di lavoro a qualcuno. Esso non è più considerato come l’immunità legale di un potenziale dipendente dalla coercizione statale nel fare un’offerta per vendere i suoi servizi e nemmeno come il diritto di un potenziale datore di lavoro di rifiutarsi di accettare questa offerta.

I DIRITTI DELL’UOMO SECONDO LE NAZIONI UNITE

L’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, meglio conosciuta come l’ONU, il 10 dicembre 1948, approvò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il preambolo riecheggia le parole di Jefferson – sebbene non il suo tipografo – nel sostenere l’esistenza di “diritti inalienabili di tutti i membri della famiglia umana. . . “Ancora una volta, parafrasando Jefferson, l’Articolo 3 recita:” Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della persona “. Il documento non commenta la fonte di questi diritti inalienabili, né l’appropriata istanza di esecuzione, né le sanzioni appropriate per la difesa di questi diritti universali.

L’articolo 23 è importante ai fini di questo studio, esso diviso in quattro sezioni, invoca il diritto al lavoro; quindi spiega cosa esso significa.

1. Ogni individuo ha il diritto al lavoro, alla libera scelta del lavoro, a condizioni di lavoro giuste e favorevoli ed alla protezione contro la disoccupazione.

2. Tutti, senza alcuna discriminazione, hanno il diritto alla parità di retribuzione per lo stesso lavoro.

3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri per sé e la sua famiglia un’esistenza degna della dignità umana e integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

4. Ogni individuo ha il diritto di costituire o unirsi ai sindacati per la protezione dei propri interessi.

Il diritto al lavoro implica anche il diritto a non lavorare e ad essere pagato. L’articolo 24 recita infatti: “Ogni individuo ha diritto al riposo e al tempo libero, inclusa una ragionevole limitazione dell’orario di lavoro e vacanze periodiche a pagamento”.

Vediamo qui la tradizionale applicazione socialista della frase. Il diritto al lavoro è inteso come diritto a un lavoro, e non solo ad un lavoro qualunque, ma un lavoro che fornisce uno standard di vita indefinito, ma confortevole.

IL DIRITTO DI ESCLUDERE

In un mondo di risorse economiche scarse , l’esclusione è inevitabile. In un mondo di scarsità, se il prezzo zero c’è una maggiore richiesta di alcune risorse rispetto alla quantità di esse disponibile. Pertanto, qualcuno deve essere escluso dall’accesso legale a queste risorse scarse. Più precisamente, a qualcuno deve essere data l’autorità legale per escludere altri dall’usare una risorsa scarsa. L’esclusione è un concetto inevitabile. Non è mai una questione di “esclusione contro nessuna esclusione”. È sempre una questione di chi viene escluso, chi lo esclude, a quali condizioni e imposte da chi.


In primo luogo, se il contratto di un lavoratore è scaduto e questo decide di chiedere più soldi o migliori condizioni al suo datore di lavoro, dovrebbe forse essere sottoposto ad un procedimento civile? Se ha il diritto di fare un’offerta per lavorare certamente no.

In secondo luogo, un lavoratore attualmente disoccupato cerca lavoro, ha il diritto di fare un’offerta ad un datore di lavoro per escludere un altro lavoratore che non ha un contratto che lo protegga? Dovrebbe cioè essere autorizzato a fare un’offerta di lavoro, e quindi ad escludere qualcun altro, senza la minaccia di sanzioni civili? Se c’è un diritto di offrire al lavoro, la risposta è sì.

In terzo luogo, il datore di lavoro ha il diritto di rifiutare l’offerta senza incorrere nel rischio di un procedimento giudiziario? Lo può fare se il diritto al lavoro è definito come il diritto di fare un’offerta. Il datore di lavoro, nel decidere quale offerta rifiutare, ha il diritto di accettare, ma anche di rifiutare di assumere qualsiasi lavoratore.

Il diritto di fare un’offerta è inevitabilmente il diritto di escludere, ossia il diritto di rifiutare un’offerta. Il lavoratore, ossia un venditore di servizi di lavoro in cambio di denaro, si presenta da un datore di lavoro e dice: “Assumi me”. Questo significa: “Non assumere un altro lavoratore per questo lavoro”. L’aspirante lavoratore fa questa offerta al datore di lavoro: “Escludi il mio concorrente da questo lavoro”.
Il datore di lavoro, ossia un venditore di denaro in cambio di servizi di lavoro, può scegliere di rifiutare l’offerta ed assumere un altro lavoratore. Forse perché il secondo lavoratore gli ha fatto un’offerta migliore egli quindi esclude l’aspirante lavoratore che ha fatto l’offerta iniziale.


Il diritto al lavoro è il diritto di fare un’offerta per escludere un concorrente senza la minaccia di incorrere in un procedimento giudiziario. Questo diritto non protegge la persona che fa l’offerta dall’esclusione da parte del datore di lavoro. Si limita a proteggerlo dal processo civile consentendogli di fare un’offerta volta ad escludere qualcun altro.

Lo Stato moderno ha ripetutamente adottato la definizione socialista del diritto al lavoro. Ciò era particolarmente vero prima degli anni ’50 negli Stati Uniti, ed è ancora il caso in gran parte dell’Europa occidentale. Applicata ai sindacati, questa legge riconosce il diritto di un gruppo di lavoratori ad organizzarsi insieme per escludere altri lavoratori dal fare un’offerta.

Tuttavia questo diritto non è semplicemente l’immunità dall’azione dello Stato; è anche una concessione di privilegio contro le eventuali rappresaglie economiche da parte del datore di lavoro. È più che un diritto; è una concessione di privilegio economico esecutiva in un tribunale civile. I membri del sindacato possono presentare la seguente offerta a un datore di lavoro: “Assumici ai salari che saremo disponibili ad accettare. Se rifiuti, non lavoreremo per te e ci appelleremo alle autorità civili per imporre sanzioni contro di te se assumerai altri al nostro posto “.

Questa versione del diritto al lavoro è diventata il diritto ad un lavoro specifico. Si dice che i lavoratori precedentemente organizzati secondo le norme che regolano l’attività sindacale hanno il diritto di escludere altri offerenti dai lavori che hanno abbandonato. Il datore di lavoro ha solo due opzioni: interrompere l’attività fino a quando il sindacato non capitola e i suoi membri tornano al lavoro, oppure offrire condizioni di lavoro accettabili per i rappresentanti sindacali. Il diritto di escludere si è spostato dal diritto di un lavoratore a fare un’offerta per escluderne un altro, e il diritto di un datore di lavoro di accettare una o nessuna delle due offerte al diritto attribuito ad un gruppo di lavoratori di escludere i loro concorrenti da un certo posto di lavoro.

Se un datore di lavoro contesta questo diritto assumendo membri non iscritti al sindacato per occupare tali posti di lavoro, il governo civile impone delle sanzioni a suo carico. Lo Stato ha revocato la sua concessione di immunità dall’azione dello Stato, ossia il diritto del datore di lavoro di fare le sue offerte.

La definizione originale di diritto al lavoro, ossia il diritto di fare un’offerta di lavoro in cambio di una retribuzione, è diventata il suo opposto: il divieto dei datori di lavoro di accettare determinate offerte di lavoro. Il diritto del datore di lavoro di escludere un lavoratore e assumerne un altro era stata la base legale del diritto di ogni potenziale lavoratore a presentare un’offerta: “Assumete me, licenziate lui.”

Questi diritti di esclusione sono correlati. Se il datore di lavoro non ha il diritto di escludere i lavoratori esistenti, il lavoratore attualmente disoccupato avrà solamente un limitato diritto al lavoro.

In nome del diritto al lavoro, così come definito dalle Nazioni Unite, il sistema di diritti correlati è stato abolito ed al suo posto è stato attuato un sistema che è quasi al suo opposto.

CONCORRENZA COME ESCLUSIONE

Ciò che non è facilmente compreso dalla maggior parte delle persone è la natura della competizione in un’economia caratterizzata dalla divisione del lavoro.

La competizione è sempre un’offerta ad escludere. Ogni offerta di vendita è necessariamente un’offerta al compratore di non comprare qualcos’altro, perché in un mondo di risorse scarse l’inclusione comporta l’esclusione.
Un’offerta di vendita può essere un’offerta per vendere beni e servizi. A causa delle convenzioni linguistiche, di solito non ci rendiamo conto che anche un’offerta di vendita di denaro è pur sempre un’offerta di vendita. Diciamo che un lavoratore guadagna il suo stipendio, ma questo confonde l’analisi, in realtà l’operaio “acquista” la sua retribuzione vendendo i suoi servizi. Allo stesso modo, si dice che il datore di lavoro assume lavoratori, ma anche questo modo di vedere confonde l’analisi. Il datore di lavoro compra i servizi dei lavoratori, momento per momento.

Parliamo di concorrenza tra acquirenti e venditori, ma ciò non è corretto, la concorrenza è tra coloro che vendono prodotti o servizi identici o simili. I venditori competono con altri venditori, mentre gli acquirenti competono contro altri acquirenti.

Nel tentativo di vendere questo articolo all’editore di The Freeman (n.d.t. rivista libertaria americana), non sono in concorrenza con lui, ma piuttosto con tutti gli altri autori che stanno cercando di vendergli i loro articoli .

L’editore di The Freeman non è in concorrenza con gli autori, ma con tutti gli altri acquirenti di articoli che potrebbero essere interessati a pubblicare gli scritti degli stessi autori interessati a scrivere articoli per The Freeman.

È nell’interesse del direttore di The Freeman attirare il maggior numero possibile di autori ed il solo limite è dato dalla sua capacità di leggere tutti gli articoli e di pagare per quelli che accetta.

Nel frattempo, è nell’interesse degli autori contattare tanti editori simili a quello di The Freeman disponibili sul mercato, e forse anche di più. Dopotutto, noi autori possiamo anche riuscire a vendere i nostri articoli a riviste che non sopravvivranno alla concorrenza, ma la cosa importante per noi è che gli assegni incassati prima degli effetti della concorrenza siano coperti.

Gli autori hanno il diritto di lavorare. Non esiste un’agenzia governativa che dovrebbe o che imporrà sanzioni contro gli autori, a meno che non siano autori di articoli su come rovesciare il governo con la violenza o su come commettere crimini. Ciò che gli autori non hanno è il diritto che i loro articoli vengano acquistati da qualche editore. Nessuna agenzia governativa minaccia alcun editore con sanzioni se l’editore restituisce un manoscritto ricevuto, o addirittura lo getta via. Il diritto dell’editore di rifiutare un manoscritto è correlato al diritto dell’autore di inviarlo. Qualsiasi manomissione di questi diritti correlati è una minaccia per la libertà degli autori e degli editori.

Ma c’è un altro soggetto minacciato da questo accordo: il consumatore.

AUTORITÀ DEI CONSUMATORI

Finora ho limitato questa discussione ai diritti ad escludere dei lavoratori e dei datori di lavoro omettendo i consumatori, tuttavia questa omissione, se non corretta, minaccia la nostra comprensione dell’economia.

Un autore deve compiacere un editore, ma piacere ad un editore è solo un mezzo per raggiungere un fine. Chi sia l’editore, a patto che abbia i soldi per pagare gli autori, o chi siano i lettori della sua pubblicazione (preferibilmente entrambi), è irrilevante per l’autore. L’editore è semplicemente un intermediario tra l’autore ed i lettori. L’autore è interessato a guadagnare lettori, è come un intrattenitore. Come disse una volta il cantante-chitarrista Bob Bennett (Downey, CA. 1955 – vivente, chitarrista e cantante cristiano) : “Apprezzo il pubblico. Senza pubblico, questa sarebbe una prova generale”.

Senza i lettori, un articolo pubblicato è poco più di un giornale non letto ed a nessuno piace scrivere articoli che non verranno mai letti.

Nota: quest’analisi non si applica agli articoli pubblicati su riviste accademiche, che sono letti raramente da chiunque tranne che dai loro editori. In questo caso, la semplice pubblicazione può comportare una continuità di impiego o un avanzamento di carriera. Questo sistema è chiamato “pubblicare o perire“, e si basa su un vasto sistema di coercizione dei contribuenti, licenze governative delle professioni e certificazione a livello di settore da parte di persone la cui unica abilità è scrivere lunghi saggi.

Il consumatore è l’agente finale dell’esclusione dal libero mercato, egli decide se vuole o non vuole comprare un prodotto o sostenere una causa con i suoi fondi. Impone sanzioni: positive e negative. I suoi soldi servono sia come carota che come bastone, anche se sono più simili alla prima. Il richiamo della carota motiva i venditori, e la minaccia di “non vendere” serve da bastone “applicato” sulle terga dei venditori.
Il consumatore ha il diritto di rifiutarsi di acquistare. Questo è il cuore del principio di libero mercato e della libertà di scelta. Ha il diritto di escludere, e lo fa ogni giorno.

Le moderne tecniche pubblicitarie sono utilizzate da eserciti di aspiranti venditori, tuttavia i consumatori imparano giornalmente ad ignorare una miriade di offerte. Il consumatore può anche non essere un acquirente esperto, ma è un non-acquirente altamente qualificato. E anche se talvolta compra qualcosa di cui non ha davvero bisogno, esclude comunque dalla sua considerazione milioni di oggetti di cui non ha bisogno.

In un mondo di risorse economiche scarse, nessun individuo può permettersi di acquistare gran parte di ciò che viene prodotto nel mondo. Se una violazione della libertà del mercato lo costringesse ad acquistare anche solo una piccola parte di tutte le cose che gli vengono offerte, andrebbe in bancarotta prima di sera. Avrebbe perso la sua capacità di includere ed escludere, la sua libertà rifiutarsi di comprare è centrale nella sua vita di uomo libero.

Il datore di lavoro è un agente economico dei futuri consumatori, assume e licenzia in base a ciò che si aspetta che i consumatori acquistino nei termini offerti, anche il lavoratore è un agente economico pagato dei futuri consumatori. I consumatori trattano i lavoratori in modo retroattivo attraverso i datori di lavoro, ma alla fine sono i consumatori che assumono e licenziano i lavoratori.

Agiscono attraverso rappresentanti economici, ma sono loro che agiscono. Parafrasando Amleto, il consumatore dice: “Comprare o non comprare; questa è la domanda.” La sua risposta determina chi vince e chi perde nel mondo dei venditori di beni (datori di lavoro) e dei venditori di servizi di lavoro (lavoratori).
Tutto ciò che infrange la capacità del lavoratore di offrire ai consumatori attraverso i datori di lavoro ostacola la libertà dei consumatori. Allo stesso modo, tutto ciò che infrange la capacità del datore di lavoro di offrire ai consumatori attraverso i lavoratori ostacola la libertà dei consumatori. Il diritto di escludere è centrale nell’ordine sociale del libero mercato. Il lavoratore ha il diritto di presentare un’offerta a un datore di lavoro per escludere altri lavoratori. Il datore di lavoro ha il diritto di accettare o rifiutare tali offerte dai lavoratori. Ma questi due diritti correlati sono subordinati al diritto dei consumatori di accettare o rifiutare le offerte dei venditori, i lavoratori e i datori di lavoro sono alla mercé dei consumatori.

CONCLUSIONE

Il diritto al lavoro è in definitiva il diritto di fare un’offerta ai consumatori. Il lavoratore che cerca lavoro non fa direttamente questa offerta ai consumatori, ma tramite il suo datore di lavoro.
I consumatori dominano il mercato del lavoro attraverso agenti economici, il datore di lavoro agisce come l’agente economico principale dei consumatori. Il suo capitale è a rischio, le sue decisioni sull’occupazione possono essere premiate od ostacolate dai consumatori, è la sua libertà di assumere e licenziare che mantiene l’autorità dei consumatori sul mercato per il lavoro.

Il diritto al lavoro così come definito dalle Nazioni Unite è un assalto all’autorità dei consumatori sul mercato del lavoro. La frase “diritto al lavoro” è intrinsecamente fuorviante. Nella migliore delle ipotesi, focalizza l’attenzione sul diritto di ciascun uomo come aspirante lavoratore di cercare un impiego ovunque voglia. Questa definizione non è illegittima, ma è pericolosamente incompleta. Nel peggiore dei casi, tuttavia, ridefinisce il datore di lavoro come l’agente economico del lavoratore.

Una società libera ha bisogno di molto più del diritto al lavoro. Ha bisogno del completo diritto a stipulare contratti volontariamente: il diritto del lavoratore, il diritto del datore di lavoro e, in definitiva, il diritto del consumatore di accettare o rifiutare offerte senza alcuna minaccia di coercizione da parte del governo civile.