La storia dimostra che le banche centrali non riescono a garantire la stabilità economica

Il mondo è stato spesso afflitto, specialmente durante gli ultimi cento anni, da periodi in cui l’economia sembrava muoversi sulle “montagne russe”, boom e bust, inflazione e recessione.

I principali responsabili di questi episodi destabilizzanti e dirompenti sono stati i governi e le loro banche centrali che hanno monopolizzato il controllo dei sistemi monetari e bancari delle rispettive nazioni e li hanno gestiti in modo pessimo. Non c’è davvero nessun altro colpevole se non loro.

Eppure, secondo alcuni importanti autori che godono di grande rispetto per quanto concerne tali questioni, il governo avrebbe svolto il compito di stabilizzare l’economia disturbata dal libero mercato.

Un recente esempio di questa linea di pensiero è costituito da un breve articolo di Robert Skidelsky intitolato ““Why Reinvent the Monetary Wheel?” Il Dr. Skidelsky è il noto autore di una biografia in tre volumi di John Maynard Keynes ed una voce di spicco in materia di politica pubblica in Gran Bretagna.

Skidelsky: il sistema delle banche centrali garantisce prezzi e mercati stabili

Egli si oppone a coloro che desiderano denazionalizzare e privatizzare il denaro ed il sistema monetario, critica cioè coloro che vogliono togliere il controllo del denaro e degli affari monetari dalle mani del governo e riportare il denaro e l’ordine monetario nella competizione del mercato privato. Si oppone a coloro che desiderano separare i soldi dallo Stato.

Skidelsky considera i sostenitori del Bitcoin e di altre “criptovalute” dei “quacks and cranks” (ndt. ciarlatani). Egli afferma che dietro ogni privatizzazione del sistema monetario riflessa in queste potenziali forme di moneta elettronica si possono vedere “i motivi più sordidi” del sogno di Friedrich Hayek di un libero mercato del denaro.

Il famoso economista austriaco nel 1976 aveva pubblicò una monografia sulla denazionalizzazione del denaro, in cui insisteva sul fatto che i governi sono stati la causa primaria della svalutazione della moneta e dell’inflazione cartacea nei secoli e fino ai nostri tempi e che a questo non poteva essere posto termine senza privare il governo del controllo e della creazione di denaro.

Secondo Skidelsky, qualsiasi cambiamento istituzionale di questo tipo sarebbe un disastro.

A suo parere, “le società umane non hanno scoperto un modo migliore per mantenere il valore del denaro approssimativamente costante che affidandosi alle banche centrali per esercitare il controllo dell’emissione di moneta e per agire direttamente o indirettamente sul volume di credito creato dal sistema bancario.”

Robert Skidelsky è uno studioso molto stimato ed è ben informato su molte delle importanti idee ed eventi politici ed economici del ventesimo secolo, di cui ha spesso scritto. Ma non si può fare a meno di domandarsi se le sue opinioni sulle banche centrali e sui governi dietro di loro negli ultimi cento anni non riguardino la vita su qualche altro pianeta, infatti le sue opinioni non rispecchiano assolutamente la realtà dei sistemi monetari della loro gestione da parte dei governi del pianeta Terra.

Il Gold Standard prima della Grande Guerra

Il ventesimo secolo è iniziato con tutte le principali nazioni del mondo dotate di sistemi monetari basati su qualche variante del Gold Standard. L’oro era denaro, il mezzo di scambio attraverso il quale venivano acquistati e venduti beni e servizi, e con il quale i risparmi di alcuni venivano trasferiti a mutuatari interessati e meritevoli del credito a fini di investimento attraverso l’intermediazione di banche ed altre istituzioni finanziarie simili. Esistevano sostituti del denaro sotto forma di banconote e conti correnti per ovviare agli inconvenienti ed ai costi di transazione legati all’uso di monete metalliche e lingotti in molti scambi quotidiani. Ma tali sostituti erano riconosciuti e visti come finzioni del “denaro reale”, cioè denaro in specie.

In generale si trattava pur sempre di un Gold Standard gestito dalle banche centrali e le “regole del gioco” del Gold Standard non sempre sono sempre state rispettate.

Secondo il principio generale del sistema aureo le banconote ed i conti di deposito potrebbero aumentare nel complesso del sistema bancario solamente quando si verificano aumenti netti della quantità di oro depositata in banca. A fronte di una maggiore quantità di oro potevano essere emesse nuove banconote come crediti corrispondenti. Viceversa, alllorché si fosse verificato un deflusso netto di oro dal sistema bancario causato dalla restituzione delle banconote agli emettenti a fronte del loro rimborso in oro, la quantità di banconote in circolazione doveva essere ridotta.

Sebbene questa “regola” fondamentale del Gold Standard non sia sempre stata rigidamente seguita dalle banche centrali nazionali, causando occasionalmente delle crisi finanziarie e talvolta anche “panico”, il sistema ha funzionato in modo sorprendentemente fluido, in generale e nel complesso, garantendo un ambiente monetario relativamente stabile per favorire e sostenere il commercio e gli investimenti globali nazionali ed internazionali. Quando periodicamente il sistema monetario subiva delle perturbazioni, la mala gestione del governo e delle banche centrali ne costituiva la causa principale.

La follia monetaria durante e dopo la prima guerra mondiale

Tutto ebbe termine con l’inizio della prima guerra mondiale nel 1914 quando le nazioni europee belligeranti abbandonarono il Gold Standard, emettendo banconote ed altri crediti bancari non più legalmente convertibili in oro. I governi usarono vari metodi diretti ed indiretti per fare in modo che le loro banche centrali finanziassero importi crescenti di prestiti tramite la creazione di moneta cartacea per coprire i costi bellici. Per usare le parole dell’economista inglese, Edwin Cannan, che descrisse in modo un po’colorito la situazione valutaria del suo paese, la Gran Bretagna presto soffrì di una “diarrea” di banconote per sostenere le spese militari.

Questo culminò nelle catastrofiche iperinflazioni che attanagliarono molti paesi europei negli anni immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale. I peggiori casi di iperinflazione furono sperimentati da Germania ed l’Austria. Soprattutto in Germania, la moneta cartacea era diventata praticamente inutile, l’iperinflazione terminò solo quando, nel novembre del 1923, venne introdotta una nuova moneta convertibile in oro.

Tuttavia, i nuovi sistemi monetari del dopoguerra differivano dal Gold Standard in essere prima della guerra. Nominalmente, le valute erano legate all’oro con nuovi tassi ufficiali di riscossione di un dato quantitativo di banconote in cambio di un’unità d’oro. Ma le monete d’oro venivano raramente impiegate nelle transazioni quotidiane, come invece accadeva spesso prima del 1914; l’oro era riscattabile solo in grandi quantità di lingotti, e pochi paesi avevano mantenuto significative quantità di oro in deposito presso le banche centrali. (si vedano i miei articoli “War, Big Government, and Lost Freedom,” e “Lessons from the Great Austrian Inflation”).

La Federal Reserve e l’avvento della grande depressione

Il breve ritorno all’apparente “normalità” economica con crescita e stabilità si ebbe a metà ed alla fine degli anni ’20, tuttavia, questa fase si concluse con il crollo del mercato azionario americano dell’ottobre 1929, che imperversò durante la “Grande Depressione” del 1930 e 1931. Ma perché è successo? Negli Stati Uniti, una delle principali cause, fu il tentativo della Federal Reserve di “stabilizzare” il livello generale dei prezzi in un periodo di crescita economica ed aumenti di produttività che altrimenti avrebbero probabilmente determinato un lento calo generale dei prezzi dovuto a maggiori output di beni e servizi prodotti a costi decrescenti. Ciò avrebbero permesso di vendere un numero crescente di prodotti a prezzi inferiori. In altre parole, quella che a volte è stata definita una “buona deflazione”. Ossia, l’aumento degli standard di vita attraverso un calo del costo della vita, situazione che non dovrebbe penalizzare la redditività di molte aziende allorché la possibilità di vendere a prezzi inferiori è dovuta alla capacità di produrre di più a costi di produzione inferiori.

La politica monetaria “attivista” della Federal Reserve volta a contrastare questo “buon” processo deflazionistico in nome della stabilizzazione del livello dei prezzi richiedeva un aumento dell’offerta di moneta e di credito nel sistema bancario spingendo i tassi di interesse al di sotto dei livelli determinati dal mercato, causando uno squilibrio ed una distorsione tra risparmi ed investimenti nel sistema economico americano.

Quando poi la Federal Reserve nel 1928 ed all’inizio del 1929 ridusse l’espansione monetaria si preparò il crollo degli ormai insostenibili investimenti basati sulla “carta”.

Sostanzialmente gli schemi di investimento non erano sincronizzati con i risparmi reali che avrebbero dovuto sostenerli. (ndt stante l’espansione monetaria e la manipolazione dei tassi di interesse gli investimenti eccedevano i risparmi disponibili squilibrando così il sistema).

Quello avrebbe potuto essere stato un “normale” e relativamente breve processo di recessione e di recupero venne perturbato prima dalle politiche fiscali e normative dell’amministrazione di Herbert Hoover (incluso un aumento “ammazza scambi” delle tariffe doganali USA che presto provocò ritorsioni da parte di altri paesi).

Il tutto fu amplificato fino ad un grado mai visto prima nella storia americana con l’avvento della presidenza di Franklin Delano Roosevelt e del New Deal nel 1933: l’imposizione di un sistema di pianificazione economica di tipo fascista nell’industria e nell’agricoltura; aumenti delle imposte ben al di là delle massicce crescite nella spesa pubblica attraverso il deficit di bilancio per realizzare “opere pubbliche” e progetti federali che aumentarono il debito pubblico; l’abbandono di ciò che nominalmente ancora rimaneva del Gold Standard, seguito dall’instabilità dei cambi e dall’espansione monetaria.

A tutto ciò si accompagnavano inoltre le rigidità salariali e dei prezzi dovute alla resistenza dei sindacati agli aggiustamenti dei salari monetari in un ambiente post-boom ed i prezzi delle merci congelati a causa dei regolamenti di stampo fascista della National Recovery Administration (NRA).

Il commercio internazionale subì una flessione derivante dalla rinascita a livello globale del protezionismo.

Si verificò inoltre una contrazione monetaria aggravata dal sistema a riserva frazionaria insito nel funzionamento della Federal Reserve che innescò una riduzione moltiplicativa del denaro e del credito all’interno ed all’esterno del sistema bancario allorché i prestiti bancari andarono male ed i depositanti “presi dal panico” corsero in banca a ritirare i propri risparmi.

Tutto ciò provocò la tragedia della Grande Depressione, che si trascinò per gran parte degli anni ’30.
In quale modo gli influssi dirompenti verificatisi durante ed immediatamente dopo la prima guerra mondiale, o le politiche monetarie sbagliate degli anni ’20 che causarono la Grande Depressione la cui gravità era dovuta alla cattiva gestione da parte della
Federal Reserve ed ai controlli e interventi anti-mercato governativi possano essere addebitati al “libero mercato”, come asserito da Skidelsky, va oltre le mie capacità di comprensione.

Cattive gestioni Governative e Monetarie dopo la seconda guerra mondiale

Ma forse Skidelsky si riferisce alle politiche monetarie delle banche centrali “illuminate” delle principali nazioni del mondo nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Gli anni immediatamente successivi al 1945 furono caratterizzati dalla “scarsità di dollari” causata della manipolazione governativa dei tassi di cambio, da esperimenti nella nazionalizzazione delle industrie, da forme di pianificazione “soft“, da periodiche crisi valutarie e da politiche fiscali spesso fuorviate.

Il signor Skidelsky non ricorda che negli anni ’60 la Gran Bretagna veniva considerata “la malata ” d’Europa a causa delle politiche fiscali, monetarie e regolatorie del governo, oppure del crollo della Lira in un’Italia che sembrava avere un nuovo governo ogni due settimane? Tutto ciò sarebbe stato causato dal “libero mercato”?

Egli non ricorda nemmeno la “stagflazione” degli anni ’70, e la sua apparente anomalia di prezzi in aumento accompagnati da una disoccupazione crescente che tanto confondevano l’establishment keynesiano dell’epoca.

In America tutto ciò ebbe inizio a partire dagli anni ’60 con i prestiti della Federal Reserve necessari per finanziare “burro e cannoni” della guerra in Vietnam ed i programmi della “Great Society” di LBJ.

Non furono forse le mani sagge e degne di fiducia del Consiglio dei Governatori della Federal Reserve, le cui politiche monetarie crearono tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 una delle peggiori flessioni dei prezzi nella storia americana, con tassi di interesse nominali a due cifre? Chiaramente un altro successo della costante pianificazione monetaria della Federal Reserve!
Che dire poi dell’esplosione della bolla high-tech della fine degli anni ’90, o del recente crollo finanziario ed immobiliare del 2008-2009? Che cosa li ha causati?

Alan Greenspan, “maestro” del sistema bancario centrale, ha preparato il terreno per queste crisi con misure “anti-deflazione” attuate in un momento in cui i prezzi non calavano creando insostenibili squilibri tra risparmi ed investimenti non molto diversi da quelli causati dalla disastrosa politica monetaria seguita dalla Federal Reserve negli anni ’20.


Con la successiva presidenza di Ben Bernanke, tra il 2003 e il 2008, i tassi di interesse erano, in termini reali, pari a zero o negativi e le agenzie immobiliari governative hanno potuto erogare mutui per decine di miliardi di dollari a favore di mutuatari non meritevoli. Ciò fu possibile grazie all’espansione monetaria ed ai prestiti artificialmente a basso costo garantiti dal governo. Anche questa è una colpa del “libero mercato”?

No. Le impronte digitali della Federal Reserve e delle agenzie federali sono ovunque su questa scena del crimine economica.

Togliere al governo il potere di stampare moneta

Eppure, secondo Robert Skidelsky, è del libero mercato che non ci si può fidare per integrare e coordinare il sistema monetario in modo competitivo e privato. Quanto peggio potrebbe essere un sistema bancario privato e competitivo, rispetto ai disastri monetari degli ultimi cento anni avvenuti sotto il controllo delle banche centrali, compresa la Federal Reserve americana?
Il punto non è se Bitcoin o altre criptovalute finiscano per essere il denaro scelto dal mercato o il denaro del futuro.

La questione fondamentale è se sia preferibile consentire la pianificazione centrale monetaria – con il suo imbarazzante ed orribile record di cento anni di denaro cartaceo – oppure rimuovere la mano del governo, diretta o indiretta che sia, dalla leva della stampa monetaria.
Ai governi non possono essere dati questo potere ed autorità
(ndt. creare denaro dal nulla), sia che essi operino direttamente o tramite le loro banche centrali.

Nel 1986, Milton Friedman tenne il discorso presidenziale alla Western Economic Association, in tale occasione affermò che dopo aver difeso per decenni la “ monetary rule“, ossia di un aumento costante o “automatico” del due o tre per cento nell’offerta di moneta in luogo di un approccio keynesiano più discrezionale, era giunto alla conclusione che tale sistema equivaleva a sputare controvento.

La Public Choice Theory, ossia l’applicazione delle categorie economiche all’analisi del funzionamento del processo politico, lo aveva persuaso che gli interessi personali a breve termine di politici, burocrati e gruppi di interesse speciali, unitamente alle pressioni cui sono sottoposti i responsabili di banche centrali solo teoricamente “indipendenti”, avrebbero sempre prevalso rispetto all’obiettivo della stabilità monetaria a lungo termine”.

In questo articolo e in altri scritti dello stesso periodo, Friedman non arrivò mai a chiedere l’abolizione della Federal Reserve o il ritorno al Gold Standard, tuttavia affermò che, osservando la storia monetaria del ventesimo secolo, sarebbe stato preferibile non aver mai avuto una Federal Reserve o aver abbandonato il Gold Standard.

Tradizionalmente il Gold Standard viene criticato per i suoi costi, ossia l’estrazione del minerale, il conio e l’immagazzinamento dell’oro, sostenendo che le risorse impiegate in tali processi potrebbero essere più produttivamente utilizzate in altro modo. Ebbene tali costi sono insignificanti rispetto ai costi che l’inflazione della carta moneta e le conseguenti recessioni e depressioni hanno scaricato sulla società.

Lo spaventapasseri di Skidelsky

Robert Skidelsky crea uno spaventapasseri quando tenta di impaurire le persone riguardo alle criptovalute non regolamentate che minaccerebbero la stabilità monetaria e dei prezzi nel mondo. Inoltre non riesce nemmeno a chiarire completamente la sua argomentazione. Da un lato, afferma che il Bitcoin ha un limite quantitativo predefinito circa la quantità in cui può essere creato ed avverte che, raggiunta la quantità massima, esso non avrebbe l'”elasticità” necessaria per soddisfare i crescenti bisogni monetari del futuro, ma subito aggiunge che una valuta come il Bitcoin potrebbe non avere un controllo integrato contro l’inflazione.

Bene allora, qual è il pericolo? La deflazione oppure l’inflazione dei prezzi espressi in Bitcoin?

Negli ultimi trent’anni è emersa un’ampia e dettagliata letteratura circa le possibilità e potenzialità di un sistema bancario privato e competitivo libero.

Numerosi economisti si sono dedicati ad analisi e descrizioni serie di un tale sistema bancario, studiosi come Lawrence H. White, George Selgin e Kevin Dowd, per nominare solo i tre più importanti, hanno dimostrato che una “moneta merce” il cui valore è stabilito dal mercato, unitamente ad un sistema bancario basato anch’esso sul mercato, funzionerebbero meglio avendo una maggiore capacità di coordinamento e con minori probabilità di instabilità monetaria e dei prezzi rispetto a quanto verificatosi negli ultimi 100 anni con il sistema delle banche centrali.

È spiacevole che uno studioso di solito attento ed acuto come Robert Skidelsky abbia scelto di minimizzare la realtà storica del fallimento del sistema bancario centrale e di non cimentarsi con la letteratura seria e reale sull’alternativa bancaria libera competitiva e privata.