Le risposte degli economisti non possono limitarsi all’economia

Nota: Il seguente estratto proviene dall’eccellente saggio di Wilhelm Röpke, A Humane Economy: The Social Framework of the Free Market, pubblicato la prima volta sessant’anni fa.

Una visione romantica unita al disprezzo moralista dell’economia, incluso il disprezzo degli impulsi che muovono l’economia di mercato e le istituzioni che lo sostengono, devono essere il più lontano possibile dal nostro menti così come l’economismo, il materialismo e l’utilitarismo.

Una delle eccessive semplificazioni con cui il razionalismo sociale distorce la verità è l’idea secondo la quale il comunismo sarebbe un’erbaccia che trova nelle paludi della povertà il proprio terreno ideale e che dunque può essere debellata migliorando lo standard di vita. Si tratta però di un equivoco fatale.

Tutti devono comprendere che la guerra mondiale contro il comunismo non può essere vinta con la radio, i frigoriferi ed i film sullo schermo panoramico.

Non si tratta di una competizione per stabilire chi offre i beni migliori, purtroppo per il mondo libero, il cui record in questo campo non può essere battuto, la verità è che si tratta invece di un conflitto profondo ed onnicomprensivo tra due sistemi etici nel senso più ampio del termine, una lotta per le condizioni stesse dell’esistenza spirituale e morale dell’uomo.

Nemmeno per un momento il mondo libero può vacillare nella sua convinzione che il reale pericolo del comunismo, più terribile della bomba all’idrogeno, è la sua minaccia di cancellare tali condizioni dalla faccia della terra.

Chiunque rifiuti quest’ultima, apocalittica prospettiva deve stare molto attento, e temere che prima o poi, e forse non altro che per debolezza o ignoranza, tradirà i più grandi ed alti valori che l’umanità abbia mai dovuto difendere. In confronto a questo, tutto il resto non conta nulla.

Se vogliamo essere risoluti in questa lotta, è giunto il momento di riflettere sui fondamenti etici del nostro sistema economico. A tal fine, abbiamo bisogno di una combinazione di suprema sensibilità morale e di conoscenza economica. Il moralismo ignorante in materia economica è altrettanto riprovevole dell’economismo insensibile ai principi morali.

Etica ed economia sono due soggetti ugualmente difficili, e mentre quest’ultima necessità di discernimento e ragionamento esperto, la prima non può prescindere dai valori umani.

Il geniale ignorante Benedetto Croce

Cominciamo con alcune domande che noi, in quanto economisti, possiamo porre a noi stessi. Siamo sempre certi dei nostri giudizi? Non siamo mai assaliti dal dubbio furtivo che, sebbene la sfera del pensiero e dell’azione umana con cui trattiamo sia una delle necessità primarie, potrebbe, per questa stessa ragione, essere di natura “inferiore”?

Primum vivere, deinde philosophari (prima vivere, poi filosofare) certamente, ma questo motto non riflette forse un ordine di precedenza? E quando il Vangelo dice che l’uomo non vive di solo pane, questo non implica forse un’ammonizione all’uomo che, una volta compiuta la sua preghiera per il pane quotidiano, deve dirigere i suoi pensieri verso cose superiori? Se siamo privi di tali scrupoli e dubbi, e questo non è certo motivo di orgoglio, altri sicuramente li porteranno alla nostra attenzione.

Io stesso ho avuto un’esperienza speciale a questo riguardo.

Alcuni anni prima della sua morte, ho avuto il privilegio di discutere con Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 – Napoli 1952, filosofo e fondatore del Partito Liberale Italiano), una delle più grandi menti della nostra epoca. Avevo avanzato la proposizione secondo cui ogni società, in tutti i suoi aspetti, è sempre un’unità in cui le parti separate sono interdipendenti e costituiscono un insieme che non può “assemblato” in base ad una scelta arbitraria. Sostenevo che questa proposizione, che è ora ampiamente conosciuta e che difficilmente viene messa in discussione, si applica anche all’ordine economico che deve essere inteso come una parte dell’ordine totale della società e deve corrispondere all’ordine politico e spirituale.

Non siamo liberi di combinare un qualsiasi tipo di ordine economico, per esempio quello collettivista, con qualsiasi tipo di ordine politico e spirituale, nello specifico quello liberale. Questo perché la libertà è indivisibile e non è possibile avere la libertà politica e spirituale senza scegliere anche la libertà nel campo economico rifiutando l’ordine economico collettivista necessariamente non libero.

Al contrario, dovevamo avere ben chiaro nella nostra mente che un ordine economico collettivista comporta la distruzione della libertà politica e spirituale. Per questa ragione l’economia è la prima linea nella difesa della libertà e di tutte le sue conseguenze per il modello morale ed umano della nostra civiltà.

La mia conclusione fu che soprattutto agli economisti spetta il compito, sia arduo che onorevole, di lottare per la libertà, l’individuo, lo stato di diritto e l’etica della libertà nella parte più vulnerabile del fronte. Gli economisti, dissi, dovevano indirizzare i loro migliori sforzi allo spinoso problema di come, nelle irritanti circostanze della moderna società industriale, un ordine economico essenzialmente libero possa comunque sopravvivere e come possa essere costantemente protetto dalle incursioni o infiltrazioni del collettivismo.

Questa fu la mia parte nella discussione in quell’occasione..

La stupefacente risposta di Croce fu che non esisteva alcuna connessione necessaria tra la libertà politica e spirituale da una parte e la libertà economica dall’altra. A suo avviso solo la prima importava: perché la libertà economica apparteneva ad una sfera inferiore ed indipendente in cui potevamo decidere a piacimento. Nella sfera economica, l’unica domanda riguardava la convenienza circa il modo in cui organizzare la vita economica, e questa domanda non doveva essere collegata alla questione decisiva ed incomparabilmente superiore della libertà politica e spirituale.

Le questioni economiche non riguardano il filosofo, che può essere liberale nei campi spirituale e politico e contemporaneamente collettivista in campo economico.

L’importante movimento per la difesa della libertà spirituale e politica veniva identificato con il liberalismo, come lo chiamava Croce, per distinguerlo dal liberismo, termine che designava la difesa della libertà economica.

Oggi il punto di vista di Croce difficilmente deve essere confutato ed anche i suoi seguaci non saranno inclini a difenderlo. Ma l’errore di Croce ha avuto un’influenza fatale sullo sviluppo degli intellettuali italiani e, per molti di loro, ha spianato la strada verso il comunismo. Il semplice fatto che un così eminente pensatore possa sbagliare così tanto sul ruolo delle questioni economiche nella società dimostra quanto sia necessario discutere a fondo questa domanda più e più volte.

I valori spirituali non costituiscono una semplice ‘decorazione”

Naturalmente nessuno si sognerebbe di negare che gli aspetti della società studiati dagli economisti appartengano al mondo dei mezzi, e non dei fini, e che i loro motivi e scopi, si collocano quindi ad un livello che è destinato ad essere più “basso”, se non altro perché è fondamentale ed alla base dell’intera struttura.

Questo dobbiamo concedere ad un uomo come Croce. Per fare un esempio drastico, ciò che interessa l’economia non è la nobile bellezza di una cattedrale medievale e l’idea religiosa che incarna, ma la questione mondana e concreta di quale posto occupino questi monumenti di religione e bellezza nell’economia globale della loro età. È il complesso di domande che, ad esempio, Pierre du Colombier (n.d.t. storico dell’arte, Coulommiers 1889 – Ballainvilliers 1975) ha discusso nel suo affascinante libro Les chantiers des cathedrales. Siamo pienamente consapevoli che ciò che ci riguarda come economisti è, per così dire, il lato prosaico e il rovescio del decoro.

L’interpretazione materialistica della storia considera la vita spirituale e politica delle nazioni una mera sovrastruttura ideologica delle condizioni materiali della produzione e noi, come economisti, siamo piuttosto sensibili nei confronti degli assunti di questa filosofia della storia che riduce ad inferiore ciò che è superiore. Questo sentimento dimostra l’infallibilità del nostro buon senso circa la genuina scala di valori.

Tutto questo è così ovvio che non dobbiamo sprecare altre parole, ma altrettanto ovvio è l’argomento con cui dobbiamo salvaguardare un posto adeguato nel mondo spirituale e morale per l’economia, che è la nostra sfera di conoscenza.

Quale superba arroganza c’è nel disprezzo delle cose economiche! Quale negligenza ignorante della mole di lavoro, di sacrificio, di devozione, di spirito pionieristico, di comune decenza e della coscienziosità da cui dipende la vita dell’enorme e crescente popolazione del mondo!

L’insieme di tutte queste umili cose sostiene l’intero edificio della nostra civiltà, e senza di esse non ci potrebbero essere né libertà né giustizia, le masse non avrebbero una vita degna degli esseri umani né vi sarebbe una mano caritatevole per nessuno. Siamo tentati di ripetere ciò che Hans Sachs dice con rabbia a Walter von Stolzing nell’ultimo atto di Die Meistersinger (n.d.t. I Maestri Cantori di Norimberga, opera di R. Wagner) : “Non disprezzare i maestri!”

Saremo tutti più autorizzati a farlo se, seguendo la giusta via di mezzo, ci difendiamo dall’esagerazione andando nella direzione opposta. Una visione romantica unita al disprezzo moralista dell’economia, incluso il disprezzo degli impulsi che muovono l’economia di mercato e le istituzioni che lo sostengono, devono essere il più lontano possibile dalle nostre menti così come l’economismo, il materialismo e l’utilitarismo.

L'articolo originale: http://www.theimaginativeconservative.org/2018/09/economists-must-answer-more-economics-wilhelm-ropke.html?mc_cid=ffcb37bcf9&mc_eid=1a189d7f86