Per una riforma esaustiva del sistema bancario

Articolo 1834 del Codice Civile italiano:

Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà, ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi. Salvo patto contrario, i versamenti e i prelevamenti si eseguono alla sede della banca presso la quale si è costituito il rapporto.

Articolo1782 del Codice Civile italiano:

Se il deposito ha per oggetto una quantità di danaro o di altre cose fungibili, con facoltà per il depositario di servirsene, questi ne acquista la proprietà ed è tenuto a restituirne altrettante della stessa specie e qualità. In tal caso si osservano, in quanto applicabili, le norme relative al mutuo.

Osservazione preliminare.

Come espresso dal Codice Civile italiano, aprendo oggi un contratto di deposito bancario i clienti non fanno altro che prestare denaro alla banca e da questo denaro la banca trae fondi per le sue attività di finanziamento.

I depositi irregolari e quindi anche quelli bancari sono pertanto (unicamente) dei prestiti (non è infatti il nome che dà identità a una norma o un accordo, bensì il suo senso).

Tuttavia, è espressione infelice affermare che nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà, dato che la proprietà non è un diritto che si può trasferire temporaneamente (a termine o a vista) ma può essere trasferito solo in maniera definitiva.

Se infatti vi fosse un trasferimento di proprietà della somma di denaro dal cliente alla banca, quest’ultima non avrebbe l’obbligo di restituire alcunché, neanche l’altrettante, cioè il tantundem eiusdem generis.

Di conseguenza, firmando oggi un contratto di deposito bancario, dato che stiamo parlando di un bene fungibile come il denaro, cioè di una cosa che si può mescolare indissolubilmente con altre cose dello stesse genere e qualità, si può considerare trasferita la proprietà degli oggetti materiali che rappresentano la somma di denaro, ma la somma di denaro in sé (che poi è quello che conta) subisce solo un trasferimento di detenzione e non può subire quindi anche un traferimento di proprietà.

E’ detentore chi ha la cosa nella propria disponibilità, ma senza comportarsi come titolare di un diritto reale, cioè sulla cosa, bensì in virtù di un titolo diverso, tale da fondare un rapporto obbligatorio tra le parti contrattuali.

Sia in un contratto di deposito che di prestito ad essere trasferita è in realtà solo la detenzione, dato che in entrambi è previsto l’obbligo di restituzione.

La differenza tra deposito e prestito sta quindi solo nel fatto che nel secondo tipo di contratto rispetto al primo si viene ad instaurare un rapporto obbligatorio tra le parti, dai fini e dai rischi imprenditoriali più ampi rispetto al primo, dato che nel prestito (per il prestatario) perde rilievo l’obbligazione della custodia ed entra contemporaneamente in gioco la facoltà di servirsi del bene consegnato.

Svolta questa osservazione preliminare, accingiamoci a trattare del vero tema del post.

Con l’espressione riserva frazionaria (o frazionata) si vuole intendere quella parte dei depositi bancari che le banche raccolgono ma non impiegano per concedere prestiti.

Ora (tralasciando nell’esempio qui di seguito la questione interessi sul capitale monetario prestato), se Tizio decide di prestare a Caio 1.000 euro ed è stato pattuito tra le parti che Caio dovrà restituire l’intero prestito il giorno x prefissato oppure a rate con scadenze sempre prefissate, che Caio poi impieghi tutti i 1.000 euro ricevuti in prestito o ne tenga tesaurizzata, cioè in riserva, almeno una parte è affare solo di Caio.

In altre parole, se il prestito è vincolato da scadenze, cioè è un prestito a tempo determinato, l’attività a riserva frazionaria non va a costituire alcuna variabile critica nel rapporto obbligatorio che si instaura tra le parti.

Diversamente, se Tizio decide di prestare a Caio 1.000 euro ed è stato pattuito tra le parti che Tizio in qualsiasi momento (con o senza periodo di preavviso) possa ritirare interamente o anche solo una parte di questa somma prestata, che Caio poi impieghi tutti i 1.000 euro ricevuti in prestito o ne tenga tesaurizzata, cioè in riserva, almeno una parte è affare non solo di Caio, ma anche di Tizio.

In altre parole, se il prestito non è vincolato da scadenze e può essere pertanto ritirato a vista, cioè è un prestito a tempo indeterminato, l’attività a riserva frazionaria va a costituire certamente variabile critica nel rapporto obbligatorio che si instaura tra le parti, dato che più la percentuale di riserva sarà bassa più rischioso può divenire tale rapporto contrattuale di prestito.

Riportando il tutto all’interno del sistema bancario, nel primo caso stiamo parlando di deposito bancario vincolato nel secondo di un deposito bancario a vista.

Gli attuali contratti di conto corrente (ma anche i conti deposito in cui il capitale depositato non è vincolato) sono quindi dei depositi a vista e pertanto sono dei prestiti a tempo indeterminato, che il cliente correntista fa ad una banca.

A questo punto domanda:

I prestiti a tempo indeterminato soddisfano il rispetto dei diritti di proprietà, sono quindi un’ipotesi legittima?

Risposta:

Sì, se sono il frutto di una scelta libera delle parti in causa, cioè se nessuna delle parti che acconsente a porre in essere questo tipo di contratto subisce vizio della sua volontà.

Qui sorge il problema con i nostri conti correnti, dato che attualmente è praticamente impossibile per una persona adulta essere parte integrante e nello stesso tempo davvero attiva della società senza possedere questo strumento tecnico che è il conto corrente.

Stabilita quindi ormai quest’indispensabilità pratica, il sistema bancario dovrebbe regolarsi di conseguenza, il che vorrebbe dire che ogni banca dovrebbe mettere a disposizione del mercato due tipi di conto corrente, per far sì che non si possano rilevare neanche delle sfumature di vizio di consenso nella sottoscrizione di un contratto di conto corrente:

uno che funzioni come un vero è proprio contratto di deposito (a titolo finanziariamente oneroso per il cliente correntista, salvo che non sia stato espressamente voluto come gratuito), l’altro come un vero e proprio contratto di prestito (a titolo finanziariamente oneroso per la banca, salvo che non sia espressamente voluto come gratuito) magari chiamandoli anche nella maniera più appropriata, cioè deposito (bancario in) conto corrente e prestito (bancario in) conto corrente, in modo tale da non dare adito ad ambiguità.

In un sistema bancario così costruito la riserva frazionaria non desterebbe neanche il benché minimo profilo coercitivo, perché questa sarebbe senza se o ma una scelta pienamente libera di ogni individuo adulto che si approccia a firmare un contratto di conto corrente con una banca.

I prestiti di somme di denaro come tutte le attività umane sono attività imprenditoriali e in quanto tali presentano sempre un margine di rischio d’impresa, il che, alla fine, vuol dire che obbligo di restituzione non equivale ad affermare certezza di restituzione (in tal senso, una banca diventa insolvente nei confronti dei suoi clienti quando le richieste di prelievo superano le riserve disponibili).

Tuttavia, qualora il debitore si dimostri essere inadempiente nei confronti del proprio creditore è tenuto al risarcimento del danno, con tutti i suoi beni presenti e futuri, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile (ed è per questo che nessuna banca ha interesse a farsi trovare concretamente insolvente nei confronti dei propri clienti).

In definitiva, l’unica differenza intrinseca che c’è tra un prestito a tempo determinato e uno a tempo indeterminato risiede nel fatto che nel secondo rispetto al primo il rischio d’impresa si presenta come tendenzialmente più elevato.

In ogni caso, se un contratto di prestito a tempo indeterminato viene sottoscritto in assenza totale di vizi del consenso il rispetto dei diritti di proprietà tra le parti contrattuali è assicurato.

Così facendo, avremo dato luogo ad una riforma esaustiva del sistema bancario.

Rimarrebbe aperto il problema del sistema monetario, che rimarrà tale fintanto che il denaro sarà considerato un bene da produrre su base politica e non economica, fintato cioè che non verrà dissolto completamente non solo il concetto di banca centrale di emissione, ma anche il concetto di una singola valuta a corso legale (in linea di principio) coincidente con il territorio di una nazione.

Detto quanto, si noti bene che, anche qualora sia sistema bancario che sistema monetario fossero riformati nei suddetti sensi, la possibilità di impiegare denaro contante resterebbe comunque un’opzione indispensabile sotto l’ottica di una governance davvero liberale, dato che questa possibilità d’impiego rappresenta una restrizione del potere politico che non dipende dalla buona volontà o dall’intelligenza degli operatori politici di turno.