Il velenoso totalitarismo economico di Keynes

È con estremo piacere che oggi ospitiamo sulle pagine virtuali del Mises Italia questo articolo di Marco Marinozzi, col quale si vuole presentare il suo lavoro magistrale di traduzione in italiano del capolavoro di Henry Hazlitt, “The Failure of New Economics”. Il sottoscritto, quindi, non ha potuto fare a meno di accettare la proposta di scrivere la Prefazione italiana dell’opera tradotta. Questo perché il testo di Hazlitt dovrebbe essere presente sullo scaffale di ogni individuo che si definisce amante della libertà e della libertà economica. Il lavoro di Hazlitt corregge un grande errore di Hayek ai suoi tempi: confutare punto per punto la “Teoria Generale” di J. M. Keynes, l’origine di tutti i mali economici del nostro presente. E adesso grazie allo sforzo accademico encomiabile del collega Marco Marinozzi, anche in Italia si può  fruire dell’immensa saggezza e precisione dello spirito Austriaco presente nell’opera originale di Hazlitt. Il plauso a quest’ultimo va soprattutto per la volontà di sciropparsi un libro mal scritto, confusionario, contraddittorio e insensato; ciononostante il lavoro di smontaggio delle tesi keynesiane è chirurgico e inattaccabile. Come Bohm-Bawerk si prese la briga di annientare le tesi sballate e sciocche di Marx, così Hazlitt decise di sobbarcarsi l’onere di spazzare via il presunto prestigio acquisito dall’economia keynesiana. Oggi, Marco Marinozzi e io stiamo cercando di estendere questa confutazione anche al mercato italiano, in modo da rendere il keynesismo lo zimbello del mondo accademico economico così come accadde col marxismo dopo il 1989. È possibile acquistare il testo, “Il Fallimento dell’Economia Keynesiana”, su Amazon al seguente indirizzo: https://amzn.to/2MsniMf
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di Marco Marinozzi

“La teoria generale della produzione, che questo libro cerca di offrire, si adatta meglio alle condizioni di uno stato totalitario rispetto alla teoria della produzione e della distribuzione di un volume dato di produzione, ottenuta in condizioni di libera concorrenza e di prevalente laissez-faire” (John Maynard Keynes – Introduzione dell’edizione tedesca della General Theory)

Nel lontano 1936, ricordiamoci questa data, il mondo assistette all’inizio di quella che sarebbe dovuta essere una “nuova era”, per la precisione una “nuova economia”[1], ed in un certo senso lo fu. L’ancien regime economico, che possedeva le cattedre accademiche di tutto il mondo, depose le armi e decise di accogliere il nuovo “verbo” senza nemmeno il bisogno di chiedere spiegazioni. L’opera che segna la fine di questa egemonia, porta la firma di John Maynard Keynes brillante accademico di inizio del XX secolo, fedele discepolo di Alfred Marshall e Pigou. Inutile dire che percorse strade ben diverse da quelle tracciate dai suoi maestri. La “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” segnò profondamente la ricerca economica e dettò l’agenda politica dei successivi ottant’anni. A mio personale giudizio l’approccio della scuola ortodossa ed anche dalla Scuola Austriaca nei confronti di un tale personaggio è stato del tutto sbagliato. Troppa rabbia, troppa acrimonia è stata lanciata contro un vero milord. Keynes fu un brillante uomo accademico, dalla parlantina facile e dall’umorismo tagliente. Assiduo frequentatore, se non vero e proprio ospite carismatico, del Circolo Blomsbury vero cuore pulsante della “borghesia aristocratica” inglese di inizio 1900. Non si può non vedere nell’opera di Keynes quella di un vero poeta, un’artista del linguaggio. Il suo spirito profondamente scherzoso, gli permise di rispondere per le rime a tutte le obiezioni che gli furono avanzate, pertanto ad un’affermazione economica classica che recita “l’equilibrio verrà raggiunto nel lungo periodo”, un tale artista non può che rispondere “nel lungo periodo siamo tutti morti”. Non ha bisogno di grafici se non per rappresentare la sua vera arte creatrice che guarda alla matematica come al karma un devoto indiano. La realizzazione dei sogni più remoti del politico e del burocrate, diventano di carne dentro questo libro. Non si comprende Keynes senza guardare alla sua opera come alla realizzazione della bi-zona di Oronzo Canà che funziona e che spinge la Longobarda ai vertici della classifica. Non si può opporre resistenza di fronte alla creazione di un linguaggio ermetico e aulico di siffatta caratura:

È “impossibile per tutti gli individui allo stesso tempo risparmiare qualunque somma data. Ogni tentativo del genere di risparmiare di più riducendo il consumo influenzerà così i redditi che lo stesso tentativo necessariamente distruggerà.” (John M. Keynes)

Amici miei atto I si inchina e devotamente ossequia un siffatto capolavoro.

“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. …. È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.”

Nella Teoria Generale andiamo oltre. Va aggiunta la classe propria dell’aristocratico e lo humor tipico del uomo medio d’oltremanica. È tale la capacità realizzativa che l’incomprensibilità del linguaggio attribuisce ulteriore valore all’opera dimostrando senz’ombra di dubbio che si tratti della Capella Sistina in formato di libro. E così i suoi seguaci ammirati dal loro maestro non possono che scrivere:

“È un libro scritto in modo pessimo, è mal organizzato; qualsiasi profano che compra il libro, ingannato dalla reputazione dell’autore, viene truffato dei suoi 5 scellini. Non è idoneo per l’uso in classe. È arrogante, mal-temperato, polemico e non sufficientemente generoso nei suoi riconoscimenti. Abbonda di storie illusorie e confusione…… in sintesi, è il lavoro di un genio.”[2]

E poi il capolavoro, la vera catarsi:

“vale la pena ripeterlo, la General Theory è un libro così oscuro che dovrebbero essere gli anti-Keynesiani a trovarsi in una posizione scomoda”[3]

Si capisce sempre di più perché in fondo “come se fosse antani” è roba da dilettanti quali noi italiani siamo. Ed anche il 5-5-5 assume una dimensione troppo materialistica di fronte al moltiplicatore keynesiano. Le leggi della fisica si inchinano di fronte alla possibilità di moltiplicare il pil praticamente all’infinito. Solo in questo senso si può comprendere il perché Marx non sia mai riuscito a vedere le scogliere di Dover, nemmeno in cartolina, o meglio le ha viste ed è stato sonoramente devastato.

“Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione.” (Karl Marx)

Un mantenuto, sempre sui libri, pupillo del suo mentore Engels, senza il quale probabilmente sarebbe stato costretto a lavorare ed a scoprire sulla sua pelle l’assurdità della teoria del plusvalore. Uno studioso vorace di idee, capace di creare un intero universo nella mente che però vedeva solo lui e che di fronte alla classe british ha dovuto abbassare le armi e dichiararsi sconfitto.

“Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi” (John Maynard Keynes)

Questa è vera classe, questa è arte. Dire la stessa cosa in modo diverso e far passare l’ascoltatore dalla propria parte.

“Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per consentire di avvicinarci alla occupazione piena; sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi coi quali la pubblica autorità collabori con la privata iniziativa. […] I controlli centrali necessari ad assicurare l’occupazione piena richiederanno naturalmente una vasta estensione delle funzioni tradizionali di governo.” (John Maynard Keynes)

Questo è un vero capolavoro. Sfido chiunque a leggere più di tre pagine de “Il Capitale” di Marx e di reprimere il proprio istinto primordiale ad assopirsi di gusto. La Teoria Generale è piena di battute e riletture storiche in cui viene alternato il tono melodrammatico con lo scherzoso proprio come se si assistesse alla rappresentazione di un’opera lirica, certo con qualche nota stonata, ma che infondo rende il tutto molto più accattivante. Risulta più chiara la frase caustica di Rothbard quando afferma che l’accademia classica “si arrese alla nuova moda senza combattere”. Bisognava attendere che nascesse un uomo tutto d’un pezzo, concreto e meticoloso nell’esposizione. Un uomo che disse pane al pane e vino al vino e non avesse alcun rimorso nel dire “il re è nudo”, con la semplicità tipica del bimbo di tre anni e l’autorevolezza del giornalista formato nelle stanze del Wall Street Journal quando era ancora un ragazzo. Un tal uomo non poteva che nascere dall’altra parte dell’Atlantico e non poteva che formarsi dove l’attività economica ed industriale rappresentava la vera ragione di vita perché non esistevano né l’aristocrazia né i circoli Londinesi sopravvissuti alla belle epoque. Al massimo ci si poteva ritrovare a chiacchierare dell’ultimo raccolto di fronte ad una pinta di birra o in alternativa ad una bella steak dal peso di 4 libbre di razza longhorn. Ci voleva un cowboy occidentalizzato, senza cappello e senza colt, o meglio con la colt a forma di bic comodamente adagiata nella tasca interna della giacca, pronta ad essere sfoderata al momento opportuno.

Perché di fronte all’apoteosi della poetica matematica keynesiana, dove il PIL = Consumi + Investimenti + Spesa Pubblica + Export –Import, Henry Hazlitt risponde a tono

“L’acquisto di una casa è una spesa per consumo o per investimenti? Se la compri come fosse una casa è considerato un consumo di beni, ma se tu la compri per affittarla a qualcun altro è un investimento. Questo verrebbe applicato anche ad un’automobile o ad una falciatrice. Beni di “consumo” e beni di “investimento” non sono necessariamente tipi diversi di beni: cambiano la loro natura in base al loro stato di utilizzo nelle cui mani si trovano, o in base al cambiamento di finalità dei loro proprietari.

È senza pietà la logica espressa come è senza pietà il sarcasmo che già traspare dalla pagina di copertina e nella scelta del titolo “The Failure of the “New Economics””. La scelta delle virgolette è una ciliegina che dovrebbe lasciare davvero l’amaro in bocca, non tanto per il fischio nelle orecchie che deve aver sentito Keynes nell’aldilà, quanto piuttosto per il fatto che alla fine non è stata creata nessuna “nuova economia” ma piuttosto un “nuovo socialismo”. Marx avrebbe forse avuto un sorriso di soddisfazione nel vedere il suo diretto rivale accostato alla sua teoria, e sentirlo come un figliol prodigo che però decise di non tornare più alla casa del padre. Hazlitt cita:

“Da ciò Keynes estrae il magico “moltiplicatore degli investimenti” k. “Esso ci dice che, quando c’è un incremento degli investimenti aggregati, il reddito crescerà di un ammontare che è K volte l’incremento degli investimenti.” (p.115)

Cerchiamo di trovare un linguaggio più semplice di quello che Keynes sta usando ora. Lo spiega nella pagina successiva:

“Ne consegue, perciò, che, se la psicologia di consumo della comunità è tale che sceglierà di consumare, per esempio, nove decimi dell’incremento di reddito, allora il moltiplicatore k è 10; e l’occupazione totale generata dalla (per esempio) crescita dei lavori pubblici sarà dieci volte l’occupazione primaria fornita dai lavori pubblici stessi” (pp 116-117).”

Di fronte a questo capolavoro di demolizione della fisica senza nemmeno toccarla (ora provate a sostenere che non fosse un vero genio?), Hazlitt non può che rispondere molto semplicemente.

“Quale ragione spinge a supporre che ci sia qualcosa come il “moltiplicatore”? O che sia determinato dalla “propensione al consumo”? O che l’intero concetto non sia solo un giocattolo inutile, ma quel genere di cosa tristemente familiare creata unicamente per dei magheggi monetari?”

Ed infine

“Se gli investimenti sono un decimo del reddito, il reddito sarà dieci volte gli investimenti, etc etc. Allora, con qualche salto azzardato, questa relazione “funzionale” e semplicemente formale (o terminologica) viene confusa con una relazione causale. Quindi la relazione causale si regge da sola ed emerge la sorprendente conclusione che più grande è la proporzione di reddito speso e più piccola rappresenta la frazione in investimenti, maggiormente questi investimenti si devono “moltiplicare” per creare il reddito totale! Devo ammettere come tutto ciò risulti fantastico, ma non mi capacito come Keynes arrivi a pensare che tale relazione matematica causale debba esistere.”

Un bella sberla senza tanti complimenti. Ma l’artista insiste

“Non dovrebbe essere difficile rappresentare un grafico della propensione marginale al consumo per ciascuna fase di un ciclo economica partendo dalla statistica (se fosse disponibile) del reddito aggregato e investimenti aggregati di periodi successivi. Attualmente, comunque, le nostre statistiche non sono ancora abbastanza precise.” (John Maynard Keynes)

Ed il giornalista risponde

“Prima di dirci cosa avremmo trovato, avrebbe potuto almeno attendere che le statistiche fossero rese disponibili.”

KO tecnico per impossibilità di proseguire il match.

Tuttavia si può comprendere il perché, in fondo, la teoria generale abbia messo radici profonde, tanto che oggi non si parla più nemmeno in ambito accademico della bontà di una moneta onesta, ma la moneta fiat e l’indebitamento statale come motori dell’economia sono leggi scritte nella pietra. Mostrare le crepe delle colonne portanti di questa impostazione genera derisione e scherno. Le diatribe moderne proposte da MMT, Sovranismo e Mercantilismo certificano che non si è nemmeno più in grado di sviluppare una sana autocritica. La frase di apertura dell’articolo è drammaticamente vera, il sistema politico odierno (perché il sistema keynesiano non rappresenta una teoria esclusivamente economica) non è compatibile con la libertà, è un sistema che a causa dei suoi stessi errori e limiti è costretto ad oscillare da un socialismo più invasivo ad uno più accomodante, non rinunciando al modello di partenza, per paura o per convenienza, le motivazioni in fondo sono irrilevanti. Cosi ci troviamo nel 2018 ancora a ribadire che 2+2 non fa 5 e che la libertà economica è un bene molto prezioso.

“Come il comunismo rappresentava il quadro di riferimento ultimo di tutto ciò che accadeva in una società comunista, così la liberal-democrazia rappresenta il quadro di riferimento ultimo per tutto ciò che accade in una società liberal-democratica. […..] In altre parole, era nella natura del vecchio regime che ogni cosa dovesse essere comunista ed essere chiamata comunista. Non c’era la famiglia, ma la famiglia comunista, non c’era l’educazione, ma un’educazione comunista, non c’era la società, ma una società comunista, non c’era la morale, ma una morale comunista, non l’arte, ma un’arte comunista Nel comunismo l’aggettivo “comunista” era una parola pigliatutto: tutto ciò che era comunista era superiore a qualunque cosa non-comunista. Mi sono accorto che anche nella democrazia moderna “democratico” è diventata una parola pigliatutto, così come “non democratico” è una dura espressione di condanna.” (Ryszard Legutko)

Così si stanno ricreando le basi che credevamo di avere definitamente sepolto a Berlino nel 1989 ed invece senza cambiare le fondamenta instabili dell’edificio questo sarà sempre in balìa degli imprevisti che non perdonano mai. Il reale e legittimo desiderio di avere un mondo giusto ed equo, senza povertà e senza differenze sociali crea mostri di cui è difficile liberarsi.

“Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato.” (Leone XIII)

Così ci si dimentica della storia e di quanto ci era stato insegnato e quello che sembra un semplice mostro si rivela essere in realtà la maschera di un viso ancora più orribile

“Si dice che Lenin abbia dichiarato che il miglior modo per distruggere il Capitalismo fosse la corruzione della moneta. Attraverso un continuo processo di inflazione (monetaria), gli stati possono confiscare, segretamente ed inosservati, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini. In questo modo non la confiscano solamente, ma lo fanno arbitrariamente; e, mentre tale processo impoverisce la maggior parte delle persone, ne arricchisce una ristretta minoranza. Lo spettacolo di questo riarrangiamento arbitrario dei ricchi mette in dubbio non solo la sicurezza, ma la fiducia nell’equità dell’attuale redistribuzione della ricchezza. Coloro i quali ricevono questa manna dal cielo, oltre i loro desideri e perfino oltre le loro aspettative, diventano “profittatori,” l’oggetto dell’odio della borghesia e del proletariato impoveriti dall’inflazionismo. Al progredire dell’inflazione e con una fluttuazione selvaggia del valore reale della valuta, tutte le relazioni permanenti tra debitori e creditori, che costituiscono il fondamento ultimo del capitalismo, diventano talmente disordinate da diventare quasi senza senso; ed il processo di redistribuzione degenera trasformandosi in un gioco d’azzardo ed una lotteria. Non vi è mezzo più subdolo e sicuro per rovesciare l’attuale base della società se non quello di svalutare la valuta. Il processo coinvolge tutte quelle forze nascoste proiettate verso la distruzione, e lo fa in un modo che solo un uomo su un milione è in grado di diagnosticare.” (John Maynard Keynes – The Economic Consequences of the Peace (1919, p. 235-6)

Cosi osa rispondere Hazlitt a distanza:

“E uno dei vantaggi di una “politica monetaria flessibile” è che uno può sistematicamente imbrogliare i creditori e così ridurre “il peso del debito” (p.268). E, certamente, “visto il peso eccessivo di diversi tipi di debito, può essere solo una persona inesperta” (pp.268-269) che esiterebbe nel tosare i creditori pagandoli attraverso una moneta deteriorata piuttosto che producendo un aggiustamento salariale onesto.”

La frode elevata a sistema economico e la sua generale accettazione è un vero trionfo, non c’è nemmeno bisogno di ripeterlo, a mio avviso è un capolavoro letterario. Così mentre il criceto continua a girare la sua ruota nella gabbia, nemmeno si chiede perché esista una ruota e perché debba girarla; il burattinaio stringe sempre di più le sbarre senza che il criceto nemmeno se ne accorga. E via a scervellarsi su quanto debba essere l’attrito della ruota e sul numero di giri che occorre fare ogni giorno per sopravvivere. Hanno vinto senza sorrisi, senza ironia e senza sarcasmo e la vittoria capolavoro sta nell’incoscienza generale della sconfitta. Il tiranno non ama la libertà, non ama la persona perché sfugge al suo controllo. L’operatore economico che è soggetto alle leggi definite dagli accademici è l’apoteosi del sistema totalitario e si è più rispettati quanto più ci si avvicina al modello così artificiosamente definito. L’opera di Hazlitt è fondamentale per svegliarsi dal torpore o quantomeno per iniziare una critica sana ed onesta, verso la realtà politica ed economica che ci circonda e mettere in discussione non solo la ruota ma anche le sbarre che si stringono, facciamolo se non altro per noi stessi.

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Note

[1] La teoria keynesiana venne ribattezzata in inglese “New Economics”.

[2] Citazione di Paul A. Samuelson tratta dal The Development of Economic Thought, ed. by Henry William Spiegel (New York: Wiley, 1952), p. 767.

[3] Ibid.

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