il mercato e la macroeconomia

Una delle maggiori controversie della scienza economica riguarda il cosiddetto meccanismo economico automatico di adattamento, dato un regime di concorrenza assolutamente libera.

In tal senso, nella visione classica, possono esistere solo intervalli brevi di tempo in cui non sussistono piena utilizzazione della capacità produttiva e piena occupazione, in altre parole a livello macroeconomico non possono esistere sprechi, distorsioni ed inefficienze persistenti.

In sintesi, i classici dicono che tutti i prezzi e quindi anche i salari si muoveranno velocemente e di conseguenza anche le risorse in esubero da uno specifico mercato all’altro si muoveranno velocemente.

Sempre in tal senso, nella visione keynesiana possono invece esistere periodi di tempo indefinitamente lunghi in cui non sussistono piena utilizzazione della capacità produttiva e piena occupazione, in altre parole a livello macroeconomico possono esistere, ed è molto probabile che ci saranno, sprechi, distorsioni ed inefficienze persistenti.

In sintesi, Keynes ed i keynesiani dicono che tutti i prezzi e quindi anche i salari molto probabilmente si muoveranno lentamente e di conseguenza anche le risorse in esubero da uno specifico mercato all’altro molto probabilmente si muoveranno lentamente.

Nel merito di questa disputa c’è da fare essenzialmente quattro osservazioni.

Queste osservazioni in qualche modo ci fanno capire come partendo dalla considerazione del sistema economico complessivo non troveremo mai tutte le informazioni fattuali necessarie a fornire una spiegazione esauriente per un fenomeno complesso come il mercato.

In primo luogo, il giudizio sulle dimensioni temporali è sottoposto anch’esso al rapporto tra cose ed essere umano e quindi è sempre opinabile.

Lo stesso lasso di tempo in relazione ad un determinato evento può essere infatti considerato breve da Tizio, medio da Caio e già lungo da Sempronio e ciò non esclude il fatto che gli stessi individui possano poi cambiare la loro considerazione.

Per queste dimensioni temporali, come per ogni cosa, ci sarà senz’altro una valutazione di mercato del momento (da intendersi come valori che escono fuori dalla comparazione tra le diverse valutazioni soggettive del momento), ma cosa oggi possa essere generalmente considerato un meccanismo economico automatico di adattamento che agisce in tempi brevi, in tempi medi e in tempi indefinitamente lunghi appare difficilmente comprensibile.

In secondo luogo, va esaminato il problema dell’efficacia in relazione all’efficienza.

L’efficacia sta ad indicare la capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato, mentre l’efficienza sta ad indicare l’abilità di farlo impiegando i mezzi minimi indispensabili.

Essere pertanto efficace ma senza alcuna efficienza si dimostra essere, nel tempo, in qualche modo controproducente.

Per essere in qualche misura efficienti e non solo efficaci, bisogna conoscere un numero sufficiente di circostanze particolari di tempo e di luogo e rispetto a queste conoscenze ogni individuo si trova in vantaggio rispetto a tutti gli altri, dato che possiede informazioni uniche.

Di conseguenza, le conoscenze particolari di tempo e di luogo tendono maggiormente a sfuggire alla comprensione e quindi all’azione di efficientamento da parte della pianificazione economica centralizzata che non al meccanismo economico automatico di adattamento.

In terzo luogo, chi può conoscere e come si fa a conoscere il confine tra disoccupazione volontaria e disoccupazione involontaria?

La definizione sana di piena occupazione corrisponde a quella di assenza di disoccupazione involontaria.

Tuttavia, chi sa poi se Tizio si trova in uno stato disoccupazione perché effettivamente non riesce a trovare alcun posto di lavoro indipendentemente dalle sue esigenze o perché non riesce a trovare alcun posto di lavoro che soddisfi le sue esigenze o perché sta preferendo comunque a tempo determinato o indeterminato  la disoccupazione a qualsiasi impiego (subordinato, parasubordinato, in proprio) o perché un posto di lavoro non lo sta cercando a sufficienza.

Soltanto Tizio può sapere la verità e questa verità pertanto non può essere conosciuta da alcun agente esterno, sia esso un familiare, un giudice o un legislatore.

In pratica, la disoccupazione involontaria non può essere osservata e pertanto non può essere misurata, ma soltanto stimata in modo che ciascuno di noi può ritenere più o meno plausibile e, alla fine, ciò significa che rimane imperscrutabile.

Quel che possiamo affermare con sicurezza è che la ricerca di un posto di lavoro o l’apertura di un’attività diventano più facili quanto meno le aree sono chiuse da barriere d’ingresso e d’uscita.

Detto quanto, è necessario infine ricordare che per una comunità il tasso di occupazione ha sicuramente un’importanza rilevante, ma pur sempre un’importanza rilevante secondaria, dato che la fortuna economica di una comunità dipende prima di tutto dalla vivacità imprenditoriale e dalle capacità gestionali dei suoi membri.

Di conseguenza, data una certa entità di popolazione, più occupazione non solo non  significa automaticamente più ricchezza complessiva, ma potrebbe invece arrivare addirittura a significare minore ricchezza complessiva se questa maggiore occupazione è stata ottenuta peggiorando il livello di efficienza allocativa (se non fosse così, basterebbe assegnare per decreto un’occupazione o un reddito a tutti per non sentir più parlare di veri e propri problemi economici).

In quarto luogo, chi può conoscere e come si fa a conoscere il massimo livello di prodotto che si può sostenere con un dato stato di tecnologia e di entità della popolazione senza cadere nell’inflazione?

Il prodotto effettivo, come spiegazione teorica delle connessioni causali dell’economia è qualcosa di insoddisfacente quando non è fuorviante, ma quantomeno si può osservare e quindi può essere misurato.

Il cosiddetto prodotto potenziale, come la disoccupazione involontaria, non è invece neanche osservabile, quindi non può essere misurato ma può essere soltanto stimato in modo che ciascuno di noi può ritenere più o meno plausibile e, alla fine, ciò significa che rimane imperscrutabile.

Se questo prodotto potenziale è imperscrutabile, allora non possiamo determinare quando prodotto effettivo e prodotto potenziale non corrispondono e benché meno determinare l’entità degli intervalli di tempo in cui il prodotto effettivo diverge dal suo livello potenziale.

Da tutto ciò discendono due regole di condotta per una buona politica.

Queste regole di condotta possono essere descritte di buona politica perché considerano come dominante sotto il profilo normativo la capacità di generare efficienza da parte dell’assetto istituzionale e non elevati livelli di prodotto e di occupazione.

La prima regola di condotta è che ogni società per essere civile e prosperare deve necessariamente dotarsi di vincoli ed obblighi pubblici codificati, ma questi vincoli ed obblighi non si devono mai tradurre in veri e propri ostacoli all’attuazione degli opportuni adeguamenti di prezzi, salari e risorse, perché quando avviene questa traduzione le limitazioni all’azione degli individui non producono alcun reale vantaggio collettivo.

Questi vincoli e obblighi pubblici devono pertanto consentire non solo che sul piano della legalità l’attuazione degli opportuni adeguamenti non venga paralizzata, ma neanche rallentata “in eccesso”.

Non possiamo infatti predire in modo deterministico con quale dinamicità prezzi, salari e risorse si muoveranno, dato che non esiste una legge di natura a questo riguardo.

Tuttavia, circa la dinamicità di attuazione degli opportuni adeguamenti di prezzi, salari e risorse possiamo fornire delle pattern predictions, ossia delle predizioni qualitative, di comportamento e di tendenza e in tal senso si può affermare che al calare del peso degli elementi pubblicistici aumenta lo stimolo per ottenere un’accelerazione al compimento delle variazioni opportune.

La seconda regola di condotta che i governi dovrebbero rispettare è quella di considerare un programma di gestione diretta della domanda aggregata nell’economia come un’opzione che può funzionare in maniera appropriata solo in presenza di un contesto divenuto strutturalmente anormale, cioè solo quando qualche forza o evento così straordinario ed esogeno agli aspetti strutturali endogeni dell’economia ha generato una riduzione della domanda aggregata tale da far “facilmente e largamente” supporre di aver drammaticamente modificato le aspettative economiche.

Il suddetto programma deve inoltre osservare il requisito di essere “concentrato” nel tempo.

In base all’obiettivo da perseguire, esistono regole di condotta che vanno nella giusta direzione ed altre che vanno nella direzione sbagliata.

Se l’obiettivo è promuovere i benefici reciproci le suddette regole di condotta vanno nella giusta direzione.