La Fed non è “impazzita”: perché i tassi di interesse devono salire

La performance economica degli Stati Uniti è tornata a essere considerata normale e, nonostante i tassi di interesse più elevati, la politica della Fed sta ora sostenendo, piuttosto che frenare, l’espansione economica.

Il Presidente Trump ha criticato nuovamente la Federal Reserve la settimana scorsa, individuando la banca centrale come “la più grande minaccia” al successo della sua amministrazione. In precedenza, ha accusato la Fed di essere “impazzita” alzando i tassi di interesse troppo rapidamente. Molti osservatori della Fed da lungo tempo sono stati colti di sorpresa da queste osservazioni sincere, poiché i precedenti presidenti si sono deliberatamente trattenuti dal commentare le azioni politiche della Fed.

Tuttavia, il Presidente Trump ha una preoccupazione legittima. I funzionari della Federal Reserve vedono tassi di interesse più alti, se necessario, per impedire l’aumento dell’inflazione. Ma i tassi più alti rendono anche i prestiti più costosi per le famiglie che vogliono acquistare nuove case e automobili e per le aziende che vogliono espandersi e creare più posti di lavoro. Pertanto, le osservazioni del presidente ci invitano a chiedere se c’è qualche verità nell’accusa che la Fed sta aumentando i tassi troppo rapidamente mettendo così a rischio l’espansione economica. Fortunatamente, gli ultimi dati suggeriscono che la Fed non è “impazzita”. I recenti aumenti dei tassi di interesse sono giustificati data la rinnovata forza dell’economia statunitense.

La relazione della Fed con il PIL nominale

Il grafico sottostante appare nel documento di sintesi che ho preparato per la riunione della settimana scorsa, dello Shadow Open Market Committee, un gruppo di economisti indipendenti che si riunisce regolarmente per commentare la politica della Federal Reserve, mostra il tasso di crescita annuale del PIL nominale negli Stati Uniti che si estende fino al 1990. Il PIL nominale misura il valore totale in dollari di tutti i beni e servizi prodotti nell’economia, trimestre per trimestre. Misura anche il reddito totale guadagnato dai lavoratori e dalle imprese statunitensi negli stessi periodi.

Per due ragioni, la crescita del PIL nominale fornisce preziose informazioni sulla rinnovata forza dell’economia e sul ruolo della Federal Reserve nel sostenere quella forza, che è proprio la preoccupazione del presidente. Innanzitutto, la crescita nominale del PIL è la somma di due componenti: crescita del PIL reale e inflazione. Quindi sintetizza in una singola statistica quanto bene sta facendo la Fed nel soddisfare entrambi i lati del suo doppio mandato per la massima crescita sostenibile e una bassa inflazione. In secondo luogo, come “variabile nominale” cioè: una crescita in dollari nominali in dollari è sotto il controllo della Fed a lungo termine perché la Fed gestisce l’offerta di moneta fissando i tassi di interesse. Quando la Fed permette all’offerta di moneta di aumentare rapidamente, sono disponibili più dollari per pagare gli stessi beni e servizi, facendo crescere anche più rapidamente il PIL nominale. Al contrario, quando la Fed agisce per rallentare il tasso di crescita dell’offerta di moneta, anche la crescita del PIL nominale rallenta. Quindi, le tendenze nella crescita del PIL nominale forniscono preziose informazioni sul fatto che la politica monetaria della Fed sia troppo espansiva, troppo contraccettiva o giusta.

Per inserire i dati più recenti nel contesto storico, le linee rosse e verdi, nel grafico, mostrano le medie su due periodi distinti. La prima, che va dal 1990 al 2007 e contrassegnata dalla linea verde, mostra che la crescita del PIL nominale è stata in media del 5,3% all’anno prima della crisi finanziaria. Il secondo, che va dal 2010 al 2017, esclude i peggiori anni della crisi e la recessione per concentrarsi sulla ripresa ostinatamente lenta che seguì. Durante questo periodo, la linea rossa mostra che la crescita media del PIL nominale è scesa di 1,5 punti percentuali, pari a solo il 3,8 percento all’anno. Poiché la crescita del PIL nominale è una variabile che la Fed dovrebbe essere in grado di controllare su periodi lunghi fino a sette anni, da questo confronto risulta che: pur mantenendo i tassi di interesse vicini allo zero e ampliando le dimensioni del proprio bilancio in maniera massiccia attraverso tre cicli di allentamento quantitativo, la Fed ha faticato a fornire lo stimolo monetario necessario all’economia durante e dopo la crisi e la recessione.

Tuttavia, ancora più sorprendente è il modo in cui le condizioni economiche e monetarie sono migliorate recentemente. Come mostra chiaramente il grafico, la crescita del PIL nominale è in costante aumento dall’inizio del 2017. Infatti, negli ultimi quattro trimestri per i quali sono disponibili i dati, da metà 2017 a metà 2018, il PIL nominale è cresciuto del 5,4% , che è quasi uguale al tasso medio con cui è cresciuto prima della crisi. Questo numero mostra che la performance economica degli Stati Uniti è tornata a essere considerata normale e, nonostante i più alti tassi di interesse, la politica della Fed sta ora sostenendo, piuttosto che frenare, l’espansione economica.

La politica della Fed dovrebbe tornare alla normalità

Questo ci riporta al Presidente Trump, che sicuramente ha anche svolto un ruolo importante nell’aiutare l’economia a tornare alla normalità sostenendo la riforma fiscale e riducendo l’onere normativo per le imprese americane. Ma con il ritorno dell’economia alla normalità, è ovvio che anche la politica della Federal Reserve torni alla normalità. L’obiettivo del tasso di interesse della Fed, ora appena superiore al 2 percento, rimane piuttosto basso rispetto agli standard storici. Se la Fed cede alle pressioni del Presidente Trump e continua a mantenere bassi i tassi d’interesse, mentre la robusta performance economica continua, la crescita del PIL nominale accelererà ulteriormente. L’inflazione supererà quindi l’obiettivo della Fed, richiedendo in seguito una correzione ancora più costosa.

Sulla base delle cifre di crescita del PIL nominale, sappiamo che nel 2016 la Fed stava ancora lottando per fornire uno stimolo monetario necessario all’economia. Ora, lo stesso indicatore rivela che la più grande sfida della Fed consiste nel ridimensionare il grado di aggiustamento monetario in misura sufficiente per evitare un eccessivo svantaggio dell’inflazione ed il rinnovato vigore dell’economia rende più facile farlo. Anche se in apparenza può sembrare che il presidente e la Fed siano in disaccordo, infatti stanno lavorando insieme per facilitare una crescita economica più forte con prezzi stabili.

L'articolo originale: https://fee.org/articles/the-fed-hasnt-gone-crazy-why-interest-rates-need-to-go-up/