Euro: benefici e costi della moneta unica europea

Vent’anni fa, nel gennaio 1999, la moneta unica europea nasceva come
moneta di conto, vale a dire impiegata nella contabilità di banche ed
imprese e tre anni dopo, nel gennaio 2002, è divenuta moneta di scambio
con l’effettiva circolazione di banconote e monete metalliche emesse e
utilizzate nei Paesi aderenti.

A vent’anni di distanza possiamo fornire un quadro essenziale dei benefici e dei costi della moneta unica europea.

Per quanto attiene i benefici ne possiamo sostanzialmente fornire tre.

Il primo beneficio della moneta unica europea è quello di diminuire i
costi di transazione tra i Paesi aderenti: gli agenti economici attivi
nei Paesi che adottano l’euro, non devono più cambiare crediti e debiti
passando da una valuta all’altra di ciascun Paese e quindi non
sostengono più quei costi connessi al cambio valutario.

Il secondo beneficio è connesso al fatto che, non dovendo più
convertire un prezzo da una valuta all’altra, consumatori e imprenditori
possono godere di una maggiore e/o più veloce comprensione dei prezzi e
pertanto acquistare e vendere senza le difficoltà di convertire il
prezzo da una valuta all’altra.

Il terzo beneficio consiste nel fatto che la moneta unica europea
evita ovviamente che all’interno della sua area i diversi governi
nazionali possano effettuare speculazioni sui tassi di cambio tra
diverse monete; perseguire sistematicamente una politica economica di
aumento delle esportazioni attraverso svalutazioni del proprio tasso di
cambio alla lunga produce seri danni al potere d’acquisto dei propri
cittadini e può avere come conseguenza anche un forte rallentamento nel
commercio internazionale.

Per quanto attiene invece i costi, tutto gira attorno a due questioni
che, essendo variabili a seconda del percorso battuto dall’eurozona e
dall’Unione Europea, possono far aumentare, diminuire o addirittura
azzerare questi stessi costi.

La prima questione riguarda la moneta unica europea come unione dei trasferimenti.

Nell’attuale impostazione globale, il denaro viene istituzionalmente
trattato come un bene da definire su basi semplicemente politiche, il
che comporta necessariamente una cattiva definizione e difesa dei
diritti di proprietà sul denaro.

In ogni nazione, infatti, in qualunque suo tempo e luogo, per
l’estinzione di un’obbligazione pecuniaria emessa al suo interno ci sono
strumenti di pagamento di una relativa valuta che per legge devono
essere necessariamente accettati (pertanto questa valuta si dice avente
corso legale stabilito in linea di principio); in tale contesto, la
violazione dei diritti di proprietà è implicita anche nel corso forzoso
(cioè nel fatto che il soggetto emittente la valuta non converte in
alcun modo gli strumenti di pagamento espressione della sua valuta nel
loro equivalente in metallo prezioso).

Questa cattiva definizione e difesa dei diritti di proprietà sul
denaro è ormai un fatto dato per ordinario, quello che non è ordinario
all’interno dell’eurozona è che ad oggi esistono più Stati fiscalmente
indipendenti che coesistono con un unico sistema bancario centrale
(BCE).

Se c’è uno Stato fiscalmente indipendente per ogni sistema bancario
centrale, ogni Paese è da solo nel dover sostenere i costi di un
eventuale deficit di bilancio statale, ma se ci sono più Stati
fiscalmente indipendenti che fanno riferimento ad un solo sistema
bancario centrale, i costi di un deficit di bilancio di uno Stato
possono essere in parte traslati sugli altri Paesi aderenti allo stesso
sistema.

Nel contesto di più Stati fiscalmente indipendenti che coesistono con
un unico sistema bancario centrale, il costo marginale di fare un più
ampio deficit viene ridotto quando uno Stato riesce, tramite deficit, a
inflazionare più velocemente di quello che fanno gli altri.

Con il termine inflazione (a scanso di equivoci) si vuole intendere
un eccesso di mezzi di pagamento sulla domanda non corretto
tempestivamente da un meccanismo di compensazione interbancaria.

Come conseguenza della sua attuale architettura, cioè più Stati
fiscalmente indipendenti che coesistono con un unico sistema bancario
centrale, la moneta unica europea tende a cadere vittima di un conflitto
permanente tra i governi degli Stati membri per il controllo
dell’offerta di moneta.

La seconda questione trae origine dal concetto di area monetaria ottimale.

In un’unica area monetaria, unica è la moneta (da intendere come
moneta a corso legale imposto in linea di principio), ma ovviamente sono
unici anche il tasso d’interesse, determinato dalla anch’essa unica
banca centrale, e il tasso di cambio con le valute estere.

In questo contesto, avere strutture salariali e dei prezzi non rigide
e avere un’elevata mobilità delle capacità imprenditoriali e dei
lavoratori devono divenire fattori ancora più concretamente esistenti,
per evitare che si venga a creare una situazione di mancata preminenza
dello sviluppo economico integrato in confronto alla stabilità monetaria
acquisita attraverso la moneta unica.

Strutture salariali e dei prezzi non rigide significa adottare delle
economie di mercato; in tal senso, (tralasciando ora la questione della
cattiva definizione e difesa dei diritti di proprietà sul denaro) il
problema è che almeno alcuni Paesi dell’eurozona anche se per
l’organizzazione economica partono dal principio di avvalersi del libero
sistema dei prezzi utilizzano poi una varietà di interventi pubblici di
una portata tale da distorcere (ancor di più, se teniamo sempre
presente la questione sul denaro poc’anzi ricordata) questo stesso
sistema dei prezzi.

In quanto a distorsioni dell’economia di mercato, anche l’Unione Europea è poi arrivata a giocare la sua parte.

La stessa Unione Europea, infatti, ad oggi produce soprattutto una
tendenza dirigista: in cambio di sostegni che dovrebbero aiutare a
risolvere alcune difficoltà congiunturali del singolo Paese membro, i
burocrati dell’Unione Europea, che rispondono all’Unione solo in quanto
blocco unico, richiedono ai politici del singolo Paese membro la
consegna di maggior potere normativo; una volta consegnato, questo
potere non viene più che altro usato per contenere i costi sociali del
mercato dovuti dalla sua continua evoluzione, ma viene più che altro
usato per tentare di guidare l’intera attività economica dell’Unione in
funzione di alimentazione di questo stesso potere.

Per quanto riguarda invece l’argomento dell’elevata mobilità delle
capacità imprenditoriali e dei lavoratori, in questo caso per l’eurozona
il problema è che alla situazione attuale non solo non esistono regole
che favoriscono per tutta l’area ingressi e uscite dall’occupazione, ma
anche che le varie popolazioni che la compongono non si riconoscono
spontaneamente in una lingua comune.

In conclusione, possiamo fare le seguenti considerazioni.

Una comunità o un sistema politicamente integrato di più comunità che
si struttura su un’economia di mercato satura di elementi pubblicistici
o secondo un’economia pianificata finisce nel tempo per creare
forzature nel calcolo e nel coordinamento economico tali da rendere più,
anziché meno, fragile la comunità o il sistema integrato di più
comunità (più ci si allontana da un’economia di mercato più la fragilità
aumenta).

L’assenza o la carenza di una leva culturale comune costituiscono
invece problemi distinti, ma questi problemi inseriti all’interno di
un’economia di mercato satura di elementi pubblicistici o di un’economia
pianificata tendono a fornire ulteriore carburante alle disfunzioni
connesse a questi due tipi di organizzazione della vita economica.