La Divisione del Lavoro è Fondamentale per la Crescita Economica

La
teoria economica moderna tende a trattare la produzione, il processo
di generazione del consumo stimato in un mercato, come una funzione
svolta all’interno delle imprese e quindi fuori dalla portata del
mercato (Coase
1937). Le
imprese sono considerate come una “scatola nera” che
trasforma le materie prime (input) nel prodotto finito (output)
secondo una “funzione di produzione” calcolabile e
formalizzata, e sia gli input che gli output sono scambiati a prezzi
competitivi nelle transazioni di mercato. Il mercato, di conseguenza,
è visto semplicemente come un mezzo per allocare efficientemente le
risorse attraverso il meccanismo dei prezzi. Lo sviluppo e la
produzione di specifici beni e servizi che sono direttamente valutati
dai consumatori sono considerati molto meno importanti.

Al
contrario, gli Austriaci enfatizzano i processi causali nell’economia
e quindi prestano molta attenzione alla produzione
– il modo in cui il valore è creato attraverso la soddisfazione dei
bisogni del consumatore – e alla teoria del capitale
– come i fattori produttivi sono utilizzati per sostenere la
produzione. Gli austriaci riconoscono che il processo di
specializzazione del mercato consiste e dipende da una complessa
struttura di risorse produttive. Questa struttura supporta processi
di produzione indiretti (roundabout)
che sfruttano l’utilizzo di beni intermedi non fissi (realizzati
appositamente) per migliorare la produttività. Un tale apparato di
produzione avanzato dipende dall’utilizzo specifico dei beni
capitali (capitale fisso) che facilita l’acquisizione dei fattori di
produzione attraverso fasi volte a soddisfare infine i bisogni dei
consumatori.

Questa
prospettiva distintamente Austriaca sul mercato come processo
di produzione

è l’argomento di questo capitolo, con un’enfasi specifica su come
vengono apportati cambiamenti all’apparato produttivo dell’economia
o alla struttura del capitale. L’obiettivo è quello di esaminare le
implicazioni del capitale e della struttura produttiva del mercato e
quindi illustrare uno specifico problema teorico assente in modo
evidente nell’analisi Austriaca. Una possibile soluzione a questo
problema è quella di prendere in considerazione le soluzioni
possibili rese disponibili dagli attori del mercato che svolgono
attività d’impresa. In questo senso, questo saggio delinea il
ruolo dell’impresa all’interno della teoria della produzione e del
capitale.

Produzione
e Struttura del Capitale Fisso

I
beni capitali possono essere definiti come “i beni realizzati
che devono essere ulteriormente combinati con altri fattori
produttivi al fine di fornire i beni di consumo finali ai
consumatori” (Rothbard
2004 [1962], p. 299). Questi beni intermedi o “realizzati” che
possono soddisfare solo indirettamente i bisogni dei consumatori
finali, sono un
passaggio necessario per incrementare il consumo”.

(Rothbard 2004 [1962], p. 966; Nel
loro insieme, compongono “una struttura intricata, delicata e
intrecciata di beni capitali (Rothbard
2004 [1962], p. 967; Lachmann 1978 [1956]), una
struttura produttiva
che nella sua attuale lunghezza e forma è configurata per soddisfare
bisogni (dei consumatori) già anticipati dagli imprenditori.

Una
struttura produttiva è composta da specifici beni capitali, che sono
a loro volta una combinazione di altri beni capitali e di fattori
produttivi nuovi. È assemblata e configurata in modo specifico per
uno scopo specifico (Lachmann
1978 [1956]) ed
è gestita da manodopera specializzata. Nel processo produttivo
l’elemento tempo è molto importante poiché questo deve essere
eseguito nei tempi giusti. La realizzazione di un processo produttivo
per mezzo di beni capitali già esistenti e di supporto richiede
tempo, così come la produzione dei beni capitali utilizzati nel
processo. La struttura di produzione esistente è stata integrata e
configurata in passato ed è utilizzata nel presente per produrre
beni di consumo disponibili in futuro.

Il
tempo, quindi, è al tempo stesso una limitazione e un fattore di
produzione: a causa della sua irreversibilità, “pone l’utilizzo
futuro di alcune risorse al di fuori della nostra portata nel
presente e quindi rende impossibile anticiparne l’uso” (Hayek
1941, p. 52). In
altre parole, non possiamo concepire una produzione specializzata
senza capitale (fisso). Persino riconoscere che esiste una struttura
di capitale che supporta la produzione in più fasi, alla fine appare
insufficiente per comprendere appieno il processo di produzione.
Pertanto, sono evidenti i limiti di una teoria della produzione non
supportata da una teoria del capitale comprensiva del processo e che
spieghi la dinamica
della struttura: come e perché la struttura produttiva ha assunto
una certa forma e come e perché la struttura cambia nel tempo. Come
vedremo, la concezione Austriaca della produzione soggetta ad una
struttura eterogenea del capitale produttivo, indica un problema
relativo alla strutturazione delle funzioni nell’apparato produttivo
di un’economia. Questo problema non esiste in un modello di economia
semplice come quello di Robinson Crusoe, ma è potenzialmente
inefficiente in un mercato altamente specializzato, e richiede un
modello di produzione integrato unito a capacità imprenditoriali.

Produzione
Indiretta in Assenza di Capitale Fisso

Immaginiamo
che una persona P,
in un mondo senza capitale, decida di fabbricare un prodotto A
al fine di renderlo disponibile per i consumatori nel libero
mercato. Nella misura in cui il processo di produzione richiede (o è
più produttivo con) capitale, questi beni capitali devono prima
essere prodotti. A prescindere dalla complessità del processo
produttivo specifico, l’unico modo possibile per realizzare la
produzione di A
è di produrre innanzitutto i beni intermedi necessari, come
strumenti e macchinari, e quindi, in un secondo momento, utilizzare
questi ultimi per produrre A.
Per realizzare tutto ciò, P
accumula quindi le risorse necessarie, si industria per creare i
mezzi necessari al processo di produzione e quindi produce il bene
finale. Grazie al lavoro svolto da P
per
fondare la struttura di produzione necessaria al processo produttivo
previsto, il sistema economico ora dispone dei beni capitali (mezzi
di produzione). Questi beni capitali conferiscono a P
un
vantaggio competitivo sul mercato permettendo una capacità
produttiva unica (Barney 1995; 1991), che aumenta il valore
complessivo della produzione finale nell’economia. L’effetto
diretto di una ” maggior struttura del capitale, è l’aumento
della produttività marginale
del lavoro” senza richiedere un incremento “dell’energia
utilizzata per il lavoro” (Rothbard
2004 [1962], p. 578). Il
capitale facilita un utilizzo più produttivo del lavoro in quanto è
essenzialmente un’estensione di questo. In questo senso,
l’investimento che crea “risorse non-permanenti
ci
consente [il mercato] di mantenere la produzione in modo permanente
a un livello superiore a quello che sarebbe possibile senza di esse”
(Hayek
1941, p. 54). Nel
complesso, lo sforzo di P
ha portato a una situazione in cui i fattori originali – terra e
lavoro – sono utilizzati in modo più efficiente, rispetto a prima,
per soddisfare le esigenze dei consumatori. La produzione è
diventata più indiretta.

I
fattori di produzione originali sono utilizzati in maniera più
efficiente e la produzione così strutturata acquista maggior
valore, misurato dalla valutazione soggettiva dei consumatori che ne
beneficiano.
Pertanto,
come gli Austriaci indicano già negli scritti di Menger (2007
[1871]), il valore di mercato del capitale prodotto dipende dai
benefici che ne traggono i consumatori. Quindi il valore non può
essere stabilito fino a quando il consumatore finale non esprime la
sua valutazione attraverso l’azione del mercato (acquisto del
prodotto). Il valore di mercato del capitale prodotto – il mezzo
indiretto
per soddisfare i bisogni dei consumatori – dipende quindi dal
valore che i consumatori in definitiva attribuiscono al bene di
consumo finale prodotto (Mises
1951 [1936]; Rothbard 1987).

La
sequenza temporale del processo di produzione è quindi esattamente
inversa a quella di derivazione del suo valore. La produzione inizia
con l’estrazione dei beni di ordine più elevato dal loro stato
naturale (materie prime) prosegue poi con la produzione dei beni
intermedi o capitali (mezzi di produzione), e continua attraverso le
varie fasi per produrre infine il bene di ordine più basso offerto
ai consumatori (prodotto finale). In
seguito
alla decisione dei consumatori di acquistare il bene di ordine
inferiore (prodotto finale) ad un determinato
prezzo
,
il valore di mercato dei beni capitali (mezzi di produzione) viene
stabilito “a monte” attraverso gli ordini superiori fino a
raggiungere i beni di ordine più alto (materie prime) e i fattori
originali (Menger 2007 [1871]). Non può esserci capitale che non sia
preceduto dalla produzione e non può esserci produzione
specializzata indiretta senza l’esistenza del capitale.

Produzione
Indiretta nel Mercato Specializzato

Passiamo
ora all’analisi di un’economia di mercato specializzata con strutture
di produzione avanzate già esistenti (per es. Rothbard (2004 [1962])
e Coase (1937). Prendiamo in considerazione un mercato con un sistema
di produzione altamente specializzato e con una struttura del
capitale ben configurata per soddisfare i bisogni dei consumatori.
Poiché il capitale è eterogeneo, con cui si intende che “non è
una massa amorfa ma possiede una struttura definita [e] è
organizzata in un modo definito” (Hayek
1941, p. 6), la
struttura del capitale implica sia guadagni in produttività che
costi
elevati di adeguamento
.
In caso di cambiamento della domanda del mercato, la struttura del
capitale esistente sarà disallineata alle reali nuove esigenze dei
consumatori. In questo senso, una struttura di mercato altamente
specializzata è molto fragile rispetto a dei cambiamenti (inattesi)
nei gusti dei consumatori.

Questo
problema è parzialmente riconosciuto nella teoria del ciclo
economico Austriaco, ma è analizzato solo parzialmente. Piuttosto,
si riconosce, che richiede
del tempo
riconvertire
e adeguare una struttura produttiva già impostata, per adeguarla
alla nuova domanda imprevista del mercato. Questo è indubbiamente
vero, e questo processo è svolto da imprenditori (in senso ampio),
“desiderosi di profitto, e pronti a porsi come offerenti
all’asta, per così dire, dove i proprietari dei fattori di
produzione possono vendere terra, beni capitali e lavoro”(Mises
1998 [1949], p. 335). Da ciò ne consegue un lungo e costoso processo
di riallineamento. (cf. Williamson 1985, pp. 21–22). Tuttavia,
questo problema non si pone solo quando il processo di mercato è
influenzato da cambiamenti esogeni improvvisi e/o imprevisti, come
l’espansione del credito da parte delle banche e la conseguente
distorsione dei prezzi di mercato. In effetti, qualsiasi
riconfigurazione, elaborazione o espansione della struttura
produttiva, sia come reazione alle mutevoli preferenze dei
consumatori o come mezzo per aumentare la produttività e la crescita
economica, è soggetta a quello che possiamo definire uno “stallo
della specializzazione”: l’inerzia della struttura produttiva
a cui sono soggetti sia il mercato e sia gli attori economici.

Un
mercato specializzato si basa su processi di produzione che
comprendono molte fasi e in cui queste sono svolte separatamente da
una manodopera specializzata che
gestisce
una struttura produttiva specializzata e configurata per facilitare
una particolare (e forse simile) fase. Anche se il capitale
specializzato può essere impiegato per molteplici
utilizzi, ciascuno degli usi tende ad essere altamente specifico e i
beni capitali sono quindi difficilmente sostituibili sul mercato.
Nella misura in cui i beni capitali scambiati sul mercato hanno
subito una particolare trasformazione, essendo stati aggregati in
modo irreversibile in un unico capitale fisso non più scomponibile
(o allineato in modo univoco nel processo produttivo), non esiste un
mercato dove scambiare dei mezzi di produzione con tali
caratteristiche. I nuovi beni capitali non sono commerciabili
nella misura in cui il loro utilizzo è limitato o non sono
sostituibili o non possono essere utilizzati in maniera alternativa.
L’esistenza o meno di un mercato per i beni strumentali
specializzati dipende dal processo di scoperta
competitiva

(Hayek 1978) che si ha quando tutti gli imprenditori imitano e
tentano di superare gli obiettivi di produzione profittevoli
raggiunti dall’imprenditore iniziale (Bylund, in uscita, 2011).

Mentre
l’unicità
di particolari beni capitali specializzati può limitare fortemente i
loro mercati di sbocco (sia in termini di domanda che di offerta),
ciò rappresenta però solo un problema temporaneo. Il problema
emerge dal fatto che il capitale specializzato viene utilizzato nei
processi di produzione indiretti in condizioni di intensa divisione
del lavoro. Se
prendiamo in considerazione un mercato dove gli imprenditori sono
attenti e pronti a correggere errori e disallineamenti attraverso
l’arbitraggio (Kirzner 1973), e quindi un processo di mercato
riequilibrante, il mercato dovrebbe presto avvicinarsi al punto di
equilibrio.

Gli
imprenditori, alla ricerca di profitto, domanderanno quei beni
capitali e quel lavoro che percepiscono sottovalutati o utilizzati in
maniera non efficiente. A condizione che gli imprenditori non
commettano più errori di quanti ne abbiano corretti e che le
preferenze dei consumatori non cambino spesso, radicalmente e
inaspettatamente, in un mercato senza innovazione,
le possibilità per un aumento della crescita e della produttività
sono limitate. In effetti, anche assumendo un’innovazione dei beni
capitali, che può essere ottenuta con nuove combinazioni produttive
dei fattori terra e capitale già a disposizione (Schumpeter 1934
[1911]), ciò non garantirà una maggior crescita economica
attraverso aumenti della produttività a meno che non vi sia anche un
corrispondente aumento nella divisione del lavoro. Come osserva Mises
(1998 [1949](pag 164), la divisione del lavoro divide i vari processi
di produzione in piccoli compiti, molti dei quali possono essere
eseguiti da dispositivi meccanici. È questo fatto che ha reso
possibile l’uso dei macchinari e ha portato a miglioramenti
straordinari nelle tecniche di produzione. L’automazione non è la
causa della divisione del lavoro, ma al contrario è la sua diretta
conseguenza più vantaggiosa.

La
veridicità del nesso di causa-effetto indicato da Mises può essere
facilmente mostrato, come vedremo, nella prossima sezione.

Lo
Stallo della Specializzazione

Consideriamo
il mercato specializzato della sezione precedente. Supponendo che il
mercato sia regolato in minima parte e quindi senza barriere
all’ingresso, possiamo ipotizzare con Rothbard (2004 [1962], p.
369, fig. 41) che il rendimento degli investimenti in ciascuna fase
produttiva sarà approssimativamente lo stesso. Ciò sarà reso
possibile dall’arbitraggio degli imprenditori sia all’interno di un
processo di produzione così come in tutti i processi competitivi
paralleli. Gli imprenditori attenti noteranno e correggeranno
attraverso l’arbitraggio eventuali “errori” che si
paleseranno a causa di rendimenti superiori alla norma in qualsiasi
processo o fase. Le imprese redditizie (di successo) saranno prese
come modello di riferimento e quelle in perdita (fallite) saranno al
contrario abbandonate dagli imprenditori alla ricerca di profitto, il
che suggerisce un processo
di riequilibrio che si basa su un continuo aggiustamento tramite
correzione (Shane 2003). Questo, a sua volta, suggerisce che si
sviluppa un mercato intorno a specifici beni capitali utilizzati nei
processi produttivi, in quanto gli imprenditori si propongono di
seguire ed emulare processi che generano profitti
(Stigler 1951, Bylund 2015). L’economia in questo senso funziona come
un “processo di scoperta” continuo in cui la competizione
per il profitto è la forza trainante verso un miglior allineamento
tra la struttura produttiva nel suo complesso e le esigenze dei
consumatori (Hayek,1978).

Sulla
falsariga di questo ragionamento si può sviluppare una teoria della
gestione strategica basata sulle risorse utilizzate all’interno
dell’impresa, come è stato fatto da Barney (1986; 1991) e altri.
L’incentivo di qualsiasi azienda (o meglio, dei suoi proprietari e
managers) è quello di cercare di includere e utilizzare nel processo
le risorse disponibili più
rare e insostituibili

che possiedono ancora valore per la produzione. Le risorse utilizzate
tanto più sono rare e poco sostituibili (e riproducibili), tanto più
a lungo un’azienda può godere di un vantaggio competitivo rispetto
alla concorrenza
e ottenere extra profitti superiori alla norma – le imprese
concorrenti sono semplicemente incapaci di riprodurre questo modello
vincente. Ma va notato che mentre questo vantaggio competitivo può
durare per qualche tempo fintanto che le imprese concorrenti non
dispongono delle risorse necessarie, potrà comunque essere
compromesso dalla scoperta di processi migliori o implementazioni
alternative dello stesso processo.

La
ragione di ciò è che i beni capitali vengono realizzati e non sono
fissi. Anche nella situazione in cui un determinato bene capitale non
può essere imitato o riprodotto (per quanto questo scenario sia
improbabile), deve comunque essere ricostituito quando si esaurisce
o diviene inutilizzabile. L’efficienza
del capitale può essere mantenuta attraverso investimenti in
manutenzione, cura e riparazioni. Tuttavia, il capitale viene in
definitiva consumato durante il processo di produzione, il che
significa che il proprietario degli unici mezzi di produzione
utilizzati nel processo produttivo redditizio, deve ad
un certo punto investire per differire il più possibile la loro
obsolescenza fisica. In un’economia di mercato specializzata,
qualsiasi produzione di questo tipo deve dipendere in qualche
misura
dalla disponibilità sul mercato di materiali, parti ecc., – cioè i
beni di ordine superiore (materie prime)
utilizzati
per produrre i beni capitali. È
quindi impossibile che una determinata combinazione di risorse –
cioè un particolare bene capitale – non sia riproducibile nel tempo.

Ma
anche così, come Mises mostra nella citazione di cui sopra, il
capitale dipende in ultima analisi dalla divisione del lavoro che
precede il suo sviluppo e utilizzo.
Solo
attraverso
la divisione dei compiti, i beni capitali possono essere (1) innovati
e (2) utilizzati in nuovi processi.
Il
primo punto è vero semplicemente perché sono necessarie nuove
specializzazioni (cioè una più intensa divisione del lavoro) per
produrre un nuovo tipo di bene capitale, almeno nella funzione di
combinare i fattori o configurare il capitale esistente. Il secondo
punto è illustrato dall’esempio di Mises circa la meccanizzazione di
piccole fasi che sono poi eseguite in mansioni separate solo
suddividendo quelle già esistenti, già ampiamente definite.

Consideriamo
un processo di produzione nel nostro mercato specializzato,
precedentemente assunto, dedicato alla produzione di pane. Si basa
sulla seguente divisione del lavoro: l’agricoltore produce grano,
il mugnaio produce farina e il fornaio produce e vende il pane. Ogni
fase utilizza un bene capitale: l’agricoltore usa l’aratro in
primavera e la falce alla fine dell’estate, il mugnaio usa la macina
e il fornaio usa il forno. Si può immaginare di rendere questo
processo più indiretto attraverso l’innovazione di nuovi beni
capitali per supportare entrambe le fasi, ad es. un trattore per
l’agricoltore o un impastatore per il fornaio (Böhm-Bawerk 1959
[1889]). Ma nessun bene capitale di questo tipo può essere reso
disponibile per l’agricoltore o per il fornaio senza un imprenditore
innovativo che comprenda l’intero processo di produzione all’interno
del quale inserire quello specifico bene capitale. Ciò
rappresenta un’impresa molto più grande dell’arbitraggio di
correzione degli errori fornito dagli imprenditori kirzneriani
(Kirzner 1973, 2009).

Un’alternativa
è quella di rendere più indiretto il processo di produzione del
pane attraverso l’inserimento di manodopera più strettamente
specializzata: suddividendo una mansione
in più mansioni (Smith 1976 [1776], Bylund). La specializzazione di
un lavoro differisce dal semplice “incremento” di forza
lavoro. L’agricoltore può “assumere” lavoratori per
svolgere le stesse funzioni che sta già svolgendo, il che incrementa
la produzione aumentando la quantità di lavoro utilizzato nel
processo. Poiché questi lavoratori devono essere pagati – e
probabilmente monitorati (Alchian e Demsetz 1972, Williamson 1993) –
non è detto che questo sia un investimento redditizio per
l’agricoltore. Quando un aumento del numero di lavoratori porta a
rendimenti decrescenti, è probabile che l’agricoltore subisca una
perdita sui fondi investiti.

L’alternativa
è quella di intensificare maggiormente la specializzazione del
lavoro, che, come suggerito nella citazione sopra di Mises, implica
prendere una mansione esistente e suddividerla in una serie di
attività più strettamente definite. Nel caso della produzione del
pane, ciò equivale a sostituire una delle fasi esistenti in diverse
attività nuove e separate nello stesso modo in cui un ipotetico
processo di produzione originale è stato diviso
da
un’unica fase autosufficiente a più fasi specializzate: agricoltura,
macinatura e cottura.

Laddove
una fase di mercato è già costituita da funzioni facilmente
separabili, come l’aratura, la semina, l’irrigazione e la raccolta di
prodotti agricoli, la specializzazione potrebbe essere attuata
apportando solo un piccolo cambiamento. Ad esempio, un agricoltore
che ha assunto dei lavoratori può assegnare a ciascuno di loro
mansioni specifiche e quindi semplificare così la specializzazione.
Ciò deve essere preceduto da un incremento della quantità del
fattore lavoro (Durkheim 1933 [1892]) e può essere facilitato da
un’attività di coordinamento da parte dell’imprenditore
-proprietario al vertice dell’impresa. (Stigler 1951). Poiché
questo tipo di specializzazione “marginale” o incrementale
può essere facilmente implementata, ciò potrebbe anche non
rappresentare un costo per la produzione. In effetti, tali misure
volte ad incrementare la produttività dovrebbero essere facilmente
osservabili dagli attori economici stessi: sappiamo che “il
lavoro svolto in regime di divisione e specializzazione delle
mansioni è più produttivo rispetto a quello svolto unitariamente e
che
l’intelligenza dell’uomo è in grado di riconoscere questa
verità”

(Mises 1998 [1949], p. 144). Questa non è una divisione
del lavoro al pari di quanto lo è una razionale (ri)allocazione del
fattore lavoro che coinvolge tutti processi produttivi già in
essere. Ma questo significa che non può neanche costituire un
problema per gli agricoltori in competizione, che possono facilmente
(o anche più) adottare questo tipo di divisione del lavoro per
imitazione o emulazione. Quindi, per semplicità, possiamo supporre
che tali opportunità relativamente semplici siano già state
sfruttate. Infatti, possiamo considerare l’utilizzo inefficiente
dei lavoratori nella fattoria come un “errore” da
correggere da parte dell’agricoltore attento.

Questo
ci conduce all’analisi ad un tipo di specializzazione dirompente
che
si basa su un nuovo sottoprocesso di produzione volto a sostituire
un’attività comune e standardizzata svolta dagli attori del mercato.
Ora possiamo notare un problema, in quanto tutto “ciò che è
facilmente implementabile ” in termini di azioni volte
all’aumento della produttività è anche facilmente sfruttabile e
quindi tali azioni potrebbero essere già state adottate.
Ciò
che rimane è un tipo di specializzazione delle mansioni non
intuitiva o altamente coordinata che richiede capacità previsionali,
investimenti e forse anche lo sviluppo di nuovi tipi di beni capitali
da realizzare.
Aggiungete
a questa situazione come all’interno del processo(orizzontale) la
competizione dovrebbe tendere a standardizzare le procedure
utilizzate e quindi a dar vita ad uno standard di mercato basato sui
processi migliori. Questo è il processo che porta alla nascita dei
mercati, che è stato spiegato da Stigler (1951). Mentre il mercato
non può raggiungere un equilibrio generale, si può facilmente
osservare come il suo processo competitivo determini la
standardizzazione delle frontiere delle possibilità produttive. A
questo punto, un’ulteriore specializzazione dovrebbe sembrare non
attuabile o poco vantaggiosa, proprio come ad esempio, dividere
l’azione di “guidare un taxi” nelle seguenti azioni più
specifiche: guidare dritto, svoltare o procedere in retromarcia. Per
ottenere ulteriori incrementi di produttività si deve raggiungere
una maggiore specializzazione del lavoro – un’ulteriore divisione
delle funzioni esistenti – e l’uso di (nuovo) capitale per sostituire
il lavoro con l’automazione di “piccole funzioni”
nuovamente identificate e separate. Il mercato, in altre parole,
giunge infine ad un livello di stasi nel senso di una forte inerzia –
se non impossibilità – nel permettere ulteriori aumenti di
produttività. Non si può avere un’ ulteriore specializzazione
delle funzioni anche se si implementa una più efficiente
utilizzazione del fattore lavoro. Indipendentemente dal fatto che gli
attori del mercato abbiano esaurito tutte le opportunità per
migliorare ulteriormente i processi di produzione, il mercato si
trova in una fase di stallo della specializzazione.

Superare
lo stallo della specializzazione

Finora
abbiamo considerato la produzione sul mercato: poiché non tutte le
funzioni necessariamente avvengono indipendentemente e sotto il
meccanismo dei prezzi, abbiamo visto come nascono i mercati in quanto
le nuove strutture di produzione vengono imitate dalla concorrenza
(Stigler 1951, Bylund 2011). Pertanto, per tutte le funzioni svolte
nel sistema di produzione di un’economia, vi è una
semi-standardizzazione entro i limiti della sostituibilità laddove è
applicabile il meccanismo dei prezzi. In altre parole, c’è una
tendenza alla standardizzazione dei processi produttivi migliori
attraverso la concorrenza, poiché i miglioramenti sono tutti
universalmente implementati attraverso l’imitazione indotta dal
profitto nel mercato aperto.

Finora
non abbiamo fatto alcuna ipotesi su chi trae beneficio o guadagna
dagli aggiustamenti che avvengono nel mercato. La ragione di ciò è
che non è particolarmente difficile scoprire/implementare oppure
osservare/imitare quelli che sono i progressivi cambiamenti attuabili
nella struttura produttiva. Ciò suggerisce che un piano di
adeguamento può essere effettuato dalla maggior parte o da tutti gli
attori del mercato e senza particolari capacità di previsione,
coordinamento o ingenti investimenti. In effetti, l’agricoltore che
assume nuova manodopera e assegna diverse responsabilità, sta
implementando una forma di (una forma debole di) specializzazione e
divisione del lavoro, ma in modo così banale che è di poca
rilevanza analitica. Queste mansioni erano già svolte – potrebbero
persino essere considerate già distinte – e l’aumento del livello di
specializzazione dovuto all’aumento della quantità di manodopera
disponibile ha reso possibile una “ovvia” opportunità di
“specializzazione”. Piuttosto che spostare ogni lavoratore da una
mansione ad un’altra uguale o simile, ogni lavoratore può
risparmiare tempo ed energie snellendo il proprio lavoro e
concentrandosi su una singola attività o su pochi compiti suddivisi
in serie tra loro (Smith 1976 [1776]).
Qualunque
uomo di media intelligenza, ragionando, è in grado di aumentare la
produttività in questo modo. Infatti, potremmo aspettarci che il
lavoratore comune, ben informato sul processo di produzione e sulle
“particolari dinamiche di tempo e spazio” (Hayek 1945,
521), riconosca e ponga in essere quelle misure volte ad
incrementare
la produttività.
Ma
ciò può indurci a pensare che lo stallo della specializzazione sia
solo un problema economico. Il problema dovrebbe aumentare con
l’aumento della specializzazione del mercato, poiché la
specializzazione aumenta l’eterogeneità delle attività e
quindi
riduce la quantità complessiva di lavoratori che svolgono mansioni
simili sul mercato.
All’aumentare
della specializzazione, implementare ulteriori gradi di
specializzazione diviene sempre più complesso e richiede sempre più
coordinamento. Finora nella nostra discussione, abbiamo solo
considerato un minimo coordinamento sul mercato, principalmente
attraverso il meccanismo dei prezzi e di semplici accordi.

Si
consideri il caso del trattore sopra indicato. Per fornire un
trattore in questo mercato, gli attori economici devono liberarsi
dallo stallo della specializzazione. Questo è un problema di
innovazione, coordinamento e investimento in capitale, poiché
include l’inserimento di un nuovo sub-processo produttivo per
produrre un bene di ordine superiore (il trattore) da utilizzare in
agricoltura. Questo sottoprocesso richiede una propria divisione
interna del lavoro per svolgere mansioni specifiche per la produzione
di trattori. In questo caso, questo è un nuovo processo le cui
funzioni potrebbero non essere ben note. Ma non in questo caso:
possiamo facilmente immaginare di suddividere le attività esistenti
in diverse sottoattività indipendenti. La soluzione è tuttavia
identica: sono necessari innovazione, coordinamento e investimenti in
capitale per l’implementazione e quindi la realizzazione delle nuove
funzioni e quindi di una struttura produttiva più indiretta.

Non
rientra nell’ambito della discussione di questo capitolo specificare
l’esatta tipologia dei miglioramenti da apportare alla struttura
produttiva. Ciò è stato descritto altrove (Bylund 2011, 2015),
quindi dovrebbe essere sufficiente sottolineare che questo è il
ruolo dell’imprenditore innovativo e lungimirante. Ma va anche notato
che non può esserci alcun progetto di implementazione
(realizzazione) di questi nuovi processi di produzione che
introducono una divisione del lavoro più netta, in quanto il loro
funzionamento è incomprensibile – informazioni dettagliate sui
complessi meccanismi dei sotto-processi inediti, sono note solo nel
momento della loro implementazione. Per questo motivo, l’imprenditore
può solo guidare il progetto e deve fare affidamento su una
risoluzione decentralizzata dei problemi o sulla “quasi”
imprenditorialità dei lavoratori dipendenti (Foss, Foss e Klein
2007). Ciò sembra richiedere una struttura di produzione integrata,
che viene comunemente definita impresa.

Implicazioni
per la teoria economica

Ciò
che è stato abbozzato sopra suggerisce che la teoria della
produzione è incompleta senza la teoria del capitale e dell’impresa.
Questo può sembrare ovvio agli Austriaci, ma l’aspetto aziendale
appare spesso mancante o carente nelle discussioni sulla teoria del
capitale. La discussione di Rothbard sulla teoria della produzione
nel Uomo,
Economia e Stato

può servire come esempio illustrativo. Rothbard
fornisce una discussione pionieristica sulla teoria della produzione,
ma la sua discussione sull’effetto del risparmio sulle fasi del
processo produttivo dell’economia ha delle grosse carenze.
L’aumento
del risparmio, afferma Rothbard, sposta “gli investimenti più
in alto nella scala verso le fasi di produzione di (beni) ordine
superiore”. E ancora: “Una semplice indagine rivelerà che
l’unico modo per spostare molti investimenti dai livelli più bassi
di produzione a quelli più alti … è
aumentare il numero di fasi produttive nell’economia
,
cioè allungare la struttura della produzione” (Rothbard 2004
[1962], p 519, enfasi nell’originale). Forse questa è una
conclusione necessaria, ma come abbiamo visto in questo capitolo,
l’aumento del numero delle fasi di produzione implica la divisione
delle funzioni e, in sostanza, permette di uscire dallo stallo della
specializzazione che ingabbia la struttura del capitale esistente.
Difficilmente possiamo pensare che questo processo sia automatico o
immediato (ed è ovviamente improbabile che Rothbard si basi su tale
ipotesi).

Ma
anche se diamo a questo processo il suo tempo, qualsiasi struttura
produttiva deve già essere completa con tutte le fasi di produzione
da monte a valle. Un processo di produzione più indiretto non
aggiunge delle fasi “a monte”, ma deve dividere una fase in
più fasi o inserire un nuovo sotto-processo intermedio o assistere
le fasi esistenti. Ciò ha però delle implicazioni per il reddito
ottenuto dai fattori produttivi e dai capitalisti coinvolti in ogni
fase, poiché un’intensificazione “locale” della divisione
del lavoro, dividendo una funzione in più funzioni, interrompe
necessariamente la produzione.

Rothbard
sembra assumere un mercato preesistente per ogni fase della
produzione, il che suggerisce la standardizzazione e la
sostituibilità su tutto il mercato e quindi prezzi di mercato
determinati in modo abbastanza preciso. Dal punto di vista della
discussione di Rothbard, potrebbe essere utile anzichè limitante
basarsi su aggregati analitici e parlare di “riallineamento”.
Ma
“riaggiustare” la struttura produttiva su nuovi livelli di
risparmio è un processo molto più complicato rispetto a un tipo di
aggiustamento allocativo ottenuto per mezzo di un arbitraggio di cui
abbiamo parlato sopra – e molto più complicato di quello mostrato
nell’analisi di Rothbard.
Cambiamenti
nella lunghezza della struttura produttiva indicano che la struttura
viene disturbata
da un imprenditore ingegnoso, il cui impatto ha implicazioni su tutta
la “struttura intricata, delicata e intrecciata dei beni
capitali” (Rothbard 2004 [1962], p.967). È insufficiente e
potenzialmente fuorviante assumere cambiamenti del tasso di
risparmio, riallocando il “capitale” all’interno del
processo di produzione (e quindi attraverso le fasi esistenti
dell’apparato di produzione). Più realisticamente, gli investimenti
produttivi possono cambiare radicalmente i processi di produzione
suddividendo o inserendo più fasi, e questo può determinare
importanti cambiamenti nella struttura del capitale dell’economia.

Inoltre,
non si deve solo considerare l’imprenditore come colui che nota le
discrepanze nei prezzi e poi agisce spostando i fattori da un
processo produttivo all’altro per “valorizzarli” meglio (Rothbard
2004 [1962], p 511, cfr Kirzner 1973, Sautet 2000). Come afferma
Rothbard (2004 [1962], pp. 858-59) :

imprenditorialità
non significa semplicemente dar vita a nuove imprese, tale
definizione non è corretta. L’imprenditorialità
non è solo la creazione di nuove imprese, non vuol dire solo
innovazione; è aggiustamento: adattamento alle condizioni incerte e
mutevoli del futuro. Questo adattamento avviene, sempre, è un
processo continuo e non si esaurisce in ogni singolo investimento.

Ma
come abbiamo visto sopra, mentre l’adattamento avviene “per
tutto il tempo”, esso può realizzarsi entro
i limiti della manodopera specializzata esistente;

“l’aggiustamento” non è in grado di superare lo stallo
della specializzazione e quindi non comporta un’innovazione
dirompente. In altre parole, non ci “libera” dall’impasse
attraverso una rivoluzione della struttura produttiva, che
richiederebbe la realizzazione di una diversa e innovativa divisione
delle funzioni – che a sua volta richiede integrazione (un’azienda)
(Bylund 2015). L’adattamento imprenditoriale segue anche come
conseguenza di un perturbamento avvenuto nel normale processo
produttivo, ma ha dei limiti che risiedono nella struttura di
produzione e del capitale esistente e nelle possibilità finite di
miglioramento.

In
questo senso, abbiamo delineato un aspetto dell’’imprenditorialità
con l’aiuto della teoria del capitale e della produzione che conferma
e sfida l’analisi di Rothbard. Conferma l’attenzione di Rothbard
sugli aggiustamenti, che vengono effettuati “tutto il tempo”
attraverso il processo di scoperta competitiva del mercato e “non
si esauriscono in ogni singolo investimento”. Questo può essere
visto come un tipo di imprenditorialità “kirzneriana”
(Kirzner 1973, 1979, 1999, 2009). Inoltre Rothbard, non considerando
un tipo di imprenditorialità dirompente che si può trovare per
esempio in Schumpeter (1934 [1911]), non ritiene significativa
l’organizzazione o la sua funzione nel mercato. Quindi non
riconosce la relazione causale tra la divisione del lavoro e la
creazione di capitale come osservata da Mises e che qui sembra
suggerire una soluzione alle compatibilità interconnesse della
struttura produttiva che abbiamo definito “stallo della
specializzazione”.

In
effetti, sembra che Rothbard in Uomo,
Economia e Stato

non riesca a riconoscere la grande importanza della divisione del
lavoro per la teoria della produzione e del capitale, nonché per
l’evoluzione della società. Questo capitolo tenta di mostrare, in
linea con il punto di vista di Mises (Mises 1998 [1949], (Salerno
1990) e con l’intuizione finale e più sottile di Rothbard
(Rothbard 1991), come non sia eccessiva l’importanza data alla
divisione del lavoro, e che di fatto può essere usata per spiegare
il processo di creazione del capitale.

L'articolo originale: https://mises.org/wire/division-labor-very-core-economic-growth