L’errore della Teoria Generale

Nessun concetto economico come quello della “piena occupazione”, nel senso di una totale o quasi totale assenza di disoccupazione involontaria, è tanto attraente e allo stesso tempo tanto pericoloso.

Troppo spesso, infatti, i termini
piena occupazione, alto tenore di vita generale e benessere nazionale
vengono usati in senso coeguale o come se dal primo seguissero
automaticamente anche gli altri, ma, in realtà, non è così.

Se c’è un testo in cui si i termini
piena occupazione, alto tenore di vita generale e benessere nazionale
vengono usati nel modo sopra citato, quello è proprio la Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes.

Con la pubblicazione della Teoria Generale
l’efficienza allocativa, come obiettivo sociale significativo e
desiderabile, anche se non viene negata, viene però relegata ad un
livello di importanza assolutamente secondario rispetto ad
“un’efficienza pura” che dovrebbe essere promessa da un aumento
dell’occupazione stessa.

La disoccupazione involontaria può dipendere da molte cause, ma nella Teoria Generale Keynes espone la seguente catena di ragionamenti:

la disoccupazione involontaria è quasi
sempre e dovunque il risultato di una deficienza di domanda aggregata;
questa deficienza deriva dal fatto che alcune entità globali
fondamentali non sono in equilibrio; per assicurare la piena occupazione
bisogna assicurare il loro costante equilibrio; a questo scopo la
scelta più attraente è quella di mantenere un alto livello di
investimenti, ma poiché non vi è alcuna forza spontanea che determini e
mantenga l’equilibrio richiesto in modo automatico, allora bisogna che i
governi agiscano per determinare e mantenere questo equilibrio.

Nella Teoria Generale
viene pertanto affermato che, normalmente e in media, la disoccupazione
involontaria è il risultato di una deficienza di domanda aggregata,
cioè, in altre parole, di un turbamento generale nel flusso della
circolazione monetaria (deflazione).

In tal senso, due sono le soluzioni raccomandate dalla Teoria Generale per espandere la domanda aggregata, mediante il tasso di investimento, fino a che la piena occupazione sia raggiunta:

interventi delle banche centrali sul
sistema denaro-credito per spingere i privati a investire (politica
monetaria); inserire forze esogene nella forma di spesa per investimenti
in deficit da parte dello Stato (politica fiscale).

In entrambi i casi, ciò che alla fine viene raccomandato è quindi una politica di espansione monetaria generale.

Perché preoccuparsi della Teoria Generale?

Perché questa teoria propone come
normale qualcosa che nell’economia, intesa come processo economico
aggregato fondamentalmente spontaneo, cioè come economia di mercato, può
essere, invece, soltanto straordinario.

L’errore di fondo della Teoria Generale,
che ne vizia pertanto tutto l’impianto, sta, infatti, nel ritenere la
deficienza di domanda di domanda aggregata come causa costantemente
almeno principale della disoccupazione involontaria.

Secondo lo schema tracciato dalla Teoria Generale,
all’interno dell’economia incomberebbe un continuo pericolo di tendenza
alla deflazione (cioè un continuo pericolo di turbamento generale nel
flusso della circolazione monetaria), il quale pericolo è necessario
scongiurare con una continua contro-pressione monetaria generale.

Una visione ragionevolmente equilibrata dell’economia deve, invece, riassunta come segue:

E’ vero che può verificarsi una
situazione di disoccupazione involontaria di massa causata almeno
soprattutto da un turbamento generale nel flusso della circolazione
monetaria, ma una tale situazione è completamente eccezionale oltre che
comunque naturalmente transitoria.

Una tale situazione è eccezionale
perché può essere scatenata solo da una forza o evento così
straordinario ed esogeno, da un collasso della struttura
bancaria-monetaria, da una rivalutazione della valuta nazionale a
qualche livello di disequilibrio, o da un’importante catastrofe fisica.

Di conseguenza, la disoccupazione
involontaria è dovuta, normalmente e in media, a cause che non hanno
niente a che fare il flusso della circolazione monetaria, e che pertanto
non sono l’espressione di una “deficienza” di domanda aggregata, come,
ad esempio:

da dislocazioni di mercati sul piano
nazionale o internazionale, da cambiamenti della domanda, da mancanza di
capitali, dal lavorare in posti o con metodologie sbagliate, da
mancanza di materie prime o di altri prodotti complementari, da
alterazioni del mercato del lavoro a causa di migrazioni o di incrementi
naturali della popolazione e, in particolare, da decisioni sui salari e
sulle regole di entrata e uscita nel mercato del lavoro con le quali al
lavoro si attribuisce un prezzo fuori mercato, e da misure governative
che rallentano l’accumulazione di capitale o portano al consumo di
capitale.

Detto quanto, uno dei possibili rimedi
a una situazione eccezionale di disoccupazione involontaria di massa
causata almeno soprattutto da un turbamento generale nel flusso della
circolazione monetaria, può essere una politica di espansione monetaria
generale.

Nella suddetta situazione, una
politica di espansione monetaria generale potrebbe rivelarsi più congrua
rispetto alla scelta di lasciare che le cose si aggiustino attraverso i
meccanismi impersonali di mercato, cioè al coordinamento spontaneo
portato avanti dagli agenti tramite i prezzi, dato che alcuni prezzi
potrebbero non muoversi in tempi considerati generalmente ragionevoli,
ma poiché appunto stiamo parlando di una possibilità e non di una
certezza, una politica economica di questo tipo non solo deve essere
attuata con combinazioni più, anziché meno, prudenti (data la sua
impostazione centralista e la sua logica top-down), ma deve essere
comunque costantemente monitorata per capire se sta avendo un reale
successo o meno.

In definitiva, se capiamo che sussiste
la possibilità occasionale che il processo economico aggregato
fondamentalmente spontaneo cada in una sorta di pausa generale con
annessa sottooccupazione deflazionaria e ammettiamo anche che
l’espansione monetaria generale sia un’opzione in una certa maniera
raccomandabile in una situazione del genere, dobbiamo affermare tanto
più fortemente che la generalizzazione di questa eventualità
straordinaria costituisce un grave errore.

Molte possono essere quindi le cause
della disoccupazione involontaria, ma in grande maggioranza queste cause
non hanno niente a che fare con un turbamento nel flusso generale della
circolazione monetaria, bensì con gli aspetti strutturali endogeni del
sistema economico, comprese le regolamentazioni e le restrizioni attuate
dal settore pubblico.

Ciascuna di queste cause o
combinazioni di cause può determinare un volume notevole di
disoccupazione involontaria o di capacità di produzione non impiegata,
ma è del tutto sbagliato pensare che ciascuna di queste cause o
combinazioni di cause possa essere davvero curata attraverso
un’espansione monetaria generale.

E’ indubbio, infatti, che, almeno per
qualche tempo, quasi ogni specie o misura di disoccupazione può essere
fatta sparire mediante l’espansione monetaria generale, ma perseguire
una politica di piena occupazione senza capire le cause di questa
disoccupazione significa, in pratica, coprire tutti i problemi economici
con il tappeto dell’inflazione.

Quando si fa ricorso a espansione
monetaria generale per affrontare un fenomeno di disoccupazione di massa
che, in realtà, non è causato almeno principalmente da deficienza di
domanda aggregata, si trascende inevitabilmente nell’inflazione.

Per mantenere poi il livello di
occupazione raggiunto mediante inflazione, sarà, in seguito, necessario
trascendere in una nuova e maggiore dose di inflazione; in tal senso, da
ciò consegue che tanto più l’espansione monetaria generale verrà
continuata, tanto più cresceranno le inefficienze allocative.

La perpetuazione di un’occupazione da
boom inflazionistico altro non è pertanto che sovraoccupazione
inflazionaria, e questa sovraoccupazione per essere mantenuta richiede
una dose sempre maggiore di inflazione che andrà a spese dell’efficienza
allocativa, cioè del tenore di vita generale e del benessere nazionale.

Quello dell’inflazione deve essere
considerato come un male sociale ancor più pericoloso della
disoccupazione involontaria, dato che l’inflazione può ridurre la
disoccupazione, almeno per un certo periodo, ma contemporaneamente nel
processo non solo distorce la struttura dell’economia, ma può anche
facilmente legarsi a misure collettivistiche, più o meno elaborate e più
o meno restrittive, al fine di impedire ai prezzi, agli scambi e ai
tassi di interesse di manifestare correttamente l’inflazione reale.

In definitiva, si deve quindi osservare che:

uno degli effetti di una politica
continua della piena occupazione che non guarda alle cause della
disoccupazione si traduce, in pratica, in una costante pressione
inflazionistica; ci sono poi molte probabilità che i governi
trasformeranno questa pressione inflazionistica in un’inflazione
repressa, o, per meglio dire, che combatteranno gli effetti naturali
dell’inflazione con misure collettivistiche; l’inflazione repressa,
oltre che un’ammissione implicita del fallimento della politica della
piena occupazione, intesa come compensazione di ogni diminuzione di
disoccupazione involontaria con un’espansione monetaria generale, è
quindi un’azione politica inevitabilmente in contrasto con il sistema di
libera impresa; così la politica della piena occupazione, come sopra
intesa, ha molte probabilità di concludersi, attraverso l’inflazione, in
un annichilimento del processo economico aggregato fondamentalmente
spontaneo, mediante misure collettivistiche, e in questo modo avremo
ottenuto un ordine economico fondato su una combinazione di piena
occupazione, pressione inflazionistica e collettivismo.

Questo ordine economico sarà così
caratterizzato da dissipazione, dall’indolenza, dalla carenza di
incentivi e da rigidità che possono arrivare a guastarne in modo anche
molto serio il suo potere d’acquisto generale e il suo sviluppo, oltre
che naturalmente da lesioni alle libertà personali dei cittadini a cui
non corrispondono reali vantaggi comuni.

In conclusione, è assolutamente falso
sostenere che, normalmente e in media, la disoccupazione involontaria
sia causata da un turbamento generale nel flusso della circolazione
monetaria e possa essere quindi curata con una politica economica
consistente nel riempire il continuo vuoto di domanda aggregata senza
inflazione e senza quindi danni sicuri sul piano dell’efficienza
allocativa e molto probabili sul piano delle libertà personali dei
cittadini.

L’obiettivo principale della Teoria Generale
è quello di assicurare un aumento reale e sostenibile di spesa privata
attraverso una politica di espansione monetaria generale, ma il suo
difetto principale risiede proprio nella definizione di “teoria
generale”, cioè in una certa maniera raccomandabile anche in ambienti
economici non strutturalmente anormali.

Assecondare la pretesa di generalità della Teoria Generale
significa conseguentemente che l’instabilità cronica e diffusa
dell’economia di mercato diviene una profezia auto-realizzantesi e
stimolare la sostituzione di un’economia di mercato con un’economia
pianificata, producendo così un ordine sociale più, anziché meno,
fragile.