La città del sogno liberale

La
scomparsa di Vittorio Zucconi (1944-2019) lascia un grande vuoto nel
giornalismo italiano. La sua conoscenza del mondo, dalla Russia al
Giappone, era davvero singolare, ma il luogo per eccellenza, che
davvero prediligeva, fino a farsene cittadino, erano gli Stati Uniti
d’America. E nella città da lui scelta per residenza, Washington
D.C., il giornalista modenese si è spento il 25 maggio scorso. Le
sue origini ideologiche, e la sua militanza giornalistica, sembrano
collocarlo fuori dall’orizzonte liberale-classico, e a maggior
ragione libertario. Ma sempre più occorre “liberare” (azione
davvero, e non solo etimologicamente, liberale) la scrittura dalle
etichette ideologiche, soprattutto quando è scrivere è un uomo, o
una donna, di ampie vedute e profonda cultura, classica, europea,
meditata. Vorrei dunque ricordarlo attraverso una delle sue opere.
Non la maggiore, ad esempio, che a mio avviso rimane “Si fa presto
a dire America” (Milano, Mondadori, 1988), cui seguirà un altro
testo importante, nel 1993 (“Viaggio in America”, Milano,
Rizzoli). Basterebbero questi due testi ad assicurargli una posizione
privilegiata tra gli scrittori italiani di cose statunitensi della
seconda metà del secolo XX. Ma qui invece parlerò di un testo
“minore”, “Le città del sogno”, pubblicato da La Stampa nel
1995. E’ un libro che andrebbe ripubblicato, certamente, anche per
dargli una veste più accurata, che renda meglio merito all’autore.
Si tratta di “ritratti di città”, che comprendono, nell’ordine
in cui compaiono nel libro, Chicago, Las Vegas, Orlando, Pittsburgh,
Dallas, Detroit, Boston, Washington D.C., New York, Los Angeles, New
Orleans, Denver, Atlanta, Seattle, e San Francisco. Quindici tra le
maggiori città nord-americane. Dal momento che lo stesso Zucconi
riconosce l’accelerazione rapida nella storia americana, sarebbe
necessario datare questi scritti, che vanno dal 1985 al 1995,
decennio di grandi cambiamenti, sia ben chiaro, non solo in America,
ma nel mondo: da Reagan – verso cui Zucconi manifesta spesso qui
simpatia – alla caduta, soprattutto, del socialismo reale. Un
indice dei nomi, e dei luoghi, sarebbe utilissimo visto la pletora di
personaggi, e ovviamente di luoghi citati, aldilà delle città di
cui si parla. Qualche svista un editore avrebbe dovuto evitarla:
Zucconi afferma qui che la geografia non è il suo forte. E dunque
candidamente afferma che il Texas è “cinque volte e mezzo
l’Italia” (p.56). Forse vivere negli USA rende l’Italia
nell’immaginazione ancor più di piccola di quanto non sia, ma il
Texas è solo poco più del doppio dell’Italia, 700.000 kmq contro
300.000. Inoltre già nel 1995 chiamare le “Rocky Mountains”
“Rocciose” sa di antologia scolastica del Ventennio. La guerra
dei sette anni non fu una guerra europea da cui derivarono
conseguenze per l’America, fu una guerra mondiale combattuta
ampiamente proprio negli attuali USA (e di Pittsburgh Zucconi parla
proprio qui…) Mentre suona molto elegante chiamare lo “windows
shopping” con vecchio nome francese, vagamente più sensuale
dell’inglese, ovvero “lèche-vitrines”. Anche l’idea iniziale
del libro, che le città “stanno morendo” è stato solo
parzialmente confermato dalla storia, dopo 25 anni, con crescita
differenziata in tutte le metropoli di cui parla Zucconi, o quasi.
Che il libro sia invecchiato lo mostra benissimo l’immagine legata
a New York (per ognuna delle 15 città vi è una splendida fotografia
ad inizio capitolo). Si tratta delle Torri Gemelle. Mentre Detroit è
mostrata bene nel suo destino incerto, New Orleans sarà distrutta da
un evento naturale (ma personalmente la trovo molto bella, al
contrario di Zucconi, proprio per i grandi boulevard al di fuori del
Carré, il quartiere francese). New York e Los Angeles sono descritte
con perfetti stereotipi, e questi sono i capitoli meno riusciti.

Zucconi
non fu un liberale-classico. Ma la sua lunga permanenza negli Usa
unita ad una capacità di vedere chiaramente dinamiche e situazioni,
gli fece percepire, ed argomentare una cosa: vi è una libertà
primigenia, un istinto liberale, individuale, che è alla base di
molti dei progressi americani, individuali come collettivi. Ecco che,
parlando della Pennsylvania, “dove inizia l’America”, Zucconi
scrive: “Avevo invece trovato l’America, la sua capacità
miracolosa di morire e di risorgere, di demolirsi e di ricostruirsi,
avevo visto all’opera il fantastico metabolismo di una società
libera da imbracature stataliste e politiche” (p. 46). E senza
accorgersene poi esalta un altro principio liberale: la caccia al
cervo, in un contesto di privatizzazione della medesima, fa sì che
il numero di cervi anziché diminuire, cresca e parecchio (p. 47). Ma
anche la riqualificazione di Pittsburgh, la “Smoky City” (ove
trascorsi uno splendido periodo come Fulbright Professor nel
2003-2004 e che conosco assai bene, serbandone splendido ricordo),
dalle rovine dell’industria siderurgica, si deve, riconosce bene
Zucconi, ai privati:

“Il
miracolo è stato tutto di iniziativa privata. Al posto dei dinosauri
siderurgici lasciati a morire sulle sponde dei fiumi, il capitale
privato ha investito in banche, compagnie di assicurazioni, servizi
di elettronica e di informatica” (p. 54).

I
riferimenti all’Europa, sparsi qua e là, sono ben riassunti
quando, parlando della Ford e di Detroit, Zucconi scrive: “Nel
1917, mentre l’Europa bruciava una generazione nella ‘inutile
strage’ – interessante riferimento a Benedetto XV e le sue
celebri parole, n.m. – a Detroit un milione di operai già
fabbricavano un milione di vetture l’anno.” (p. 70).

(Sia
detto tra parentesi, sarà proprio la Prima Guerra Mondiale a
consegnare agli Usa il testimone della ricchezza e del progresso del
mondo).

Certamente,
non è sempre così, le maggiori università del mondo concentrate a
Boston sono definite “industria universitaria che succhia miliardi
pagati da tutto il mondo per il privilegio di frequentare i suoi
colleges” (p. 75). E’ il libero mercato, lo stesso di Pittsburgh
e Detroit, ma Zucconi fa fatica, da buon europeo, a concepire un
libero mercato dell’istruzione che sia come quello delle banche e
delle assicurazioni. Peraltro, allora ci volevano “35 milioni
l’anno” per frequentare Harvard e compagnia, ora sono 60.000
dollari, ovvero 57.ooo euro circa, facile fare il calcolo. Eppure
questa “industria succhiasoldi” prospera ancora. Ma la percezione
della differenza tra America “decentrata” ed Europa “centralista”
riaffiora bene quando Zucconi parla di Washington: “Ma i Founding
Fathers erano mercanti e agricoltori malfidenti, profughi di
quell’Europa monarchica e centralista dominata da dinastie reali e
schiacciata da enormi, prepotenti città che tiranneggiavano la
campagna. Per questo, per chiarire che la città capitale era solo un
piccolo, secondario amministrativo nazionale e non il ‘capo
dell’America’, designarono un pezzetto di terreno tra la Virginia
e il Maryland come ‘territorio federale’. (p. 83). Rothbard
sarebbe d’accordo, salvo che i Founding Fathers erano pronipoti,
perlomeno, di quelli che fuggirono da quell’Europa, quei
“profughi”. E più avanti, sempre parlando di Washington: “…il
sangue dei Padri Pellegrini ribollirebbe alla scoperta che il
governo, dunque la odiata Washington, è oggi il primo datore di
lavoro americano e ha creato un indebitamento nazionale superiore ai
cinque trilioni di dollari, una cifra per la quale non basterebbero
gli zeri nel mio computer, se volessi tradurla in lire.” Il debito
pubblico viene singolarmente chiamato – con brillantissima,
inavvertita intuizione, vero e proprio “felix error”,
“dissolutezza fiscale” (p.85). A febbraio del 2019, sia detto per
inciso, e grazie all’amministrazione Trump, il debito pubblico ha
superato i 22 trilioni. Quello italiano di 2,3 trilioni.

In
ultimo – ma su questo piccolo libro molto ci sarebbe ancora da dire
– due ulteriori osservazioni. Quando parla di Atlanta – forse la
miglior descrizione di tutte – Zucconi certamente stigmatizza la
schiavitù, ma molto ingenuamente la vede come la causa principale
della guerra civile. Si sa che non fu così. Ma non ha nessuna pietà
per le truppe di Sherman, che rasero al suolo la città, stuprarono e
uccisero in piena libertà: “Atlanta è stata la Berlino del Sud,
la Cartagine rasa al suolo e devastata pietra su pietra, asse su
asse, rotaia su rotaia, dai reggimenti nordisti che la distrussero
con un accanimento degno appunto dell’Armata Rossa nella Germania
nazista o delle legioni romane contro l’odiata rivale mediterranea.
Delenda Atlanta”. Quando invece parla di Seattle, Zucconi
esplicitamente si riferisce ad un “integralismo ecologico che
coinvolge tutti”. “C’è un rametto di pazzia, in questo culto
maniacale per la natura? Può darsi, ma non tanta follia quanta ce
n’è nella devastazione che altre comunità producono.” (p. 165).

Zucconi
liberale “en cachette”? Non intendo dimostrare questo.
Certamente, la sua capacità di penetrare la realtà statunitense gli
fece percepire bene l’anima liberale di questa civiltà, che spesso
occorre tirar fuori da cancrene statalistiche e collettivistiche
diverse per qualità, ma non per peso, da quelle europee.

Poetica,
davvero, la chiusa, dedicata a San Francisco, ove l’anima
occidentale, europea, di Zucconi, che non è certo, alle origini,
anima collettivistica e statalistica, ma anima davvero liberale,
emerge una volta per tutte: contemplando il Golden Gate da Point
Bonita, al tramonto, tutto sembra magico:

“…E
la gente sta zitta, come colpita da un pensiero improvvisamente
triste quanto il grido dei gabbiani. Il pensiero che qui, su questo
ultimo balcone d’America affacciato sul nulla, finisce la storia
della civiltà europea. Questo è il confine estremo della
colonizzazione bianca, della nostra cultura. E la castissima
cortigiana del Pacifico, San Francisco, regala allora su quelle
alture oltre le quali c’è solo l’Oceano, l’ultima emozione che
tutti i viaggiatori, come tutti gli uomini, sempre cercano eppure
sempre temono: quella di essere arrivati alla fine del viaggio”.
(p. 180).