Il fuorviante trade-off inflazione-disoccupazione

Nel 1958 il neozelandese A.W.
Phillips, sulla base di alcuni dati quantitativi relativi all’economia
britannica, osservò l’esistenza di un trade-off
(relazione inversa) tra la disoccupazione e il livello dei salari
monetari (a dire il vero questo tipo di relazione era già stata notata
nel 1926 dallo statunitense Irving Fisher).

Nel 1960  gli statunitensi P.A.
Samuelson e R.M. Solow, partendo dal lavoro di Phillips, arrivarono a
proporre un’esplicita relazione inversa tra tasso di inflazione e tasso
di disoccupazione, vale a dire che quando l’inflazione era elevata la
disoccupazione era modesta, e viceversa.

L’implicazione di questa conclusione
di Samuelson e Solow per la politica economica sarebbe così stata che i
governi avrebbero potuto avere il controllo contemporaneo su inflazione e
disoccupazione di un’economia di mercato, dovendo semplicemente
risolvere un problema di trade-off
tra due obiettivi tra di loro in conflitto, scegliendo un punto della
cosiddetta Curva di Phillips dove collocare il sistema economico.

Si doveva stimolare l’inflazione come
mezzo per ottenere un livello più elevato di occupazione, o si doveva
accettare un certo livello di disoccupazione per non avere inflazione?

La relazione inversa tra tasso di
inflazione e tasso di disoccupazione è diventata effettivamente il punto
focale di gran parte delle discussioni di politica economica a partire
dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso.

E’ diventata, dobbiamo aggiungere,
purtroppo, perché questa relazione è portatrice di una fuorviante
concezione della materia economica.

Cosa c’è quindi veramente da affermare sulla relazione inversa tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione?

  • in un
    contesto di breve periodo, un aumento dell’occupazione può essere
    ottenuto attraverso un certo livello di inflazione purché quest’ultima
    sia inattesa (i prezzi aumentano più del previsto);
  • tuttavia,
    non appena il processo sequenziale di raggiustamento dei prezzi giunge a
    completamento, l’inflazione sarà anticipata e, dal momento in cui sarà
    anticipata (i prezzi aumentano in linea con le previsioni generali),
    l’inflazione non genererà più alcun impatto positivo sull’occupazione,
    mettendo così a nudo quel complesso di aggiustamenti procrastinato fino a
    quando quel temporaneo stimolo faceva il suo effetto  (il livello dei
    prezzi sarà più alto a causa dell’aumento di spesa monetaria, ma allo
    stesso tempo non si sarà verificato nessun aumento permanente
    dell’occupazione);
  • di
    conseguenza, se fosse possibile, un tasso di inflazione perfettamente
    anticipato e costante assicurerebbe lo stesso livello di occupazione
    complessiva raggiungibile con un tasso pari a zero;
  • allo scopo
    di assicurare un ulteriore aumento di breve periodo dell’occupazione, il
    tasso di inflazione deve essere accelerato e l’accelerazione stessa
    deve essere inattesa;
  • in
    definitiva, espansioni della domanda aggregata, accompagnate da
    inflazione, potrebbero diminuire la disoccupazione nel breve periodo, ma
    solo fino a quando gli effetti inflazionistici non sono stati
    anticipati; dal momento in cui gli effetti prevedibili dell’inflazione
    sui salari reali saranno sono stati compresi, si riaffermerebbero gli
    aspetti strutturali permanenti dell’economia;
  • una volta
    che la comunità ha certe aspettative inflazionistiche, anche solo
    parzialmente tradire, nel senso cioè di diminuire, il tasso di
    inflazione comporterà fondamentalmente gli stessi risultati delle
    riduzioni della domanda aggregata in un contesto più stabile; della
    disoccupazione pertanto può essere generata in seguito a tentativi di
    non fare null’altro più che mantenere il tasso di inflazione entro certi
    limiti tollerabili.

A questo punto, sorge spontaneamente
l’interrogativo sul perché non far procedere l’inflazione a velocità
sempre maggiore in modo che rimanga sempre inattesa: un’inflazione
continuamente inattesa non trasformerebbe l’occupazione in più così
raggiunta da temporanea a permanente?

Il problema è che l’avanzare del
processo inflazionistico non fa altro che rendere sempre più gravi
alcune conseguenze sfavorevoli insite nell’avanzare di questo stesso
processo, la più importante delle quali interessa i metodi di
contabilità su cui si fondano tutte le decisioni delle attività
direttamente produttive: questi sono davvero utili, infatti, solo finché
il valore della moneta rimane tollerabilmente stabile.

Di conseguenza, quando l’inflazione
galoppa a un ritmo sempre più veloce delle previsioni, le tecniche
tradizionali o internazionalmente accettate della contabilità del
capitale e dei costi, che costituiscono la base di ogni attività
direttamente produttiva, non ci mettono tanto tempo a perdere ogni loro
ragione di essere, rendendo, alla fine, difficili gli scambi come se il
denaro mancasse concretamente.

In un’economia monetaria il
coordinamento tra produttori, distributori e consumatori che si realizza
tramite prezzi monetari non può che essere annientato da un’inflazione
che galoppa a un ritmo sempre più veloce delle previsioni: questa arriva
a provocare il tracollo del sistema-denaro e a far collassare la
ricchezza pro-capite dei membri della comunità.

Un ottimo riscontro empirico di quanto appena affermato lo offre la Germania durante l’esperienza della Repubblica di Weimar.

Nell’estate-autunno del 1923,
all’apice del processo inflazionistico che caratterizzò la Germania tra
il 1914 e il 1923, nelle campagne tedesche i granai erano pieni, ma
nelle città si soffriva la fame, perché gli operatori non erano più
disposti a vendere le loro derrate, ma preferivano dedicarsi a
speculazioni ormai divenute finanziariamente di gran lunga più
decifrabili e redditizie rispetto alla vendita delle derrate, per via di
una protratta inflazione galoppante della valuta nazionale a un ritmo
sempre più veloce delle previsioni.

Nonostante, infatti, che i tassi
interesse caricati dalle banche sui prestiti concessi fossero più alti
che in circostanze normali, questi interessi erano in ogni caso
decisamente più bassi rispetto ai profitti di borsa che si potevano fare
sfruttando le occasioni offerte da questo tipo di situazione.

Se si doveva prendere un prestito in
banca per comprare una qualsiasi azione ci si poteva guadagnare sopra un
profitto lordo che superava così di molto l’interesse sul prestito che
si doveva pagare alla banca.

I momenti di maggiore inflazione
corrisposero con quelli di maggiore occupazione, ma allo stesso tempo
l’aumento vertiginoso e incontrollabile dei prezzi devastò il tenore di
vita della classe media e operaia e di chiunque vivesse di rendite
fisse.

L’iperinflazione fu causa di
innumerevoli decisioni che non potevano essere giustificabili nel lungo
periodo e ciò, in conclusione, determinò un’ampia riduzione dello stock
di capitale nell’economia e il crollo della stima pubblica nella valuta
nazionale.

L’iperinflazione di Weimar finì quindi
per arricchire un gruppo molto ristretto di scaltri speculatori, che
compresero appieno il significato del boom inflazionistico e seppero
sfruttare le occasioni da esso fornite, ma allo stesso tempo finì per
impoverire l’immensa maggioranza della popolazione.

Le perdite dei perdenti così finirono per sorpassare di gran lunga la somma totale dei guadagni degli speculatori.

Cosa c’è da dire, invece, in merito al
fatto che quando la comunità ha certe aspettative inflazionistiche,
anche solo parzialmente  tradire queste aspettative, cioè nel senso di
diminuire, il tasso di inflazione comporterà fondamentalmente gli stessi
risultati delle riduzioni della domanda aggregata in un contesto più
stabile?

Per rispondere a quest’ultima domanda
possiamo portare come evidenza empirica l’andamento dell’economia
americana tra il 1974 e il 1975, in quanto caso che fa ancora scuola.

Tra il 1974 e il 1975 l’economia
americana fu caratterizzata dalla cosiddetta stagflazione (compresenza
di stagnazione e inflazione); la disoccupazione sembrava essere
chiaramente al di sopra di ogni tasso naturale, cioè il tasso di
disoccupazione coerente con gli aspetti strutturali di fondo
dell’economia, mentre contemporaneamente il livello dei prezzi
continuava ad aumentare.

In risposta agli eccessi di politica
monetaria e fiscale del 1972 e 1973, e al fine di non trascendere in
un’inflazione esplosiva, le autorità decisero di decelerare il tasso di
espansione monetaria generale, ma a causa di certe aspettative
inflazionistiche del pubblico ormai divenute automatiche, ogni
decelerazione del tasso di espansione monetaria generale ha avuto
fondamentalmente lo stesso effetto di una diminuzione della domanda
aggregata in un contesto di stabilità monetaria generale.

In breve, poiché i prezzi aumentavano
meno del previsto, l’effetto prodotto è stato essenzialmente identico a
quello di un’imprevista deflazione.

La reazione delle imprese e dei
consumatori provocarono riduzioni della produzione e dell’occupazione,
nonostante ci fossero ancora pressioni verso l’alto dei prezzi, sia per
gli effetti ritardati, sia perché la decelerazione rientrava ancora in
un ambito che consentiva la persistenza dell’inflazione.

L’inflazione può accendere la
produzione o alcune produzioni, ma nel fare ciò porta contemporaneamente
comunque con sé distorsioni allocative; una volta che consideriamo
queste distorsioni, anche solo decelerare il tasso di inflazione
genererà reazioni negative su occupazione e produzione; l’entità di
queste reazioni saranno direttamente collegate alla durata del periodo
inflazionistico.

L’inflazione può quindi diminuire la
disoccupazione per un certo periodo, ma nel processo distorce l’economia
e queste distorsioni strutturali possono, a loro volta, richiedere un
incremento della disoccupazione prima che l’economia possa fare i
raggiustamenti necessari a dissolvere le distorsioni.

Per la pianificazione di lungo periodo
della politica economica, sia la logica che l’evidenza empirica
dimostrano pertanto che non esiste, nella realtà, alcun trade-off economicamente sostenibile tra inflazione e disoccupazione.

In aggiunta, va osservato che nel
momento in cui l’inflazione si manifesta, sorgono anche distorsioni
relative alle opportunità di guadagno, e cioè il rendimento di attività
direttamente produttive diminuisce rispetto al rendimento di attività
rivolte all’adattamento stesso all’inflazione.

Ricapitolando:

  • espansioni della domanda aggregata, accompagnate da inflazione, potrebbero ridurre la disoccupazione nel breve periodo;
  • una volta
    però che gli effetti inflazionistici sono stati anticipati si
    riaffermerebbero gli aspetti strutturali permanenti dell’economia e un
    incremento permanente dei prezzi sarebbe, al meglio, il costo di una
    riduzione temporanea della disoccupazione;
  • ogni decelerazione del tasso di inflazione produrrà un effetto essenzialmente identico a quello di un’imprevista deflazione;
  • il sistema
    può anche occultare nel lungo periodo il tasso di disoccupazione
    coerente con i propri aspetti strutturali di fondo, attraverso
    un’inflazione continuamente in crescita, ma soltanto al costo di
    giungere assai più coerentemente alla propria fine.

In ultimo, i giorni della resa dei
conti possono essere posposti attraverso un’inflazione continuamente in
crescita, oppure mediante la sostituzione di un’economia di mercato,
cioè libera, con un’economia pianificata.