Di cosa soffre l’economia mondiale?

Mario Draghi si prepara a cedere il timone della banca centrale
europea all’attuale direttrice operativa del Fondo Monetario
Internazionale, Christine Lagarde.

La Lagarde ha più volte, nelle scorse
settimane, sottolineato come la politica monetaria non può rappresentare
a tempo indeterminato “l’alfa e l’omega” della ripresa mondiale, che
prima o poi dovrà trovare sostegno in misure appropriate di politica
fiscale, cioè per quanto concerne l’eurozona, politiche in grado di
sostenere l’aumento dell’occupazione, con maggiori investimenti in
infrastrutture e in innovazione.

Invece di parlare di ripresa mondiale,
la Lagarde avrebbe dovuto parlare di un’economia mondiale che vive
sotto una tenda a ossigeno: le politiche monetarie espansive sono
servite a stabilizzare la situazione dopo il cortocircuito del
2008-2009, impedendo così ulteriori correzioni nei profili
intertemporali di spesa da parte delle famiglie, ma contemporaneamente
hanno avuto successo nello stimolare effetti collaterali del tutto
indesiderabili.

Queste politiche, infatti, hanno messo
il turbo al debito: attualmente il debito mondiale è  pari a 246
trilioni di dollari, cioè pari a quasi il 320 per cento del PIL globale,
ma nel 2008 il debito mondiale era di 173 trilioni di dollari e pari al
283 per cento del PIL globale, il che vuol dire che il debito mondiale è
aumentato sia in termini assoluti, sia percentuali del PIL, il che
conseguentemente vuol dire che questa montagna di debiti è cresciuta più
velocemente dell’economia.

Inoltre, i tassi di interesse molto
bassi imposti dalle banche centrali, comprimendo il reddito da
interessi, in un momento in cui la redditività è già di per sé modesta,
rappresentano una seria complicazione per il modello operativo delle
istituzioni finanziarie, per il reddito dei pensionati (i cui consumi
durante l’età pensionistica possono dipendere in buona parte dai
rendimenti che ricevono dai risparmi) per il ritmo di accumulo delle
attività pensionistiche.

Per il resto, è necessario
innanzitutto affermare che il contrasto non sorge perché ci sono delle
persone che vogliono un elevato livello di investimenti e la massima
occupazione e altri che non vogliono queste stesse cose.

Tutti propugnano un elevato livello di
investimenti e massima occupazione in un senso ragionevole, perché
nessuno considera una condizione in cui gli investimenti ristagnano e la
disoccupazione involontaria in massa come qualcosa di desiderabile.

I nostri decision-makers
continuano prevalentemente a lavorare sull’idea di un eccesso
strutturale di risparmio sul volume degli investimenti come causa di
un’economia mondiale che tira a campare; secondo costoro, infatti,
sarebbe proprio questo eccesso di risparmi rispetto agli investimenti
mondiali il motivo che sostiene i tassi di interesse delle banche
centrali a livello molto basso.

I tassi di interesse molto bassi
sarebbero quindi il sintomo di una domanda mondiale di investimenti
insufficiente ad assorbire tutto il risparmio disponibile nell’economia;
in tal senso, la Lagarde auspica un ruolo maggiore della politica
fiscale per far aumentare questa domanda e ottenere un riequilibrio
strutturale tra risparmi e investimenti. 

Ma davvero abbiamo un problematica
generale di risparmi che giacciono inutilizzati, che bloccano il sistema
economico come sostengono i nostri decision-makers?

Un eccesso strutturale di risparmi sul
volume degli investimenti privati è una situazione che può capitare
quando i costi dell’informazione sono alti, o non ci sono efficienti
intermediari finanziari che collegano offerta e domanda di risparmio, o i
diritti di proprietà sono precari; in tutti questi casi, infatti, le
persone finiscono per prestare molta attenzione in ogni attività di
prestito-investimento, perché prestare-investire è evidentemente molto
rischioso.

Di conseguenza, ammesso che si riesca a
individuare, facendo leva sul buon senso (impossibile poter far leva su
altri mezzi), un eccesso strutturale di risparmio sul volume degli
investimenti privati, bisognerebbe poi comunque cogliere il giusto nesso
di causa-effetto: il problema, infatti, non sarebbero in ogni caso i
risparmi non investiti, dato che essi rappresenterebbero soltanto il
sintomo di una malattia, e quindi non è propriamente corretto descrivere
questo problema come un problema di eccesso di risparmio.

Tutto ciò non ci deve far pensare che
solo quando tutto il risparmio viene investito, i risparmi possono
considerarsi non in “eccesso” strutturale sul volume degli investimenti,
tutt’altro.

In ogni momento, una parte del
risparmio giace spontaneamente inutilizzato e questo avviene per poter
far fronte a spese economiche impreviste o straordinarie e, più in
generale, ai continui cambiamenti dell’economia.

Questi cambiamenti possono portare con
sé anche della disoccupazione fisiologica, ma, allo stesso tempo, di
questi cambiamenti non dobbiamo rammaricarci perché rappresentano il
motore del progresso senza i quali l’essere umano vivrebbe ancora nelle
caverne.

Detto quanto, possiamo dire che abbiamo una problematica generale di “eccesso” di risparmio come proferiscono i nostri decision-makers?

Un’analisi economica più accurata dice
di no, dice che, in realtà, siamo in presenza di un diverso tipo di
problema, e cioè una grande volontà di fare affari che non può essere
soddisfatta a causa di una carenza relativa di capitale. 

In base a quanto, quello che ai nostri decision-makers appare come un “eccesso” strutturale di risparmio, altro non è che carenza relativa di capitale e ancor prima di risparmio.

Il fulcro della questione è nella distinzione tra monetario e reale.

E’ comune pensare che il risparmio sia
la quantità di denaro rimasta dopo che il reddito monetario  è stato
impiegato per le spese di consumo.

In realtà, il risparmio in quanto
tale, cioè il risparmio reale, è la quantità di beni di consumo finali
in più rispetto al consumo attuale; in tal senso, se la produzione di
beni di consumo finali dovesse aumentare, ceteris paribus
si espanderebbe il complesso dei risparmi reali e si incrementerebbe la
capacità di produrre ulteriormente una maggiore varietà di beni di
consumo.

Superando il baratto con il denaro, si
sviluppano le transazioni e indirettamente la divisione del lavoro, e
ciò vuol dire che mediante il denaro, le persone possono canalizzare
meglio i risparmi reali, il che, a sua volta, permette l’ampliamento del
processo di generazione di ricchezza.

Non è quindi il denaro a finanziare
l’attività economica, bensì l’insieme risparmiato dei beni di consumo
finali, il quale agisce da supporto a tutte le fasi della produzione,
ma, allo stesso tempo, il denaro, riducendo il tempo degli scambi e
migliorandone l’efficienza, permette di dedicare più tempo alla
produzione e di perfezionare la stessa.

Tuttavia, anche il denaro è sottoposto alla legge dei rendimenti decrescenti.

Non è nelle nostre mani pianificare l’offerta di denaro più adeguata
in ogni particolare circostanza di tempo e di luogo, ma possiamo
comunque affermare che un processo inflazionistico implica lo scambio di
nulla per qualcosa ed è scatenato dalla continua insufficienza della
domanda di mezzi di pagamento rispetto alla loro offerta, mentre
fintanto che permane un’insufficienza di offerta di mezzi di pagamento
rispetto alla loro domanda c’è spazio per aumentare la quantità di
denaro circolante ed estendere così lo scambio di qualcosa per qualcosa.

Nel primo caso si produce una spinta
all’indebolimento del bacino dei risparmi reali, mentre nel secondo caso
si produce una spinta al rafforzamento del bacino dei risparmi reali.

In quanto legata (come ogni altra
domanda) alle circostanze particolari di tempo e di luogo, la domanda di
denaro è variabile e non fissa; di conseguenza, l’offerta di
denaro deve possedere una certa elasticità per poter svolgere al meglio
il suo ruolo di ingranaggio dell’attività economica.

Il risparmio reale non è pertanto sinonimo di incremento di capitale,
ma è comunque il fattore assieme alla produzione su cui si costruisce e
si mantiene il capitale, ricordando che con il termine capitale
dobbiamo qui intendere non le somme di denaro investite in processi
produttivi, bensì l’insieme di quei beni che permette di ottenere beni,
anziché con la produzione diretta, (cioè con l’impiego immediato delle
risorse originarie, natura e lavoro) con la produzione indiretta.

Di conseguenza, la produzione
indiretta, cioè capitalistica, genera un prodotto superiore rispetto
alla produzione diretta, cioè senza capitale, e una produzione più
indiretta, cioè più capitalistica, genera un prodotto superiore rispetto
a una meno indiretta, cioè meno capitalistica, perché sono maggiori e
migliori i mezzi di godimento.

Con tutti questi elementi possiamo ora fare un breve riassunto:

  • il
    cortocircuito manifestatosi nel 2008-2009, è il risultato di un
    insistente processo di scambio di nulla per qualcosa, causato dalle
    decisioni di politica monetaria delle banche centrali, che hanno
    prodotto una varietà di decisioni che non potevano essere giustificabili
    nel lungo periodo: sono state impiegate risorse in attività che non si
    potevano mantenere a lungo, perché la tendenza della domanda dei
    consumatori era incoerente con la tendenza della produzione;
  • con il
    manifestarsi del cortocircuito, le stesse banche centrali sono
    intervenute inondando l’economia di liquidità al fine di evitare
    massicce liquidazioni e una caduta in assoluto del flusso dei redditi,
    il che però non significa che, nel frattempo, il capitale presente
    nell’economia non si sia ridotto.
  • tuttavia, i
    benefici immediati della stabilizzazione, sono stati sfruttati per
    un’ulteriore crescita del cattivo indebitamento e non sono stati
    affiancati da sufficienti interventi strutturali per il rilancio sul
    fronte della concorrenza e del contenimento della mano pubblica
    nell’economia;
  • ciò vuol
    dire che scartata l’idea di risanare la situazione attraverso un breve
    processo di deflazione monetaria, evitare la contrazione indiscriminata
    dell’offerta di moneta ha finito per aggravare ancor di più la
    situazione;
  • in
    conclusione, la codeterminazione ricorsiva di comportamenti tra governi e
    banche centrali dopo il cortocircuito del 2008-2009, in molte economie
    cosiddette avanzate, si è ad oggi complessivamente risolta in un calo
    del bacino dei risparmi reali, il che diminuisce le possibilità di
    formazione di nuovo capitale o impedisce proprio la formazione di nuovo
    capitale e aumenta le difficoltà di usare il capitale esistente.

In particolare, in molte economie
avanzate, sul fronte del debito, a preoccupare non sono soltanto le
dimensioni di certi debiti pubblici, ma anche, e in certi casi
soprattutto, il debito del settore corporate, cioè quello delle imprese.

In tal senso:

  • il mercato dei leveraged loan,
    cioè dei crediti concessi a imprese già molto indebitate e di bassa
    affidabilità ha raggiunto complessivamente i 3 trilioni di dollari;
  • in questi
    ultimi 19 anni la qualità dei crediti concessi alle imprese è andata
    sempre più peggiorando: nel 2000, negli Stati Uniti il lowest investment grade rating,
    cioè la valutazione più bassa applicata agli investimenti,
    rappresentava il 29 per cento di tutti i crediti concessi, mentre
    attualmente è il 36 per cento; in Europa la situazione ha avuto un
    andamento anche peggiore, perché questo rating, oggi anch’esso al 36 per
    cento, era nel 2000 al 14 per cento;
  • per quanto concerne il settore specifico delle obbligazioni corporate,
    il rating più basso, che era del 25 per cento negli Stati Uniti e del
    22 per cento in Europa, si è elevato per ambo le parti al 45 per cento.

In conclusione, l’economia mondiale non ha una problematica generale
di cercare investimenti come sfogo dei risparmi, ma quella di generare e
trovare risparmi allo scopo di farne una base non inflazionistica degli
investimenti.

Pensare di risolvere il problema
dell’investimento, giudicando irrilevante o secondario il fattore
risparmio, è una lampante dimostrazione di ignoranza del processo
economico.

Il suddetto problema non può essere
quindi risolto con l’interventismo della politica monetaria, benché meno
facendo leva su un programma esplicito di espansione della spesa
aggregata nell’economia attraverso misure fiscali, cioè su un programma
di spesa pubblica in deficit: una politica di stimolo diretto della
domanda aggregata, infatti, si rileverà essere miope in un contesto del
genere, perché può temporaneamente far aumentare occupazione e
produzione, ma l’inflazione che è dentro di sé inasprirà gli
aggiustamenti inappropriati contenuti nell’economia, arrecando così più
danni che benefici alla sua performance.

A tal riguardo, occorre ricordare che
la domanda aggregata non è una divisione autonoma dell’economia, ma è
funzione del capitale. 

Il capitale, a sua volta, non è una
forza a sé stante, ma integra e rafforza sia la natura che il lavoro, e
deriva dalla razionalizzazione delle forze produttive, cioè risparmio
reale e produzione. 

Il flusso circolare dell’economia
inizia quindi con la razionalizzazione delle forze produttive che, a sua
volta, porta alla spesa che ritorna ai produttori come reddito.

La produttività del lavoro aumenta
quando aumenta il capitale con cui viene combinato; se l’occupazione
pertanto tende a orbitare attorno a settori a basso valore aggiunto è
una questione di relativamente scarso stock di capitale presente
nell’economia.

Per aumentare lo stock di capitale bisogna quindi far leva sulla razionalizzazione delle forze produttive.

Una migliore razionalizzazione delle
forze si può ottenere soltanto riducendo gli ostacoli al mercato che, in
quanto tali, costituiscono opacizzazioni del sistema di trasmissione
dell’informazione e di guida cognitiva della divisione del lavoro, il
che è possibile solo diminuendo il ruolo della politica attraverso una
maggiore affermazione dei property rights.