Confutare le posizioni keynesiane nel caravanserraglio della Lega

In
merito a debito pubblico, monete e spesa pubblica, nei lustri e nei
decenni vengono periodicamente riproposte da qualche partito o da
qualche sedicente economista le tesi cosiddette “Keynesiane”,
abbandonate dal mondo accademico da una settantina d’anni, secondo
cui stampa di moneta ed inflazione ridurrebbero la disoccupazione
(curva di Pillips) e stimolino l’economia, sostenendo al
contempo che la riduzione di imposte e balzelli sarebbe ininfluente
(modello “IS-LM”).

In
questo momento, queste teorie vengono sostenute dalla Lega di
Salvini, a mezzo dei suoi (sedicenti) economisti di riferimento
Claudio Borghi ed Alberto Bagnai.

Ora,
mentre la curva di Phillips si rivela una baggianata alla prima
occhiata, per capire l’assurdità della “legge IS-LM” senza
leggersi le confutazioni del premio nobel a M. Friedman e le relative
pubblicazioni, bisognerà parzialmente addentrarsi nella terminologia
e nelle ipotesi fissate a sentimento dal keynesiano John Hicks ed
arrivare al grafico che ne descrive i risultati.

La trattazione del modello che confuterò ora è quella di wikipedia
(https://it.m.wikipedia.org/wiki/Modello_IS-LM?fbclid=IwAR3X8aXKLCF3ya_S_fq-b4Xkp-0p0rB1BOSHNlRs7TQ5OorO2D2Me7H9GAQ),
e che si presenta esente dalle osservazioni che lo hanno demolito.

Ho
quindi ripreso tale descrizione sintetizzandola ed aggiungendo tali
osservazioni, al fine di proporne una lettura semplice ma allo stesso
tempo completa.

Y = produzione

C = Consumo

I = Investimento

G = spesa pubblica

r = rate = tasso di interesse

Curva
IS (Investment/Saving) sul diagramma (Y, r)

Equazione IS: Y =
C+I(r)+G cioè PIL= Consumi + Investimenti + Spesa pubblica

Ipotesi:
poiché I diminuisce all’aumentare di r, e così anche Y.

In altre parole: trascuro il fatto che
l’aumento di r sia una conseguenza dell’aumento di I.

Quindi

a) l’aumento del tasso di
interesse comporta giocoforza una diminuzione del PIL

Non è detto. L’aumento del tasso può avvenire come
conseguenza dell’aumento degli investimenti. Imporre
tassi diversi dal libero mercato creerà alterazioni sempre
negative in termini reali (perché forzerebbe l’offerta
globale, in un senso o nell’altro).

b) Se aumento la spesa pubblica,
senza influenza su r, aumento Y.

Sbagliato perché se aumento G, vedrò per forza
diminuire C e I (causa imposte) ed aumentare r. Se ricorro al
debito, vedrò ancora aumentare r bancario. Se stampo e basta,
idem (alla lunga, causa inflazione).

Curva LM (Liquidity-Money) sul diagramma (Y, r)

Equazione LM: M = L
(r,Y) M rappresenta l’offerta di moneta, L la domanda di liquidità.

Ipotesi: L direttamente proporzionale a Y (domanda di
liquidità dirett. prop. alla produzione).

In altre parole: trascuro gli aumenti
di efficienza del sistema produttivo.

Quindi:

c) L’aumento del PIL comporterebbe
un aumento del tasso di interesse, a parità di M.

Sbagliato. questo è vero
solo se se l’efficienza aumentata del sistema produttivo
compensa l’aumento di r. Altrimenti Y torna indietro. Non ha
senso produrre di più rimettendoci.

Da cui la necessità di aumentare M per mantenere un maggior Y.

Intersezioni tra le
curve

1) E –>E’ per effetto dell’aumento della spesa pubblica G,
senza aumento di M.

2) Il disequilibrio finanziario mi sposterà verso E’’. Tassi
più alti ma diminuzione di Y.

Da notare che l’aumento di Y risulterebbe da un aumento di G a
spese di C e I.

Inoltre,
l’ipotesi è qui dell’aumento di G senza stampa di moneta
(LM=retta, quindi M = costante), quindi con prelievo di imposte
che ridurrebbero ulteriormente C ed I.

1) E E’ per effetto
dell’aumento della spesa pubblica G, con aumento di M.
Sbagliato perché
se aumento G, ricorrendo al debito, vedrò ancora aumentare r
bancario, in condizione di imposte aumentate.

Se stampo e
basta, ancora aumenteranno i tassi (causa inflazione –teoria
quantitativa della moneta). Inoltre, il valore reale di E’
equivarrebbe ad E. Solo, in condizione di instabilità monetaria e
tassi più alti.

Approfondimenti:
a) Se finanzio
lavori pubblici infrastrutturali con denaro fiat, risulterà che,
aumentando la domanda ma non la produzione di beni e servizi, E =
E’ in termini reali (cioè al netto dell’inflazione). Finiti i
lavori pubblici, la ricaduta della domanda causerà, sempre in
termini reali, recessione. Unita ad un aumento dei tassi per
compensare l’aumentata aspettativa in termini di inflazione.
b) Se invece
l’aumento della spesa pubblica fosse permanente (assunzione di
impiegati pubblici), ne risulterà una caduta degli investimenti
[I(r)=Y-C-G], nonché povertà diffusa dovuta alla diminuzione del
potere di acquisto (se più persone si dividono la stessa torta,
ognuno avrà una fetta più piccola). Ed al precedente aumento dei
tassi.
c) Se, infine, la spesa pubblica
consistesse in una elargizione ai fini di investimento (I), si
aprirebbe uno scenario di discriminazione tra investimenti,
comunque forzati rispetto al naturale bisogno degli stessi, che
turberà la concorrenza nel mercato e quindi il suo funzionamento.
Se addirittura le istituzioni non fossero predisposte per la
sorveglianza degli enti e dei funzionari pubblici, le elargizioni
non finanzieranno investimenti ma detti enti o funzionari (ritorno
ai casi a e b).

Infine, anche se non traspare Idalle
curve, l’altra ipotesi di Keynes è che all’aumentare del
benessere (cioè Y) diminuisca la propensione all’investimento ed
al consumo rispetto al risparmio improduttivo (cioè quello
sotto al materasso). Tale ipotesi è ovviamente errata: come
se, chessò, la Grecia che ha un basso PIL investisse più degli USA
che hanno un alto PIL.

Questa fu comunque l’ipotesi che
portò Keynes ad elaborare teorie secondo cui per migliorare
l’economia bisognerebbe tassare di più, perché il troppo
benessere renderebbe insufficienti gli investimenti ed il consumo,
preludendo alla stagnazione e poi alla recessione economica. Al
contrario, la spesa pubblica sarebbe per sua natura efficientissima
nell’aumentare servizi e prodotti in modalità indipendente dalla
domanda del mercato.

Tutte queste conclusioni, fondate su
ipotesi di cui abbiamo descritto l’infondatezza, sono evidentemente
smentite dai fatti storici, dalla logica e dall’esperienza
quotidiana.