Come alimentare una crisi dopo l’altra

Sulla scia di alcuni dato
macro-economici deludenti, sia la Banca Centrale Europea che la Federal
Reserve statunitense hanno comunicato l’intenzione di fare marcia
indietro sul processo di normalizzazione delle proprie politiche
monetarie.

Il 2019 avrebbe dovuto essere l’anno
della svolta definitiva per le due aree valutarie principali del
pianeta, del ritorno senza se e senza ma verso condizioni monetarie
normali, nel senso che ormai la crisi finanziaria scoppiata nell’agosto
del 2007, l’importante recessione iniziata nel secondo trimestre del
2008 e la grave crisi industriale iniziata a seguito del fallimento
della banca d’investimento Lehman Brothers nel settembre 2008, dovevano
considerasi solo come un ricordo.

Questo era quello, infatti, che si
poteva leggere su gran parte dei report di fine 2018, report in cui si
immaginavano due o tre rialzi dei tassi statunitensi nel corso del 2019 e
correzioni verso l’alto anche da parte della Banca Centrale Europea.

Normalizzare per una banca centrale
significa alzare gradualmente i tassi di interesse e ridurre in maniera
consistente i propri bilanci.

A fine luglio 2019 la banca centrale
degli Stati Uniti, dando seguito alle proprie più recenti intenzioni, ha
invece abbassato il costo del denaro, tagliando i fed funds di un quarto di punto e portandoli in un intervallo compreso tra il 2 e il 2,25 per cento.

Il presidente della Federal Reserve
statunitense, Jerome Powell, ha dichiarato che questo abbassamento non è
l’inizio di una lunga serie di tagli, ma un aggiustamento di metà ciclo
economico, ma subito dopo ha anche affermato che non è l’inizio di un
ciclo, ma si potrebbe tagliare ancora. 

Inoltre, la Federal Reserve ha
interrotto con due mesi di anticipo, la politica di riduzione degli
assets acquistati durante le sue tre tranches di quantitative easing
(cioè creazione di base monetaria da parte della banca centrale e
utilizzo di questa base per acquistare attività finanziarie dalle
banche), da novembre 2008 a fine ottobre 2014, riprendendo il
reinvestimento dei titoli in scadenza; ad oggi la Federal Reserve a
bilancio titoli acquistati durante la crisi per 3.600 miliardi di
dollari.

Cosa farà invece prossimamente la Banca Centrale Europea?

All’orizzonte per l’area euro si intravedono tassi bassi ancora a lungo e un possibile ritorno del quantitative easing; ad oggi, il portafoglio della Banca Centrale Europea è imbottito di titoli per quasi 3.000 miliardi di euro.

Nei prossimi mesi anche altre banche centrali dovrebbero tagliare i tassi di interesse.

In definitiva, le banche centrali si
stanno rendendo conto che non è possibile portare a compimento il
processo di normalizzazione delle proprie politiche monetarie, senza
mandare in qualche modo a tappeto l’economia globale.

Nel 2008 la Federal Reserve è accorsa
in salvataggio della banca di investimento Bear Stearns, ma ha lasciato
che Lehman Brothers fallisse e subito dopo si è accorta che una tale
strategia avrebbe portato all’ecatombe come all’inizio degli anni Trenta
del secolo scorso, quando numerose banche sono fallite e la Grande
Depressione si è propagata in vari paesi industrializzati.

Nel 2019 ci troviamo di fronte a una
recessione globale che avanza quando sembrava, chi con più chi con meno
successo, di essere definitivamente usciti da un’importante recessione
globale, ma soprattutto di fronte al rischio che l’intera struttura
economica possa collassare a seguito dei rialzi dei tassi di interesse,
dato che, al minimo sospetto che non si riceverà più alcun sostegno,
l’intero sistema inizia a vacillare.

Non si può capire il perché di tutto questo, senza capire da dove nasce il problema.

Quando l’offerta di moneta si situa al
di sopra della domanda per un lasso di tempo sufficientemente dilatato,
questo eccesso sarà eliminato con un aumento dei prezzi che non è mai
uniforme e uguale per tutti e nemmeno pertanto desiderabile.

Tuttavia, la liquidità in eccesso,
quando non viene corretta tempestivamente da un meccanismo di
compensazione interbancaria, genera un effetto ancor peggiore: alimenta
la formazione di bolle speculative in campo mobiliare e immobiliare, il
che è inevitabile, come è inevitabile, a un certo punto, che queste
bolle inizino la loro fase di deflagrazione, per il semplice fatto che
nessuna corsa dei prezzi può galoppare all’infinito a un ritmo sempre
più veloce delle previsioni senza scadere in un’iperinflazione.

In tal senso, non è possibile
preservare la cosiddetta economia reale dalle vicissitudini finanziarie:
l’eccedenza di moneta sulla domanda (non corretta tempestivamente da un
meccanismo di compensazione interbancaria) canalizza risorse verso
attività che in una situazione di equilibrio monetario non sarebbero
state intraprese, e ciò significa, in ultimo, che, nello stesso momento
in cui viene alterato il meccanismo di allocazione delle risorse, si
generano conseguenze negative a carico della struttura produttiva.

La deflagrazione di una bolla
speculativa, che altro non è che un’esplosione di errori decisionali a
cui gli operatori sono indotti dall’eccedenza di offerta di moneta,
rende impossibile il completamento di una serie di progetti, il che,
alla fine, si traduce in una certa dilapidazione delle risorse scarse
della società, per cui questa finisce per impoverirsi in modo
generalizzato.

Il concetto chiave di questa storia è la domanda di moneta.

La domanda di moneta dello
scialacquatore o dell’insolvente è una domanda di moneta finalizzata
alla spesa e non è pertanto una domanda di moneta in senso proprio, così
come non è domanda di moneta in senso proprio la domanda di credito
finalizzata al consumo corrente o all’investimento.

Se i mezzi di pagamento che circolano
vengono creati seguendo la domanda di moneta degli scialacquatori o
degli insolventi oppure la domanda di credito finalizzata al consumo
corrente o all’investimento, i prezzi monetari dei beni crescono a
dismisura, dato che la disponibilità di questi beni è limitata, mentre
queste domande sono insaziabili.

La domanda di moneta in senso proprio è
pertanto quello che decidiamo, di volta in volta, di trattenere e di
non spendere nell’esercizio delle nostre attività.

Non era facile per una banca centrale
regolare l’offerta di moneta seguendo per tempo l’andamento della
domanda in senso proprio quando il denaro bancario da essa emesso in
condizioni di monopolio era dotato di convertibilità in qualcosa che non
fosse il prodotto del sistema bancario, ma è diventato molto difficile 
quando questa convertibilità per il denaro bancario emesso in
condizioni di monopolio da ciascuna banca centrale è stata abolita, data
l’estrema facilità di variare, generalmente al rialzo, la riserva
bancaria di un paese che in questo modo si è andata a raggiungere: la
quantità di denaro che così può essere emesso non ha limiti se non
quello dell’iperinflazione, ma prima che si arrivi a generare un
fenomeno di iperinflazione, le strade percorribili sono molte.

Il cortocircuito manifestatosi
chiaramente durante gli anni 2008-2009 e che aveva già dato i suoi primi
segnali nel 2007, è il risultato di una politica monetaria
avventatamente inflazionistica, cioè afflitta da eccedenza di offerta
monetaria a cui non è stato posto rimedio per tempo attraverso un
meccanismo di compensazione interbancaria.

L’esplosione di una crisi economica di
portata generale non è mai imputabile a un’insufficienza di consumo o
di investimento, ma all’eccedenza di mezzi di pagamento che vengono
spesi per tutto quello che si trova sulla loro strada, titoli inclusi,
soprattutto se quest’ultimi vengono offerti a rendimenti elevati, che
però non possono trovare alcun riscontro oggettivo con la realtà, o se
promettono rivalutazioni insostenibili.

La massa di attività tossiche a
elevato rendimento, che le banche d’investimento hanno diffuso in tutto
il mondo industrializzato, prima del manifestarsi dei primi segnali di
crisi del 2007, hanno trovato una domanda insaziabile.

Le banche centrali hanno assistito
inermi alla crescita insostenibile dei prezzi delle abitazioni e delle
azioni e incapaci di intuire quanto stava accadendo nel cosiddetto
sistema bancario ombra, cioè la creazione di un enorme massa di attività
finanziarie che venivano offerte a rendimenti impossibili per stimolare
l’economia a tassi eccezionalmente ridotti.

Quando poi il tutto è cominciato a
deflagrare, perché non si sapeva più a chi trasferire gli insostenibili
rischi di queste attività tossiche, i mezzi legali di pagamento che
avevano alimentato l’incendio iniziarono a essere ritirati in fretta,
arrivando così a generare la situazione opposta di una carenza di mezzi
legali di pagamento.

Le banche centrali, in tempi diversi,
hanno iniziato a intervenire per somministrare i mezzi legali di
pagamento necessari per evitare che l’intero edificio del credito
venisse giù e per scongiurare quindi che un’importante recessione si
trasformasse in una depressione di lunga durata.

Per affrontare la crisi delle
cosiddette attività tossiche non è stato sufficiente la riduzione dei
tassi di interesse nominali a livelli infimi e nemmeno piani di
rifinanziamento a lungo termine; le banche centrali si sono rese conto,
chi prima chi dopo, che ciò non sarebbe stato sufficiente e hanno
iniziato ad acquistare grandi quantità di queste attività.

Deflazione fa rima con recessione o
depressione soltanto quando questa non è il risultato di accresciuta
produttività o di una crisi settoriale dovuta ai cambiamenti della
domanda dei consumatori, ma di aumentate difficoltà del mondo delle
imprese.

Non può quindi essere mai la
deflazione la causa di una crisi economica di portata generale, ma
conviene arrestarla quando minaccia di iniziare, per evitare che si
produca l’avvitamento in una riduzione progressiva dell’investimento e
dell’attività economica.

Tuttavia, una crisi economica di
portata generale può essere spazzata via solo se i mal-investimenti
vengono liquidati e dallo spostamento del lavoro verso direzioni più
efficienti.

In tal senso, i piani di salvataggio
messi in atto dalle autorità centrali hanno lasciato aperto due dubbi:
fino a che punto i benefici della stabilizzazione così ottenuta
avrebbero compensato il ritardo con cui sarebbero stati realizzati gli
interventi strutturali per il rilancio, e fino a che punto i privilegi
impliciti che sussistono in questi interventi di salvataggio avrebbero
influenzato in futuro i processi decisionali degli operatori.

La risposta che è stata data negli
anni successivi fino ad oggi è che, alla fine, a prevalere non è stato
il risanamento del processo di mercato, ma una nuova bolla speculativa
che contemporaneamente, in dei tratti, si associa a 
recessione/stagnazione permanente.

In altre parole, salvare la solidità
complessiva del sistema bancario e ridurre i timori d’insolvenza dei
debitori governativi invece di limitarsi sostanzialmente a un sostegno
temporaneo dei redditi aggregati ha finito invece sostanzialmente per
tradursi in parte con l’arrestare e in parte con l’invertire il processo
di liquidazione dei mal-investimenti.

Il tutto, infatti, è sostanzialmente
scaduto in una reflazione del valore di attività mobiliari e immobiliari
a livelli non allineati con la distribuzione ottimale del lavoro e
delle altre risorse così come determinate dalla libera interazione dei
prezzi sul mercato e in un stabile incremento dell’interventismo dei
governi che, a sua volta, sottrae efficienza al processo di mercato. 

Sotto la bolla speculativa in cui
versa l’intera struttura economica mondiale attuale, esiste una carenza
generale d’investimento netto che altro non è il riflesso di un eccesso
di consumo/carenza di capitale.

Questo eccesso di consumo non solo
diminuisce o addirittura impedisce la formazione di nuovo capitale, ma
rende difficile usare quello già esistente.

In base a quanto, non è pertanto un
caso che la crescita della produttività venga riscontrata come debole
nell’intera area OCSE, con una crescita annuale dimezzata dal 2010 in
poi rispetto ai livelli pre-crisi.

L’aumento del PIL pro-capite
intervenuto in questo periodo è stato, infatti, soprattutto sostenuto da
un maggior impiego del fattore lavoro, ma, in molti paesi, l’aumento
dell’occupazione è avvenuto in settori a bassa produttività come
riflesso della carenza di capitale, il che ha frenato la produttività
complessiva e si è tradotto in posti di lavoro con salari inferiori alla
media.

Coloro che non credono che soffriamo
di una carenza di capitale, di assottigliamento dello stock di capitale
nell’economia, puntano il dito sull’esistenza di impianti e macchinari
sottoutilizzati.

Costoro, in realtà, non si rendono
conto che il problema è la mancanza di capitale complementare, cioè di
quel capitale che deve cooperare nella produzione, e questo capitale non
può essere riformato senza una necessaria razionalizzazione delle forze
produttive.

Tuttavia, mezzi di pagamento che
tendono, di norma, a sopravanzare la domanda e politiche fiscali da
spoliazione non possono che nella migliore delle ipotesi rallentare
l’accumulazione di capitale, nella peggiore consumare capitale, e tutto
ciò va a detrimento degli interessi di tutti coloro che sono impegnati a
sostenere l’efficienza produttiva. 

Senza averne le necessarie conoscenze
governi e comitati di esperti fanno credere di essere in condizione di
dotare le nazioni della struttura produttiva di cui hanno bisogno. 

Come conseguenza viene alimentata
l’illusione che politiche monetarie e politiche fiscali siano in grado
di sapere quale sia la struttura produttiva capace di impiegare al
meglio le risorse disponibili, mentre queste politiche possono al
massimo ambire all’individuazione di un contesto entro cui le imprese
possono sviluppare al meglio la propria attività di ricerca.

Nelle nostre economie di mercato, si è
giunti al punto in cui gli interventi della mano pubblica, hanno reso
possibile lo sviluppo di molteplici opportunità di profitto che non
possono sopravvivere senza la protezione dello Stato e delle istituzioni
pubbliche, il che rende ormai irragionevole descrivere queste economie
come propriamente di mercato.

Abbiamo, insomma, creato diffusamente
un habitat naturale per la proliferazione di quello che Max Weber
definiva “avventuriero del capitale”, il cui scopo non è la
realizzazione di un profitto attraverso il soddisfacimento dei bisogni
cittadini, ma il profitto mediante la protezione della classe politica
al potere.

L’efficienza nella gestione delle
risorse, scarse per definizione, è stata così sovvertita, perché a farla
da padrone non è più il profitto in quanto ricompensa della ricerca
incessante della combinazione delle risorse che soddisfi al meglio le
necessità dei cittadini/consumatori.

Il tutto è una conseguenza di una
duplice decisione: far emettere denaro bancario sotto il controllo del
monopolio (pubblico) e abolire la convertibilità dell’anzidetto denaro
in un denaro che non fosse il prodotto del sistema bancario.

Con il suddetto regime istituzionale monetario, i mezzi di pagamento tendono, di norma, a sopravanzare la domanda.

Con un denaro quindi totalmente
privato del suo carattere economico-sociale e ridotto a semplice mezzo
prodotto e a disposizione dalla politica, si ostacola invece di favorire
il processo sociale di scoperta dei dati rilevanti e di correzione
degli errori.

Tale regime ostacola la gestione
economica delle imprese, dato che il loro successo, più che
dall’efficienza produttiva, dipende dalla capacita finanziaria di
indebitarsi al massimo e di collocarsi così dalla parte dei beneficiari
del sistema, cioè tra coloro che riescono a contrarre debiti a lungo
termine – di conseguenza, quando il credito si contrae la vulnerabilità
delle imprese indebitate diviene una grave minaccia per l’economia.

Non è un caso pertanto che tra i primi
beneficiari di questo regime ci siano gli Stati, così come non è un
caso la loro opposizione verso qualsiasi riforma monetaria che si
proponga l’abolizione di questo regime.

In questo regime, i prezzi tendono
sempre a salire e se a questo aggiungiamo il fatto che anche quando i
prezzi salgono a tassi moderati (che è l’obiettivo attuale comune a
tutte le banche centrali)  il sistema nazionale di credito può
affondare, si deve necessariamente pensare che c’è qualcosa che non va
in questo regime istituzionale monetario.

La pretesa della politica di poter
controllare l’offerta di denaro bancario e di evitare fenomeni di panico
bancario si è tradotto, alla fine, in una moneta statale monopolistica
inconvertibile che perde molto se non tutto il suo potere di acquisto
nel periodo medio di una generazione, mentre i fenomeni di panico
bancario continuano a prodursi, ma ora, in aggiunta, con maggiore
facilità.

Nel secolo scorso si è pensato di far
venire meno il sistema aureo, perché trasferiva inutilmente il peso
degli aggiustamenti del deficit commerciale di un paese a settori molto
vasti dell’economia; tutto ciò era vero, ma il rimedio adottato è stato
peggiore della malattia che si voleva curare e ha dato così luce a una
malattia più grave di quella precedente, perché alla base è rimasto il
sistema di monopolio di emissione e la centralizzazione della riserva
bancaria.

Il denaro bancario, per via della sua
elasticità (intesa nel perseguire gli incessanti mutamenti tra offerta e
domanda di moneta) e comodità di utilizzo, è un’opportunità.

Tuttavia, con il denaro bancario 
inconvertibile ed emesso da una banca in condizioni di monopolio su un
dato sistema economico si commette, in termini di regime istituzionale
monetario, il più grave degli errori, a causa della quantità e della
qualità dei suoi effetti negativi sul processo economico aggregato.