Ridere per non piangere: quella tassazione sul contante proposta da Confindustria

Piero Gobetti, nel libro terzo de La Rivoluzione Liberale,
lamentava la mancanza di una coscienza capitalistica e liberale della
classe dirigente imprenditoriale italiana; a suo giudizio, essa
manifestava piuttosto una psicologia primitiva, da corsari e da
speculatori schiavisti e la conseguenza di tutto ciò era una complicità e
una collusione di questa borghesia servile ed affarista con elementi
della classe politico-amministrativa, nel quadro di un comune
parassitismo.

Nel 1924, Piero Gobetti così
descriveva il comportamento della classe dirigente imprenditoriale
italiana e tutta l’esperienza storica del fascismo non ha fatto altro
che dargli ragione.

La responsabilità dei Grandi Baroni
dell’industria e della finanza nell’avvento e nel consolidamento del
potere fascista e loro operazioni predatorie all’ombra del regime,
corrompendo uomini politici e alti burocrati ministeriali, intese
monopolistiche, consorzi autarchici crediti di favore e sussidi,
salvataggi di imprese dissestate, e altro si potrebbe dire, sono un
fatto storico assodato (in tal senso, si consiglia di leggere I Padroni del Vapore di Ernesto Rossi).

Le critiche di allora da Piero Gobetti
sulla classe dirigente imprenditoriale vanno considerate oggi, nel
2019, ancora come del tutto valide se Confindustria, (la principale
organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere e di servizi
italiane), invece di porre un freno all’appropriazione senza compenso
della ricchezza prodotta da altri decide espressamente di alimentarla.

Non può che essere, infatti,
considerata come cortigiana e cripto-totalitarista la proposta elaborata
nei scorsi giorni dal Centro studi di Confindustria (Incentivare uso della moneta elettronica e disincentivare il contante: una proposta)
secondo la quale dovrebbero essere tassati con una commissione del 2
per cento tutti i prelievi da ATM o sportello superiori ai 1.500 euro al
mese, mentre i pagamenti elettronici dovrebbero essere agevolati con un
credito d’imposta riconosciuto al cliente e pari al 2 per cento.

In tal senso, se l’ipotesi di premiare
i pagamenti elettronici con un credito d’imposta risulta essere
tecnicamente complicata, l’ipotesi di tassare i prelievi di contante
rappresenta invece un’opzione che è contro i più elementari principi
della società libera.

Perché tassare il semplice prelievo di
denaro contante, cioè di moneta cosiddetta legale, dai conti correnti? A
quale titolo la somma verrebbe prelevata dallo Stato, per il tramite
delle banche? 

Oggi la tassazione è per tutti i
prelievi mensili superiori a 1500 euro al mese, domani potrebbe essere
per tutti i prelievi superiori a 150 euro al mese, dopodomani potrebbe
addirittura essere che non è più possibile effettuare alcun prelievo
perché si sarà messo fine all’esistenza del denaro contante (come in
troppi auspicano).

Una volta, infatti, inserita
nell’ordinamento una tale imposizione non sarà comunque facile
contrastare il suo avanzamento; vi ricordate, ad esempio, quale era il
limite di pagamento in denaro contante in Italia fino al 30 maggio 2010?
Era di 12.499 euro.

La legge, intesa come provvedimento
totalmente dipendente dalla volontà dell’autorità, ha una tendenza
inflazionistica, una tendenza che, come osservò Joseph Schumpeter, con notevole perspicacia e lungimiranza, può, in ultima analisi, far collassare un ordine liberale e civile.

Entrando più nel merito della proposta
di Confindustria è inevitabile rendere conto al pubblico delle seguenti
verità e osservazioni, che possono essere anche approfondite leggendo questo ottimo post del professore di diritto tributario Dario Stevanato.

Per quanto riguarda il lato del disincentivo all’uso del contante va affermato che:

  • la banca,
    secondo la proposta di Confindustria, opererebbe come una sorta di
    sostituto d’imposta, versando all’erario il dovuto; Confindustria,
    denomina però “commissione”, cioè onere bancario, quello che, in realtà,
    vuole che sia un tributo, in quanto l’incasso andrebbe a rimpinguare le
    casse dell’erario.
  • Compreso, in
    realtà, che Confindustria vuole che sia un tributo e non una
    commissione, dobbiamo poi affermare che questo tributo va qualificato
    come una vera e propria imposta e non come tassa perché sarebbe un
    contributo senza alcun legame a servizi specifici forniti
    dall’amministrazione statale; e qui casca l’asino, cioè Confindustria; 
  • La
    “commissione” proposta non può, infatti, che rientrare nei meandri
    dell’imposta, ma in quanto imposta è da escludere che possa trattarsi di
    imposta indiretta, perché non andrebbe a incidere sui consumi (si vuole
    tassare il semplice prelievo, non una spesa); non rimane quindi che
    farla rientrare tra le imposte dirette, cioè quelle che vanno a incidere
    sulla capacità contributiva, ma in tal senso andrebbe a sbattere con
    l’articolo 53 della Costituzione italiana, (secondo cui tutti sono
    chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro
    capacità contributiva), dato che non è affatto per forza detto che un
    soggetto che preleva di più abbia una capacità contributiva di uno che
    preleva meno di lui o per niente.
  • L’unica
    alternativa per sfuggire al suddetto labirinto giuridico sarebbe quella
    di considerare la “commissione” proposta una sorta di sanzione, e non
    quindi un tributo, ma facendo ciò si produrrebbe una mostruosità
    giuridica ancora più grande della precedente, dato che prelevare denaro
    contante non può legittimamente configurarsi come attività illecita, in
    quanto l’azione che si compie è semplicemente quella di prelevare moneta
    legale.
  • Se la somma
    che funge da disincentivo al prelievo deve essere prelevata
    dall’istituto bancario presso il quale è accesso il conto corrente, al
    superamento della soglia, cioè 1.500 euro al mese, basterebbe spalmare
    allora la propria liquidità su più conti di diversi istituti bancari ed
    evitare così di imbattersi nel balzello; a questo punto però i
    proponenti rispondono che il superamento della soglia dovrà essere
    verificato non in relazione al singolo conto, bensì su base soggettiva,
    ma in tal modo non si capisce proprio quale istituto bancario opererebbe
    da sostituto di imposta (e oltretutto rimane non chiarito come ogni
    istituto bancario farà a conoscere i prelievi effettuati mensilmente dal
    proprio cliente presso altri istituti).

Per quanto riguarda invece il lato dell’incentivo all’uso della moneta elettronica va affermato che:

  • Nella
    proposta di Confindustria si parla di credito d’imposta, ma poco dopo di
    detrazione; i due concetti non sono per nulla equivalenti, dato che il
    credito d’imposta, a differenza della detrazione, è rimborsabile e
    quindi può essere fruito anche dagli incapienti.
  • Se si tratta
    di credito d’imposta, si dovrebbe assistere a molti contribuenti che
    oggi non presentano dichiarazione dei redditi che iniziano a farla per
    far valere la nuova tax expenditure;
    in tal senso, un appesantimento in qualche misura significativo del
    lavoro dell’Agenzia delle Entrate, quanto del sistema privato di
    redazione e presentazione della dichiarazione dei redditi, ci dovrebbe
    essere, ma, contemporaneamente, è anche probabile che alcuni
    contribuenti (per via della loro bassa capacità di reddito e di consumo)
    rinuncino comunque a fare la dichiarazione per ottenere il rimborso per
    non vedersi sopraffare da costi connessi alla predisposizione e alla
    presentazione della dichiarazione (costi per ottenere il rimborso
    superiori ai benefici dello rimborso).
  • Il significativo esborso iniziale connesso alla nuova tax expenditure,
    stimato dai proponenti  in 5,7 miliardi di euro, potrebbe con molte
    probabilità non accompagnarsi nel modo sperato a una riduzione
    contemporanea dell’evasione a cui si mira tramite l’incentivo all’uso
    della moneta elettronica; l’incentivo fiscale (il credito del 2 per
    cento) avrebbe pressoché certamente l’effetto di far aumentare il numero
    di transazioni elettroniche, ma queste sarebbero quantomeno in
    grandissima misura relative ad acquisti che già attualmente avvengono
    con transazioni regolari, cioè non in nero (il credito del 2 per cento
    molto difficilmente, infatti, potrà scoraggiare ad accettare comunque
    certe transazioni in nero se pensiamo al livello attuale delle aliquote
    IVA).
  • La fruizione
    del credito in sede di dichiarazione dei redditi rischia di risolversi
    in un trattamento discriminatorio a carico dei soggetti non residenti in
    Italia, che in quanto tali non presentano dichiarazione dei redditi in
    Italia.

In ultimo, c’è da dire che questa
proposta di Confindustria è stata avanzata con l’intento finale di
contrastare l’evasione fiscale.

Ammesso, come abbiamo visto, che una
tale proposta serva effettivamente a qualcosa, è ora che in questo paese
si iniziasse a cambiare prospettiva; meglio tardi che mai.

Il MEF (Ministero dell’Economia e
delle Finanze), stima che il sommerso privi lo Stato italiano ogni anno
di oltre 100 miliardi di euro; stima, perché trattandosi appunto di
economia sommersa, questa non è quantificabile, e ciò vuol dire, in
definitiva, che questa stima può essere tanto vicina quanto lontana
dalla verità.

Tuttavia, anche se il MEF ci avesse
pienamente preso con la sua stima, e anche se addirittura la cifra
fosse, in realtà, superiore a quella indicata dalla stima MEF, non è
questo il punto.

Il problema dei problemi che sta affliggendo l’Italia non è quello di far emergere gettito fiscale e contributivo.

L’Italia non viene, infatti, soffocata
dall’evasione fiscale, ma da una miscela velenosa fatta di espansione
di spesa pubblica incalzata da tassazione e di uno Stato che, nel
complesso, preferisce tendenzialmente porsi più come elemento ostile che
amico della vivacità imprenditoriale del paese.

In tal senso, l’evasione fiscale e
contributiva finisce per essere sostanzialmente effetto di una rapporto
di causa-effetto e almeno discreta parte di essa finisce per essere
semplice evasione da sopravvivenza o per garantirsi standard di
benessere minimi.

Se non si cura con sostanziale
successo la causa che soffoca l’Italia, andare a reprimere con
sostanziale maggior successo l’evasione significherà solo a far scendere
ancor di più il benessere nazionale e puntare a servire gli interessi
esclusivi dei governanti e dei gruppi ad essi contigui.