Capitalismo: l’ideale (ancora) sconosciuto

Sulle
bugie si ripete spesso che per farle diventare verità basta
ripeterle cento volte; ma non basta: non solo bisogna ripeterle cento
volte, ma anche e soprattutto che a dire queste bugie sia qualcuno
che abbia una qualche autorità, in modo da renderla più credibile
alle orecchie di chi ascolta, e che a pronunciarla non sia uno
solo
ma tante
persone. Messa così,
una qualsiasi fandonia raccontata da una cricca di ciarlatani diventa
il Vangelo delle moltitudini. Essendo questo triste processo insito
alla natura umana – di credere all’autorità in quanto tale e di
credere ad una cosa quanto più essa viene ripetuta – nemmeno la
politica e l’economia sono esenti da questo tipo “bias cognitivo”
di massa. A ben vedere, infatti, nella scena politica dominano dei
candidati e degli uomini politici che – chi più chi meno – sono
impegnati in quella che è diventata la vera e propria Crociata del
Ventunesimo secolo: quella contro il capitalismo di libero mercato.
Da destra e da sinistra, uno stuolo di politici ed intellettuali –
addirittura perfino nelle alte sfere di San Pietro – sono impegnati
in questa crociata; tutti, insomma se la prendono con questo mitico
“capitalismo”. Ora, il buon senso dice che se tutti se la
prendono contro una sola cosa ci possono essere solo due alternative:
o quella cosa è effettivamente
sbagliata oppure c’è
qualcosa sotto ce non va. Tale osservazione è ancora più valida
soprattutto se si pensa che oggetto di tale consenso trasversale
nelle aule dei parlamenti e dei gabinetti di governo è il cosiddetto
“liberismo” o “neoliberismo” o – per coloro che sono più
audaci e meno restii ad abbandonare i vecchi cliché novecenteschi il
“capitalismo”. Una tale pletora di accusatori contro uno stesso
“accusato”, unita alle recenti e pesantissime difficoltà
economiche, farebbe pensare – a qualsiasi persona di retto senso –
che forse c’è davvero un problema con il “liberismo”, che
forse davvero “il mercato ha fallito” e che quindi lo Stato “deve
intervenire” per correggere i “difetti del capitalismo”. Il
problema, in realtà, è che il capitalismo di libero mercato in
Italia – ed in misura variabile anche nel resto dei paesi del mondo
– non esiste. In effetti, se si guarda al di là degli spot
propagandistici che vengono continuamente propinati dai media
(tradizionali e non solo) e si guarda alla definizione di capitalismo
di libero mercato scopriamo che le condizioni economiche attuali non
sono ad esso imputabili semplicemente
perché il nostro
non
è un sistema
capitalista di libero mercato
.
Cosa voglio dire con questa asserzione, che ad alcuni potrà sembrare
provocatoria ma che in realtà è (purtroppo) una triste verità, lo
si può capire analizzando in primo luogo la definizione di
capitalismo e di libero mercato; spiegando poi – nel minor tempo
possibile – il motivo per cui a)il primo è il presupposto del
secondo; b) la superiorità del sistema capitalista su quello
socialista e interventista e c) perché oggi non
c’è capitalismo di
libero mercato; anche se le più grandi conquiste in termini di
riduzione della povertà e di aumento diffuso del benessere
degl’individui sono state rese possibili nonostante
gli ostacoli che
sempre più spesso sono stati posti a tale sistema economico.
Partiamo dalle definizioni, in primo luogo da quella di “capitalismo
di libero mercato”. Il capitalismo, come dice il nome stesso, è il
sistema di organizzazione produttiva che presuppone l’accumulazione
– da parte di un privato
– dei mezzi che sono necessari alla produzione; dei mezzi –
questi – che sono tra loro organizzati dall’imprenditore allo
scopo di realizzare i beni che i consumatori desiderano. Egli
impiegherà beni strumentali (come un macchinario che produce le
scocche delle auto) e lavoratori per realizzare i suoi beni, pagherà
i servizi resi da questi beni in
anticipo
rispetto alla
vendita del prodotto e solo dopo
la vendita, che può andare bene come può anche andare male, egli
realizza un profitto. È bene sottolineare questo punto enfatizzando
il ruolo del tempo, in quanto è proprio questo elemento che permette
di rispondere ad una, grande, accusa che viene spesso fatta al
capitalismo; ovvero che l’imprenditore sfrutta i lavoratori
pagandoli meno di quanto egli realizza come profitto: in realtà, il
pagamento del salario rappresenta un esempio di scambio fra beni
presenti, il salario anticipato dal datore di lavoro, e beni futuri,
quelli prodotti dall’azienda; con i secondi preferiti e perseguiti,
rinunciando al consumo e rischiando, solo se superiori ai primi. Il
capitalista sacrifica una quantità di beni di consumo nel presente
(anticipazioni) per ottenere una maggiore quantità di beni di
consumo nel futuro. I lavoratori e i proprietari terrieri
preferiscono ottenere subito una quantità di beni di consumo nel
presente: è proprio questa diversità di preferenze temporali che
consente al primo di impiegare e di remunerare i servizi dei secondi.
Si noterà che quello che consente all’imprenditore (ed ai
lavoratori) di poter ottenere una utilità è l’intrapresa di
un’azione che coinvolge due parti, ognuna delle quali cede la cosa
che reputa di minor valore allo scopo di ottenere quella che reputa
essere di valore maggiore: da questo presupposto si può passare alla
definizione di “mercato”. Cos’è il mercato? Ben lungi
dall’essere un luogo astratto in cui degli operatori
spersonalizzati agiscono come automi, il mercato rappresenta – in
realtà – il luogo in cui il capitalismo si estrinseca nel modo più
efficiente, quando il mercato è lasciato libero di agire secondo le
sue regole. Tutti i mercati sono caratterizzati da regole. In un
mercato libero, date le ineliminabili condizioni di scarsità dei
mezzi rispetto ai fini che caratterizzano l’esistenza umana, il
problema di come allocare nel modo migliore le risorse (scarse)
rispetto ai desideri (potenzialmente infinitamente differenziati) dei
consumatori, viene affidato alla legge della domanda e dell’offerta,
che a loro volta fanno sì che coloro che sono chiamati alla
produzione dei beni per la soddisfazione dei consumatori si adattino
alle predette condizioni: quando l’utilità di un bene scende esso
viene domandato di meno, il prezzo scende, i profitti si riducono e
quindi le risorse che sono destinate alla produzione dello stesso
sono eccessive, dunque le risorse verranno riallocate in maniera tale
da soddisfare quelle aree in cui l’utilità dei consumatori è
maggiore e dunque dove è possibile fare profitti in modo più
facile. Ecco
dunque che i prezzi trasmettono informazioni: osservando l’andamento
di un prezzo, si osservano i cambiamenti nel rapporto tra la sua
domanda e la sua offerta. L’andamento del prezzo di un bene descrive
quanto è scarso (o abbondante) quest’ultimo, cioè fornisce
un’importante informazione a chi deve far uso di quel bene. Il ferro
può diventare più scarso a causa del crollo di una miniera o di una
maggiore richiesta industriale, ma un’azienda metallurgica non ha
bisogno di sapere questi dettagli: le basta osservare il prezzo del
ferro. Una volta acquisita questa informazione, l’azienda è in grado
di fare adeguate scelte imprenditoriali. Il ferro verrà destinato
solo agli usi più importanti, mentre verrà sostituito laddove è
meno indispensabile. Questo perché l’aumentato costo del ferro
(dovuto alla sua maggiore scarsità) spingerà gli imprenditori a
usarlo in maniera più oculata, al solito fine di minimizzare le
spese e massimizzare i guadagni. Quindi i prezzi (e, di riflesso, i
profitti) indicano l’utilità dei beni e dei servizi. Quanto più un
bene è scarso, cioè quanto più è domandato (utile), tanto più
alto è il suo prezzo e tanto più alti sono i profitti ottenibili da
chi lo produce. Maggiori profitti incentivano una maggiore
produzione, quindi tendono a risolvere il problema stesso (la
scarsità del bene). Viceversa, un eccesso di offerta deprime i
prezzi e i profitti – spingendo gli imprenditori (che sono in
concorrenza tra loro) a cambiare tipo di produzione e risolvendo il
problema stesso (l’eccesso di offerta). In conclusione: il sistema
dei prezzi e dei profitti consente automaticamente una produzione
efficiente dei beni e dei servizi. Tale sistema guida le aziende
nelle loro decisioni, punendo gli errori e premiando le intuizioni
giuste. E’ un meccanismo basato su correzioni continue, al fine di
aggiustare i prezzi e la produzione in base alle esigenze dei
consumatori. E’ un classico esempio di “ordine
spontaneo
in cui la concorrenza tra imprenditori porta ad un uso efficiente
delle risorse. Tutto
questo porta ad una tendenza all’equilibrio dei mercati, una
condizione – quella dell’equilibrio – che non potrà mai
essere raggiunta in
pieno
data la
mutevolezza delle preferenze e dei bisogni dei consumatori. Sebbene
questa possa essere percepita come una deficienza del mercato, è
proprio ciò che tiene l’economia in movimento verso un equilibrio:
solo con il mutamento delle preferenze gli imprenditori ed i
capitalisti fanno profitti, risparmiano denaro e reinvestono tali
risorse nella crescita economica per poi ricominciare daccapo la
sequenza. Dunque, il capitalismo (ovvero il sistema di organizzazione
della produzione basato sull’accumulazione di capitale) e
il libero mercato sono
complementari nell’utilizzo efficiente delle risorse scarse. Quindi
viene da chiedersi: se le cose stanno effettivamente così (ed i
fallimenti di tutte le economie pianificate dimostrano ex
negativo
che le cose
devono essere
così) perché anche con un sistema capitalistico (proprietà privata
dei mezzi di produzione) e di libero mercato (libertà di ingresso e
uscita nella produzione di beni e servizi) le condizioni economiche
attuali palesano una evidente misallocazione delle risorse? Perché,
in sostanza, anche con il capitalismo ed il libero mercato siamo in
crisi? La risposta sembrerebbe ovvia (“perché
il capitalismo ha fallito”)
se
si suppone – erroneamente – che quello dei giorni nostri sia un
capitalismo genuinamente di libero mercato, ovvero di un mercato in
cui le sole leggi valide siano quelle – immutabili – dettate
dalla domanda di beni e dall’offerta; tuttavia, essa diviene meno
ovvia – e soprattutto politicamente più scomoda – se si
evidenzia che gli assertori dei “fallimenti del mercato” sembrano
essere affetti dalla “sindrome della moglie del tenente Colombo”
di cui si discuteva in apertura: il capitalismo di libero mercato non
esiste
(o per lo meno
non esiste nella forma che potrebbe dare i suoi frutti più genuini e
duraturi). Per capire come mai, guardiamo un attimo ad alcuni
parametri che ci aiutano a capire che
cosa si intende
in
maniera oggettiva.
A tale scopo ci serviamo di uno dei del Fraser Institute: Economic
Freedom of the World (EFW). Tale indice serve a capire quanto le
istituzioni e le politiche di un paese corrispondono all’ideale di
un governo limitato, nel quale lo Stato protegge i diritti di
proprietà e fornisce una serie limitata di servizi come la difesa e
la possibilità di accesso a una moneta solida. L’indice
dell’EFW utilizza
42 indicatori raggruppati in cinque ampi settori:

  1. La
    dimensione del governo:
     spese,
    tasse e imprese (quanto spende il governo rispetto a individui,
    famiglie e imprese? In che misura il processo decisionale in campo
    economico sostituisce la scelta individuale? ecc.);
  2. La
    struttura giuridica e la sicurezza dei diritti di proprietà
     (in
    che misura i diritti di proprietà sono tutelati? Il sistema
    giudiziario è indipendente? ecc.)
  3. La
    possibilità di accesso a una moneta solida
     (i
    tassi di interesse sono stabili? Il governo aumenta le proprie spese
    stampando denaro?);
  4. La
    libertà degli scambi internazionali
    (qual
    è l’entità delle misure protezioniste adottate? Il passaggio
    delle merci attraverso le dogane è oneroso e richiede tempo? ecc.);
  5. La
    regolazione del credito, del lavoro e dell’attività
    commerciale
     (in
    che misura le banche forniscono credito al settore privato? In che
    misura i salari sono centralizzati? Le norme burocratiche frenano
    l’ingresso sul mercato e la concorrenza?).

Sulla
base dell’indice dell’EFW viene poi stilata una classifica
della libertà economica dei 159 Paesi che
sono oggetto dello studio. Ebbene, cosa viene fuori? Beh, vien fuori
che paesi come l’Italia sono posizionati tra gli ultimi posti
nell’indice della libertà economica, e che quindi è paradossale
che ci si lamenti del capitalismo dove questo non esiste. Ma andiamo
oltre: e che dire degli altri Paesi? Sono forse questi dei “paradisi
fiscali” nido di evasori fiscali o di “sfruttatori” di donne e
bambini? A meno che i dati sul tenore di vita nelle Nazioni come
Svizzera e Singapore (quelli che detengono il podio nell’indice)
non siano tutti manipolati da una sorta di complotto internazionale,
quello che vediamo sembra contraddire le supposizioni dei detrattori
del capitalismo. Di sicuro, si sta meglio in questi paesi rispetto a
quelli nella cui zona si colloca l’Italia (Mauritius e Russia –
notoriamente nota, quest’ultima, per la grande libertà di mercato
sotto il regime degli oligarchi collusi con il governo – ). Che
cosa abbiamo imparato da questa classifica? Basicamente una cosa
importante: che in Italia il liberismo ed il capitalismo sono come la
moglie del tenente Colombo: ne parlano tanti ma nessuno l’ha mai
vista. Ma che dire, allora, in generale? Perché all’inizio
dell’articolo ho avuto l’ardire di affermare che il liberismo non
esiste? Basicamente, la risposta risiede nel fatto che – nella
situazione attuale – in ogni comunità c’è un pesante ostacolo
all’affermarsi del regime di libero mercato: lo Stato. Quest’ultimo
si qualifica come monopolista legale della forza che, in virtù della
sua capacità di emettere leggi, si arroga il diritto di intervenire
nelle libere transazioni tra gli individui. Indubbiamente qualcuno
dirà che questo intervento coercitivo sia in qualche modo
giustificato da un superiore “bene comune”, in virtù del quale i
pianificatori centrali – che sono supposti essere onniscienti circa
i gusti, i desideri e le preferenze dei consumatori – possono agire
per migliorare il “benessere generale”. Ma davvero è così?
Davvero possiamo supporre che tutta la conoscenza che si trova
dispersa nel mercato e racchiusa nelle relazioni intrattenute da
singoli individui

possa essere centralizzata? Davvero pensiamo che un’entità che
trae le sue entrate dalla coercizione possa gestire in modo razionale
le risorse produttive al fine di soddisfare in maniera ottimale le
esigenze dei consumatori? Non sarebbe, a livello epistemologico e a
livello morale, sicuramente non n compito alla portata di un essere
umano; ma nemmeno il più sofisticato tra i computer potrebbe
elaborare una tale tipologia di conoscenza qualitativa, che
presuppone una conoscenza delle “circostanze particolari di tempo e
luogo” e di incentivi che solo gli individui coinvolti nella
transazione particolare che il pianificatore pretenderebbe di
controllare con metodi quantitativi
(statistiche ed
equazioni ed altri metodi matematici). E non sarebbe possibile
nemmeno a livello morale: se c’è una grande verità sull’essere
umano – che solo dei pericolosi utopisti come Marx ed i suoi
epigoni moderni possono sostenere – è che egli tende sempre ad
agire secondo il suo interesse e gli uomini politici non sono una
deroga a questa legge. Da ciò davvero si può dedurre che una classe
di persone che possiede il monopolio della forza legalmente imposto
possa usare questo potere per il bene comune; a nulla sembrano valere
le parole del giurista francese Montesquieu (che più che
un’affermazione suonano come un monito): “il
potere assoluto corrompe assolutamente”
.
Questo grande potere nelle mani di relativamente poche persone –
siano esse un parlamento o un monarca, poco importa: cambia solo il
numero dei detentori del potere monopolistico – rende estremamente
conveniente per le persone operanti nel settore privato cercare di
ottenerne una fetta; magari per sbaragliare la concorrenza con mezzi
totalmente alieni dalla corretta allocazione delle risorse in
funzione della soddisfazione dei consumatori, e che sono invece
rivolti alla ricerca di una rendita parassitaria ai danni dei veri
produttori. È questo il fenomeno del “capitalismo clientelare”,
contro cui ogni sostenitore del libero mercato può e deve scagliarsi
ogni volta che è in suo potere. Anche qui, chiaramente, il problema
non è il capitalismo in sé, quanto l’esistenza di un apparato a
tal punto dotato di poteri coercitivi che rende più conveniente (in
relazione al raggiungimento del fine della massimizzazione del
profitto) lo sfruttamento di tale apparato ai danni di altri rispetto
al creare ricchezza e valore per la società. E ancora, come possiamo
supporre che esista un libero mercato in un mondo in cui le valute
sono controllate dai capricci di spesa governativi, che quando non
possono essere finanziati con la fiscalità palese vengono finanziate
con l’emissione di cartamoneta (e tra poco nemmeno più quella,
viste le recenti tentazioni circa l’abolizione del contante)? Come
possiamo dire che sia libero mercato il sistema in cui la linfa
vitale dello stesso viene sempre di più strozzata ed avvelenata
dalle politiche governative e dai loro fallimenti? Stanti queste
premesse, è abbastanza chiaro che in nessun luogo il capitalismo di
libero mercato ha avuto modo di esplicitarsi in modo completo da
nessuna parte nel mondo a causa dell’esistenza – più o meno
invasiva – del monopolista della forza, ed è ora che ci si liberi
di questa tendenza – molto orwelliana per la verità – ad
etichettare le cose con i nomi che non gli si addicono: solo a
partire da questa grande operazione di verità si potrà ingaggiare
un dibattito intellettuale serio contro gli interventisti ed i loro
argomenti, allo scopo di recuperare quella libertà (non solo ma
anche) in ambito economico che, come ci ricorda il Sommo Poeta, “è
sì cara come chi per lei vita rifiuta”

e rendere il capitalismo un ideale (non più) sconosciuto.