L’indipendenza e le sue conseguenze

La
Gran Bretagna ha lasciato l’Unione Europea nell’ultimo giorno di
gennaio ed è ancora una volta una Nazione indipendente. Il nuovo
governo Johnson è sicuro del fatto che la Gran Bretagna si
comporterà ottimamente fuori dell’Unione Europea. Verrà adottato
il libero scambio, ed una soluzione “no-deal” [ovvero senza
accordi con l’Unione Europea], soprannominato “rapporto
commerciale australiano”, non spaventa affatto il governo
britannico.

Questo
articolo riassume le conseguenze politiche ed economiche di questo
momento storico. Il neo [lett.
“la mosca nell’unguento, espressione idiomatica inglese che sta
ad indicare l’imperfezione che distoglie l’attenzione da qualcosa
di positivo, ndt]

è che non c’è alcun segno del fatto che il governo Britannico
abbia compreso l’importanza di una moneta sonante, che sarà una
questione cruciale nell’eventualità che si concretizzi una crisi
economica e finanziaria globale.

Indipendenza
e negoziati commerciali

Dopo
aver dato l’indipendenza alle sue colonie, ora è il turno della
Gran Bretagna. Il primo febbraio il Regno Unito è diventato
politicamente indipendente ed ha avviato il periodo di transizione
della durate di undici mesi durante il quale vengono discussi i
trattati commerciali con l’Unione Europea, con l’obiettivo di
iniziare il 2021 con la libertà di intrattenere rapporti commerciali
senza dazi con quante più nazioni possibile. Se la Gran Bretagna
riesce ad ottenere i suoi obiettivi iniziali, questi accordi
commerciali includeranno non solo l’Unione Europea ma anche gli
Stati Uniti, il Giappone, la Corea del Sud, il Canada, l’Australia,
la Nuova Zelanda, le altre nazioni del Pacifico ed una serie di
nazioni dell’Africa Sub-sahariana del Commonwealth. Si raggiunge un
ammontare pari ai due terzi del PIL nominale mondiale, di cui solo il
21% è dato dall’Unione Europea.

In
aggiunta, un analista che sta considerando di effettuare uno
spostamento da un mercato ad un altro, deve guardare al dinamismo
relativo delle diverse economie. Il commercio britannico di beni con
l’Unione Europea è in una fase di declino e ad oggi rappresenta il
45% delle esportazioni britanniche, sceso dal 55% del 2006.
Nonostante i termini penalizzanti del WTO con quasi tutti i partner
commerciali della Gran Bretagna, le esportazioni britanniche stanno
guadagnando una maggiore forza con gli scambi fuori dall’Unione
Europea. Il futuro è più splendente altrove.

Inoltre,
gli scambi con l’UE riguardano solo i beni fisici – che coprono
solo l’8% del Prodotto Interno Lordo britannico – con i servizi
che rappresentano una questione separata da valutare caso per caso1.
Dato che sono prevalentemente all’ingrosso, la maggior parte degli
scambi servizi finanziari è esclusa (anche se L’UE sta provando a
sostenere che non lo siano), e quelli che sono forniti ad un livello
“retail” sono venduti mediante delle succursali britanniche
locate in Lussemburgo e a Dublino. I tentativi di imporre gli
standard UE ai servizi finanziari britannici sono caratterizzati da
una lunga lista di fallimenti, ed i suggerimenti più recenti – che
l’Unione Europea cercherà di mantenere l’accesso alle acque di
pesca britanniche in cambio di un accesso continuato ai servizi
finanziari europei per il Regno Unito – è una vuota trattativa.

Scambiare
la risoluzione di una questione per ottenere quella di un’altra è
una tattica di vecchia data dell’Unione Europea che non è più
rilevante. Dopo aver messo al sicuro una maggioranza funzionante alla
House of Commons, mediante la richiesta (per ogni nuovo parlamentare
conservatore) di accettare la Brexit quale condizione necessaria per
la selezione, il commercio Britannico non ha alcun bisogno di essere
negoziato dal punto di vista politico. Oltretutto, la nuova
leadership riconosce che un’apertura unilaterale al libero scambio
è il miglior esito per l’economia britannica ed ora che la Brexit
è stata eseguita, questa opzione viene apertamente supportata da
Boris. Boris Johnson ha riconosciuto che il libero scambio è la
questione economica centrale quando ha rotto i ponti con
l’establishment prima del referendum del 2016.

Prima
della Brexit e di Boris, con la presenza dell’onnipotente
establishment che controllava l’agenda del post-referendum, ciò
non sarebbe mai stato ammesso; fino ad ora. Il Parlamento ha
specificatamente emanato una legge per rimuovere l’opzione
“no-deal”, non solo per rendere impotenti i negoziatori
britannici e quindi rimanere all’interno dell’unione doganale
dell’Unione Europea, ma anche perché gli establishments di
Westminster e di Whitehall non capiscono la natura degli scambi
commerciali, figuriamoci i liberi scambi commerciali, e sono preda
dei loro istinti socialisteggianti.

Tutto
ciò ora appartiene alla storia, e se il nuovo governo Conservatore
si preoccuperà di fare ciò [ovvero di capire le logiche degli
scambi commerciali e del libero mercato internazionale, ndt], può
giocare duro quanto gli pare e piace nei prossimi negoziati. Nel fare
ciò, il nuovo governo finora non sembra essere stato a favore del
libero scambio anche se le cose stanno cambiando. La questione è
stata mascherata da Boris con il ricorso ad uscite socialisteggianti:
più ospedali, più scuole, più polizia e promozione di un programma
politico ambientalista. Ma non si facciano errori: la comprensione
dei benefici del libero scambio ed i veri costi di un establishment
socializzato sono le posizioni chiave della politica di questo
governo conservatore, ora pubblicamente annunciata e dichiarata da
Boris Johnson.

La
situazione dell’UE

Le
persone dell’Unione Europea ed i loro rispettivi 27 governi
rimanenti hanno visto la fuga del Regno Unito dal loro “Hotel
California” [citazione
da una canzone degli Eagles, in cui – per l’appunto – “Hotel
California” stava ad indicare un posto una struttura di gran lusso
dove «puoi lasciare libera la stanza quando vuoi ma non potrai
andartene mai»; ndt]

con un certo interesse. C’è un diffuso malcontento, ma
nessun’altra nazione ha preso seriamente in considerazione la
possibilità di seguire il Regno Unito fuori dall’Unione Europea.
Invece, il mantra è diventato quello di emanare ancora più leggi o
promuovere delle riforme. Buona fortuna con tutto ciò. E possiamo
incolpare gli americani per l’esistenza di questo progetto
disfunzionale.

C’era
una volta (tutte le storie di fantasia iniziano in questo modo)
qualche vecchio pezzo grosso alla CIA decise di mettere su un
ufficio. L’acronimo “ACUE” suona come uno starnuto, ma in
realtà stava ad indicare l’ “American Committee for a United
Europe”. L’ACUE venne fondato nei tardi anni Quaranta e quindi
venne scelta l’opzione di finanziare dei movimenti pan-Europei in
ottemperanza ad un piano funzionale alla pacificazione della Germania
e per tenere i Sovietici fuori dall’Europa Occidentale. Era
qualcosa di cui la Gran Bretagna non desiderava far parte,
accontentata dal suo ruolo nel settore britannico della Germania e
nella neonata NATO.

Nel
momento in cui l’ACUE stava ponendo i presupposti per
l’integrazione europea, la Gran Bretagna era occupata a mandare in
rovina la sua economia con una politica di nazionalizzazioni
post-belliche e con un socialismo impulsivo seguente agli anni della
guerra. Nel 1957, diventato Primo Ministro dopo il disastro di Suez
provocato da Anthony Eden, Harold MacMillan scoprì che gli era
capitata una brutta mano: una Germania sconfitta stava risorgendo, e
la Francia di De Gaulle era attaccata al carro tedesco. Il Mercato
Comune era occupato a proteggersi dalle importazioni estere con dazi
e restrizioni all’importazione, disavvantaggiando gli scambi
britannici. Queste politiche erano molto simili a quelle del
presidente Trump ai giorni nostri.

Gli
occhi cadenti e lucidi di MacMillan erano la metafora di una Gran
Bretagna del post-conflitto che era stanca. Con tutti quei debiti
lasciati dalle politiche socialiste, la Gran Bretagna affrontò il
fatto di essere esclusa dal commercio con i suoi vicini. De Gaulle
disse di no [all’entrata del Regno Unito nel mercato comune, ndt]
due volte, e fu solo quando fu rimpiazzato con Georges Pompidou che
la Francia distese le sue posizioni e lasciò – alla fine – che
la Gran Bretagna vi entrasse. Preservata da una sorte disastrosa per
mezzo di una fortezza di dazi ed avendo abbandonato il suo impero, la
Gran Bretagna si accontentò di un declino prolungato guadagnandosi
il soprannome di “Malato d’Europa”.

All’improvviso
venne Margareth Thatcher. La Gran Bretagna venne rivitalizzata. I
controlli sul commercio internazionale vennero abbandonati, ed anche
imprenditori tedeschi invidiavano la leadership britannica. Ma era
chiaro che con la Thatcher si sarebbe ravvivato anche il nazionalismo
e la sicurezza politica britanniche. Fu come se Lazzaro si fosse
rialzato dal suo letto di morte. Maggie rimise in piedi il desiderio
nazionale di indipendenza, che ci mise trent’anni dopo la sua
premiership a realizzarsi.

Bruxelles
si consolerà del fatto che senza la Gran Bretagna sarà libera di
perseguire altri obiettivi. L’Unione Europea sta assemblando un
esercito europeo dalle forze militari dei suoi paesi membri,
stabilendo anche una rete di ambasciate in giro per il mondo.
[L’Europa] ricerca un’armonizzazione fiscale, ed una tassa a
livello federale non un obiettivo così lontano.

In
verità, il suo modello burocratico ed antidemocratico è
anacronistico e rigido. Il suo comportamento ideale è diventato un
misto di corporativismo e socialismo. Il libero mercato viene
considerato una minaccia e viene detestato. La sua [dell’Unione
Europea] banca centrale, la BCE, ha il pallino dell’inflazione per
finanziare i governi spendaccioni e grandi banche sottocapitalizzate
dei paesi membri. Ed il suo nuovo capo, Christine Lagarde, vuole
finanziare progetti contro il climate-change, il tutto stampando
euro.

Altre
nazioni sono sul punto di abbandonare questo progetto anacronistico.
I tedeschi già visto distrutti i loro risparmi duramente guadagnati,
più di recente ciò è accaduto con tassi di interesse negativi. Le
piccole-medie imprese, la spina dorsale dell’ingegneristica e della
tecnologia tedesca, vengono sacrificate sull’altare del cambiamento
climatico. Le nazioni del bacino del Mediterraneo stanno allungando
le mani per dare nuovi sussidi. Come disse una volta Mrs. Thatcher,
il problema del socialismo è che prima o poi i soldi degli altri
finiscono; una verità – questa – che gli sfortunati residenti
dei paesi membri impareranno a loro spese molto duramente. È una
fuga fortunata quella della Gran Bretagna.

Le
future negoziazioni commerciali

Le
negoziazioni commerciali non cominceranno fino a marzo, in quanto i
negoziatori europei stanno cercando il consenso di tutti i paesi
membri allo scopo di guadagnare supporto per la loro strategia
negoziale. In effetti, ciò significa che l’Unione Europea si
presenterà al tavolo delle negoziazioni con delle “linee rosse”
ben definite e le userà nel tentativo di fermare il Regno Unito nel
pensare che l’UE cederà del terreno circa il commercio, le
regolamentazioni e sulla supervisione di tribunali europei nei casi
di dispute commerciali. ‎L’UE
cerca un accesso continuo alla pesca britannica e, invece di
utilizzare la questione irlandese delle frontiere nei negoziati, l’UE
intende creare un cuneo tra la Gran Bretagna e Gibilterra.‎

Nel
frattempo, la Gran Bretagna ha messo a segno una buona partenza con
la pubblicizzazione di trattati commerciali Europei con il Giappone,
la Corea del Sud ed il Canada; l’unico oggetto del desiderio della
Gran Bretagna è quello di fare accordi commerciali ancor più estesi
di quelli già esistenti con l’Unione Europea. Allo stesso tempo,
nuovi accordi commerciali vengono delineati velocemente con gli Stati
Uniti, l’Australia, la Nuova Zelanda e tutte le altre nazioni che
sono pronti a firmare, principalmente membri del Commonwealth e del
Trans-Pacific Partnership.

Il
principale intoppo in questi negoziati sono i movimenti di persone.
Paesi come l’India, il Pakistan e gli Stati del Sud-Est asiatico,
alcune con una grande immigrazione verso il Regno Unito, vengono
visti come un problema per quanto riguarda l’immigrazione, la quale
potrebbe diventare una questione per le negoziazioni. Senza dubbio,
nuovi controlli sui flussi migratori basati sul modello Australiano
verranno modificati per alleviare questi problemi, sulla base del
fatto che c’è l’ambizione del Regno Unito, con le sue università
prestigiose, di diventare il leader mondiale nell’educazione.

Mentre
queste difficoltà non devono essere sminuite, nel momento in cui il
Regno Unito e l’UE inizieranno a parlare francamente a marzo, i
britannici dovrebbero essere in grado di poter annunciare dei
progressi tangibili circa molti accordi commerciali. Oltretutto,
l’abbandono dei dazi europei sulle importazioni ridurrà i prezzi
al consumo senza influenzare direttamente i prezzi alla produzione,
ed è probabile che una accresciuta competizione tra produttori
interni ed esteri avrà – allo stesso modo – un effetto benefico
sui prezzi al consumo.

I
benefici del consumatore derivanti dalla libertà dai dazi sono stati
poco discussi. Ma dato che gli economisti keynesiani probabilmente
credono che siano deflazionisti, la questione deve sollevare un
dilemma spiacevole. Per un Keynesiano ‎è
impossibile argomentare in modo convincente a favore dei dazi, ma
allo stesso tempo hanno una convinzione indiscussa che i prezzi più
elevati siano uno stimolo per il consumo e la ‎‎loro
deflazione‎‎
uno strumento del diavolo.‎
Di conseguenza, probabilmente l’establishment è confuso su questa
questione. Tuttavia, i sostenitori del libero mercato all’interno
del governo dovranno essere abili nel portare avanti la proposta
britannica a fronte delle “linee rosse” della UE e garantire che
tale cambiamento sia a tal punto rapido da far sì che i critici e le
industrie che praticano lobbying parlino sempre la questione di ieri.

Come
sostegno ai negoziati commerciali, i sostenitori del libero scambio
non hanno alcun problema ad un’uscita senza accordi, ma l’Unione
Europea pone problemi sotto due aspetti. In primo luogo, l’intero
set di principi economici dell’Unione Europea è basato sul
protezionismo; ed in secondo luogo l’UE ha paura del fatto che il
Regno Unito possa usare un trattato commerciale per minare
all’accordo con l’UE, nel caso [il Regno Unito, ndt] è libero
dalla burocrazia europea. Dal punto di vista dell’UE, questo era il
suo mezzo di controllo sottinteso nell’accordo di uscita firmato da
Mrs May e successivamente nella versione “morbida” approvata
sotto il governo Johnson.

Ma
sembra che Boris abbia fatto un’impresa eccezionale. ‎I
dettagli dell’accordo finale sono aperti alle più disparate
interpretazioni e la “Dichiarazione politica” ha dovuto dare il
tono a ciò che è giusto. In realtà, la “Dichiarazione politica”
è priva di significato, o sarà resa tale.‎
Senza dubbio, Boris Johnson, Michael Gove e Dominic Cummings sapevano
sin dall’inizio che sarebbe andata a finire così e semplicemente
lo ignoreranno. La prima sfida sarà quella circa l’accesso alle
acque del Regno Unito a scopi di pesca, che dovrebbe essere
completata il primo luglio ed implementata alla fine del periodo di
transizione. Questo è il punto in cui l’Accordo Politico è
probabile che si romperà.

Come
menzionato sopra c’è la visione per cui affinché le imbarcazioni
da pesca appartenenti a paesi dell’Unione Europea possano accedere
alle acque del Regno Unito, loro [i Britannici,ndt] siano preparati a
fare qualche concessione sui servizi finanziari. Abbastanza
probabilmente i Francesi, che affrontano pressioni dalla loro
industria della pesca, saranno i responsabili occulti di un tentativo
di rubare a Pietro per pagare Paolo, come lo saranno gli spagnoli (i
quali vogliono che la Gran Bretagna conceda Gibilterra se essi
verranno esclusi dalle acque britanniche).

Questa
tattica di negoziazione, se dispiegata dalla UE, supererà la
frammentaria “Dichiarazione Politica” e potrà essere ignorata
dai Britannici. Un punto molto interessante è che i sostenitori
della Brexit che si opposero inizialmente all’accordo di Johnson
con la UE (che era una combinazione dell’“Accordo di Uscita” e
della “Dichiarazione Politica”), inclusi membri dell’European
Research Group (un gruppo di parlamentari conservatori sostenitori
del libero mercato) ed anche il Brexit Party di Niger Farage, lo
hanno accettato. ‎Sono
stati informati del fatto che la “Dichiarazione politica” era in
realtà
a tenuta stagna come un setaccio, e che ha legato la Gran Bretagna a
nulla?

Una
pressione aggiuntiva è dovuta a Boris Johnson in persona, il quale
si rifiuta di considerare ‎qualsiasi
proroga del periodo di transizione oltre la fine di quest’anno. Ora
sta apertamente parlando di essere pronto a accontentarsi di una
soluzione sul modello australiano, per la quale dovremmo leggere i
termini dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

‎Come
è avvenuto dopo la campagna referendaria, Dominic Cummings sarà
quasi certamente una figura fondamentale nei negoziati. Il suo
successo nel lavorare con Michael Gove all’Educazione (dove ora è
il vice primo ministro di fatto), il suo successo nella gestione
della campagna “vote Leave”, e il suo successo nella gestione
della strategia elettorale di Johnson garantirà che più di chiunque
altro sul lato britannico, egli riuscirà ad impostare la strategia
di negoziazione. Per lui, il suo lavoro non è ancora finito, e non
avrà alcuna pietà.

Il
futuro del commercio britannico fuori dall’Europa

Ci
sono tutte le ragioni per essere ottimisti circa il futuro
dell’economia inglese negli anni a venire. Liberata dal regime
restrittivo dei dazi doganali europei, la Gran Bretagna può
diventare un fornitore di beni e servizi ed un polo commerciale
grande e competitivo. Assumendo che il governo non introduca nuovi
dazi per rimpiazzare quelli europei, si esplicheranno in toto i
benefici dei vantaggi competitivi. Il vantaggio competitivo è un
concetto che fa riferimento al beneficio competitivo di lasciare che
gli individui e le aziende abbiano pieno accesso ai beni e servizi
meno costosi, migliori o idonei indipendentemente da chi o dove
questi vengono prodotti. Questo fu, insieme al gold standard, la
ragione per cui la Gran Bretagna diventò la nazione commerciale più
potente della Terra nei settant’anni precedenti la Prima Guerra
Mondiale.

Nel
suo discorso di lunedì passato alla “Painted Hall” di Greenwich,
Johnson ha addirittura sostenuto la teoria ricardiana dei vantaggi
comparati, il che ci dice che lui [Johnson, ndt] comprende la sua
importanza; ed addirittura ha citato più avanti la “mano
invisibile” di Adam Smith. Come notato sopra, delle negoziazioni
immediate abbracceranno i due terzi del PIL mondiale misurati secondo
il PIL.

Ma
questa deve essere la “fase uno”.‎
Assente dai suoi recenti discorsi è stato il commercio con la Cina e
la Russia. ‎
Mettendo da parte la Russia, la Cina non può essere ignorata ‎e
prima che l’America aumentasse i dazi sul commercio cinese, la Gran
Bretagna stava assumendo un ruolo di primo piano, in collaborazione
con Hong Kong, nei mercati offshore per lo yuan.‎

‎In
qualità
di critico anglofilo e denigratorio del protezionismo dell’UE, il
presidente Trump si impegna personalmente a negoziare un accordo
commerciale rapido con il Regno Unito, il che significa che il libero
scambio con la Cina dovrà essere per ora rimandato. La Cina dovrà
aspettare, ma non c’è dubbio che nel corso del tempo Johnson
accetterà un accordo di libero scambio con la Cina, e possibilmente
con la piena adesione della Shanghai Cooperation Organization.

‎C’è
solo un problema. Mentre Johnson capisce l’economia concernente il
libero scambio, ancora, non ci sono prove che capisce l’importanza
del ‎‎denaro
sano‎‎.
Né,
forse, lo capisce Dominic Cummings, se la sua recente pubblicità
alla ricerca di nuovi talenti per lavorare con lui e il suo team di
consulenti speciali, tra cui economisti matematici2.

Un’altra
crisi del credito è nell’aria

‎Come
altre giurisdizioni, la crisi finanziaria di dodici anni fa è
stata contrastata da un’esplosione del debito ‎‎pubblico‎‎,
finanziata dal quantitative easing. Successivamente, il ‎‎governo‎‎
britannico ha ottenuto il pareggio di bilancio. Finché non ci sarà
una ripetuta crisi del credito, le finanze del ‎‎governo
‎‎britannico
sono in buona salute, L’intenzione è di migliorarle ulteriormente
tagliando gli sprechi burocratici ed eliminando le dimensioni del
governo.‎

‎Ma
è necessario che accada un’altra crisi, e non è
stata fatta alcuna preparazione sostanziale per fronteggiarla, a
parte alcuni stress test sulle banche. Non solo c’è stata poca
preparazione, ma i keynesiani della Banca Centrale non hanno le
necessarie competenze per affrontarla. A meno che non venga fatto
segretamente, la Banca Centrale non ha fatto alcun tentativo per
ricostruire le sue riserve d’oro, se non altro come vaga polizza
assicurativa contro il giorno in cui è necessario una sorta di
riassestamento. Come altre banche centrali, vengono invece esaminate
delle soluzioni come una criptovaluta e la tecnologia blockchain
emesse dallo Stato, una soluzione alle future sfide monetarie che
deve la sua popolarità più alla moda che alla realtà.‎

‎Realisticamente,
la Banca Centrale e il ‎‎governo‎‎
Johnson non avranno alternative alle soluzioni ‎‎inflazionistiche‎‎
alla
prossima crisi. Mentre quasi tutti vedono il dominio finanziario e
bancario di Londra come una buona cosa, ciò
significherà
che il costo del suo salvataggio ricadrà
in modo sproporzionato sul Regno Unito in caso di crisi finanziaria e
sistemica globale. E una di queste crisi è sul punto di accadere.

‎L’importanza
di comprendere la necessità di ‎‎un
denaro sano‎‎
in questo contesto febbrile non è
dovuta al fatto che, in qualche modo, ciò migliorerà la risposta
del Regno Unito a una crisi finanziaria e creditizia. Si tratta più
di come si impedisce allo Stato di manipolare la moneta. Con la Fed
americana e praticamente tutte le altre principali banche centrali
che legano le loro valute ai valori delle attività finanziarie in
continuo aumento, una crisi sistemica minaccia di minare, forse del
tutto, sia i valori delle attività finanziarie che le valute fiat
non garantite. È solo comprendendo il motivo ed evitando l’uso di
valute di seconda mano, come la sterlina, che si sopravvivrà a un
olocausto valutario. Ma con una comprensione del libero mercato,
almeno il ‎‎governo‎‎
Johnson dovrebbe avere un vantaggio nei suoi rapporti con le
conseguenze della prossima crisi finanziaria.‎

‎Tuttavia,
il Regno Unito è ancora legato finanziariamente all’UE, pagando
nelle sue casse fino al termine del periodo di transizione. Ci sarà
anche una soluzione monetaria da concordare definitivamente, ma si
ritiene che si tratti di poco meno di 30 miliardi di euro, meno dei
40 miliardi di euro previsti dall’accordo di ritiro proposto
dall’onorevole May. Inoltre, è il costo che potrebbe derivare da una
crisi finanziaria e sistemica nell’UE, che il Regno Unito potrebbe
ancora essere obbligato a pagare.

1
House of Commons Library: Statistics on EU Trade (December 2019)

2
Si veda https://dominiccummings.com/

L'articolo originale: https://www.goldmoney.com/research/goldmoney-insights/independence-and-its-consequences