Perché una maggiore secessione significa una maggiore libertà

Quando
sentiamo parlare di movimenti che sono favorevoli ad una maggiore
decentralizzazione ed alla secessione, spesso viene usata la parola
“nazionalisti” per descriverli.

Abbiamo
visto che tale parola è stata usata nei riguardi dei movimenti
secessionisti della Scozia e della Catalogna, e nel caso della
Brexit. Qualche volta il termine vuole essere usato come un aggettivo
peggiorativo. Ma non sempre.

Quando
usato in senso peggiorativo – come era nel caso dei critici della
Brexit – la deduzione è che i separatisti vogliono uscire
dall’appartenenza da una entità politica più grande allo scopo di
aumentare il loro isolamento, innalzando delle maggiori barriere al
commercio estero, e perseguendo una politica economica autarchica. In
altre parole, dobbiamo credere che un qualsiasi sforzo di
decentralizzazione dei sistemi politici porta a degli Stati più
oppressivi e protezionisti.

Ma
c’è un problema con questa affermazione, e con il collegare il
nazionalismo protezionista alla secessione ed alla
decentralizzazione: l’atto di spezzettare dei corpi politici più
grandi lavora contro
questi
obiettivi del nazionalismo.

Ovvero,
quando una sovranità politica è spezzata in unità indipendenti più
piccole, è probabile che queste nuove unità divengano più
dipendenti
dal commercio estero e non meno. Questa dipendenza aumenta con il
diminuire della dimensione della Nazione. Se gli obiettivi dei
nazionalisti includono l’autarchia economica e l’isolamento, i
nazionalisti li troveranno davvero difficili da raggiungere1.

Questo
è vero per almeno tre ragioni.

Uno:
L’autosufficienza economica è costosa e difficile

L’autosufficienza
economica – cioè l’autarchia – è stato un sogno dei
protezionisti per molto tempo. L’idea di fondo è che la
popolazione all’interno di un dato Stato ha dei benefici quando i
residenti dello stesso si tagliano fuori dai rapporti commerciali con
gli altri Stati ed allo stesso tempo mantenere degli altri standard
di vita. Alimentato dalla falsa nozione per cui le importazioni sono
delle perdite economiche per un’economia, i protezionisti sono alla
ricerca di politiche economiche che blocchino o minimizzino
l’importazione di beni stranieri.

Paesi
di grandi dimensioni possono farcela – per un po’ di tempo. Per
Paesi dei grandi hinterlands culturali, grandi città industriali, ed
un settore dei servizi innovativo, è possibile tendere sul fare
affidamento solo sul cibo prodotto al loro interno, materie prime
interne, ed industria nazionale.

Nel
tempo, tuttavia, gli Stati protezionisti incominciano ad essere il
fanalino di coda del resto del mondo, che – presumibilmente – è
ancora impegnato nel commercio internazionale. Diventerà sempre di
più chiaro che gli Stati protezionisti non possono tenere il passo
degli altri in termini di standard di vita. Questo avrà anche
implicazioni geopolitiche, dato che gli Stati protezionisti saranno
più poveri e relativamente meno innovativi rispetto agli altri
Stati. ‎Gli
Stati protezionisti perdono così
potere relativamente sia all’economia che alla potenza militare. Lo
abbiamo visto all’opera in America Latina, per esempio, quando era in
preda alla “Teoria delle dipendenze” durante la metà
del XX secolo. L’idea era che i paesi potessero diventare più ricchi
e più politicamente indipendenti riducendo gli scambi commerciali.
La strategia fallì miseramente.‎

‎Il
processo è
lo stesso con i piccoli paesi, ma gli effetti del protezionismo
diventano più
evidenti più
rapidamente. Dopo tutto, un piccolo paese che manca di un’economia
diversificata o di un grande settore agricolo si troverà
rapidamente a esaurire il cibo, la manodopera qualificata e le
materie prime. Inoltre, un piccolo paese senza stretti legami con
altre nazioni si troverà rapidamente in una posizione geopolitica
molto pericolosa.‎

‎Forse
non sorprendentemente, studi empirici hanno scoperto che i piccoli
paesi tendono ad essere‎‎
più‎‎
aperti al commercio internazionale rispetto ai paesi più grandi, e
che ‎‎[c]eteris
paribus, le piccole nazioni … diventano più
focalizzate sul commercio rispetto ‎‎a
quelle grandi .
“‎

‎In
effetti, questo è l’unico modo per loro di prosperare. Come Gary
Becker ha notato durante il periodo in cui nuovi stati post-sovietici
stavano entrando nel mercato globale, “le nazioni stanno
proliferando perché le economie possono prosperare producendo beni e
servizi di nicchia per i mercati mondiali”.‎

‎I
piccoli paesi non possono offrire al mondo un’ampia varietà
di beni e servizi. Ma possono specializzarsi e offrire almeno
‎‎alcuni‎‎
beni o servizi per i quali esiste una domanda globale. Senza questo,
i piccoli Stati hanno poche speranze di elevare il loro tenore di
vita. Ecco perché gli economisti Enrico Spolaore e Alberto Alesina
‎‎hanno
concluso
‎‎
nel 1995 che “i paesi più
piccoli avranno bisogno di una maggiore integrazione economica”
per beneficiare dell’indipendenza.‎

‎Tutto
ciò
suggerisce che la necessità
di integrare diventa più
pressante quanto più piccolo sarà
lo Stato, e la necessità di apertura e integrazione economica è
ancora maggiore per i microstati, il più piccolo dei piccoli Stati.
William Esterly e Aart Kraay ‎hanno
scoperto nel 1999‎
‎,
per esempio, che nonostante la “opinione diffusa che i piccoli
Stati soffrono a causa della loro apertura”, finanziaria
“l’apertura può
aiutare i microstati assicurare contro i grandi shock che ricevono”.
Ciò
è
in parte dovuto al fatto che l’apertura finanziaria “consente ai
paesi di condividere i rischi con il resto del mondo”.‎

‎L’impulso
per i piccoli Stati a perseguire politiche commerciali aperte esiste
anche in presenza di Stati più
grandi potenzialmente minacciosi. Come notato nel suo studio su come
il commercio è influenzato dalle dimensioni dello Stato, ‎‎Stephen
Krasner osserva:‎‎
“Gli stati che rappresentano dei centri commerciali sono
suscettibili di optare per l’apertura perché
i vantaggi in termini di reddito aggregato e crescita sono così
grandi, e il loro potere politico è destinato a essere limitato
indipendentemente da ciò che fanno.”‎

Due:
gli Stati più piccoli ricercano la competizione fiscale e
l’arbitraggio fiscale

Le
barriere al commercio non sono l’unico aspetto per cui gli Stati
piccoli ricercano dei carichi regolatori e fiscali minori.

Gli
Stati più piccoli hanno anche l’abitudine di competere con gli
Stati più grandi mediante una riduzione delle tasse. Come riferisce
da Gideon Rachman nel “Financial
Times”
,
un gran numero di Stati più piccoli ‎si
sono integrati nell’economia europea tra la fine degli anni ’90 e
l’inizio degli anni 2000. Secondo Rachman:

“Gli
Stati piccoli e flessibili hanno tagliato le tasse per attirare
capitali ed imprese straniere. Gli irlandesi hanno stabilito una
delle più aliquote più basse della tassazione sulle imprese in
Europa; i Paesi Baltici e quelli Slavi hanno stabilito delle flat
tax; l’Islanda è diventata un improbabile centro finanziario. I
capitali internazionali hanno inondato i paesi più piccoli”

Forse
questo significa che, in generale, gli Stati più piccoli – almeno
quelli con facile accesso all’Europa – hanno avuto la tendenza ad
avere dei carichi fiscali più bassi? Sembra che la risposta sia
“si”. In uno studio del 2012, il suo autore Franto Ricka giunge
alla conclusione che “‎Le
aliquote fiscali sui capitali nei paesi dell’UE sono positivamente
correlate alla loro dimensione in parte perché i piccoli paesi
scelgono un’imposta sul capitale inferiore a quella dei paesi più
grandi, con cui competono”. ‎Mentre
i grandi Stati possono fare affidamento su economie di scala per
evitare che il capitale si sposti in risposta agli aumenti fiscali, i
piccoli Stati non hanno tale vantaggio. Così, i piccoli stati devono
essere, come Ricka dice “sono concorrenti più agguerriti per del
capitale scarso.”‎

‎Inoltre,
Ricka ha scoperto che la presenza di piccoli paesi, e la concorrenza
fiscale che hanno creato, ha ridotto le aliquote fiscali nei paesi
più
grandi.‎

Non
sorprendentemente, gli Stati più grandi ‎hanno
tentato di fare pressione sui piccoli Stati affinché questi ultimi
aumentassero le aliquote fiscali e abbracciassero la cosiddetta
“armonizzazione fiscale”. ‎All’inizio
del 2019, ad esempio, il presidente della Commissione europea
Jean-Claude Juncker ‎‎ha
proposto l’idea‎‎
di porre fine alla capacità
dei membri dell’UE di porre il veto ai cambiamenti nella politica
fiscale in modo da rendere più
equamente distribuite le aliquote fiscali tra i paesi dell’UE. Gli
Stati relativamente piccoli ‎‎dell’Irlanda
e dell’Ungheria si sono a lungo opposti a tali sforzi‎‎.
‎‎Anche
Malta ha‎‎
obiettato con veemenza.‎

‎L’Europa
non è
l’unico posto con piccoli Stati che cercano di attirare capitali con
basse aliquote fiscali. Le piccole nazioni insulari nei Caraibi
fungono anche da paradisi fiscali e si sono ‎guadagnate
le ire della leadership dell’Unione europea.‎

‎Quando
si tratta di aliquote fiscali, sono i grandi Stati, e in particolare
i sindacati di grandi Stati come l’UE, a essere i motori degli sforzi
per aumentare le tasse in tutto il mondo. Gli sforzi minacciano di
porre fine ai rifugi offerti dagli Stati più piccoli che cercano di
attirare capitali che probabilmente ignorerebbero i piccoli Stati
altrimenti.‎

Tre:
gli Stati più piccoli sono veramente più performanti

Finalmente,
quale motivazione aggiuntiva per gli Stati più piccoli per abbassare
i dazi e le aliquote fiscali, c’è l’evidenza empirica che mostra
che gli Stati più piccoli possono ottenere dei tassi di crescita e
standard di vita più alti con il perseguimento di politiche
economiche liberiste.

L’economista
Gary Becker, nel 1998 notò che “dal
1950 il Prodotto Interno Lordo reale pro-capite è cresciuto di più
nelle nazioni più piccole rispetto a quanto è cresciuto in quelle
più grandi”
. Becker concluse
che “le statistiche ‎sulla
performance reale mostrano che i terribili avvertimenti sul danno
economico subito dalle piccole nazioni non sono tutti giustificati
[…] . La ridotta dimensione può
essere un bene nella divisione del lavoro nel mondo moderno, dove le
economie sono collegate attraverso transazioni internazionali”. Dei
quattordici paesi con più di 100 milioni di abitanti, solo gli Stati
Uniti ed il Giappone sono considerate ricche.

Inoltre,
Easterly e Kraay scrivono che: “controllando una certa
localizzazione, i paesi più piccoli ‎
sono in realtà
più
ricchi di altri Stati in PIL pro capite […] i microstati hanno in
media livelli di reddito e produttività
più
elevati rispetto ai piccoli Stati, e crescono non più lentamente dei
grandi Stati”, l’unica pecca dell’essere piccoli è il fatto
che ‎
la volatilità
dei tassi di crescita del PIL è
relativamente più
elevata a causa dell’esposizione commerciale degli stessi.

‎Né
sono i soli indicatori basati su dati come il reddito e la
produttività2
favoriscono i piccoli Stati.‎ Nick Slater di “Current Affairs”
‎osserva‎
che‎‎:

“[Le
persone] tendono ad essere più longeve [nei micro-stati]: tra le
dieci Nazioni con la più alta aspettativa i vita, nove possono
essere considerati dei microstati (tra questi, la Svizzera lo è in
maniera un po’ stiracchiata, ma la sua popolazione è più piccola
di quella della città di New York). Può anche far bene al tuo conto
corrente bancario: la qualità della vita nei microstati europei come
il Liechtenstein, il Lussemburgo e San Marino è forse la più alta
nel mondo”.

Ora,
questo non significa che l’essere piccoli è una strategia
infallibile per il successo economico. C’è una ragione per cui
Easterly e Kraay tengono in considerazione la localizzazione nei loro
confronti. Altre
ricerche
suggeriscono che nazioni piccole ed isolate tendono a
non essere competitive.

Ma
anche in Africa, gli Stati piccoli hanno avuto delle prestazioni
migliori degli Stati più grandi nella crescita economica. Secondo un
report del 2007 della Banca Mondiale, la resilienza degli Stati più
piccoli era probabilmente legata alla loro maggiore flessibilità
economica e grazie alla stabilità politica che è stata in essa
osservata. Questa stabilità, si ritiene, che abbia avuto la sua
radice – in parte – dal fatto che le nazioni africane più
piccole sono “etnicamente frazionate”.

L’unilateralismo
non implica protezionismo

Troppo
spesso, gli oppositori della decentralizzazione e della secessione
insistono sul fatto che ogni qualvolta ad una regione, ad uno Stato
membro, o ad una nazione è permesso di essere indipendente, essa
immediatamente alzerà delle barriere commerciali, alzerà le tasse e
dimenticherà i benefici della cooperazione internazionale. Tuttavia,
in anni recenti, ci sono delle scarse prove che suggeriscono che ciò
sia un esito probabile nella pratica. Sembra che, all’opposto, sia
più probabile il fatto che le nazioni ed i territori che secedono si
allontaneranno dalle pratiche di nazionalismo economico e si muovano
verso un’economia più aperta.

1
‎ L’uso del Regno Unito come esempio si basa principalmente sul
fatto che è passato da una confederazione senza frontiere più
grande (cioè l’UE) a una posizione come Stato indipendente con un
accesso molto meno diretto a un mercato unico. Nel complesso, per i
nostri scopi in questo caso, il Regno Unito può essere descritto
solo come uno stato e un’economia “più piccoli” (rispetto
all’UE), ma non come un “piccolo paese”. “Piccolo”
è un termine meglio riservato ai paesi che sono significativamente
più piccoli dei grandi stati europei di Germania, Regno Unito,
Francia, Italia e Spagna. Ciò includerebbe probabilmente i Paesi
Bassi (con circa 25 milioni di pop.) ma includerebbe sicuramente la
Svizzera (con 8 milioni di pop.) e altri stati di dimensioni simili.
E poi ci sono i “microstati” (ad esempio, Lussemburgo,
Liechtenstein) con popolazioni sotto il milione.‎

2
‎Un rapporto del 2014 di Credit Suisse intitolato “‎‎The
Success of Small Countries‎
‎” conclude: “Se
aggiungiamo l’istruzione, l’assistenza sanitaria o le infrastrutture
immateriali come misure di successo, scopriamo che i piccoli paesi
si comportano – in proporzione – molto bene. Ad esempio, per
quanto riguarda l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite (che
combina il PIL pro-capire, le misure di istruzione e salute), i
piccoli paesi costituiscono oltre la metà dei primi 30 paesi del
mondo.” ‎

L'articolo originale: https://mises.org/wire/3-reasons-why-more-secession-means-more-freedom