La libertà ai tempi del coronavirus: attenzione allo scambio della libertà in cambio di (presunta) sicurezza

“Coloro che sono disposti a sacrificare pezzi di libertà per delle briciole di momentanea sicurezza non avranno né la libertà, né la sicurezza”. Queste icastiche parole di Benjamin Franklin, padre fondatore degli Stati Uniti d’America, descrivono molto bene le conseguenze di un atteggiamento miope che spesso, nelle occasioni di straordinaria emergenza, viene adottato dalla maggior parte della popolazione dell’area colpita da questa: si chiede sempre ed invariabilmente che lo Stato – con varie misure (politiche ed economiche) intervenga; atteggiamento che spesso viene anche condiviso nelle scelte politiche perseguite dai governi e che si concretizza in una serie di provvedimenti che tendono a limitare la libertà dell’individuo. La recente emergenza sanitaria che ha caratterizzato questi primi tre mesi del nuovo decennio ha esacerbato esattamente questa tendenza, che non ha fatto altro che limitare le libertà individuali ed accrescere ancora di più il potere dello Stato. Nel nome della “sanità pubblica” si sono giustificate – oltre a misure che limitano enormemente la libertà dell’individuo in maniera diretta (i.e. misure di quarantena anche per zone poco colpite dal virus, creazione di una intera zona rossa estesa a tutto il Paese e, in generale, una vera e propria militarizzazione della vita dei cittadini), ma anche in maniera più o meno indiretta con delle politiche economiche caratterizzate da una sempre maggiore spesa pubblica, sempre maggiore debito e sempre maggiore espansione monetaria da parte dei governi e dei loro prestatori di ultima istanza (sovra)nazionali; tutto ciò nella speranza di “stimolare” l’economia che – evidentemente – ne uscirà con le ossa rotte indipendentemente (o, piuttosto, a causa) di tutte queste manovre espansive. Tutto ciò, invariabilmente, teso alla compressione ed alla distorsione dei (pochi) rimasti spazi di libertà di azione dell’individuo. Scopo di questo articolo è dimostrare che non solo tutto ciò non solo non è necessario, ma che è addirittura dannoso se, come auspico, desideriamo preservare quegli spazi di libertà ancora residui ed allo stesso tempo preservare la salute generale. Prima di continuare, un piccolo disclaimer: non sto assolutamente sostenendo che le misure di quarantena siano inutili o sbagliate. Il mio punto è: perché affidare tale compito ad un’organizzazione centralizzata che – quasi sicuramente – ne approfitterà per accrescere sempre di più i suoi poteri e non lasciare alla libera iniziativa privata il compito di gestire la quarantena in modo decentrato? Perché continuare che sia la sanità pubblica, pagata con le tasse estorte ai cittadini (di oggi, o – nel caso del debito – di domani)? Chi stabilisce quale sia la giusta “dose” di queste misure? E poi, una volta stabilita una durata, come garantire i servizi ai cittadini? Come garantire la sanità, l’assistenza ed i servizi complementari ad essa e quelli accessori (intrattenimento, cura degli anziani e dei bambini ed istruzione) per un periodo di tempo potenzialmente indefinito?

A queste domande si può rispondere in due modi: con il libero mercato e con la pianificazione centrale. Inutile dire quale dei due modi si sta adottando oggi (e quale verrà sempre adottato in futuro). Quindi dobbiamo chiederci: può un’emergenza simile essere gestita secondo i principi del libero mercato? In una società interamente governata dai principi del libero mercato, le risposte a tali domande non sono indefinite. In un autentico regime in cui viga la piena libertà personale come sopra definita ed in cui ognuno è proprietario assoluto di ciò che possiede a titolo originario o che produce o scambia, gli stessi meccanismi che vengono messi in atto dalle misure coercitive dello Stato – tese ad isolare i malati – verrebbero allo stesso modo prese ed in maniera più efficiente di quanto non sia stato finora fatto dalle misure statali: ogni proprietario sarebbe libero ed incentivato ad escludere dal suo territorio dei possibili malati, dopo aver effettuato i necessari test. La quarantena non solo non è in contrasto con il diritto di proprietà privata ma ne è il necessario complemento. Inoltre, se la quarantena fosse gestita in modo decentralizzato da una serie di associazioni private, queste avranno l’incentivo a svolgere le attività di quarantena in modo pedissequo ed allo stesso tempo non invadente; allo scopo di far sì che effettivamente – nella data annunciata di conclusione – i provvedimenti sanitari necessari senza per questo limitare le attività degli individui che ad esse aderiscono. Ancora di più: sulla scia di questa esigenza, in un regime di libero mercato nascerebbero organizzazioni che si curerebbero di fornire servizi ricreativi, servizi sanitari, servizi di cura degli anziani e di reperimento delle scorte alimentari e di altro genere fino a che l’emergenza non sia passata; e dopo l’emergenza queste attività continuerebbero a fiorire in tutte quelle attività in cui c’è una domanda sufficiente per esse, mentre continuerebbero ad esistere come servizi che sostituirebbero il Welfare statale in tutti gli altri posti. Cosa avviene, invece, nella nostra realtà statalista? Le persone che sostengono che lo Stato debba occuparsi della “salute pubblica” sono convinte che, una volta ammessa l’importanza, perfino il vitale bisogno, di una particolare attività dello Stato – come ad esempio, il mantenimento di una quarantena – si ammetta ipso facto la necessità dello Stato in quanto tale non solo nelle situazioni di emergenza ma anche in tutte le altre. Lo Stato, effettivamente, svolge molte funzioni importanti e necessarie: provvede alla legge, mantiene polizia e vigili del fuoco, costruisce le strade e ne cura la manutenzione, consegna la posta. Ma questo non dimostra in alcun modo che soltanto lo Stato possa svolgere queste funzioni, né che esso riesca a svolgerle in modo passabilmente efficace.

Attualmente, i sistemi sanitari del mondo bruciano ogni anno miliardi di tasse e quelli che non bruciano li usano per curare i sintomi delle persone. Ciò non avviene in un sistema in cui Welfare e sanità sono privati: ogni persona che si ammala non fa perdere soldi ma li fa guadagnare e questo aumenta la qualità del servizio e riduce il numero di ammalati. In un sistema di libero mercato tutti questi miliardi e miliardi sarebbero stati spesi in ricerca per prevenire le malattie ovvero per non far ammalare le persone in quanto ogni volta che qualcuno si ammala l’assicurazione privata perde soldi. Anche supponendo che in un contesto del genere i virus sarebbero ancora un problema nulla toglie alle assicurazioni di mettere a contratto che in caso di pandemia i propri clienti debbano seguire un certo protocollo; e quindi nel caso di non rispetto del protocollo, l’assicurazione non è più obbligata a coprire le spese per le cure: si riesce – così – a coniugare libertà individuale e diritto alla salute.

Ma c’è di più: un intervento statale non solo non è necessario ma è anche dannoso e – per tornare al tema dell’articolo – sembra non solo che le masse non lo capiscano, ma che richiedano una dose sempre maggiore della droga che le sta uccidendo. Per capire cosa vi sto dicendo, un esempio lampante ce lo danno alcuni commenti che qualche giorno fa erano molto comuni. Pare che da questo raffreddore troppo cresciuto, che si sta diffondendo sempre di più, ci si possa difendere mediante delle mascherine e lavando le mani con dei prodotti venduti in tutte le farmacie, che vengono prodotti e venduti da aziende ad un certo prezzo. In maniera abbastanza banale si dice che dall’incontro della domanda (la cui quantità domandata viene determinata dall’unità al margine dello stock di un dato bene) e dell’offerta (determinata dalla volontà di un produttore di soddisfare la domanda per ottenere un profitto) nasce il prezzo. Cos’è un prezzo? Spesso lo si dà per scontato, ma in quel misero numeretto attaccato al cartellino di un bene o sul tabellone di un imprenditore che fornisce servizi ci sono racchiuse una miriade di informazioni, tra cui la scarsità del bene che ha quel determinato prezzo. Il prezzo è determinato dall’utilità al margine, cioè dall’utilità dell’ultima unità, non dall’utilità totale; il che significa che conta anche la quantità disponibile del bene (scarsità relativa). Maggiore è la quantità, minore sarà l’utilità marginale, e dunque minore il prezzo del bene. Il prezzo è una misura della scarsità relativa di un bene. Ora, è ovvio che il prezzo è un prezzo di acquisto quanto di vendita: un prezzo alto significa scarsità del bene rispetto alla più alta domanda. Ciò significa alti profitti potenziali , cosa – questa – che incoraggia la produzione di quel bene scarso, soddisfacendo in questo modo la domanda ed abbassando il prezzo. Produrre comporta costi: devi acquistare le materie prime, pagare la manodopera, pagare le spese di impianto, effettuare gli ammortamenti delle macchine e così via. Inoltre il produttore sopporta dei rischi: un prodotto è domandato tanto oggi, ma domani non si sa. Il produttore, dalla vendita dei beni che produce, deve ricavare un tanto quanto basta per coprire almeno il costo di produzione: se ricava di più, la parte eccedente è il profitto ossia il premio che l’imprenditore riceve per aver soddisfatto le esigenze dei consumatori. Ma il profitto non è certo: se sbaglia ad intercettare la domanda, egli realizza perdite. Queste considerazioni sono assolutamente generali. Non importa se il bene di cui si parla sia una matita, un libro o una mascherina. In questi giorni, a causa di un fattore esogeno, è aumentata la domanda di maschere e di disinfettanti; una cosa che – a parità di offerta – ha fatto aumentare il loro prezzo. Le persone con un minimo di istruzione in economia (anche se basta aver letto i Promessi Sposi e tra poco capiremo perché) non vedono nulla di male in tutto ciò. Peccato che il buon senso – oggi – sia la cosa che talmente tanta gente dice di avere che sono veramente pochi quello che lo usano.  Qual è la geniale idea (si fa per dire) che si sente dire in giro in questi giorni in cui i prezzi delle mascherine e dei disinfettanti hanno raggiunto prezzi molto alti? CALMIERE DEI PREZZI! Ossia, mettiamo un prezzo massimo sulle maschere e i disinfettanti i cui prezzi sono saliti. Cosa significa? Significa che chi vuole vendere non può farlo al di sopra di quel prezzo fissato dal calmiere. L’effetto del prezzo massimo è la riduzione o l’azzeramento della produzione del bene. Se le imprese, a questo nuovo prezzo, non hanno convenienza a produrre il bene in quanto il prezzo non copre il costo medio (la produzione avverrebbe in perdita), i fattori di produzione si indirizzano verso altri settori (i produttori marginali – cioè quelli peggiori – sono i primi a lasciare il settore); il bene non viene prodotto o viene prodotto in quantità minori. Dunque vi saranno compratori potenziali insoddisfatti. Tradotto, milioni di persone rimarranno senza maschere e disinfettanti. Ma andiamo oltre. Esistono altri effetti di un prezzo massimo che hanno a che fare con la criminalità e con la qualità dei prodotti. Per la necessità di ridurre i costi medi vengono usate materie prime scadenti, le macchine vengono consumate e non ammortizzate, c’è un generale consumo di ricchezza che si traduce in prezzi sconvenienti per il consumatore e minore qualità del prodotto. Davvero volete materiali salvavita di bassa qualità? Io non credo. Inoltre c’è il rischio di creazione di mercati illegali o “neri” (che si riappropriano della funzione allocativa), code, raccomandazioni, favoritismi.

I critici diranno: “Eh Giordano, ma questa è la teoria. Nella pratica le cose sono diverse e il calmiere”. Okay, prendiamo qualche esempio di come i prezzi massimi abbiano “funzionato” . Il primo è preso dalla storia antica: l’imperatore Diocleziano ebbe la geniale idea di porre un prezzo massimo su TUTTI i beni di TUTTO l’impero romano per contrastare l’inflazione causata dalle spese pazze del suo governo. Risultato? Neanche a dirlo, un completo fallimento: ci fu scarsità generale e quindi Diocleziano tolse il calmiere e i prezzi tornarono ad aggiustarsi da soli. Un altro esempio per gli appassionati della letteratura: il calmiere dei prezzi del Pane imposti a Milano nel XVII secolo. Lì le cose andarono (purtroppo) in una maniera leggermente diversa. A causa di un cattivo raccolto, il grano scarseggiava a Milano e dintorni e quindi il prezzo del pane – in maniera del tutto prevedibile – salì. Misero un calmiere al prezzo del pane, con il prezzo del grano (che rappresenta un costo per il panettiere) che continuava a rimanere fermo. Orde di panettieri inferociti se la presero – a ragion veduta – contro le autorità, le quali prima tolsero e poi rimisero il calmiere. Risultato? Mancanza di pane: le persone si indebolirono e non appena passarono i Lanzichenecchi e relativa pestilenza migliaia di persone morirono. Eccoli i “magnifici esempi” di come funzionano gli interventi dello Stato sui mercati. 

Per fortuna, la malsana idea di mettere un calmiere dei prezzi sui medicinali è stata scartata dai detentori del monopolio legale della forza; anche se costoro non hanno fatto altro che trovare un altro modo – ancor peggiore, forse – per impedire che il mercato si autoregoli: dall’Unione Europea e BCE agli Stati Uniti e FED, in tutto il mondo sono state avviate manovre macroeconomiche espansive caratterizzate da una maggiore spesa pubblica – neanche a dirlo, a deficit – e da politiche monetarie sconsideratamente espansive (come se prima non ve ne fossero state). Qual è la speranza dei pianificatori centrali? Nella migliore tradizione keynesiana, lo scopo è quello di stimolare in consumi, aumentare la domanda e sperare che l’offerta si adegui. E – come nella tradizione keynesiana – anche questa volta le loro misure sono destinate a fallire. Decenni di irresponsabilità fiscale dei governi hanno rischiato di portare le economie al collasso ma finora nulla di tutto ciò si è palesato a causa di continui stimoli monetari; al contrario, ora che intere supply-chains – sorte come funghi dopo una piovuta a causa della pioggia di credito facile di questi anni – si sono praticamente disintegrate sotto i colpi di questa influenza troppo cresciuta e sotto la spinta di un crescente isolazionismo dei commerci che riduce l’afflusso di capitali reali esteri, la festa è finita: una massa monetaria senza precedenti sta entrando nel sistema economico, ha già gonfiato i prezzi degli asset ed il ridotto numero di capitali reali esteri non farà null’altro che continuare il processo fino a che – finalmente – i prezzi dei beni di consumo saliranno alle stelle, anche alla luce della virulenta goccia che ha fatto traboccare il vaso proveniente dalla Cina. Per farla breve, stiamo entrando nella fase discendente del ciclo del credito e quello che ci aspetta – purtroppo – sarà una dose ancor più massiccia dello stesso virus che ci sta uccidendo tutti: non una qualche influenza troppo cresciuta ma la pianificazione centralizzata. Come insegna il magistrale Albert Jay Nock ne “Il nostro nemico, lo Stato” tali emergenze sono spesso usate dallo Stato per espandersi in modo sempre più esponenziale, sotto la spinta della “preservazione del bene comune” a gran voce richiesta dai più o meno interessati individui di una società. Sebbene la situazione sia certamente straordinaria, sarebbe istruttivo chiedersi cosa significhi una “politica monetaria (o fiscale) espansiva”: esatto, più inflazione, più debito, più deficit! Ossia, espandiamo ancora di più il potere politico; peccato – però – che una caratteristica del potere politico è che, per sua natura, facilità a espandersi, ma difficoltà a restringersi: ovvero, l’applicazione continuativa delle politiche delle banche centrali e dei governi loro clienti non fa altro che condurci sempre di più verso una progressiva sostituzione di un’economia di mercato in cui gli attori economici sono liberi di allocare le loro risorse in funzione delle loro esigenze particolari dovute a delle specifiche circostanze di tempo e luogo con un’economia completamente pianificata centralmente, in cui la libertà del singolo e l’efficiente funzionamento del sistema economico – che non può da questa prescindere – viene totalmente sacrificata sull’altare della “piena occupazione”.

Siamo ad un bivio, ed il coronavirus non ha fatto altro che ricordarcelo. Scegliamo bene la strada, o rischiamo di perderci in una “selva oscura” da cui – a differenza di Dante – non sappiamo se e quando ne usciremo.