Il ritorno del protezionismo

Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del protezionismo. Quella della chiusura delle frontiere alle merci ed ai capitali è stata una tendenza che sembrava morta e sepolta dopo la fine di quella grande tragedia umana, sociale ed economica incarnata dalla Seconda Guerra Mondiale, ma che negli ultimi tempi è tornata alla ribalta a seguito dei grandi sconvolgimenti sociali ed economici avvenuti dopo la crisi del 2008. Da quel momento in poi, il commercio internazionale è stato messo sotto processo da due tribunali (con pubblici ministeri il cui numero e la cui forza degli attacchi sono sempre cresciuti) composte da persone appartenenti ad altrettanti schieramenti politici: statalisti di destra e di sinistra, tutti uniti in un tanto nuovo quanto improbabile patto Molotov-Ribbentrop nella loro crociata contro il libero commercio tra individui di nazionalità diverse, si sono impegnati in quello che è un vero e proprio fuoco incrociato. Nella fattispecie, di cosa è accusato il libero commercio (quello che in maniera molto generica viene detto “globalizzazione”)? Qui assistiamo al primo atto del teatro dell’assurdo circa le accuse al libero commercio, ossia le accuse formulate contro il libero commercio stesso. Da un lato, infatti, abbiamo i protezionisti di sinistra, coloro che sostengono che la globalizzazione sia un male perché aumenta le disuguaglianze tra paesi e che si serve della manodopera “sfruttata” dei paesi più poveri per far sì che al ricco occidentale arrivi l’ultimo modello di I-phone sul mercato ad un prezzo minore di quello che avrebbe avuto se fosse stato prodotto nello Stato nazionale di riferimento dell’accusatore; dall’altro abbiamo dei protezionisti conservatori, che sostengono che proprio per il fatto che il libero commercio internazionale abbassa i prezzi il libero commercio fra nazioni uccida le imprese nazionali (una variante, più sofisticata, di detta accusa è che il libero commercio sia dannoso per le industrie appena nate): in sintesi, il libero commercio internazionale viene accusato di una cosa e contemporaneamente del suo contrario e già da questa assurdità è facile dedurre che almeno una delle due parti (o anche tutt’e due) deve avere torto. Lo scopo del presente articolo sarà quello di esaminare entrambe le accuse rivolte al libero commercio e di rispondere ad esse tanto con la teoria economica quando con dei dati, allo scopo di mostrare l’erroneità e la pericolosità di quanto sostenuto dai propugnatori delle idee protezioniste.

Smith e Ricardo: Divisione del lavoro e legge dei costi comparati

Per fare quanto ci si è proposti occorre tuttavia “rispolverare” la teoria economica consegnataci da due economisti pre-neoclassici: Adam Smith e David Ricardo, il primo colui che elaborò la teoria della divisione del lavoro, il secondo colui che elaborò il teorema dei vantaggi comparati. Per procedere a tale analisi occorre procedere per gradi, assumendo che essa non sia altro che la trasposizione a livello “macro” degli stessi teoremi e delle medesime leggi che governano le relazioni interpersonali esistenti tra individuo ed individuo. Pertanto, anche a costo di allungare la trattazione, si rende necessario esporre le dette teorie a livello “micro” e di effettuare una veloce trasposizione delle stesse a livello “macro”. Si inizierà con il primo aspetto: la divisione del lavoro. Il fondamentale fenomeno sociale è la divisione del lavoro quale aspetto sottostante della cooperazione umana. L’esperienza insegna all’uomo comune che l’azione cooperativa è più efficiente e produttiva dell’azione isolata di colui che basta a se stesso. Tale divisione può essere di due tipi: divisione orizzontale e divisone verticale. La divisione orizzontale del lavoro consiste in un soggetto produce un bene diverso da quello prodotto da un altro soggetto; mentre la divisione verticale consiste nella distribuzione delle mansioni nell’ambito del processo produttivo; scambi intersettoriali. Le condizioni naturali che determinano la vita e gli sforzi umani sono tali che la divisione del lavoro aumenta il prodotto per unità di lavoro impiegata. Questi fatti naturali sono: 1) le innate diseguaglianze degli uomini rispetto alla loro capacità di eseguire le varie specie di lavoro; 2) la diseguale distribuzione delle opportunità – non umane – di produzione sulla superficie della terra. Queste due circostanze possono essere considerate benissimo come una sola: la diversità della natura fa dell’universo un complesso di varietà infinite. La divisione del lavoro fra gli individui è vantaggiosa perché si produce più ricchezza in ragione del fatto che le capacità e le opportunità umane sono altamente differenziate, per cui il fatto che ciascuno si specializzi nell’attività per la quale ha una maggiore inclinazione migliora la disponibilità di prestazioni di qualità mostrando quindi che il concentrarsi su una sola attività consente a) il miglioramento qualitativo nello svolgimento di essa e b) una maggiore automazione (che evita lo spreco di tempo che deriva dal disperdersi fra attività diverse).

Da questo primo aspetto della divisione del lavoro di Adam Smith occorre ora passare alla legge dei vantaggi (costi) comparati di David Ricardo. È abbastanza chiaro, infatti, che l’aumento della produttività realizzato dalla divisione del lavoro ovunque l’inuguaglianza dei partecipanti è tale che ogni individuo sia superiore per almeno un aspetto agli altri individui. Citando un esempio di Mises1 , se “A” produce in una unità di tempo 6x o 4y e “B” soltanto 2x ma 8y; se lavorano insieme in regime di divisione del lavoro, ognuno di loro produce la merce la cui produzione gli risulta essere più agevole, sicché produrranno, invece di 10x e 12y isolatamente, 6x ed 8y. Per mostrare cosa accade, invece, nel caso in cui un individuo è più efficiente sotto tutti gli aspetti e coopera con un gruppo meno efficiente, occorre fare riferimento alla legge di associazione di Ricardo. Costui ha analizzato gli effetti del commercio fra due aree, diversamente dotate dalla natura, nell’ipotesi che i prodotti – ma non i lavoratori e i fattori di produzione accumulati (beni capitali) – possano liberamente muoversi da un’area ad un’altra. La divisione del lavoro tra le due aree aumenta la produttività del lavoro, ed è quindi vantaggiosa per tutti gli interessati, anche se una di queste aree – per nessuno dei beni in questione – beneficia di condizioni naturali di produzione migliori dell’altra: l’area meglio dotata ha dei vantaggi nel concentrare gli sforzi sulla produzione di quelle merci in cui la sua superiorità è maggiore e lasciare la produzione degli altri beni all’area meno dotata, nei quali la superiorità dell’area meno dotata è minore. Ricardo era pienamente consapevole del fatto che tale legge, detta dei vantaggi comparati, è un caso particolare della più generale legge di associazione. Se “A” è tanto più efficiente di “B” a tal punto che gli occorrono tre ore per la produzione di una unità della merce “x” rispetto alle 5 ore di “B” e, per la produzione di “y”, due ore rispetto alle quattro di “B”, allora entrambi guadagneranno se “A” si limita alla produzione di “y” e lascia a “B” il compito di produrre “x”. Se ognuno di loro dà 60 ore alla produzione di “x” e 60 ore alla produzione di “y”, il risultato del lavoro di “A” è 20x+30y; quello di “B” è 12p+15q; e – per quei due insieme – 32x+45y. Se “A” si limita a produrre solo “y” egli produce 60y in 120 ore; mentre “B”, limitandosi a produrre solo “x”, produce nello stesso arco temporale 24x. Il risultato della loro attività è – allora – 24x+60y, in un rapporto di sostituzione di 3/2y nei confronti di “A” e di 5/4x nei confronti di “B”; in ogni caso una produzione maggiore di 32x+45y. È chiaro – quindi – che la divisione del lavoro avvantaggia ogni partecipante, i suoi vantaggi sono sempre reciproci. Consapevoli di ciò, possiamo ora traslare il discorso fatto a livello individuale (e quindi “micro”) nelle discussioni a livello “macro” concernenti il commercio internazionale. In accordo con l’individualismo metodologico (ossia considerare l’individuo quale unità di analisi della scienza economica da cui partire per effettuare delle analisi “aggregate”) il commercio internazionale non è altro che l’analisi del libero mercato applicata a un’area geograficamente più vasta. La “globalizzazione”, intesa nel suo significato tecnico, non è altro che la libera circolazione fra i Paesi di beni, servizi, capitali, informazioni e persone, conseguenza della divisione del lavoro. In realtà il termine originariamente si riferiva soltanto all’aspetto finanziario, ossia all’esistenza di un mercato mondiale dei capitali. In un altro senso, indica l’integrazione produttiva su scala mondiale delle imprese, soprattutto quelle multinazionali. Ma con il tempo ha assunto il significato specificato all’inizio, cioè l’intensificazione degli scambi internazionali fino alla ottimizzazione delle diverse operazioni di produzione e commercializzazione: localizzazioni in base ai costi di produzione, subappalti ecc. Parlare di globalizzazione, in sintesi, vuol dire parlare di libero mercato con tutti i benefici che esso comporta: si commercia perché esiste, ed è conveniente per entrambe, la divisione del lavoro, e di conseguenza lo scambio. Dunque i paesi devono specializzarsi nelle produzioni in cui esistono dei costi assoluti minori. Ad esempio2, due Paesi, Inghilterra e Portogallo; il primo ha un vantaggio nella produzione di grano, il secondo di vino. Se non commerciano e si mantengono autarchici, dedicando metà delle risorse alla produzione di un bene e l’altra metà alla produzione dell’altro, producono in un anno rispettivamente 500 tonnellate di grano e 15 litri di vino e 25 tonnellate di grano e 400 litri di vino. Assumendo per semplicità che questi due beni possano essere sommati, il pil inglese sarà pari a 515 e quello portoghese a 425, per un totale di 940. Se invece i due Paesi si specializzano nella produzione in cui hanno un vantaggio, impiegando in essa tutte le risorse (che prima, come detto, erano equiripartite nella

produzione di due beni), raddoppiano la produzione, per un pil totale di 1800.

grano vino pil
Inghilterra 500 15 515
Portogallo 25 400 425
no scambi 525 415 940
scambi 1000 800 1800

Considerando sempre i due Paesi dell’esempio precedente, ora l’Inghilterra è più efficiente in entrambe le produzioni, e ha un vantaggio comparativamente maggiore nella produzione di grano, perché ne produce il 76,9% in più rispetto al Portogallo (115 contro 65), mentre produce solo l’11,1% in più di vino (400 contro 360). Dunque all’Inghilterra conviene specializzarsi nella produzione di vino e al Portogallo nella produzione di grano, il che porterà a un pil complessivo di 950 anziché 940.

grano vino Pil
Inghilterra 115 400 515
Portogallo 65 360 425
no scambi 180 760 940
scambi 230 720 950

Un altro modo di esemplificare il medesimo teorema, evidenziando i costi, è il seguente. Il sistema economico dei due Paesi, Inghilterra e Portogallo, è formato da 10 lavoratori, che lavorano per un anno. Il costo di una unità dei due beni, grano e vino, è espresso in termini di attività lavorativa svolta da un lavoratore: nell’esempio della tabella 3, per produrre una unità di grano in Inghilterra sono necessari 4 lavoratori (come detto, la giornata lavorativa è una sola), in Portogallo 6. E rispettivamente 9 lavoratori e 3 per produrre 1 unità di vino.

grano Vino
Inghilterra 4 9
Portogallo 6 3

Se i 10 lavoratori inglesi dovessero produrre entrambi i beni, essi riuscirebbero a produrre 1 unità di grano e 0,66 unità di vino. Infatti 4 lavoratori sarebbero impegnati a produrre 1 unità di grano, gli altri 6 sarebbero occupati a produrre vino, ma, poiché per produrre 1 unità di vino sono necessari 9 lavoratori, quei 6 riuscirebbero a produrre solo i 2/3 di 1, cioè 0,66. Seguendo lo stesso ragionamento si arriva alla conclusione che i portoghesi otterrebbero 1 di grano e 1,33 di vino. Se gli inglesi si applicassero soltanto alla produzione di grano, nella quale hanno un costo assoluto minore, otterrebbero 2,5 unità. Se i portoghesi si concentrassero soltanto sulla produzione di vino, nella quale hanno un costo assoluto minore, otterrebbero 3,33 unità. Ai due Paesi conviene specializzarsi nella produzione in cui sono più efficienti, cioè in cui hanno un costo assoluto minore, e scambiare. Supponiamo che il rapporto di scambio fra i due beni sia di 1 a 1, cioè che il prezzo dei due beni sul mercato sia identico. Gli inglesi potrebbero cedere 1 unità di grano, ottenendo in cambio 1 unità di vino. In questo modo stanno meglio rispetto all’ipotesi autarchica, perché dispongono di 1,5 di grano e 1 di vino, mentre nell’ipotesi autarchica otterrebbero, come abbiamo visto, 1 di grano e 0,66 di vino. I portoghesi potrebbero cedere 1 unità di vino, ottenendo in cambio 1 unità di grano. Anch’essi stanno meglio rispetto all’ipotesi autarchica, perché dispongono di 1 di grano e 2,33 di vino, mentre nell’ipotesi autarchica otterrebbero 1 di grano e 1,33 di vino. È quindi dimostrata la superiorità della divisione del lavoro e dello scambio. Questa teoria è valida anche nel caso in cui un Paese sia superiore all’altro nella produzione di entrambi i beni, ma il Paese svantaggiato ha uno svantaggio minore nella produzione di un bene (comparati i costi, si vede che il rapporto fra i costi dei due beni all’interno di ciascun Paese, è diverso: nell’esempio della tabella 4, in Inghilterra è pari a 4/9 = 0,44, in Portogallo a 6/10 = 0,6).

grano vino
Inghilterra 4 9
Portogallo 6 10

Se i 10 lavoratori inglesi dovessero produrre entrambi i beni, essi riuscirebbero a produrre 1 unità di grano e 0,66 unità di vino; i portoghesi otterrebbero 1 di grano e 0,40 di vino. Se gli inglesi si applicassero soltanto alla produzione di grano, nella quale hanno un costo comparativamente minore, otterrebbero 2,5 unità. Se i portoghesi si concentrassero soltanto sulla produzione di vino, nella quale hanno uno svantaggio comparativamente minore, otterrebbero 1 unità. Anche in questo caso ai due Paesi conviene specializzarsi in una produzione e scambiare. Supponiamo che il rapporto di scambio sia 1 a 2, cioè che il prezzo del vino sia doppio di quello del grano. Gli inglesi, per ottenere 0,66 di vino, devono cedere 1,32 unità di grano; resterebbero quindi con 2,5 – 1,32 = 1,18. Dunque stanno meglio del caso in cui avessero scelto l’autarchia; infatti ora dispongono di 1,18 di grano e 0,66 di vino, mentre con la scelta autarchica disporrebbero di 1 di grano e 0,66 di vino. I portoghesi per ottenere 1 unità di grano danno in cambio 0,50 unità di vino; ora restano con 1 – 0,50 = 0,50 di vino. Anch’essi stanno meglio dell’ipotesi autarchica, perché ora hanno 1 di grano e 0,50 di vino, altrimenti disporrebbero di 1 di grano e 0,40 di vino. In sintesi, il libero commercio tra nazioni, come il libero mercato (di cui è soltanto un caso particolare applicato a transazioni geograficamente più estese), è vantaggioso per tutte gli attori che vi prendono parte.

Le accuse a sinistra: la disuguaglianza e lo sfruttamento

Uno dei due “tribunali” che pongono sotto accusa il libero commercio internazionale proviene da sinistra: in questo caso, l’accusa attribuita al commercio internazionale è quella di aver fatto aumentare la disuguaglianza tra nazioni, il divario tra ricchi e poveri nel mondo e che esso sfrutti la manodopera a basso costo presente in questi paesi per permettere alle aziende di essere competitive dal punto di vista del prezzo abbassando i costi di produzione. Per rispondere alle prime due accuse circa la disuguaglianza tra le nazioni, possiamo affidarci alle statistiche, ed in particolare allo studio della Fondazione David Hume a cura di Luca Ricolfi Rossana Cima. Secondo i dati del dossier “Disuguaglianza economica in Italia e nel mondo” della Fondazione David Hume, la disuguaglianza tra nazioni è cresciuta fino alla seconda guerra mondiale e per i successivi due decenni, è rimasta stabile nel ventennio 1970 – 1990, è decresciuta fino al 2008, e da allora ha ripreso a crescere. Sempre secondo il dossier, la “percezione della disuguaglianza sia aumentata è una dispercezione generata dall’imprecisione e dal sensazionalismo con cui talora vengono comunicati dai mass media gli aumenti di disuguaglianza interna alle nazioni” (p.15). Effettivamente, la disuguaglianza interna dal 1990 al 2010 è aumentata in buona parte del mondo, frenando la contrazione della disuguaglianza mondiale. In sintesi l’indice di Gini (il cui valore va da 0 a 1 dove 1 è la totale disuguaglianza) presenta diverse dinamiche:

  • Grazie all’apporto di Cina ed India l’indice tra i Paesi è calato dallo 0,54 del 1950 allo 0,45 del 2012;
  • L’indice tra i Paesi OCSE è calato dallo 0,33 del 1950 allo 0,20 del 2012;
  • Viceversa, l’indice che misura la diseguaglianza interna a livello mondiale è passato dallo 0,36 del 1950 allo 0,44 del 20123.

In sostanza, la disuguaglianza non è aumentata a livello internazionale, mentre lo è aumentata (di poco) a livello interno. Anche da questo punto di vista occorre tuttavia dare una messa in prospettiva. Sebbene la disuguaglianza sia aumentata è anche vero che la povertà estrema è diminuita. Nella fattispecie, il dossier sostiene che:

Ci sono molti modi per misurare la povertà. Lo si può fare in termini relativi, sulla base di una soglia convenzionale che tiene conto del tenore di vita medio degli abitanti di una nazione. Ma se si considera la distribuzione delle risorse tra tutti gli individui, si ottiene un indicatore strettamente legato al concetto di disuguaglianza (Amendola et al., 2011). Il nostro obiettivo è invece quello di adottare una misura analiticamente indipendente all’indice di Gini, una misura, in altre parole, che ci dia informazioni aggiuntive rispetto a quelle incorporate nell’indice di Gini.

La povertà si può valutare in termini assoluti, definendo povere le persone incapaci di acquistare un insieme di beni e servizi essenziali a uno standard di vita minimamente accettabile. Ma non abbiamo sufficienti informazioni e dati per definire il paniere e i prezzi delle risorse considerati essenziali per ogni paese del mondo. Questa misura, poi, sottace alcuni aspetti come la produzione per autoconsumo. Per esempio, un paese potrebbe registrare un’alta percentuale di persone che vive sotto la soglia di 2 dollari al giorno per abitante semplicemente perché è un’economia agricola, basata prevalentemente sull’autoproduzione.

Per superare questi limiti abbiamo tentato di stimare il livello medio mondiale di povertà estrema corretto per l’autoconsumo. Il valore dell’indice può essere interpretato come la percentuale di persone che vive con meno di 2 dollari al giorno corretta per la diffusione nel paese di un’economia fondata sull’autoproduzione”4.

Il grafico che segue mostra il risultato di tale studio:

Dal grafico si vede chiaramente che la percentuale si è più che dimezzata, passando dal 50% a inizio serie (1969) al 12,7% nel 2012. Questo a livello italiano. E a livello mondiale? Per avere un’idea di come si è evoluta la situazione nel corso del tempo possiamo prendere a riferimento al relativamente recente rapporto “The state of food insecurity in the World (SOFI) 2015” pubblicato dalla FAO, il quale evidenzia come, a livello mondiale, dal 1990 ad oggi, circa 190 milioni di persone siano uscite da una situazione di denutrizione, passando dal 18,6% all’11,8% della popolazione mondiale; 185 milioni di esse vivono in Paesi in via di sviluppo. Secondo i dati diffusi dalla BM (il cui motto è “Il nostro sogno, è un mondo libero dalla povertà”), circa il 17% della popolazione mondiale vive con meno di 1,25 dollari al giorno, contro il 43% del 1990 e il 52% del 1981 (circa 1 miliardo di persone oggi contro 1,93 nel 1981). Molte aree geografiche hanno visto ridursi il loro livello di povertà drasticamente: l’Asia orientale dal 78% (1981) all’8% (2011), l’Asia meridionale dal 61% (1981) al 25% (2011), l’Africa sub sahariana dal 53% (1981) al 47% (2011). Vi è poi un altro fattore da tenere in considerazione: la mobilità sociale e l’età. Non è infatti detto che, per farla in maniera breve, chi nasca quadrato debba per forza morire quadrato. Definiamo la mobilità sociale come “‎il movimento sia “verso l’alto” che verso il basso delle condizioni personali di vita di un individuo in relazione a quelle dei genitori. In termini assoluti, è la capacità di un bambino di vivere una vita migliore rispetto ai loro genitori. D’altra parte, la mobilità sociale relativa è una valutazione dell’impatto del background socio-economico sui risultati della vita di un individuo”5. ‎ Intuitivamente, è abbastanza chiaro che il vivere in una zona geografica in cui l’assetto istituzionale sia leggero, non estrattivo e quanto di meno invadente dal punto di vista economico nei processi di mercato favorisce sicuramente una distribuzione della ricchezza sicuramente più dinamica e meno legata ai privilegi di nascita, professione o relazioni di tipo non economico rispetto a paesi in cui le istituzioni sono estrattive, burocraticamente pesanti ed in generale molto attive nell’intervento sui processi di mercato. Ma vediamo più nel dettaglio i dati. Il «Global Social Mobility Index» assegna il primo posto alla Danimarca (con 85 punti), seguita da Norvegia, Finlandia, Svezia e Islanda. A completare la rosa dei primi dieci sono l’Olanda, la Svizzera, l’Austria, il Belgio e il Lussemburgo. Tra le economie del G7, la Germania è la più mobile socialmente (11esima, con 78,8 punti), seguita dalla Francia (12esima). Il Canada (14esimo) precede il Giappone (15esimo), il Regno Unito (21esimo), gli Stati Uniti (27esimi) e, infine, l’Italia, che è 34esima, preceduta anche da Portogallo (24esimo) e Spagna (28esima). Tale studio sottolinea come in una società in cui sia possibile per ciascuno sviluppare il proprio potenziale, a prescindere dalla provenienza socio-economica, non solo ci sarebbe più coesione sociale, ma si rafforzerebbe anche la crescita economica. Un aumento della mobilità sociale del 10% spingerebbe, infatti, il Pil di quasi il 5% in più in 10 anni, indica lo studio pubblicato alla vigilia del summit annuale del Wef a Davos. In sintesi, descrivendo le condizioni per le quali tali performance possono essere raggiunte, si sta descrivendo una società in cui tutte (o la gran parte) delle transazioni economiche sono realizzate su base volontaria, in cui le istituzioni favoriscono i diritti di proprietà, in cui vi è relativa libertà di entrata ed uscita dalla partecipazione all’attività produttiva: in una parola, il libero mercato. Possiamo vedere, infatti, che esiste una correlazione positiva tra libertà economiche, progresso e mobilità sociale se prendiamo le statistiche Fraser Institute: Economic Freedom of the World (EFW). Tale indice serve a capire quanto le istituzioni e le politiche di un paese corrispondono all’ideale di un governo limitato, nel quale lo Stato protegge i diritti di proprietà e fornisce una serie limitata di servizi come la difesa e la possibilità di accesso a una moneta solida. L’indice dell’EFW utilizza 42 indicatori raggruppati in cinque ampi settori:

  1. La dimensione del governo: spese, tasse e imprese (quanto spende il governo rispetto a individui, famiglie e imprese? In che misura il processo decisionale in campo economico sostituisce la scelta individuale? ecc.);
  2. La struttura giuridica e la sicurezza dei diritti di proprietà (in che misura i diritti di proprietà sono tutelati? Il sistema giudiziario è indipendente? ecc.)
  3. La possibilità di accesso a una moneta solida (i tassi di interesse sono stabili? Il governo aumenta le proprie spese stampando denaro?);
  4. La libertà degli scambi internazionali (qual è l’entità delle misure protezioniste adottate? Il passaggio delle merci attraverso le dogane è oneroso e richiede tempo? ecc.);
  5. La regolazione del credito, del lavoro e dell’attività commerciale (in che misura le banche forniscono credito al settore privato? In che misura i salari sono centralizzati? Le norme burocratiche frenano l’ingresso sul mercato e la concorrenza?).

Visto che non sono disponibili i dati del 2020, possiamo comunque prendere a riferimento i dati dell’anno scorso per avere un’idea di come sono messi questi paesi6:

Dal grafico e dal report vengono fuori diverse cose interessanti, che sicuramente faranno estremamente piacere ai nostri amici “no global” di sinistra:

  • ‎Le nazioni nel quartile superiore della libertà economica avevano un PIL pro capite medio di 36.770 dollari nel 2017, rispetto ai 6.140 dollari delle nazioni del quartile inferiore (crescita PPP USA) (si veda il paragrafo 1,6 del report).‎
  • ‎Nel quartile superiore, il reddito medio del 10% più povero è stato di 10.646 dollari, rispetto ai 1.503 dollari del quartile inferiore del 2017 (esposizione 1,10). È interessante notare che il reddito medio del 10% più povero nelle nazioni più economicamente libere è di due terzi superiore al reddito medio pro capite nelle nazioni meno libere.‎
  • ‎Nel quartile superiore, l’1,8% della popolazione soffrono di estrema povertà (meno di 1,90 USD al giorno) rispetto al 27,2% del quartile più basso (si veda il punto 1,11).‎
  • ‎La mortalità infantile è di 6,7 per 1.000 nati vivi nel quartile superiore rispetto a 40,5 nel quartile inferiore (si veda il punto 1,8).‎
  • ‎L’aspettativa di vita è di 79,4 anni nel quartile superiore rispetto a 65,2 anni nel quartile inferiore (si veda il punto 1.7).‎

‎Un certo numero di altri risultati sono più positivi nelle nazioni economicamente libere che in quelle che non hanno libertà economica. Per esempio:‎

  • ‎Le libertà politiche e civili sono notevolmente più elevate nelle nazioni economicamente libere che nelle nazioni non libere (si veda il punto 1.12).‎
  • ‎L’uguaglianza di genere è maggiore nei paesi economicamente liberi (si veda il punto 1.13).‎
  • ‎I livelli di felicità sono più alti nelle nazioni economicamente libere (si veda il punto 1.14).‎

Sicuramente, dopo aver mostrato che c’è una correlazione positiva tra libertà economica, ricchezza e mobilità sociale, i nostri amici di sinistra saranno felici di continuare ad affermare che il libero mercato ed il libero commercio internazionale siano dannosi per l’essere umano. Continuiamo ad esaminare un secondo fattore, l’età, e per questa analisi facciamo riferimento alla teoria delle preferenze temporali della scuola Austriaca. Ad un livello puramente logico, è del tutto evidente che le azioni umane sono indirizzate al soddisfacimento di bisogni, dunque aspettare per poter soddisfare un bisogno determina una disutilità; la legge della preferenza temporale quindi dice che si preferisce un consumo oggi allo stesso consumo in futuro (si preferisce un bene presente a un medesimo bene futuro), e dover posporre un consumo rappresenta un sacrificio. In termini più generali: gli individui preferiscono una soddisfazione presente a una soddisfazione futura, se questa è pari o inferiore7. Cioè, più presto si consegue la (medesima o superiore) soddisfazione, meglio è; dunque, dato il fine, si sceglie sempre la durata temporale dell’azione svolta per quel determinato fine, più breve. Un fatto interessante è che la preferenza temporale non è assoluta, ma cambia non solo in relazione all’individuo ma anche in diversi momenti della vita dell’individuo stesso; ovvero bisogna riconoscere che i vincoli biologici di un essere umano hanno un impatto diretto sulla preferenza individuale di un individuo. Mutuando la riflessione dal libro “Democrazia, il dio che ha fallito”, notiamo come

“A causa di vincoli biologici sul loro sviluppo cognitivo, i bambini hanno un tasso di preferenza temporale molto alto. Essi non possiedono un concetto chiaro dell’aspettativa di vita di una persona come un qualcosa che si estende lungo un certo arco di tempo, e difettano di una comprensione sofisticata della produzione come modo di comprensione indiretto. Conseguentemente, beni presenti e gratificazioni immediate sono altamente preferite a beni futuri e gratificazioni lontane nel tempo. Attività volte al risparmio e all’investimento sono rare, e i periodi di produzione ed approvvigionamento raramente si estendono al futuro più immediato. I bambini vivono giorno per giorno e da una gratificazione più immediata a quella seguente. Nel corso della crescita, il tasso di preferenza temporale di un attore, inizialmente altissimo, tende [asintoticamente, n.d.a.] a diminuire. Con il riconoscimento dell’aspettativa di vita di ciascuno e delle potenzialità della produzione come mezzo di consumo indiretto, l’utilità marginale dei beni futuri aumenta. Risparmio e investimento vengono stimolati, e i periodi di produzione e approvvigionamento si ampliano. Alla fine, una volta diventato vecchio e avvicinandosi al termine della propria vita, il tasso di preferenza temporale tornerà a salire. L’utilità marginale dei beni futuri si abbassa perché c’è meno futuro davanti a noi. Risparmi e investimenti tenderanno a diminuire, e il consumo – inclusa la non sostituzione dei beni capitali e dei beni di consumo durevoli – aumenterà”8.

In sintesi, data la preferenza temporale quale determinante della ripartizione del reddito tra consumo e risparmio, è chiaro che se una persona preferisce una soddisfazione più grande nel futuro rispetto ad una minore nel presente (ovvero scambia beni futuri per beni presenti) diviene più ricca in ragione del suo risparmio; un elemento – questo – che nulla ha a che vedere con il libero commercio e che in ogni caso attiene alla discrezionale disposizione dell’individuo di ciò che ha acquisito con l’impiego del suo sforzo fisico e mentale e che dunque non può essere dichiarato “antieconomico” o “sbagliato”.

Ma continuiamo con il commercio internazionale e rispondiamo alla tesi dello sfruttamento: secondo tale tesi il commercio internazionale sarebbe dannoso perché consentirebbe alle imprese di essere competitive sul mercato abbassando i costi di produzione ed in particolare (guarda caso, aggiungerei) il costo della manodopera. Questa tesi è molto interessante, perché trascura almeno quattro grandi aspetti: in primo luogo che la produzione di un bene o di un servizio non è data dal solo lavoro ma anche dal capitale disponibile, in secondo luogo che il lavoro – come qualsiasi altro fattore della produzione – viene remunerato in base alla sua produttività marginale in valore (scontata); che bisogna osservare le variazioni di benessere di un individuo non in termini assoluti ma in termini relativi; e da ultimo il fatto che le istituzioni contano, e che i vincoli che esse impongono o meno all’economia sono rilevanti nelle decisioni di un’azienda circa l’apertura di uno stabilimento. Circa il primo aspetto non si considera che la produzione di beni e servizi impiega anche capitale, ossia beni e servizi usati non per la soddisfazione diretta dei bisogni umani ma usati per la soddisfazione di bisogni che a loro volta sono usati per la soddisfazione di bisogni immediati. Se diminuisce la preferenza temporale degli individui, il capitale a disposizione diviene meno scarso e dunque il suo prezzo il “costo opportunità del capitale” o “tasso reale di rendimento” o “saggio di interesse” diviene minore. Questo significa che l’incidenza che il costo del capitale ha sui costi totali è minore (il che comporta un innalzamento del livello dei costi che l’imprenditore può sopportare senza andare in perdita) e che la produttività di un dato processo produttivo è maggiore: questo consente un maggiore output e diminuisce i prezzi dei beni di consumo che noi tutti vediamo sugli scaffali dei supermercati e dei negozi in cui noi occidentali (primi fra tutti gli occidentali “radical chic” che pontificano sulla disuguaglianza dalla loro ipocritamente “superiore” posizione morale “di sinistra” ma che poi – come qualsiasi essere umano su questa terra (comunisti e socialdemocratici inclusi) – ragionano in un’ottica di massimizzazione dei guadagni) amiamo tantissimo andare la domenica e nei giorni feriali che ci possiamo permettere esattamente in ragione di questo processo di accumulazione di risorse e maggiore produttività dei processi produttivi innescato dal libero mercato, dal capitalismo e dal libero commercio internazionale. Circa il secondo aspetto, ovvero la produttività (che è strettamente legato al precedente) bisogna necessariamente riconoscere che non tutti i territori sono omogenei: vi sono zone a bassa produttività con una scarsissima dotazione di capitale e con una larghissima offerta di lavoro (pensiamo alla maggioranza dei paesi dell’area subsahariana, in cui vi è una effettiva penuria di beni capitale in ragione della particolare conformazione geografica e climatica di quelle regioni ed in cui l’offerta di individui che sono disposti a lavorare è enorme in ragione della promiscuità ed in ragione della semplice legge biologica e statistica in ragione della quale se aumentano i figli nati per famiglia sarà anche più alta la probabilità che uno di essi riesca a sopravvivere; un fatto, questo, che è la radice delle disuguaglianze e della povertà di questi paesi); come vi sono zone ad alta produttività in cui vi è più capitale rispetto al lavoro ed in cui – quindi – la produttività è alta e dunque i prezzi dei beni capitali tende ad essere minore (al netto delle espansioni monetarie delle varie banche centrali, s’intende) rispetto al lavoro. Dunque, se l’economia e le sue leggi hanno ancora un senso nel nostro mondo (e, fidatevi, ce l’hanno; altrimenti vivremmo in un mondo in cui nessuno riuscirebbe ad allocare in modo più o meno corretto le risorse di cui dispone e tale mondo non è assolutamente pensabile), deve essere chiaro che nelle zone in cui il lavoro è meno produttivo e più abbondante il suo prezzo (ovvero il salario, che tende ad essere uguale alla sua produttività marginale) deve essere necessariamente più basso: questo in ragione della maggiore offerta disponibile e della minore produttività dello stesso (dovuta anche dalla scarsità di capitale con il quale tale lavoro si trova ad operare). Ma perché è cosi? Semplice, perché se assumendo un dato lavoratore al libro paga e le entrate complessive del datore di lavoro crescono 60 euro la settimana, allora la produttività marginale di quel lavoratore è di 60 euro l’ora e se al lavoratore lo si paga 61 euro l’imprenditore andrebbe in perdita. In estrema sintesi, se dobbiamo trovare un fattore che possiamo ritenere responsabile per la scarsa remunerazione dei lavoratori delle zone a basso capitale ed alta offerta di lavoro, non possiamo certamente incolpare le fantomatiche “multinazionali” brutte e cattive, ma dobbiamo continuare a far riferimento alla legge della scarsità, della produttività marginale decrescente e della preferenza temporale; le leggi che governano il mondo indipendentemente da quello che possono sostenere qualche figlio di papà, qualche casalinga o qualche frequentatore troppo assiduo dei bar sotto casa.

Passiamo ora ad analizzare il terzo aspetto, ossia il confronto in termini assoluti o in termini relativi del benessere individuale. Se c’è una lezione che l’economia di scuola Austriaca ci insegna è che l’utilità è un fenomeno ordinale, ovvero è un fenomeno che procede mediante la fissazione di obiettivi soggettivamente sentiti come importanti all’interno di scale di valore espresse in termini di “primo, secondo, terzo…” e quindi non vi sono dei modi operativamente spendibili per “misurare” in una qualche maniera scientificamente valida le preferenze di un individuo. Vi è però il criterio delle preferenze dimostrate: il fatto stesso che una persona abbia agito in un certo modo od abbia effettuato una certa scelta significa che in quel momento, contesto situazionale e geografico l’individuo che l’ha effettuata riteneva che agendo in quel modo la sua utilità (economica, psichica o di altro tipo) potesse essere massimizzata (e che quindi la sua soddisfazione sarebbe aumentata) indipendentemente dalle valutazioni di altri individui ed indipendentemente dal corso effettivo che l’esperimento dell’azione ha avuto: se si è sbagliato, può tranquillamente correggere ed imparare ex post ciò che ha sbagliato ex ante. Detto ciò si possono trarre due conclusioni da questo ragionamento, che possono essere traslate facilmente nel discorso dei salari: a) se un individuo accetta un dato salario monetario da parte di un’azienda significa che in quel momento, contesto situazionale e geografico l’individuo che l’ha effettuata riteneva che agendo in quel modo la sua utilità economica sarebbe stata massimizzata non in termini assoluti ma in termini relativi (ovvero a partire dalla condizione di partenza in cui si poteva trovare); e b)che non è possibile (per delle persone che non appartengono a quel contesto e che dunque non conoscono le condizioni di partenza di quell’individuo) trarre dei giudizi di valore ed utilizzarli – soprattutto – per delle valutazioni di carattere economico. Ciò rimane vero (ed anzi ne esce rafforzato) se si pensa al fatto che i “bassi” salari pagati da alcune multinazionali in Paesi del terzo mondo, sono pari a otto volte e mezzo quello che il lavoratore guadagnerebbe se impiegato in un’industria locale. In merito a questo, l’economista Benjamin Powell ha esaminato 83 casi di “sfruttamento” dei lavoratori, anche per opera di aziende locali, in 17 Paesi del Terzo Mondo; casi segnalati in precedenza dalla stampa americana: in 6 Paesi i salari erano più alti del reddito medio (in Honduras, Nicaragua e Haiti più alti del doppio), in altri 6 erano uguali e negli altri 5 Paesi in cui erano più bassi i lavoratori erano immigrati che ricevevano comunque un salario più alto di quello dei Paesi di origine9. I detrattori dei “bassi” salari dovrebbero capire che in questi paesi l’alternativa, spesso, è scegliere tra il morire di fame e l’accettare questi salari “bassi”, perché il lavoratore non è riuscito ad accumulare risorse che gli consentono di vivere “di rendita” per periodi prolungati in ragione delle anzidette difficoltà di produttività e quindi di accumulazione di ricchezza. Quelli che gli occidentali definiscono “bassi” salari sono oro colato per queste popolazioni e l’impedire alle multinazionali di andare là ed offrire a queste persone equivale letteralmente condannarle ad una morte per fame. Inoltre, quello che un posto di lavoro fornisce non è quasi mai il solo salario monetario, ma è anche e soprattutto esperienza che consente ai lavoratori di migliorare la propria condizione: non è infrequente, ad esempio, l’eventualità di lavoratori dipendenti che – dopo una vita passata ad accumulare esperienza sul luogo di lavoro e dopo aver messo da parte qualche risparmio che gli consente di fare ciò – riescono a mettersi in proprio e diventare essi stessi dei piccoli imprenditori nel loro ambito. Quindi le multinazionali “sfrutterebbero” i lavoratori stranieri fornendo loro il know how che gli consente – se hanno sufficiente spirito imprenditoriale – di migliorarsi? Affermazione molto pretestuosa, questa, che non trova molto riscontro a livello logico.

Arriviamo, or dunque, all’ultimo punto: l’ambiente istituzionale. Le istituzioni contano perché, volenti o nolenti, definiscono in via esclusiva e monopolistica il framework di regole all’interno del quale gli attori interagiscono tra di loro. Se le istituzioni si fanno garanti dei diritti di proprietà e dei contratti stipulati tra privati con regole chiare, certe e tendenzialmente stabili nel tempo; se la tassazione e la spesa pubblica rimangono a livelli economicamente sostenibili e se – in generale – l’intervento dello Stato nei processi di mercato viene lasciato al minimo possibile rispetto ad altri paesi è abbastanza chiaro che le imprese preferiranno localizzarsi in un ambiente “business friendly” piuttosto che in un ambiente come quello italiano: eccessivamente burocratico, con tempi della giustizia civile degni di Matusalemme, con regole il cui contenuto cambia ogni volta che un governo cade ad opera dei giochi di potere della pubblica amministrazione, con dei diritti di proprietà che vengono di fatto ignorati, con un global tax rate che rasenta il 64% (di cui il 24% – ovvero l’IRES – grava sulle sole imprese) e con oneri sociali e previdenziali che per legge deve sostenere. Facciamo un piccolo esempio: supponiamo che un’azienda che paga ad esempio 1500 euro netti mensili, ne paga almeno altri 1500 in imposte varie, di conseguenza un dipendente costa almeno 3000 euro al mese pur ricevendo, di retribuzione netta, solo la metà. In un sistema dove, invece, il cuneo fiscale è leggero sia sulle imprese sia sui lavoratori, l’azienda dimezza la spesa del personale pur facendo rimanere invariati gli stipendi, avendo a disposizione più capitale per la sopravvivenza dell’impresa stessa e per gli stipendi ed il benessere dei dipendenti (che consumerebbero e risparmierebbero di più), favorendo così l’economia nel suo complesso. Il cuneo fiscale, spiega infatti la Corte dei Conti nel “Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica”10, riferito alla situazione media d’un dipendente dell’industria italiana, colloca al livello più alto la differenza tra il costo del lavoro ed il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore: il 49,2 % prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore) eccede di ben dieci punti l’onere che si registra mediamente nel resto d’Europa. Sempre secondo la magistratura contabile, accanto ad una pressione fiscale tra le più elevate dei paesi UE (42,9 % del PIL), il total tax rate, stimato per un’impresa di medie dimensioni, testimonia un carico fiscale complessivo (societario, contributivo, per tasse ed imposte indirette) che penalizza l’operatore medio italiano in misura (64,8 %) eccedente quasi venticinque punti l’onere per l’omologo imprenditore dell’area UE/EFTA. Non solo le tasse, ma anche la regolamentazione del mercato del lavoro contribuisce ad uccidere i nostri imprenditori: pensiamo ai fantomatici CCNL, in cui vengono arbitrariamente fissati i salari sulla base della categoria di lavoratori. Come qualsiasi altro prezzo minimo, questi provvedimenti tengono artificialmente alti i salari dei lavoratori (che sono dei prezzi, ricordiamolo); : il prezzo mantenuto artificialmente alto attrae risorse in quel settore; le quantità prodotte però non vengono tutte acquistate perché l’aumento di prezzo ha contemporaneamente scoraggiato alcuni acquirenti. Nel mercato del lavoro ciò si traduce nel fatto che vi è un impedimento all’assunzione di tutti coloro che hanno una produttività inferiore a quel salario, perché l’imprenditore, se li assumesse, subirebbe una perdita (dunque, per paradosso, il salario minimo danneggia i lavoratori più poveri rispetto ai più “ricchi”, quelli a maggiore produttività). Davvero pensiamo di far investire gli imprenditori in un Paese governato da questa logica corporativa dei CCNL? Accomodatevi pure, ne vedrete veramente delle belle. Cosa abbiamo imparato, in sintesi, per ritornare al discorso del commercio internazionale? Esatto: più le istituzioni sono estrattive, meno il Paese è competitivo non solo al suo interno ma anche nei confronti con gli altri paesi. In poche parole, il commercio internazionale non ha niente a che vedere con la disuguaglianza tra nazioni ed all’interno dei paesi “ricchi”, conclusione a cui giunge persino un keynesiano come Paul Krugman, come riportato nel suo saggio “Trade and Wages, Reconsidered”11. Con questo abbiamo definitivamente sepolto le accuse formulate dal tribunale “no-global” di sinistra.

Le accuse da destra

Il libero commercio internazionale, tuttavia, negli ultimi tempi ha ricevuto accuse provenienti anche dall’altro lato dello spettro politico, ossia dalla destra. Gli accusatori del commercio internazionale provenienti da destra possiedono un armamentario argomentativo se vogliamo più diversificato rispetto alle loro controparti di sinistra. Costoro, infatti, impostano la loro linea d’attacco su diversi fronti sostenendo (congiuntamente o disgiuntamente) tali affermazioni: a) il commercio internazionale distrugge le culture locali; b) il commercio internazionale favorisce l’immigrazione; c) il commercio internazionale distrugge i posti di lavoro nazionali; d) il commercio internazionale danneggia le industrie nascenti e quindi è giusto adottare dazi per proteggere queste “industrie nascenti”. La diversificazione delle accuse non le rende meno esposte a delle critiche. Le contro-argomentazioni alle prime due (“a” e “b”) sono state magistralmente sintetizzate dagli economisti italiani Alberto Alesina e Francesco Giavazzi come segue:

“In realtà la globalizzazione finanziaria e commerciale potrebbe potenziare le culture locali, anziché eliminarle. Un paese autarchico deve produrre tutto ciò che serve, comprese merci che sono aliene dalle sue risorse naturali, umane e culturali. Al contrario, proprio grazie al libero scambio (e al conseguente principio dei vantaggi comparati, illustrato prima) un paese può specializzarsi nei settori vicini alla propria cultura. Se l’Italia può importare acciaio dall’estero, si può permettere di specializzare la sua economia nella moda, nel turismo, in certe nicchie dell’alta tecnologia, nei servizi e in tutte quelle attività che rendono più “attraente” il Paese o che sono vicine alla cultura, alla storia o alle condizioni geografiche. Se, al contrario, l’Italia deve produrre l’acciaio, magari distruggendo chilometri e chilometri di magnifiche coste che potemmo utilizzare per il turismo estero (e interno) perderemmo tutti i vantaggi legati al territorio. Infine il libero scambio può, in un certo senso, limitare il fenomeno migratorio (tema molto caro ai conservatori). Un regime protezionista che danneggiasse il commercio dei paesi più poveri, ne aggraverebbe ancora di più le condizioni, e spingerebbe la gente a emigrare ancora di più di quanto non lo faccia ora. Inoltre, il movimento di merci, capitali e persone tra paesi aiuta la crescita; infatti un flusso selezionato e contingentato di migranti contribuirebbe in maniera benefica ad aumentare il capitale sociale di un paese (persone istruite ed economicamente indipendenti) : le imprese assumerebbero di più e il costo “sociale” di tutto ciò sarebbe relativamente basso dato che, trovato un impiego (e le conseguenti implicazioni sociali dell’inserimento nel mercato del lavoro), l’inserimento nella società di un immigrato è molto più facile”.12

Le ultime due argomentazioni sono più sottili, in quanto economicamente più verosimili: parliamo quindi della protezione dei posti di lavoro e di quello che gli economisti Mises e Rothbard chiamano “argomento dell’industria nascente”. L’approccio che adotteremo per confutare il primo “capo d’accusa” è quello che Fredéric Bastiat, un grande anticipatore della scuola Austriaca, è “ciò che si vede e ciò che non si vede”. Cosa vediamo, ad esempio, quando spariscono posti di lavoro a causa di una maggiore concorrenza delle industrie estere? Vediamo disoccupati e “capacità produttiva inutilizzata”; m a la legge della divisione del lavoro insegna che le risorse disoccupate saranno sollecitate a produrre beni e servizi diversi da quelli prodotti, in maniera più efficiente, all’estero, e dunque la ricchezza complessiva crescerà. I danneggiati dal dazio sono i consumatori, i produttori del Paese estero (più meritevoli perché più efficienti), i produttori interni di beni che i consumatori avrebbero acquistato se non avessero dovuto destinare le risorse (in più) all’acquisto del bene con prezzo più alto e i produttori di beni interni che i consumatori del Paese estero avrebbero comprato se avessero avuto a disposizione il reddito derivante dall’esportazione. Inoltre le risorse (lavoro, materie prime ecc.) si indirizzano verso la produzione del bene protetto e vengono distolte dalle produzioni in cui sarebbero state impiegate se ai consumatori venisse lasciata la libera scelta; dunque c’è un impiego meno efficiente delle risorse. Non ci si deve concentrare solo sui posti di lavoro creati nel settore protetto (ciò che si vede), ma anche su quelli distrutti in altri settori (ciò che non si vede). Come rilevato dalla scuola della Scelta Pubblica, i motivi per cui le politiche protezionistiche hanno successo sono i medesimi che spiegano il successo dello statalismo all’interno di un Paese: i costi del protezionismo sono diffusi fra milioni di persone, che non percepiscono il danno e non sono indotti a mobilitarsi, mentre i benefici sono concentrati, e le categorie avvantaggiate si attivano, soprattutto con i membri degli organi legislativi. Dunque il protezionismo è una politica classista, che vuole favorire alcuni (privilegiati) a spese di tutti gli altri. Vi è poi l’argomento dell’industria nascente: secondo questa tesi, il dazio protegge temporaneamente un dato settore, finché quelle imprese “apprendono” come diventare efficienti; nel lungo periodo

Dunque verrebbe garantita una maggior concorrenza. Ma nessuno può dire che sicuramente le imprese protette diventeranno competitive; anche perché se il capitale privato non investe in quel settore vuol dire che gli investimenti non sono profittevoli. Dunque l’effetto è un danno immediato per il consumatore grazie ai più alti prezzi e un danno indiretto perché si determina una diversione artificiale delle risorse verso un settore che non è quello che soddisfa i desideri più urgenti dei consumatori13.

Protezionismo uguale guerra

Possiamo individuare anche un beneficio se vogliamo “sociale” del libero mercato a livello internazionale: il fatto che esso compone ed evita le guerre tra nazioni. Non a caso una dei principi fondatori dell’Unione Europea esposti in Europa nel secondo dopoguerra fu il libero passaggio di merci e persone poiché, come diceva Frederic Bastiat, “Se i beni non attraversano i confini, lo faranno i soldati”. Per supportare questa tesi occorre revisionare un po’ di storia economica. Nella fase mercantilista del commercio internazionale, intorno al 1550, il commercio era visto come un gioco a “somma-zero”, in cui le potenze europee cercavano di accaparrarsi il monopolio delle rotte commerciali. Spesso lo facevano con compagnie nazionali, come la compagnia delle Indie, che divennero una testa di ponte per la costruzione di veri e propri imperi che, da qui in poi, saranno la causa di varie guerre doganali. Non sorprende, quindi, che in quel periodo la bellicosità indotta da conflitti commerciali fosse molto alta. Il consolidamento di questi imperi culminò nella seconda metà del XIX secolo, quando si assistette ad un ritorno del protezionismo. La storia insegna che tutto ciò, di solito, preannuncia una guerra. La storia è questa: nella Germania Guglielmina, negli anni ’80 del XIX secolo, l’industria (soprattutto quella pesante) viveva in una sorta di simbiosi con lo Stato. Il Kaiser Guglielmo II, per assicurarsi l’appoggio politico dei grandi industriali, varò delle politiche che proteggevano dalla concorrenza internazionale l’industria siderurgica tedesca che, dal canto suo, operava politiche di dumping abbassando enormemente i prezzi dell’acciaio facendo concorrenza sleale agli inglesi; ma si poteva permettere tutto ciò solo perché il governo tedesco era il principale cliente delle industrie tedesche stesse, creando un circolo vizioso nel quale lo Stato proteggeva i grandi capi d’industria (che sfruttavano veramente i lavoratori) che a loro volta appoggiavano le politiche del governo (che solitamente erano volte ad espandere i mercati nazionali tramite il colonialismo ed il danneggiamento dei mercati anglo-francesi). Il protezionismo tedesco (e non il libero mercato) non fece altro che alimentare il revanscismo francese ed il risentimento inglese, conducendo i tre stati in una situazione di tensione internazionale che gettò le basi economiche per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Concludiamo questo lungo discorso su commercio, protezionismo e politiche estere con una frase che è non solo un insegnamento ma anche un motto: Free market, free people.

1 Ludwig von Mises; “L’Azione Umana” (Parte seconda: “L’azione nell’ambito sociale; capitolo 8, “La società umana”); pp. 201-204, Rubbettino Editore.

2 Tratto da http://rothbard.altervista.org/teoria/economia-internazionale.doc , nota 2.

3 Le stime della disuguaglianza interna a ciascun paese sono state costruite

a partire dal database Standardizing the World Income Inequality 5.0 (SWIID)

creato da Frederick Solt (Universita dell’Iowa) che ha armonizzato i dati

provenienti dai principali dataset disponibili e dagli istituti di statistica nazionale

dei diversi paesi. Contiene l’indice di Gini calcolato sul reddito famigliare (prima e dopo aver considerato le tasse e i trasferimenti) di 173 paesi per il periodo 1960-2013. Occorre tener presente che per alcuni paesi e per alcuni anni i dati sono costituiti da medie mobili quinquennali. Per massimizzare il numero dei confronti nel tempo e nello spazio, i dati mancanti sono stati da stimati mediante due procedure. I missing value di inizio o fine serie sono stati posti uguali ai valori reali piu vicini al punto da stimare. Negli altri casi stati ricostruiti mediante interpolazione lineare.

Vedi: http://myweb.uiowa.edu/fsolt/swiid/swiid.html.

4 L. Ricolfi; R. Cima; “Disuguaglianza economica in Italia e nel mondo”; Paragrafo 3, sottoparagrafo 2, p.3.

5 https://www.weforum.org/reports/global-social-mobility-index-2020-why-economies-benefit-from-fixing-inequality

6 Fonte: https://www.fraserinstitute.org/studies/economic-freedom-of-the-world-2019-annual-report

7 Questa condizione è fondamentale: se l’utilità futura è superiore a quella presente, è possibile che un individuo, in base alla propria preferenza temporale, scelga di posporre il conseguimento dell’utilità.

8 H. H. Hoppe; “Democrazia, il dio che ha fallito”; pp. 33-34, liberilibri editrice

9 B. Powell, “Out of Poverty: Sweatshops in the Global Economy”, Cambridge University Press, Cambridge, 2013. Inoltre, in alcuni casi (Burma, Indonesia) sono gli Stati stessi che impongono coercitivamente salari e condizioni lavorative disagiate, proprio per attrarre le grandi imprese; ma questo non ha niente a che fare con il libero mercato.

10 5 aprile 2017 – Sezioni riunite in sede di controllo – Delibera n. 3/SSRRCO/RCFP/17; fonte dei dati:

http://www.corteconti.it/attivita/uffici_centrali/sezioni_riunite_sede_controllo/rapporto_finanza_pubblica/

11 https://www.brookings.edu/bpea-articles/trade-and-wages-reconsidered/

12 F.Giavazzi, A. Alesina; “La crisi”; pp.97-98; Il Saggiatore.

giordan13Testo citato da: http://rothbard.altervista.org/teoria/economia-internazionale.doc