Il COVID 19 ci sta insegnando che abbiamo bisogno come non mai della decentralizzazione

Nell’America sempre più polarizzata, momenti in cui si verificano “eventi cigno nero” [espressione mutuata dal lavoro di Nassim Nicholas Taleb, filosofo, saggista e matematico libanese, ndt.] come la pandemia di COVID-19 hanno ulteriormente confermato l’esistenza di crescenti divisioni nel paese. I nostri libri di testo vorrebbero farci credere che le emergenze creano terreno fertile per l’unità. Ma quando si ha una popolazione che si divide politicamente anche quando si tratta dei programmi televisivi che guarda, arriva un momento in cui dobbiamo iniziare a riconoscere che la prospettiva dell’unità nazionale sta diventando sempre più un miraggio col passare dei giorni.

In maniera alquanto divertente, la saga del COVID-19 è cominciata in uno dei più plateali momenti della storia politica nella memoria recente. All’inizio di marzo (che pare un secolo fa se rapportato al frenetico ciclo dei media di oggi) il sindaco di New York DeBlasio stava dicendo alla gente di andare al cinema e divertirsi. Ora, ha fatto un completo ribaltone a 180 gradi, chiudendo la maggior parte delle imprese private e chiedendo persino la nazionalizzazione di alcune industrie e chiedendo al governo federale aiuti militari per combattere l’epidemia.

Non è un’esagerazione dire che una psicosi collettiva ha inghiottito un ampio segmento del paese da quando Donald Trump è stato eletto nel 2016. Abbiamo dei media che prendono costantemente alla lettera ogni parola che il presidente pronuncia e che pensano di essere impegnati in una sorta di crociata morale quando lo affrontano ai briefing con la stampa. I media vorrebbero farci credere che il dibattito sull’adeguatezza dell’uso del termine “virus cinese” sia la battaglia per i diritti civili dei nostri tempi. In effetti, la polarizzazione è palpabile nel corpo politico americano e il “Quarto Potere” non sta contribuendo a migliorare le cose. Ma il pessimismo non deve essere esagerato quando si cerca di cogliere le illusioni contemporanee dell’America. Le crisi politiche possono costringere i politici a lasciar perdere i loro punti di discussione preconfezionati e a diventare insolitamente chiari nelle loro prospettive politiche.

Il 7 aprile 2020, il governatore della California Gavin Newsom ha descritto la California come uno “stato-nazione” che avrebbe preso in mano le cose per farsi avanti. Con la maggior parte della nazione in uno stato di arresto, ci sono state un sacco di speculazioni su quando le attività quotidiane torneranno alla normalità. Tuttavia, alcuni a sinistra sono scettici sul desiderio dell’amministrazione Trump di riaprire l’economia su basi sorprendentemente federaliste. Michael Hiltzik del Los Angeles Times ha fatto la sua migliore impressione in stile “Ludwig von Mises” in una recente uscita:

“La verità è che Trump non ha l’autorità legale o pratica per dettare che le restrizioni siano revocate per i luoghi di lavoro e gli stabilimenti commerciali, ma non ce l’hanno nemmeno i governatori.

Il ritmo di ogni ritorno alla normalità sarà dettato da voi e da me: dai consumatori che esprimono i propri giudizi su quando e in quali circostanze sarà sicuro riprendere le vecchie abitudini e gli imprenditori che eseguono delle analisi costi-benefici su quando vi sarà un flusso di clienti tale da giustificare la riapertura”.

Viviamo davvero in uno dei momenti più strani in cui gli editorialisti del LA Times esprimono giudizi che si potrebbero benissimo trovare in un passaggio dell’“Azione Umana”. La “giuria” è ancora indecisa sul fatto che si tratti solo di un’intesa di opposizione da parte della sinistra, ma qualsiasi tipo di conversazione che comporti il ripristino del federalismo è una gradita sorpresa.

Un diritto che può essere esercitato solo su autorizzazione può essere generalmente ritenuto non soddisfacente dai suoi sostenitori che credono veramente nei principi del governo limitato. A loro merito, ci sono stati alcuni punti nella gestione della pandemia attuale. Stati come il Texas hanno fatto di tutto per dichiarare i negozi di armi imprese essenziali e per deregolamentare diverse parti della loro economia in un momento in cui la burocrazia sta ostacolando varie funzioni economiche vitali.

Funzionari eletti come il rappresentante dello Stato Matt Gurtler in Georgia hanno alzato la posta in gioco caldeggiando una proposta che consentirebbe ai georgiani rispettosi della legge di portare armi ovunque. La governatrice del Sud Dakota Kristi Noem si è posta in netto contrasto nel suo approccio relativamente lassista alla gestione della pandemia. Jeff Deist ha usato il suo esempio come base per diverse misure pragmatiche che i governi statali possono adottare per riaprire le loro economie senza gettare le libertà civili nella cippatrice [la cippatrice è una macchina usata per ridurre in piccole scaglie il legno; ndt]. Non c’è dubbio che c’è molto lavoro da fare, ma ogni tanto possiamo trovare dei barlumi di speranza.

Dobbiamo andare oltre la banalità stantia di cercare di sistemare la politica a Washington. Quello che oramai è diventato niente di più che un chiacchiericcio simile a quello degli alunni in classe circa il problema della divisione della politica è francamente sciocco. In un certo senso, la polarizzazione è nostra amica. L’effetto a cricchetto fin troppo familiare è stato in gran parte messo in attesa grazie al fatto che non c’è modo di tracciare rapidamente alcuni prese di potere come il controllo delle armi, grazie alla divisione politica presente nell’attuale Congresso. Questo è un caso in cui la partigianeria può essere usata contro se stessa in un modo che tiene le persone di tutti i giorni al sicuro dagli stratagemmi anti-libertà di Washington. Il bloccare le decisioni è di solito la scelta migliore quando non è possibile ottenere alcuna riduzione del governo. Tuttavia, l’uso contro se stessa della partigianeria ha i suoi limiti a Washington DC, come dimostra la facilità con cui la mostruosità di un disegno di legge di stimolo è stato in grado di raggiungere la scrivania di Trump. Ecco perché il decentramento è il fattore chiave cui gli americani devono attingere per uscire dalla morsa di Washington.

Se i californiani vogliono rinunciare ai loro diritti durante una quarantena, che lo facciano chiamandosi fuori dall’Unione. Gli altri Stati brilleranno come fari di ragionevolezza mentre si rivolgono ad alternative più pratiche che mettano in equilibrio la salute pubblica e le libertà fondamentali. Grazie al decentramento (e al decimo emendamento), l’America ha molteplici laboratori di sperimentazione politica in tutta la nazione. Le giurisdizioni concorrenti ci permettono di vedere cosa funziona e cosa no.

Non tutti gli Stati adotteranno le stesse politiche. Alcuni godranno di certe libertà, mentre altri avranno meno libertà. È così che il l’Unione dovrà sbriciolarsi. Dobbiamo capire che la più grande minaccia che dobbiamo affrontare in America non è la disparità nelle leggi sulle armi o nella politica fiscale tra stati come il Texas e la California, ma piuttosto il massiccio “stato imprenditore” che si è consolidato a Washington, DC, che si impegna in modifiche comportamentali su larga scala e nell’usurpazione della governance locale. Allontanarci da questa entità parassitaria sarà la sfida più grande del XXI secolo, ma è una battaglia che vale la pena combattere.

L'articolo originale: https://mises.org/wire/covid-19-teaching-us-decentralization-needed-more-now-ever