Il mito del piano Marshall sopravvive ancora

Ci sono dei miti in politica che sono duri a morire.

Le nostre classi dirigenti ci ricordano costantemente che l’aiuto ai paesi esteri è cruciale per trascinare i paesi poveri fuori dalla morsa della povertà. Con la bacchetta magica della spesa pubblica, denaro viene spedito ai paesi in via di sviluppo sperando di spingere fuori questi paesi dal loro torpore economico. Abbiamo visto questa storia all’opera a livello domestico quando i politici fanno pressione per trasferimenti di ricchezza con l’intento palese di “investire” nelle zone economicamente disastrate della nazione. Con il questo ethos universalistico che caratterizza il mondo politico americano, questo approccio “redistribuzionista” viene inevitabilmente applicato dalla politica interna a quella estera.

Il mito dell’efficacia degli aiuti internazionali ai paesi esteri continua a vivere nei loro costanti riferimenti al Piano Marshall quale fonte di ispirazione per compiere nuove imprese nell’inviare aiuti ai paesi esteri. Questa espressione, a sua volta, fa riferimento al pacchetto di aiuti economici che fu inviato ai paesi dell’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale. Secondo la credenza popolare, l’abilità dell’Europa di riprendersi economicamente dalla devastazione portata dalla guerra deve essere largamente attribuibile alla distribuzione di aiuti stabilita dal Piano Marshall, che ammontò ad un’equivalente da più di 100 miliardi di dollari del 2018.

Usando il programma di aiuti all’Europa occidentale del secondo dopoguerra come modello, i politici sono alla regolare ricerca delle prossime regioni straniere su cui sperimentare il modello stesso. Durante una conferenza stampa al G-20 del 2017, il presidente francese Emmanuel Macron venne interrogato sulla fattibilità di un Piano Marshall per l’Africa. In una maniera sorprendentemente brusca, Macron raffreddò subito l’idea asserendo che “Il Piano Marshall era un piano volto alla ricostruzione [dell’Europa, ndt.], un piano di aiuti materiali in una regione che già possedeva i suoi equilibri, i suoi confini e la sua stabilità. I problemi che l’Africa deve affrontare sono completamente diversi, è una questione molto più complicata. È quasi una questione di ‘civilizzazione’ ”. La risposta secca di Macron hanno lasciato insoddisfatti la classe dei giornalisti, che si aspettavano una risposta politicamente accettabile.

I commentatori politici, comunque, non avrebbero dovuto aspettare abbastanza. Quando l’ex segretario al dipartimento dell’Edilizia e dello Sviluppo Urbano Julian Castro si mise in lizza per le elezioni del 2020, uno dei suoi punti chiave era l’istituzione di un “Piano Marshall” per l’America latina centrale – una regione tristemente nota per i suoi conflitti politici e socioeconomici. Nella visione dell’ex candidato democratico, un Piano Marshall è l’ingrediente mancante per rilanciare l’America Centrale.

Permettetemi di esprimere un po’ di scetticismo. Precedentemente ho fatto notare che l’aiuto internazionale non è una bacchetta magica per i paesi in via di sviluppo. È un dato di fatto che i sussidi a paesi esteri possono incoraggiare dei comportamenti negativi e tenere in piedi dei regimi con un lungo curriculum di corruzione. Macron era nel giusto nell’esprimere il suo giudizio sul Piano Marshall s sul perché la sua implementazione in Africa non avrebbe portato a risultati simili. L’Europa era già prospera e politicamente stabile prima che la gran parte del continente venne distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale. Ricostruirla dopo la guerra fu solo una questione di rimettere in piedi le infrastrutture e lasciare che i cittadini venissero reinseriti nel circuito economico dell’economia privata per ricostituire i fattori della produzione che sono stati distrutti durante la guerra. Parlando senza mezzi termini, il Piano Marshall non stava funzionando perché stava – per così dire – disegnando su un foglio di carta; mentre funzionava semplicemente come un piano di ricostruzione ricercato unicamente per ricostituire l’equilibrio esistente in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale. L’Europa già aveva un know-how ed abbastanza capitale accumulato nei precedenti decenni che le hanno permesso di bypassare le tragiche conseguenze della Seconda Guerra Mondiale e l’hanno rimessa in piedi in poco tempo.

Come la maggior parte dei miti storici, molti punti chiave devono essere omessi affinché tali miti possano sopravvivere e così accade anche per il Piano Marshall. Al contrario di quanto molti storici vogliono farci credere, il Piano Marshall potrebbe non essere stato la sola causa del successo dell’Europa nel secondo dopoguerra. Lo storico Thomas Woods ha argomentato che la liberalizzazione economica in Paesi come la Germania Ovest hanno facilitato la crescita economica molto più di quanto abbia fatto il piano di aiuti.

Le riforme economiche del ministro dell’economia della Germania Ovest Ludwig Erhard, come – ad esempio – eliminare i controlli sui prezzi e la messa al bando del razionamento, hanno contribuito all’incredibile ritorno in scena della Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. Altri paesi come l’Austria o la Grecia, che hanno ricevuto un considerevole ammontare di aiuti su base pro-capite, hanno sperimentato una crescita più modesta che non è decollata fino a che il piano di aiuti venne tolto di mezzo. Nonostante le asserzioni dei libri di testo scolastici, la rimozione dei controlli al mercato (imposti in tempo di guerra) fu il vero fattore chiave sotteso alla crescita economica di molti paesi europei dopo la seconda guerra mondiale e non il piano Marshall.

Tutto sommato, la promessa di aiuti internazionali è una politica che sulla carta suona bene, che muove gli egoismi dei “bravi ragazzi” di Washington che voglion fare sempre la “cosa giusta” ma che – nel mondo reale (il posto dal quale sembra che i politici siano sempre più alieni) – ha dei risultati subottimali. A causa delle limitazioni tipiche della regione e a causa della natura essenzialmente disincentivante dello strumento degli aiuti internazionali, un Piano Marshall per l’America centrale non finirebbe per avere successo nella maniera in cui la maggior parte dei suoi promotori – come Julian Castro – vorrebbero farci credere. Basta vedere i livelli di corruzione.

Secondo il Transparency International’s 2019 Corruption Perception Index,  El Salvador, Guatemala, Honduras ed il Nicaragua sono classificati rispettivamente 113esimi, 146esimi e 161esimi in termini di corruzione. Ugualmente, nell’ 2020 Index of Economic Freedom della Heritage Foundation, El Salvador, Guatemala e l’Honduras si posizionano – nella migliore delle ipotesi – nel mezzo della classifica (si classificano, rispettivamente, 90esimo 73esimo e 93esimo). Il Nicaragua – invece – si colloca nel mediocre 113esimo posto. Mandare l’equivalente moderno di un Piano Marshall ai paesi summenzionati significa richiedere un aumento della corruzione e del cumularsi dei problemi precedenti che affliggono questi paesi.

L’America centrale si trova in un mucchio di guai di per sé, ma può guardare alla storia di altri paesi in via di sviluppo per cercare ispirazione per risolverli. Per esempio, Panama è diventata uno degli esempi di successo economico meno costantemente citati negli ultimi trent’anni mediante l’apertura della sua economia al commercio internazionale ed agli investimenti esteri. Ora Panama viene chiamata “la Dubai dell’America Centrale”. Il Cile è un altro esempio di paese sudamericano a cui guardare con interesse. Il paese del “Cono Sur” è scappato dalle maglie del Marxismo ed è diventato il più grande miracolo economico dell’ultimo secolo adottando politiche di liberalizzazione, privatizzando le imprese precedentemente di proprietà statale e aprendo i confini al commercio internazionale. Anche il Botswana, paese situato in una regione del mondo non esattamente nota per la stabilità politica e socioeconomica, si è liberato della stagnazione tipica dei paesi in via di sviluppo. Abbracciando i principi dello Stato di Diritto, aprendo i mercati interni ed esteri e difendendo i diritti di proprietà, questo paese ha separato le sue sorti dai suoi rivali subsahariani, come il Sud Africa o lo Zimbawe, entrambi testimoni di processi e sofferenze economiche (con l’ultimo dei due che non è altro che il testimonial di un collasso iperinflazionistico).

A causa del fatto la gran parte dei paesi in via di sviluppo hanno messo in pratica le idee marxiste e keynesiane, non dobbiamo sorprenderci del fatto che questi paesi siano economicamente a terra. Rotoli di carta spesi nella stesura di policy-paper incomprensibili che incitano a modifiche in eccesso non migliorerà la situazione. L’idea che i paesi in via di sviluppo escano dalle loro catene grazie alle loro forze dalle loro stesse catene (che sono imposte da loro stessi, per altro) non sembra poi così inverosimile proprio grazie ad una manciata di nazioni che hanno rotto la regola degli interventisti. La questione è: le classi dirigenti locali ignoreranno i consigli preconfezionati dei “professoroni” occidentali e – invece – abbracceranno i mercati?

La chiave per il successo economico non è una questione di una fantomatica “scienza” di qualche tecnocrate. La comica Jane Bussman ha passato anni in Africa per scoprire il modo in cui poter alleviare la povertà in quella regione. Dopo essere stata testimone in prima persona del vero e proprio racket dietro agli aiuti stranieri è giunta alla seguente conclusione:

“Se vuoi aiutare una nazione nei guai, compra la sua m***a. Fatti una vacanza di tre giorni e spendi, spendi, spendi”.

L’economista Joe Salerno ha reso più “semplice” la visione della Bussman: “In altre parole, il commercio (e l’investimento [in questi Paesi, ndt], romperanno il circolo vizioso della povertà”. A questo punto, i paesi in via di sviluppo dovrebbero cogliere l’opportunità seguendo i consigli dei comici piuttosto che quelli delle arroganti, altezzose ed autoreferenziali elites occidentali che non capiscono le complesse fondamenta della creazione di ricchezza.

Almeno i comici capiscono il concetto di “creazione di ricchezza”, al contrario di qualche burocrate del Fondo Monetario Internazionale o dello USAID [acronimo di U.S. Agency for International Development, ndt.].

L'articolo originale: https://mises.org/wire/marshall-plan-myth-lives