Lo Stato non è un’impresa: la fallacia dello Stato imprenditore

Le crisi, si sa, danno un po’ alla testa a tutti. Il grande scompiglio che si portano dietro molto spesso tende a spingere i soggetti alla ricerca di ricette facili ed immediatamente efficaci (le famose “toppe”), una ricerca – questa – che rende delle persone (che sono capacissime di mettere in piedi un ragionamento sensato in tempi ordinari) totalmente incapaci di vedere i costi ed i benefici delle soluzioni che esse propongono. Gli economisti non sono da meno: sebbene studiosi di una scienza definita “triste” da Thomas Carlyle, costoro sono degli esseri umani che possiedono un cervello ma anche delle emozioni, quindi è del tutto normale che di fronte a degli eventi di portata straordinaria (come quello che ci troviamo a vivere in questi mesi) anche loro abbiano dei “giorni storti” nei quali a loro modo dicono tutto e il contrario di tutto e in cui cercano di soddisfare le altre persone alla ricerca di ricette “facili” per affrontare i problemi economici che necessariamente seguiranno tale pandemia. Tuttavia gli economisti, come tutti gli altri scienziati (e come tutti gli altri esseri umani), dopo un periodo più o meno breve di “sfasamento”, devono tornare a ragionare secondo i principi della razionalità e della concretezza, ricercando delle soluzioni corrette ed economicamente coerenti piuttosto che dare in pasto ai cittadini ed ai politici delle ricette che – sebbene performanti nel breve periodo e fondate su una qualche sorta di “ragionevolezza” – non fanno altro che aggravare la situazione di un gruppo (molto spesso i cittadini produttivi) in favore di un altro (di solito il politico, o il cittadino improduttivo).

Una di queste “soluzioni innovative” che si sente aleggiare come uno spettro per tutti i parlamenti, europei e non, è il ritorno del cosiddetto “stato imprenditore” di stampo marcatamente keynesiano. Cosa vuol dire “Stato imprenditore”? Semplicemente vuol dire che visto che – secondo i sostenitori della detta teoria keynesiana – non esiste alcun meccanismo automatico del mercato che capovolga la tendenza di una eventuale crisi e che ripristini una situazione di equilibrio di piena occupazione (supponendo quindi che l’economia non si autocorregge e può rimanere in una condizione cronica di attività a un livello inferiore al normale, che implica disoccupazione); allora occorre che lo Stato si faccia imprenditore, ossia che ricorra a quella che è la soluzione privilegiata da Keynes, la politica fiscale: in particolare, un aumento della spesa pubblica in disavanzo, per compensare la carenza di domanda privata con domanda pubblica. Lo Stato chiede in prestito risorse ai privati, emettendo titoli pubblici. Essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda (cioè non dipende dal reddito), grazie al moltiplicatore provocherà un’espansione del reddito, che sarà un multiplo dell’aumento di domanda iniziale. Il livello della spesa pubblica dovrà essere tale da determinare il reddito di “piena occupazione”; mentre la tipologia di spesa consigliata è quella che implichi la spesa “produttiva”, dunque in opere pubbliche, in modo da migliorare anche la dotazione infrastrutturale di un paese, ponendo le basi per un maggiore sviluppo e che decida dove investire per “aiutare” i settori in crisi. Non mi occuperò in questo articolo della fallacia del moltiplicatore in sé e per sé (l’ho già fatto altrove e molti altri economisti – e molto più autorevoli di me, che niente altro sono se non un semplice studente al secondo anno di università, il quale solo l’altroieri ha finito di riassumere il capitolo del proprio libro di testo su Keynes – l’hanno fatto). Quello che mi propongo di fare in questo articolo è attaccare il concetto di “Stato Imprenditore”, mostrandone non solo l’inconsistenza logica ed economica, ma esponendone i pericoli non solo per l’efficienza economica quanto per la vita di liberi cittadini che è stata faticosamente conquistata molti anni orsono e che non sarà un qualche economista troppo “emotivo” prono a dare soluzioni preconfezionate all’avvocato del popolo di turno a toglierci.

Incominciamo quindi dalle basi e diamo una definizione di imprenditore. Infatti, non essendo possibile comprendere appieno il significato di “Stato imprenditore” senza prima aver inteso l’essenza della funzione imprenditoriale, bisogna innanzitutto comprendere le caratteristiche e gli strumenti di base dell’imprenditorialità. In generale, la definizione di “imprenditore” può essere data in funzione della categoria dell’azione umana, nel senso che qualsiasi persona che agisce nel presente certo per modificare una situazione nel futuro senza avere certezza dell’esito (ossia tutti) può essere definito “imprenditore”. Non a caso (e qui, da ex-classicista, vorrei chiedere scusa alla mia prof di latino se sto per scrivere delle castronerie) le espressioni che afferiscono all’imprenditore ed al suo mondo derivano etimologicamente dal verbo latino inprehendo-endi-ensum, che significa scoprire, vedere, percepire, rendersi conto di, afferrare; l’espressione latina in prehensa chiaramente comporta l’idea di azione, nel senso diacquisire, prendere, afferrare. Insomma, impresa è sinonimo d’azione e tale termine è indissolubilmente legato all’azione dell’imprenditore di tentare continuamente la ricerca, la scoperta, la creazione o il rendersi conto di nuovi fini e mezzi (tutto questo d’accordo con il significato etimologico già visto di inprehendo). E come fa l’imprenditore a capire – più o meno, ricordando che l’economia non è una scienza quantitativa, in quanto la natura delle preferenze e dei gusti delle persone non è esprimibile in termini cardinali come le grandezze fisiche ma ordinali come nelle scale di valori – ? Mediante quel magnifico sistema di mercato in cui i consumatori, mediante le loro decisioni di acquisto (ovvero se acquistare o meno un certo prodotto imputabile all’azione di un certo imprenditore), decidono il prezzo e la quantità di vendita di un certo prodotto e così facendo determinano i ricavi degli imprenditori e i redditi dei fattori produttivi da essi impiegati nella produzione di quel prodotto. Il mezzo che gli imprenditori hanno per comprendere se stanno realizzando dei profitti o delle perdite è il cosiddetto “calcolo economico”. Per capire cos’è, per fare questo dobbiamo scomodare uno dei massimi esponenti della Scuola Austriaca di economia, ovvero Ludwig Von Mises, ed il suo articolo datato 1920 “Il calcolo economico nello Stato Socialista” assieme ad alcuni passi dello stesso von Mises contenuti nel suo “opus magnum” intitolato “l’Azione Umana” e del giurista-economista italiano Bruno Leoni “Il calcolo economico in una economia di Piano”. In primo luogo, prima di affrontare il problema del calcolo economico, dobbiamo definire innanzitutto la natura dello stesso mostrandone anche l’inevitabilità del suo esperimento nell’agire(non solo) economico di ogni essere umano. Ogni uomo agisce e nell’agire egli deve identificare dei fini in relazione ai quali valutare l’opportunità dei mezzi in vista dei quali ottenere detti fini. I fini sono potenzialmente infiniti (non vi sono de facto delle limitazioni a ciò che un uomo può o meno desiderare) e soggettivi (nel senso che rispondono a delle esigenze che – seppure afferenti a dei bisogni in gran parte comuni all’uomo in quanto tale, come il mangiare, il bere, il proteggersi ed altri bisogni, – sono soggettivamente determinate nel loro contenuto particolar in accordo con le specifiche esigenze e valutazioni del singolo e dunque non quantitativamente determinabili o misurabili). Al contrario i mezzi sono scarsi, ovvero sono in una quantità che messa in rapporto ai fini da realizzare è sicuramente minore di quella che sarebbe necessaria per realizzare la totalità di questi fini: se ciò non fosse vero allora ogni fine sarebbe sempre realizzato e quindi nessuno potrebbe più agire; ma se assumiamo che l’azione è un dato fattuale vero in ogni tempo e luogo (il negare tale fatto sarebbe esso stesso un’azione e dunque colui che lo facesse cadrebbe in una insanabile contraddizione) allora ne discende che un mondo senza azione non è pensabile e che quindi tutti i mezzi devono essere scarsi in rapporto ai fini. Questo fatto ineliminabile della scarsità quale dato di partenza della condizione economica umana implica necessariamente una cernita dei mezzi da impiegare: alcuni saranno assolutamente idonei, altri saranno idonei solo parzialmente mentre altri saranno assolutamente inadatti per gli scopi che l’uomo agente deve realizzare. Traslando questo discorso a livello economico, possiamo dire che i mezzi sono i beni (dove con il termine bene si intendono sia i beni sia i servizi: i beni in senso stretto sono cose materiali che arrecano un’utilità mentre servizi sono prestazioni, attività, dunque entità immateriali che arrecano un’utilità. Nei servizi la produzione e il consumo sono simultanei). Beni e servizi, se hanno un prezzo (quindi se non sono disponibili in quantità illimitate), sono chiamati beni economici. La definizione economica di scarsità è quella che applica la categoria di mezzi e fini all’azione economica : un bene è scarso se, a prezzo zero, la domanda eccede l’offerta; ovvero (per far comprendere al lettore che ragiona in termini di mezzo-fine) se i fini che esso può potenzialmente soddisfare sono eccedenti la sua disponibilità. Anche nell’economia occorre operare una scelta: essendo i mezzi scarsi, occorrerà che questi debbano essere necessariamente usati per soddisfare tutti quei bisogni che sono più urgentemente sentiti dall’individuo agente. La scelta, concepita come una decisione volontaria in base alla quale tra le tante possibili si assume una determinata possibilità, si presenta quindi come una condizione esistenziale insuperabile ed un presupposto logico imprescindibile, se si intende indagare l’azione economica razionale (ove con questo termine si intende identificare la capacità della ragione di identificare dei nessi di causa-effetto tali da essere utili al raggiungimento di dati fini con dati mezzi) in quanto tale: l’azione finalizzata cioè al raggiungimento di dati fini attraverso l’adeguamento di dati mezzi.

Ogni dato corso di azione comporta, data la scarsità di cui sopra, che il suo perseguimento comporti necessariamente la rinuncia ad un altro corso di azione ed ai prodotti che lo stesso comporta: si introduce quindi la categoria di costo-opportunità, ossia la migliore alternativa cui si rinuncia quale conseguenza dell’aver scelto una determinata linea d’azione piuttosto che un’altra. Date queste premesse (azione, scarsità, utilità) con le relative implicazioni (scelta, costo opportunità e ricavo) si può facilmente comprendere che il problema economico di ogni uomo sia quello – come icasticamente descritto da Bruno Leoni nel suo saggio “Il calcolo economico in un’economia di piano” – accertare quale sia il rapporto fra i costi ed i risultati del processo di soddisfazione delle scelte economiche. Se i risultati superano i costi, l’azione sarà stata profittevole, se i costi superano i risultati, l’azione sarà stata dannosa; la parità fra costi e risultati permetterà di definire l’azione come inutile1. Si tratta di una tipica questione che investe la scelta economica e che implica giocoforza una comparazione degli elementi di cui quella si compone: da un lato vi sono i sacrifici sopportati dal soggetto agente per procurarsi quei beni (mezzi) da lui ritenuti idonei a soddisfare un suo stato di disagio; dall’altro, gli esiti che originano dall’aver procurato tali beni. Tale problematica impatta su tutti gli operatori economici, in qualsiasi sistema economico senza distinzioni: dal consumatore al produttore, in un’economia di baratto o monetaria, in un’economia di mercato o di piano. Per facilitare le cose, cominciamo dall’analizzare un’economia di tipo individuale, in cui un solo produttore deve produrre per se stesso. In queste condizioni – molto semplici, ad un punto tale che raramente si sono verificate nella storia economica – il soggetto non ha gravi difficoltà a formarsi qualche giudizio su ciò che desidera e su quali mezzi egli possa usare per realizzare tali desideri. In un caso simile i processi produttivi da considerare sono relativamente brevi, e dunque sono molto più facilmente comparabili nel loro complesso il costo che deve esser sostenuto per essi ed il prodotto che gli stessi danno. Ma ciò non elimina la necessità della scelta: come ha evidenziato in modo magistrale l’economista David Ramsay Steele in un suo brillante scritto, in condizioni elementari anche un ipotetico Robinson Crusoe o una famiglia di coltivatori completamente autarchici sarebbero in grado di valutare non solo i beni di consumo, ma potrebbero attribuire valore anche ai beni impiegati per la produzione degli stessi. Se viene valutato il pesce, è possibile attribuire un valore anche alla canna da pesca utilizzata per pescarlo.

Tuttavia, non appena si ammette la possibilità di un qualche scambio intersoggettivo, le cose cominciano a cambiare e a diventare più complesse. Si partirà dal descrivere un’economia di baratto, per poi passare alla descrizione di un’economia monetaria. In una economia di baratto il prezzo di una merce è determinato dal rapporto tra le quantità di scambio di un bene e quelle di un altro bene. Si tratta di un metodo efficace ma poco efficiente: in presenza di “n” beni si determinano “n(n-1)” rapporti di scambio, quindi non è possibile commensurare l’utilità dei diversi beni e dunque effettuare l’operazione di confronto dei costi e dei ricavi derivanti dall’operazione. Per risolvere questo ed altri problemi nasce la moneta: la merce che ha più mercato, cioè quella più facile da scambiare a causa di alcune caratteristiche2 diventa il mezzo di scambio generalmente accettato, ossia diventa moneta. Grazie ad essa può essere impostato il calcolo economico su un’unità che rende possibile computare i costi ed i ricavi su una base condivisa e dunque ragguagliare i produttori circa l’opportunità o meno del sostenimento di costi a fronte di ricavi attesi. Il calcolo economico, in sintesi, permette al consumatore di “calcolare, in termini di prezzi dei beni cui hanno rinunciato, i costi che comporta il risultato ottenuto: ossia il godimento dei beni prescelti, il quale a sua volta potrà essere espresso in termini di prezzi di questi ultimi beni”3; mentre consente ai produttori di decidere “ciò che devono produrre, confrontando anzitutto i prezzi di mercato dei vari beni alternativamente producibili mediante l’impiego di risorse aventi lo stesso prezzo di mercato e confrontando inoltre fra loro i prezzi delle varie risorse alternativamente impiegabili per produrre beni aventi lo stesso prezzo di mercato; essi decideranno infine come produrre confrontando i prezzi di mercato di tutti i beni che avranno deciso di produrre (risultati) con i prezzi di mercato di tutte le risorse che avranno deciso di impiegare nel processo produttivo (costi)”4. Nelle parole di Mises,

“Il calcolo monetario è la stella che guida l’azione in un sistema sociale a divisione del lavoro. È la bussola dell’uomo che si dedica alla produzione. Questi calcola per distinguere gli aspetti remunerativi della produzione dai non remunerativi. Quelli che i consumatori sovrani probabilmente approveranno da quelli che probabilmente disapproveranno[…]. Il sistema di calcolo economico in termini monetari è condizionato da certe istituzioni sociali. Esso può funzionare soltanto in un ambiente istituzionale di divisione del lavoro e di proprietà privata dei mezzi produzione, in cui i beni e i servizi di tutti gli ordini sono comprati e venduti contro un medio generale di scambio: la moneta…È uno strumento degli individui agenti; un modo di calcolo inteso ad accertare la ricchezza e il reddito privato e i profitti e le perdite private degli individui agenti per conto proprio entro una società di libera intrapresa… Il calcolo monetario è del tutto inapplicabile e inutile quando non si considerino le cose dal punto di vista individuale. Esso comporta la calcolazione dei profitti individuali e non di immaginari valori “sociali” e benessere “sociale”[…] Il calcolo economico di cui ci serviamo in un’economia capitalistica si fonda sui prezzi di mercato, che si determinano per tutti i beni e i servizi, per i beni di produzione come per il fattore lavoro. Solo i prezzi monetari rendono possibile ricondurre i costi che derivano dalla spesa per i vari beni e le differenti qualità di lavoro a un denominatore comune, in modo tale che possano essere comparati con i prezzi che sono stati realizzati o che possono essere realizzati sul mercato. È così possibile stabilire con precisione l’effetto probabile di un’azione progettata e sapere l’effetto reale prodotto dalle azioni svoltesi nel passato”

Affinché si possa beneficiare delle utilità imputabili al calcolo monetario è indispensabile la sussistenza di due condizioni imprescindibili, ovvero:

  • L’esigenza che i beni di consumo e i fattori di produzione vengano scambiati in un contesto di mercato libero da disturbi esterni;
  • L’esigenza che vi sia un mezzo di scambio universalmente accettato con cui rendere uniformi le relazioni di scambio; 

Il capitalismo di libero mercato, infatti, è un sistema nel quale un imprenditore privato investe una certa somma di denaro per comprare una merce che poi rivende sul mercato ad un valore superiore alla somma investita. Si supponga allora di essere quell’imprenditore privato e di voler investire i propri soldi per costruire una casa. S’avranno a disposizione tre tipi di materiale: “A”, “B”, “C”. Si supponga che, per semplicità, i materiali siano egualmente resistenti, ma che differiscano soltanto (per svariati motivi) per il prezzo al metro cubo:

  1. 10 $ m3
  2. 20 $ m3
  3. 30 $ m3

Il materiale scelto sarebbe ovviamente “A”, perché a parità di caratteristiche costruttive è quello che costa di meno. Allora si costruirà la casa usando il materiale “A”. Alla fine la cifra spesa sarà 10.000 $ e, mettendo la casa sul mercato a 15.000 $, si guadagneranno così 5.000 $. In questo caso, si è in grado di calcolare il modo migliore in termini di costi-benefici, di costruire la casa. Scegliendo il materiale A, si sono ridotti gli sprechi del vostro denaro e di quello dell’acquirente. Se invece si fosse scelto di comprare il materiale “B” o “C” la casa sarebbe costata molto di più sia all’imprenditore che all’acquirente. Pur con tutti i suoi limiti, tra cui i principali sono il fatto che il calcolo economico non può essere applicato per ogni cosa ma solo per quelle scambiabili contro moneta e che la moneta non è una “misura dei valori”, il calcolo economico basato su prezzi di mercato formatisi mediante la libera e decentrata interazione tra preferenze dei consumatori e capacità creativa ed imprenditoriale dei produttori è l’unico e migliore metodo per allocare razionalmente le risorse all’interno della società.

Calcolo economico e Stato: l’impossibilità del socialismo e della pianificazione centralizzata

Si noti che due sono i requisiti importanti affinché tale calcolo sia possibile: in primo luogo, che i prezzi possano formarsi in maniera sana senza interventi esterni (dimodoché tale segnale di mercato possa riflettere le preferenze dei consumatori e di riflesso muovere i loro investimenti), il che presuppone anche la proprietà privata dei beni di consumo e dei fattori di produzione: infatti, senza tale importante requisito non sarebbe possibile alcun mercato e quindi non sarebbe possibile alcun sistema dei prezzi che sia compatibile con le preferenze degli attori in esso operanti. A questo punto diviene necessario, ai nostri fini, chiedersi: può un’organizzazione accentrata e proprietaria dei mezzi di produzione organizzare la realizzazione dei beni capitali e dei beni di consumo necessari per soddisfare le preferenze dei consumatori? Immaginiamola (ma neanche troppo, basta che vediamo gli esempi delle politiche economiche dell’URSS e di tutte le dittature più o meno collettiviste del Novecento) che non ci siano prezzi e che quindi non ci sia calcolo: come avrebbe fatto l’imprenditore di prima a calcolare quale materiale usare? E come avrebbero fatto i consumatori a sapere quale casa comprare? Senza calcolo economico, il sistema economico ad un immenso casinò: vi siete mai chiesti perché il socialismo non funziona? Beh, ecco la risposta: non c’era mercato e quindi non c’erano prezzi, e senza prezzi non c’è calcolo; ma senza calcolo vi è solo una cosa: fame, corruzione e spreco dovuta all’irrazionalità economica (sound familiar?).

Ma i nostri ardenti socialisti, animati dal sacro fuoco della Rivoluzione, non rimasero con le mani in mano e reagirono alle teorie di Von Mises sostenendo che si potesse raggiungere una sorta di “quasi mercato” mediante un processo di “tantonnement” a là Walras in cui un ipotetico pianificatore è chiamato a risolvere degli intricati sistemi di equazioni differenziali in modo da “equilibrare” domanda e offerta. Costoro – quindi – propongono un quasi-mercato artificiale, integrato dal ricorso al metodo “per tentativi ed errori”. Messo a punto da Lange, Dickinson, Lerner e Taylor, è il tentativo che ebbe più notorietà; esso si caratterizza per il peculiare fatto che il mercato non viene abolito, cambia solo il fatto che la proprietà dei mezzi di produzione è pubblica e il direttore di un’impresa distribuisce il profitto a tutti anziché ai proprietari. Ovvero, il pianificatore socialista può risolvere il problema di calcolo ordinando ai vari manager di fissare dei prezzi iniziali, rispetto ai quali i prezzi veri si determineranno nello stesso modo in cui si formano nel mercato capitalista: per tentativi ed errori. Data una quantità di beni di consumo, se i prezzi iniziali fissati sono troppo bassi si verificherà una scarsità del bene, e allora il pianificatore si adopererà per alzare il prezzo finché la scarsità scompare e il mercato è sgombro. Se invece i prezzi sono troppo alti, vi sarà un surplus e i pianificatori ridurranno i prezzi riportando il mercato in equilibrio. In nostro soccorso ci arriva il contributo di un altro economista austriaco, ossia Friedrich von Hayek, il quale mette ben in evidenza il fatto che l’economia è un sistema dinamico, non un sistema in cui l’assegnazione del capitale ai vari settori è assegnato “till death tear us apart”. A causa di tale incertezza l’imprenditore diventa l’attore cruciale. Inoltre, I sostenitori de “socialismo di mercato” si pongono di affrontare il problema economico dal punto di vista del manager dell’impresa privata, che cerca di realizzare profitti o evitare perdite, ma all’interno di una rigida struttura manovrata dallo Stato in cui l’allocazione del capitale è fissata per ciascuna branca dell’industria e per ciascuna azienda. Tuttavia il manager dell’impresa privata nel capitalismo è diverso dall’imprenditore capitalista, che è la vera forza guida del mercato capitalista. Le operazioni dei manager, il loro acquistare e vendere, sono solo una piccola frazione della totalità delle operazioni di mercato e queste non modificano l’allocazione dei beni capitali alle varie branche e imprese, che è invece la decisione cruciale che viene, invece, eseguita dagli imprenditori e che si concretizza in tutti quegli atti che riguardano il mercato monetario e dei capitali necessari. Il sistema capitalista non è un sistema manageriale, è un sistema imprenditoriale. In sostanza, nel mercato socialista manca il mercato dei beni capitali, con i relativi prezzi, e dunque non si possono stimare i costi; i fattori sono assegnati in maniera rigida alle varie produzioni. In effetti, senza calcolo economico, come fa il governo a sapere se sta servendo bene i suoi cittadini? Ora, mi si dirà che il socialismo – ovvero il completo e diretto controllo dei mezzi di produzione – sia diverso dallo “Stato imprenditore” di guisa keynesiana in quanto viene lasciato uno spazio più o meno ampio al mercato. Il problema, ancora una volta, rimane. Perché? Perché intervenire in un mercato necessariamente significa intervenire in un altro e in un altro ancora, in modo che lo squilibrio che si manifesta nel mercato in cui il governo interviene per la prima volta non si rifletta nei mercati ad esso collegati.

Ma andiamo avanti: c’è una ragione essenziale per cui il pianificatore non può effettuare il calcolo economico sebbene vi sia un più o meno ampio spazio di libero mercato; ossia che il manager pubblico, non è sottoposto alla stessa struttura di incentivi di un privato. Nel settore privato, l’obiettivo dell’imprenditore è di limitare i costi per ottenere il profitto più alto. Un sistema guidato dal criterio dei profitti e delle perdite comporta il più basso livello di dispendio di risorse finanziarie, ambientali e umane, perché lo spreco è in conflitto coll’interesse dell’imprenditore a ottenere un profitto. Completamente diverso è il modus operandi statale, sicché il concetto d’«investimento pubblico» non è per nulla paragonabile al corrispondente privato. Quando a pagare sono invece i contribuenti, la situazione cambia, giacché svanisce ogn’incentivo a ottimizzare le risorse. Se si riprendono le quattro categorie di spesa esposte da Milton Friedman, cioè «spendere soldi propri per interessi propri», «spendere soldi propri per interessi altrui», «spendere soldi altrui per interessi propri» e «spendere soldi altrui per interessi altrui»; le opere dello “Stato imprenditore” rientra nell’ultima, poiché si spendono soldi d’altri per una terza persona. Perché? Semplicemente perché i soldi che sono spesi devono prima essere presi da qualcun altro che quei soldi li ha guadagnati fornendo beni e servizi utili ai consumatori. Questo prelievo si chiama tassazione se effettuato prima o contestualmente alla spesa, oppure disavanzo pubblico (ossia tassazione futura) se le spese non sono coperte da tasse correnti. In ogni caso, come Rothbard scrive,

“Le ben note inefficienze dell’operato del governo non sono accidentalità empiriche, che derivano magari dalla mancanza di esperienza della pubblica amministrazione. Sono intrinseche a ogni impresa pubblica […] Prendiamo ancora il caso del servizio gratuito. Poiché non esiste alcuna determinazione del prezzo e quindi alcuna esclusione degli impieghi submarginali, non vi è alcun modo in cui il governo, anche se lo volesse, potrebbe destinare i suoi servizi agli impieghi più importanti. […] L’impresa privata può ottenere fondi soltanto da clienti soddisfatti e che manifestano apprezzamento, nonché da investitori guidati dai profitti e dalle perdite. Il governo può ottenere tutte tutti i fondi che gli servono letteralmente a proprio piacimento. Con il freno allentato è persa ogni opportunità per il governo di allocare le risorse in maniera razionale […]Il motivo è che il denaro deve essere sottratto a qualche altra spesa di consumo o qualche altra spesa di investimento e questa sottrazione deve essere giustificata. Questa giustificazione viene fornita dalla verifica dei profitti e delle perdite[…] Se un’impresa sta realizzando elevati profitti per i suoi proprietari e si pensa che questi profitti continueranno, saranno disponibili più fondi; altrimenti, se si stanno subendo delle perdite, i fondi abbandoneranno l’industria. […] Non esiste alcuna guida del genere per il governo, che non ha alcun sistema razionale per decidere quanto denaro spendere in totale, o in ogni specifica linea produttiva. Più denaro spende, più può fornire un servizio, ma dove dovrebbe fermarsi? I fautori dell’impresa pubblica potrebbero replicare che il governo potrebbe dire semplicemente ai suoi dipartimenti di comportarsi come se fosse un’impresa che produce profitti e di mettersi in affari allo stesso modo di un’impresa privata. Ci sono due debolezze in questa teoria. In primo luogo, è impossibile giocare a fare l’impresa. Impresa significa rischiare il proprio denaro nell’investimento. I burocrati che gestiscono un’impresa pubblica e i politici non hanno alcun reale incentivo a sviluppare la capacità imprenditoriale, per adattarsi realmente alle domande dei consumatori. Non rischiano la perdita del loro denaro nell’impresa. In secondo luogo, oltre alla questione degli incentivi, anche gli amministratori più oculati non potrebbero operare come un’impresa. Indipendentemente dal trattamento accordato all’operazione dopo che essa viene decisa, il lancio dell’iniziativa pubblica viene fatto con denaro pubblico e quindi tramite l’imposizione coercitiva”. Inoltre, tutte le spese future potranno essere sostenute con il finanziamento del fondo imposte e tasse, e quindi le decisioni degli amministratori saranno soggette a questo stesso difetto. […] Inoltre la costituzione di una impresa pubblica genera un vantaggio competitivo sulle imprese private, dato che almeno parte del suo capitale è stata ottenuta attraverso la coercizione invece che con la fornitura di un servizio. È chiaro che il governo, con la sua sovvenzione, se lo desidera, può spingere l’impresa privata fuori dal settore. L’investimento privato nella stessa industria sarà notevolmente limitato, dato che gli investitori futuri sconteranno le perdite derivanti dall’esistenza di concorrenti pubblici privilegiati. […] Nei casi in cui non può competere nemmeno in queste condizioni, può arrogarsi un monopolio obbligatorio, togliendo di mezzo i concorrenti con la forza. Perciò, quando il governo si arroga un monopolio, può andare all’estremo opposto del servizio gratuito: può imporre un prezzo di monopolio”5.

Lo “Stato imprenditore” è – quindi – uno “stato spendaccione” che non “Investe” alcunché quanto piuttosto consuma risorse sottratte in maniera coattiva dalle mani di coloro che le producono e di coloro che, in virtù delle (poche) sacche di mercato ancora rimaste, sono in grado (nonostante lo “Stato spendaccione”) di generare ricchezza per i propri simili e per sé.

Stato imprenditore e libertà

C’è un’ulteriore ragione per cui essere contrari allo Stato imprenditore vaneggiato dagli economisti keynesiani; ragione che concerne la libertà degli individui. Come la Scuola Austriaca ci insegna, l’azione umana è essenzialmente riconducibile alla dialettica che esiste tra le categorie di mezzo e di fine; categorie – queste – che sono afferenti squisitamente al singolo individuo. Trattandosi di un articolo di taglio economico, non mi dilungherò troppo sugli aspetti politici che una maggiore pianificazione implica per la popolazione. Tuttavia, come (aspirante) economista e quindi come scienziato sociale è mio dovere mostrare che tipo di conseguenze socio-politiche può avere l’implementazione di politiche da “Stato Imprenditore”.

Nella società di mercato ognuno, nella sua qualità di venditore in certe occasioni e nella sua qualità di consumatore in certune altre, dispone delle sue risorse in accordo con la sua volontà pianificando le sue azioni mediante il calcolo monetario ed il sistema dei prezzi. Interagendo secondo la legge della domanda e dell’offerta, ogni individuo esprime se stesso, le sue qualità grazie al frutto del suo lavoro: in tal modo, assicurando libertà di scelta e capacità di agire in accordo con la propria volontà con l’unico vincolo di permettere agli altri di fare altrettanto, ognuno riesce a guadagnare secondo i suoi meriti e sforzi portando – nel complesso – ad una società libera. La libertà economica, quindi, è la necessaria precondizione per la libertà politica. Molti non credono tutto ciò. Ad esempio, per il filosofo napoletano Benedetto Croce, uno stato liberale può privatizzare o nazionalizzare, regolare l’economia oppure lasciare che il mercato operi secondo le sue regole; in pratica non fa del liberismo una questione di principio ma di utilità. In tale contesto, il liberismo non è altro che, come illustra Sergio Romano “un insieme di soluzioni, molto auspicabili, che l’economista, tuttavia, deve valutare con animo sgombro da pregiudizi astratti ed ideologici.”6 Per Croce, quindi, la libertà economica non deve essere adottata in quanto buona in sé quanto piuttosto in funzione della sua utilità. Tuttavia non solo vi sono delle circostanze in cui certe soluzioni, che a fatica potrebbero essere definite “liberiste”, possano risultare meno “convenienti”; ma gli stessi stati possono essere o meno liberisti o liberali. Egli ritiene che esista da parte una “libertà del liberalismo” che è un fatto morale; mentre dall’altra che esiste una “libertà del liberismo” che è un fatto pratico: in essa vi possono essere degli effetti moralmente accettabili ma rimane in ogni caso un fatto pratico e non etico. A lui ebbe il merito di rispondere, con un saggio del 1931 intitolato – per l’appunto – “Liberismo e liberalismo”, un altro grande filosofo del panorama italiano: Luigi Einaudi. Egli, come sottolinea ancora una volta Sergio Romano,

“nella sua discussione con Croce, ha avuto il merito di ricordare che nella libertà economica vi sono dei principi e delle virtù morali: il coraggio d’intraprendere, […] il desiderio di battere il concorrente in un campo di gioco in cui una delle due squadre non debba giocare in salita o avere il sole negli occhi […]”7.

In tal senso è vero che in alcuni casi, come sosteneva Croce, vi possa essere una distinzione tra libertà economica e libertà politica, la storia è piena di esempi che sembrano confermare tale teoria: dal Cile di Augusto Pinochet alle moderne autocrazie cinese e russa. Tuttavia è anche vero che quando viene lasciato operare, anche se in modo incompleto, il mercato crea una serie di “bisogni, interessi e curiosità che allargano progressivamente la sfera delle libertà individuali”. Quella che per Croce era una libertà solo “spirituale” allora è anche una libertà materiale e per questo aveva ben ragione il filosofo di Carrù quando disse che:

“Fa d’uopo dare all’uomo la sicurezza della vita materiale perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica, perché egli si senta davvero uguale agli altri uomini e libero dall’obbligo di ubbidire ad essi nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze. La libertà economica è condizione necessaria della libertà politica”8

Tutti gli individui – anche in una società di mercato – pianificano; la questione diventa dunque: chi pianifica per chi? Ogni membro della società per sé stesso, o un governo per tutti? Dunque l’alternativa è libertà contro schiavitù. Il laissez faire, il libero mercato, non significa né si esplica solo nel lasciare agire forze meccaniche senz’anima; ma consiste essenzialmente nel lasciare che ogni individuo cooperi come vuole alla divisione sociale del lavoro e che da tale contributo possa trarre benessere per sé e per i suoi cari. Inoltre, ognuno che invoca un piano invoca il suo piano. Il pianificatore vuole sfidare i desideri dei consumatori e sostituirvi la propria volontà. Si vede dietro ciò la auto-elezione degli interventisti quali Déi scesi in terra, con gli esiti autoritari che vi sono connessi. Ed è per tale ragione che tutte i collettivismi, negando la libertà economica, sono fatali per la libertà. Come diceva Mises, d’altronde, chi controlla i mezzi controlla anche i fini: è inutile la libertà di stampa, se lo Stato è padrone di tutte le cartiere. Dobbiamo chiederci, quindi, cosa significa politicamente uno Stato imprenditore che si sostituisca (anche solo parzialmente) al mercato: significa la parziale abolizione del sistema di premio del merito, del sacrificio e dello sforzo individuale; significa far vincere le gare di appalto ai mafiosi, far arrivare prima i “figli di papà” o i membri dei vari ordini e sottordini di memoria corporativistica; tutte cose – queste – che limitano di fatto il libero operare di quell’ordine tanto magnifico quanto fragile che è il mercato. Se i mercati sono ostacolati, le persone non sono in grado di scambiare e produrre liberamente, il che significa che non dispongono dei diritti insiti nella regola aurea dell’auto-proprietà con tutti i benefici che essa comporta. In questo senso è ovvio come non possa esistere, al contrario di quanto sostiene Benedetto Croce, libertà economica che non possa essere considerata premessa della libertà politica. Ricordiamocelo la prossima volta che un economista, in un suo delirio di onnipotenza, vuole proporre uno “Stato Imprenditore”: ne va del nostro benessere e – soprattutto – della nostra libertà.

1 Bruno Leoni, “Il problema del calcolo economico in una economia di piano”, saggio del 1965

2 Alta domanda (dunque alta utilità), perché l’ampia diffusione ne attesta e garantisce l’accettabilità;

Frazionabilità, che consente lo scambio con i beni che hanno un valore di scambio molto piccolo, senza perdite di valore;

la facilità di trasporto;

la non deperibilità, che consente di trasportarla nel tempo; ad esempio l’inalterabilità fisica e chimica dell’oro e dell’argento, di contro alla deperibilità del pesce o del burro;

la duttilità, che consente la lavorabilità;

l’omogeneità, per la quale ogni unità è di qualità identica a ogni altra; es. 1 oncia d’oro puro è uguale a qualsiasi altra oncia d’oro puro nel mondo;

la rarità relativa, che assicura che il bene-moneta non sia facilmente producibile e quindi inflazionabile, evitando che il valore di scambio, per quanto variabile, si possa azzerare; tale caratteristica dunque garantisce la continuità di valore nel tempo;

la facile verificabilità, per evitare i rischi legati alle truffe.

3 Bruno Leoni, “Il problema del calcolo economico in una economia di piano”

4 Bruno Leoni, “Il problema del calcolo economico in una economia di piano”

5 M.N. Rothbard, “Power and the Market”; collana “Mercato, Diritto e libertà”, IBL libri.

6 Sergio Romano (dalla prefazione di); Benedetto Croce, Luigi Einaudi; “Liberismo e liberalismo”; p. 6; 2011 (1931 – 1948); collana “Laicicattolici – i maestri del pensiero liberaldemocratico”, edizione a cura di RCS Quotidiani S.p.A.

7 Ibid.; op.cit.; p. 9

8 Da Luigi Einaudi; “Chi vuole la libertà?”, Corriere della Sera, 13 aprile 1948.