Una protesta dalla Francia

Dopo la Prima Guerra Mondiale venne chiesto all’illustre economista inglese Edwin Cannan che cosa avesse fatto durante i terribili anni di guerra. Lui rispose: “Ho protestato.” Questo articolo è una protesta contro l’attuale lockdown messo in piedi in molti paesi occidentali come mezzo per affrontare la pandemia di Coronavirus.

Qui in Francia, dove vivo e lavoro, il presidente Macron giovedì 12 marzo ha annunciato che tutte le scuole e le università avrebbero chiuso il lunedì successivo. Quello stesso lunedì è apparso nuovamente in televisione per annunciare che l’intera popolazione sarebbe stata confinata dall’indomani. Le uniche eccezioni: le attività “necessarie”, come servizi sanitari, produzione di energia, sicurezza, produzione e distribuzione di alimenti. Questa risposta politica è stata apparentemente coordinata con altri governi europei. Italia, Germania e Spagna hanno applicato le stesse misure.

Credo che queste politiche siano comprensibili e ben intenzionate, ma come altri credo anche che siano inadatte, dannose e potenzialmente disastrose. Un proverbio francese dice che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Sembra che le attuali politiche non facciano eccezione.

La mia protesta riguarda le idee di base che hanno motivato tali politiche, chiaramente enunciate dal presidente Macron nel suo discorso televisivo del 12 marzo, in cui ha sostenuto tre cose che ho trovato quantomeno curiose.

La prima: il governo avrebbe adottato misure drastiche per “salvare vite” perché il paese era “in guerra” con il virus COVID-19. Ha ripetutamente usato la frase “siamo in guerra” (nous sommes en guerre) durante tutto il suo intervento.

La seconda: ha insistito sul fatto che fosse fondamentale ascoltare “gli esperti”. Monsieur Macron ha letteralmente detto che dobbiamo tutti ascoltare e seguire i consigli di “quelli che sanno”, intendendo chi conosce il problema e sa come affrontarlo al meglio.

La terza: questa situazione d’emergenza ha rivelato quanto dovessimo apprezzare la sanità pubblica gestita dallo stato. Quanto siamo fortunati ad avere un tale sistema su cui fare affidamento in piena guerra contro il virus! Prevedibilmente ha perfino affermato ad un suo potenziamento futuro.

Ora, queste non sono le idee personali di Monsieur Macron. Sono state condivise da tutti i maggiori governi europei e da altri in altre parti del mondo. Sono anche le stesse idee dei maggiori partiti politici in Francia e dei predecessori del presidente Macron. Perciò lo scopo delle prossime osservazioni non è quello di criticare il presidente di questo meraviglioso paese o il suo governo o delle persone in particolare. Lo scopo è quello di criticare le idee su cui si basa l’attuale politica.

Non sono un esperto in epidemiologia, ma ho abbastanza familiarità con le questioni dell’organizzazione sociale, con la ricerca scientifica e la sua strutturazione. La mia protesta non riguarda la valutazione medica del virus COVID-19 e la sua diffusione, ma riguarda piuttosto le politiche pubbliche usate per affrontare questo problema.

Da ciò che posso vedere, queste politiche sono basate su un’asserzione straordinaria e due errori fondamentali. Li tratterò uno alla volta.

Un’asserzione straordinaria

L’asserzione straordinaria è la seguente: misure da tempi di guerra, come il confinamento e la chiusura delle attività commerciali, sono giustificate dall’obiettivo di “salvare vite” che sono a rischio a causa di una pandemia di Coronavirus in espansione.

In Europa abbiamo sentito diversi presidenti americani usare espressioni di questo tipo a partire dagli anni ’60, come “guerra alla povertà”, “guerra alle droghe”, “guerra al terrorismo” o, più di recente, “guerra al cambiamento climatico”. Un linguaggio così singolare sembra essere una delle tante eccentricità dell’America. Non ci è neanche scappato che di tutte queste potenziali guerre, nemmeno una è stata vinta. Nonostante le enormi quantità di denaro spese dal governo USA per combatterle, l’istituzione di nuovi organismi di stato e le violazioni crescenti delle libertà economiche e civili messe in atto, i problemi non sono mai scomparsi. Anzi, si sono estesi e aggravati.

Molti governi europei si sono ormai uniti agli americani ritenendo anche loro di essere in guerra contro il virus. È quindi importante insistere sul fatto che si tratta di un linguaggio metaforico. Una guerra è un conflitto militare che serve a proteggere uno stato, un’istituzione che protegge la vita e la libertà dei cittadini, contro attacchi di un potere esterno che è di solito un altro stato. In una guerra, la stessa esistenza dello stato è sotto attacco. È chiaro come non sia questo il caso.

Inoltre, non ci può essere guerra contro un virus, perché un virus non agisce. Al massimo la parola “guerra” può essere usata come una metafora per coprire e giustificare le violazioni delle libertà civili ed economiche di cui lo stato dovrebbe essere garante.

Lo stato, secondo la concezione tradizionale, dovrebbe proteggere e promuovere il bene comune. La protezione delle vite dei cittadini potrebbe giustificare l’adozione di massicci interventi statali; ma la prima domanda da porsi è: quante vite sono in pericolo? Gli epidemiologi del governo, nelle loro stime più catastrofiste (ancora prive di solide basi) hanno valutato che circa il 10% delle persone infette potrebbe aver bisogno di cure ospedaliere e che una buona parte di queste potrebbe morire. Già da metà marzo era risaputo che questa minaccia mortale riguardava, nella maggior parte dei casi, persone molto anziane. L’età media delle vittime di COVID-19 è intorno agli ottanta anni.

Sostenere che misure da tempi di guerra, che minacciano il sostentamento economico della maggior parte della popolazione e le vite delle persone più povere e fragili del sistema economico (di questo parlerò più avanti), servano a salvare le vite di una piccola parte di persone già vicine alla morte, è un’affermazione a dir poco sconsiderata.

Senza andare nel dettaglio, lasciatemi sottolineare come questa affermazione contraddica le politiche sull’aborto che i governi occidentali hanno applicato fin dagli anni ’70. In quel caso, il ragionamento era esattamente l’opposto. Venne data priorità alla libertà personale delle donne che volevano abortire invece che alle vite dei bambini non nati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ogni anno vengono eseguiti nel mondo tra i 40 e i 50 milioni di aborti. Solo nel 2018, più di 224.000 bambini sono stati abortiti in Francia. Per quanto seria possa diventare questa pandemia di COVID-19, rimarrà una piccola frazione di queste vittime. I governi non solo hanno trascurato il “salvare vite” nel caso dell’aborto, ma hanno anche legittimato e finanziato l’uccisione di esseri umani su larga scala.

Lo stanno facendo tuttora. Qui in Francia tutti i reparti ospedalieri sono stati chiusi per fare spazio alla cura delle vittime di COVID-19, tutti eccetto uno. Le prestazioni di aborto non sono state interrotte e sono state di recente rafforzate dall’obbligo di legge imposto al personale ospedaliero di praticare l’aborto (prima i medici potevano rifiutarsi di eseguirlo per convinzioni personali).

La pretesa che queste drastiche misure siano giustificate dal “salvare vite” è in contraddizione con quanto fatto in passato in altri ambiti. Sarebbe stato possibile “salvare vite” non solo destinando grosse somme del bilancio nazionale agli ospedali statali ma anche riducendo il limite di velocità sulle strade, aumentando gli aiuti ai paesi i cui popoli muoiono di fame, vietando il fumo, ecc. Di sicuro non voglio portare avanti nessuna di queste cause. Il punto sta nel fatto che lo scopo di un governo non è mai stato quello di “salvare vite” o di fare in modo che le persone vivano il più a lungo possibile. Come spiegherò successivamente una politica di questo tipo sarebbe totalmente assurda e impossibile da applicare.

È difficile non pensare che questa “guerra per salvare vite” non sia una farsa. La verità sembra essere che la crisi da COVID-19 sia stata usata per estendere i poteri dello stato. Il governo ottiene il potere di controllare e paralizzare tutti gli interessi umani con lo scopo di prolungare le vite di pochi. Mai un principio del genere è stato ammesso in un paese libero. Solo poche dittature sono riuscite ad estendere i loro poteri fino a questo punto.

I beneficiari di questi nuovi poteri sono i cittadini più anziani e pochi altri. Ma non fatevi trarre in inganno perché è molto probabile che i loro destini siano solo un pretesto per la creazione di nuovi poteri per lo stato. Una volta che questi poteri si sono consolidati, non c’è motivo per cui gli anziani debbano rimanere cari a questi stessi. Piuttosto dobbiamo temere che si verifichi l’opposto.

Per non creare fraintendimenti, non sto dicendo che l’attuale governo francese cerchi di prendere il sopravvento su decisioni che riguardano la vita e la morte o di instaurare poteri tirannici per introdurre il socialismo travestito da COVID-19. Non posso infatti immaginare che Monsieur Macron e il suo governo siano guidati da motivi scellerati. Credo che abbiano le migliori intenzioni, ma il punto sta nel fatto che c’è una differenza tra il fare bene e il desiderare di fare bene.

Un grave errore: il dominio degli esperti

Fino ad ora ho parlato da un punto di vista politico, ma ci sono anche dati di fatto che mi portano ai due errori sopracitati.

Il primo errore fondamentale è sostenere che solo gli esperti sanno e tutti gli altri devono credere a ciò che loro dicono.

Anche il più brillante accademico e professionista ha una conoscenza approfondita solo in un ristretto ambito disciplinare; nessuno ha una tale competenza specifica quando si tratta di concepire nuove soluzioni pratiche e molti sono indotti in errore quando si tratta di risolvere problemi su vasta scala, come l’attuale pandemia. Questo è evidente nella mia stessa materia di studio, l’economia, ma non è molto diverso anche in altri campi. Ve lo spiego più in dettaglio.

La conoscenza che si acquisisce tramite ricerca scientifica è preliminare alla pratica. La ricerca raccoglie fatti e produce informazioni parziali su connessioni causali. L’economia ci dice per esempio che la disponibilità di moneta è legata al livello dei prezzi unitari. Ma la questione non si chiude qui. Ci sono altre variabili che entrano in gioco. L’azione del prendere decisioni non si può basare su una conoscenza parziale dei fatti. Bisogna esaminare l’influenza di un certo numero di fattori, non tutti conosciuti e non tutti direttamente legati al problema in esame. Le conclusioni devono essere pesate bene anche se fatte in un rapido evolversi delle circostanze.

Quindi il classico esperto non è per niente un esperto. Quanti eminenti premi Nobel per l’economia hanno guadagnato soldi investendo i propri risparmi? Quanti virologi o epidemiologi hanno fondato e gestito una clinica o un laboratorio privati? Non crederò mai ad un collega che abbia avuto l’idea folle di guidare volontariamente un’autorità per la pianificazione centrale. Non crederò mai ad un epidemiologo che abbia l’imprudenza di farsi passare come un tuttologo del COVID-19. Non crederò ad un governo che mi dice di conoscere “gli esperti” che sanno come proteggere e dirigere un intero paese.

Inoltre, la conoscenza scientifica è, nella migliore delle ipotesi, uno stato dell’arte. La scienza non si vede nei risultati, che spesso non sono mai definitivi, ma nel processo scientifico, che è un percorso competitivo basato su disaccordi in merito alla validità e la pertinenza di diverse ipotesi di ricerca. Questo processo è particolarmente importante quando si affrontano nuovi problemi, come un nuovo virus che si diffonde in modi mai visti e con effetti insoliti. È in queste circostanze, quando la posta in gioco è alta, che il confronto e la ricerca competitiva di diversi punti di vista è di vitale importanza. I luminari della ricerca e i pianificatori centrali non servono a nulla, sono parte del problema e non della soluzione.

Un governo che punta tutto su una singola persona o istituzione per gestire una pandemia ottiene solo una cosa: tutti i cittadini riceveranno la stessa cura. Ma tutto questo rallenta il processo che porta alla scoperta di cure migliori e a renderle disponibili più rapidamente ad un maggior numero di pazienti.

È molto importante anche ricordare che gli accademici, inclusi epidemiologi, economisti e giuristi, sono impiegati pubblici e questo influenza il loro approccio ad ogni problema pratico. È molto probabile che pensino che problemi seri, specialmente quelli su larga scala che coinvolgono molti o la totalità dei cittadini, debbano essere risolti grazie all’intervento dello stato. Molti di loro non vedono altro che questo.

Questo problema è aggravato da un nefasto “effetto di selezione”. Infatti quegli accademici che scelgono la carriera nel settore pubblico o nella politica e che arrivano a ricoprire alte cariche nella pubblica amministrazione, non possono che essere convinti che l’intervento dello stato sia adeguato e necessario per far fronte ai problemi più importanti. Se così non fosse, non avrebbero scelto tali carriere e sarebbe per loro fuori questione il raggiungimento di posizioni di rilievo. Un buon esempio è l’attuale direttore dell’OMS, Tedros Adhanom, da quello che so ex membro di un partito comunista. Il punto non è il fatto che un direttore dell’OMS non debba avere opinioni politiche o che il Dott. Adhanom sia una persona cattiva o incompetente, ma c’è da stupirsi che uomini come lui occupino posizioni di comando in organizzazioni statali e che il suo approccio su come gestire una pandemia sia influenzato dalle sue convinzioni politiche e non solo da evidenze mediche e buone intenzioni.

Un altro errore fondamentale: aver trascurato l’economia

Insieme a questo effetto di selezione c’è anche ignoranza su come funzioni l’ordine sociale. E questo mi porta al secondo errore fondamentale che ha viziato le politiche sul COVID-19: la convinzione che le libertà civile ed economica siano una sorta di bene di consumo, o addirittura un bene di lusso, consentite e godute solo nei momenti positivi. Quando tutto diventa difficile, il governo prende il sopravvento e tutti devono fare un passo indietro, fino ad arrivare al confinamento in casa.

Questo è un errore tipico di chi ha passato troppo tempo tra i politici e i funzionari pubblici. La verità è che le libertà civile ed economica sono il più potente mezzo per far fronte a qualsiasi problema (l’eccezione degna di nota: la libertà non aiuta a consolidare il potere politico). E dal lato opposto i governi falliscono ogni volta che provano a risolvere i problemi sociali, anche se ordinari. Provate a pensare solo alla scuola pubblica o all’edilizia popolare, ma tornerò dopo su questo punto.

A causa dei meccanismi della politica, i governi reagiscono in maniera eccessiva a qualsiasi problema che sia abbastanza grande da fare notizia e che diventi materiale per voti. I governi si focalizzeranno su questo specifico problema, che diventerà il problema più importante che l’umanità deve risolvere. Se questo governo non ha conoscenze economiche, sarà propenso a proporre soluzioni tecniche uniche ignorando qualsiasi aspetto sociale e politico di ciò che voglia dire risolvere un problema. Nel nostro caso, i cosiddetti “esperti” hanno allegramente proposto di chiudere l’intera economia perché è una cosa che funziona.

Ora, io non sto contestando se le chiusure siano o meno efficaci per rallentare la velocità di trasmissione di una pandemia. Non so quale sia il modo migliore di affrontare una pandemia o altri problemi virali o medici. Ma, come economista, so che nella vita umana non c’è mai solo un unico scopo. C’è piuttosto una varietà vasta e diversa di obiettivi che ognuno di noi persegue. Il problema pratico che le persone si pongono è quello di raggiungere un giusto equilibrio, più in particolare di agire nella corretta sequenza temporale. Tradotto in termini economici: assegnare le giuste risorse temporali e materiali ai diversi obiettivi.

Per la maggior parte delle persone proteggere la propria vita e quella dei propri cari è di grande importanza. Ma per quanto importante sia questo obiettivo, in pratica non può essere del tutto raggiunto. Per preservare la mia vita ho bisogno di cibo, quindi ho bisogno di un lavoro e di conseguenza dovrò espormi ai rischi che derivano dal lasciare la sicurezza della mia casa per venire in contatto con l’esterno e con altri esseri umani. In breve, la vita umana non può essere protetta, nemmeno da quelli che sacrificano tutto per questo fine. È qualcosa di praticamente impossibile. Quando si tratta di proteggere vite, l’unica domanda da farsi è: quanto voglio mettere a rischio la mia vita e quella delle persone che dipendono da me? E spesso il risultato è che chi rischia di più, protegge di più. Ciò che è vero per la vita eterna dell’anima vale anche per la vita terrena sulla terra: “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Matteo, 16:25).

La maggior parte delle persone non mettono al primo posto il preservare le loro vite o l’estendere la durata della loro vita. Fumatori, consumatori di carne e alcolizzati preferiscono una vita più breve ma più felice ad una vita più lunga fatta di astinenze. Poliziotti, soldati e molti cittadini sono guidati dall’amore per la loro nazione e per la giustizia e preferirebbero morire piuttosto che vivere in schiavitù. Gli uomini di chiesa rischierebbero le loro vite per la loro fede. Un credente preferirebbe la morte all’apostasia. I marinai rischiano le loro vite per provvedere alle loro famiglie. Medici e infermieri rischiano la vita per aiutare i pazienti malati. Giocatori di rugby e piloti rischiano la loro vita non solo per vincere ma anche per l’eccitazione e la soddisfazione che deriva da una buona prestazione nel pericolo. Molti giovani non temono il rischio del COVID-19 se paragonato all’emozione della danza.

In un modo o nell’altro, tutte queste persone contribuiscono al sostentamento di altri. Fumatori e alcolizzati pagano per ciò che assumono, non con i soldi (solo un mezzo di scambio con altri) ma con i beni e i servizi che loro stessi forniscono ad altri. Se non soddisfacessero i loro vizi, la loro motivazione per aiutare gli altri diminuirebbe o svanirebbe. Se poliziotti, soldati, marinai ed infermieri non avessero una bassa avversione al rischio, i loro servizi sarebbero forniti ad un costo maggiore e non a tutti.

Le preferenze e le attività di chi partecipa al mercato sono interconnesse, ognuno aiuta gli altri a raggiungere i propri obiettivi, anche se questi dovessero contraddire i propri. Chi mangia carne può essere il meccanico che ripara la macchina di un vegetariano, o un ragioniere che tiene la contabilità di un vegetariano. Il soldato protegge i pacifisti. Tra i pacifisti può esserci il contadino che coltiva il cibo consumato dal soldato, ecc.

È impossibile sciogliere tutti questi legami. In un’economia di mercato i fattori che determinano la produzione di un bene non sono solo tecnici. Attraverso lo scambio, la divisione del lavoro, tutti i processi produttivi sono relazionati. Il lavoro di medici, infermieri e loro aiutanti non dipende solo da chi li fornisce direttamente con i materiali di cui hanno bisogno. Indirettamente centrano anche quelle attività che non hanno niente a che fare con i servizi medici negli ospedali. Anche in una situazione di emergenza, bisogna rispettare i bisogni e le priorità di tutti. Incarcerare e rinchiudere le persone è una strategia ben lungi dall’aiutare la salute pubblica e che finirà per ripercuotersi su tutta la supply chain, portando ad una mancanza di beni di prima necessità.

Qualcuno potrebbe contestare il fatto che queste conseguenze si hanno sul lungo periodo e che un governo minacciato da un’emergenza deve focalizzarsi solo sulla situazione di immediato pericolo. Questo sembra ragionevole ed è il motivo per cui i governi hanno fatto appello ad argomenti di questo tipo regolarmente, per giustificare politiche macroeconomiche di espansione, le quali scambiano il futuro per il presente.

Ma queste ragioni non reggono nel caso in questione. La base del problema è considerare il virus COVID-19 come una minaccia immediata per l’umanità, ma non considerare tali anche le misure di lockdown. Quante persone si sono suicidate perché questi provvedimenti di chiusura li hanno portati alla depressione e alla follia? Quanti non hanno ricevuto cure adeguate perché gli ospedali e il personale sanitario erano dedicati esclusivamente alle vittime di COVID-19? Quante mogli sono diventate vittime delle aggressioni del proprio marito? Quanti hanno perso il lavoro, la loro azienda, la ricchezza e saranno portati al suicidio e all’aggressione nei prossimi mesi? Quante persone nei paesi più poveri del mondo patiranno la fame perché le grandi aziende dei paesi sviluppati taglieranno la domanda dei loro prodotti?

La conclusione inevitabile è che sul breve periodo le misure di lockdown costeranno la vita di persone che altrimenti non sarebbero morte. Sul breve e sul lungo periodo, l’attuale situazione non servirà a salvare vite, ma a salvare le vite di alcune persone a discapito di altre.

Conclusione

I provvedimenti di lockdown sono comprensibilmente una reazione di panico dei leader politici che vogliono fare la cosa giusta e devono prendere decisioni avendo a disposizione informazioni incomplete. Ma con il senno di poi non sono buone decisioni. Le chiusure del mese scorso non hanno favorito il bene comune. Hanno salvato la vita a molte persone, ma hanno messo in pericolo le vite e la sopravvivenza di molti altri. Hanno creato un nuovo e pericoloso precedente e rinforzato l’incertezza politica (per usare la frase di Robert Higgs) che influenza le scelte degli individui, delle famiglie, delle comunità e delle aziende dei prossimi anni.

Ora è il momento di abbandonare rapidamente e interamente queste politiche. I cittadini dei paesi liberi sono in grado di proteggersi, possono agire individualmente o come collettività. Non possono fare nulla se sono rinchiusi in isolamento. Accoglieranno ogni suggerimento onesto e pertinente su ciò che devono fare in maniera responsabile.

Il più grande pericolo adesso è quello dell’estendersi dei lockdown disastrosi, magari con il pretesto di una fase transitoria o di altre giustificazioni fasulle. È necessario fare una lista di tutti i fallimenti dei governi? È necessario ricordarci che chi non ha niente da perdere è un’irresponsabile nel vero senso della parola? Questi aspiranti manager dovevano starne fuori fin dall’inizio, invece hanno fatto proprio il contrario. Se continueranno su questa strada potrebbero trasformare una calamità in un vero e proprio disastro.

Il precedente storico che ci sovviene in mente è la Grande Depressione degli anni ’30. In quel caso il mondo libero si era confrontato con una recessione: lo scoppio della bolla azionaria implicò un crollo deflazionistico della finanza; tutto ciò portò ad una forte disoccupazione. Questa recessione poteva essere limitata nel tempo, invece si trasformò in una depressione di anni grazie alla follia di Franklin Delano Roosevelt e del suo governo, i quali ebbero il coraggio di gestire la ripresa attraverso la spesa pubblica, nazionalizzazioni e controllo dei prezzi.

Non è troppo tardi, non lo è mai per riconoscere un errore e provare ad aggiustare il tiro. Speriamo che il presidente Macron, il presidente Trump e altre persone di buonsenso recuperino presto il lume della ragione.

L'articolo originale: https://mises.org/wire/protest-france