In che modo la spesa governativa riesce a far apparire il peso del debito minore di quanto non lo sia in realtà

Nella disciplina economica, il prendere dei numeri fuori dal contesto ne inficia la capacità di comprensione. Il prezzo delle mele può essere pienamente compreso nella sua grandezza solo quando viene comparato con quello delle arance, o con il vostro salario, o con il prezzo delle mele di ieri. Questo fatto è in particolar modo vero quando parliamo di numeri molto alti, come – ad esempio – 23 trilioni, cifra alla quale ammonta il debito statunitense al 16 aprile di quest’anno1. Se lo dividiamo per tutta la popolazione in età da lavoro della nazione (dai 15 ai 64 anni), abbiamo una tassa di 118mila dollari pro-capite2. Il debito nazionale è quasi sempre esposto come una frazione del Prodotto Interno Lordo (PIL); ma ciò che non è del tutto noto al grande pubblico è il modo in cui queste quantità vengono definite e qui risiede il mio interesse in questa analisi.

Capire il debito è una questione abbastanza semplice: è il denaro che il governo prende a prestito per effettuare le spese che non sono coperte dalle entrate fiscali3. Ora spostiamo la nostra attenzione al “denominatore” della nostra frazione: Il PIL. Secondo la definizione del Fondo Monetario Internazionale, tale grandezza rappresenta il valore degli acquisti che vengono effettuati dai consumatori finali – ad esempio, il consumo di cibo, televisioni e servizi sanitari da parte delle famiglie; l’investimento in macchinari delle aziende come – anche – gli acquisti di beni e servizi effettuati dal governo e dagli stranieri. Condensato tutto in una formula, si ottiene:

PIL=C+I+(X-M)+G

Secondo questa formula, il PIL (o la “Produzione nazionale”) è la somma di consumi, investimenti, esportazioni (al netto delle importazioni) e spesa pubblica4. Se dividete il debito statunitense per la somma di questi quattro elementi, otterrete un rapporto debito-PIL relativo all’anno 2019 pari al 107%; è questa la procedura standard di calcolo ed interpretazione di questi dati.

Ora, consideriamo dei mondi ipotetici con delle differenti realtà economiche. Se i consumatori statunitensi volessero investire più e consumare meno (e quindi assumiamo che i due effetti si compensino reciprocamente), il valore del PIL non cambierebbe; e lo stesso accadrebbe se la produzione dei cinesi si spostasse da quella per il consumo interno a quella per l’export; o se i tedeschi dopo aver stabilito che – fino a quel momento – sia stato risparmiato abbastanza e ora aumentano i loro consumi. Queste decisioni implicano dei cambiamenti su una scala globale, ma essi riflettono una riallocazione di risorse in funzione della soddisfazione dei fini degli operatori economici maggiormente valutati. Ci aspetta che gli standard di vita, perlomeno, salgano in quanto tali comportamenti sono in accordo con le preferenze degli attori e dunque definibili aprioristicamente come forieri di benefici per chi li persegue.

Ora assumiamo una diversa tipologia di realtà economiche. Cosa accadrebbe se le persone decidessero di diminuire i loro consumi ed il governo – di converso – decidesse di aumentare i suoi consumi per lo stesso ammontare? Cosa accadrebbe se le persone smettessero di investire (chissà, forse a causa di tredici anni di tassi negativi) ed il governo decidesse di scegliere quali imprese abbiano bisogno di fondi5? Stando a quanto illustrato dalla precedente formula anche questo caso la situazione sarebbe la stessa come se nulla fosse cambiato. Ma qui c’è un problema. Come scrive Ludwig von Mises ne “L’Azione Umana”:

“Bisogna porre l’enfasi sul truismo che il governo può spendere o investire solamente ciò che prima prende dai suoi cittadini, e che la sua spesa ed i suoi investimenti eccedenti tale ammontare potranno solamente ridurre la spesa e l’investimento dei suoi cittadini per l’ammontare stesso.

Mentre il governo non ha alcun potere di rendere i suoi cittadini più prosperi interferendo con l’attività delle imprese, sicuramente ha il potere di renderli più poveri a causa delle limitazioni e strozzature che esso stesso impone sulla produzione”.

Questa è una ragione fondamentale per cui la spesa governativa non è assimilabile alla spesa o ai risparmi privati. Una seconda ragione è data dal fatto che le persone sono mosse dall’interesse personale e desiderano evitare le perdite, mentre al governo non importa nulla di rifornire di liquidità delle aziende-spazzatura che sono dei morti viventi: le perdite verrebbero coperte mediate la tassazione o l’inflazione. Se dovessimo dare delle ulteriori spiegazioni riusciremmo a riempire un libro, ma penso che questa breve spiegazione sia sufficiente.

Propongo una semplice soluzione a questo problema di misurazione: focalizzarsi sulla parte di PIL composta dalle attività private; il che vorrebbe dire focalizzarsi sul Prodotto Interno Lordo Privato 6[nella lingua originale sarebbe “ private gross domestic product (PGDP) e verrà mantenuta questa sigla nella formula, ndt.]:

PGDP = C+I+(X-M)

È la stessa formula del Prodotto Interno Lordo, ma senza la spesa pubblica; misura – questa – che è simile a quella proposta da Robert Higgs, il quale sostiene che:

“Perché il governo deve essere escluso? In primo luogo perché le attività del governo dovrebbero essere contabilizzate come un aumento delle grandezze intermedie piuttosto che nei prodotti finali. […]. In secondo luogo, perché i servizi del governo non sono scambiati in un contesto di mercato, non hanno dei prezzi che sono determinati all’interno del processo di mercato che possano essere usati per calcolare il valore che questi assumono per coloro che ne usufruiscono. In terzo luogo, a causa del fatto che molti dei servizi dei governi nascono da istituzioni politiche piuttosto che economiche, alcuni di essi possono avere poco o nessun valore. A dir la verità, molti commentatori – incluso il sottoscritto – sono arrivati a dire che i servizi del governo non hanno alcun valore”.

Similmente, Murray Rothbard nel suo libro “Potere e Mercato” sostenne che:

“[I calcoli del PIL, nda.] assumono indebitamente che la produttività del governo possa essere misurata da quanto il governo stesso spende. Su quali basi tale assunto è fondato? […] Il carico fiscale e il deficit sono entrambi dei fardelli imposti sulla produzione”.

Il debito del governo quale porzione del Prodotto Interno Lordo Privato

Ora, confrontiamo il debito del governo con il prodotto interno lordo privato. Il rapporto del debito con quest’ultima grandezza restituisce un’interpretazione inequivocabile: il fardello del debito pubblico schizza in alto mentre sotto c’è quanto le persone spendono dei loro salari per pagare le tasse. Ora non c’è più alcuna ambiguità: se in precedenza potevate pensare che la spesa pubblica potesse far crescere il PIL in una misura maggiore di quanto non facesse crescere il debito, ora è chiaro che il debito governativo può avere un effetto sul numeratore, come mostra il grafico qui sotto (il quale illustra il rapporto debito PIL – inclusa la spesa pubblica – e il PGDP – e quindi esclusa la spesa pubblica –):

Entrambe le serie mostrano un trend in aumento; tuttavia la misura accurata – quella con il denominatore rappresentato dal PGDP – è molto più alta (del 27% per essere precisi) e la tendenza al rialzo è maggiore rispetto alla misura classica (era solo dell’8% più alta nel 1980). Questo indica un drenaggio di risorse sempre più imponente; come anche i risultati dell’adozione di principi contabili fasulli modellati per aumentare lo stock di capitale della nazione7. E si noti che questi dati non comprendono quelli del 2019 – e quindi il coronavirus non c’entra nulla – . Potete immaginare come diventeranno questi numeri una vota aggiornati con i nuovi numeri.

La differenza tra le due grandezze può sembrare piccola o irrilevante, ma le implicazioni sono enormi. La vera percentuale illustra una drammatica riduzione della capacità di indebitamento o “capacità fiscale” (ossia quanto di più uno Stato può indebitarsi prima di finire nei guai). Quasi tutti cercavano di giustificare i livelli pre-crisi con argomenti del tipo “un rapporto debito-PIL Privato del 60% è troppo poco); e molti giustificano i livelli attuali dicendo che “il 100% è alto ma non sufficientemente alto”. Ma un rapporto debito-PIL del 130% non può essere giustificato da nessuno tranne che dai keynesiani più convinti. Si pensa che i paesi Europei fossero nei guai ben prima della soglia del 130%. Di certo, ora queste nazioni sono ad un rapporto debito-PIL “reale” del 200%, ed i loro “pacchetti di stimolo” (un’altra espressione che deve essere cambiata) stanno gettando benzina sul fuoco. Il rapporto debito-PGDP mostra che il burrone fiscale è molto più vicino e i principi contabili del governo non renderanno la pillola più dolce da digerire.

Come sempre accade nella Storia, un eccessivo indebitamento governativo andrà a finire o con il default e/o con l’inflazione, oppure con tagli alla spesa previdenziale e con aumenti delle tasse8; degli esiti che – entrambi – distruggeranno i creditori (tra i quali ci sono i risparmiatori nazionali). In ogni caso, non sarà un bel finale. Ci sono due morali della favola: è troppo tardi per affrontare queste questioni da lungo tempo rimandate, ma in primo luogo dobbiamo inquadrare correttamente questi problemi e rigettare le tanto diffuse quanto sbagliate definizioni. Il PIL non è una misura della produzione così come il CPI non è una misura l’inflazione ed i costi non misurano il valore. Fino a quando gli economisti fedeli all’establishment hanno la facoltà di imporre termini e di inquadrare le misure, c’è poco da fare per provare l’erroneità delle loro conclusioni.

1 Il risultato riferito alle altre economie non è diverso. Parlo degli Stati Uniti semplicemente a causa delle dimensioni, dell’importanza per l’economia globale e la facilità di recupero dei dati. In Europa, nel Regno Unito e in Giappone si applica lo stesso ragionamento e forse in misura maggiore.

2 Per fare un esempio, se la Fed stampa 2,3 trilioni di dollari ciò equivale a un regalo una tantum di 11.000 dollari.

3 Questo non include il totale delle passività non finanziate, che ammontano a 24 trilioni di dollari, ma questa è una discussione da rimandare ad un’altra occasione.

4 Tutti questi valori considerano l’economia interna. Un americano che acquista una BMW aumenta il PIL tedesco; un tedesco che acquista una Ford aumenta il PIL degli Stati Uniti.

5 In effetti, i tassi di interesse zero sono un precursore di questo: le banche commerciali verranno accusate di strangolare l’economia perché non prestano abbastanza, poiché il rischio è troppo grande per guadagnare interessi. Poi il governo e le banche centrali inizieranno a finanziare direttamente le società, in accordo con le loro motivazioni politiche. Stiamo proprio vedendo l’inizio di tutto ciò.

6 Si noti che anche in questo caso il termine “G” è positivo fintanto che la spesa pubblica esiste, ma gli viene assegnato un peso pari a zero, coerentemente con il fatto che il governo può solo dare ciò che prima o poi toglie. Potremmo assegnargli un peso negativo, probabilmente più plausibile (considerando l’inefficienza, l’appropriazione indebita…), ma per ora consideriamo questa soluzione più semplice.

7 Si veda Jim Fedako, “Government Property Is Not Really ‘Public’ Property”, Mises Wire, 25 settembre 2019, https://mises.org/library/government-property-not-really-public-property, per alcuni dei trucchi usati nella contabilità nazionale. Che le scuole e le strade siano preziose per un’economia è ovvio. Ciò che viene discusso è se essi siano prodotti in modo efficiente, giustificando i costi, e se le tasse spese per esse non sia distolto da esigenze più urgenti.

8 L’idea di “aumentare il debito in modo da poter crescere più velocemente e garantire l’esecuzione dei pagamenti del debito” è stata dimostrata palesemente falsa, anche se è ancora paventata da molti gruppi di interesse.