I comunisti europei stanno tentando di addossare la responsabilità del COVID-19 ai mercati ed al neoliberismo

Con l’estendersi della pandemia da COVID-19 a livello mondiale, molti esponenti della sinistra e molti politici comunisti stanno attribuendo le colpe di tale diffusione alle presunte contraddizioni interne del “neoliberismo”; termine – questo – con il quale tali soggetti intendono descrivere la globalizzazione, il laissez-faire, l’assenza di solidarietà tra gli esseri umani e una maggiore disuguaglianza. Tuttavia, tutte le loro supposizioni e teorie sono o fattualmente sbagliate o senza senso da un punto di vista (prasseo)logico.

La globalizzazione significa una più estesa cooperazione sociale

Prima di tutto, non sembra che i no-global di sinistra e comunisti abbiano compreso chiaramente cosa in realtà sia la globalizzazione – cioè un framework economico ed istituzionale all’interno del quale tanto i prodotti e le merci (i beni e i servizi si consumo) quanto i fattori di produzione (materie prime, lavoro e beni capitali complementari) possono muoversi e circolare in tutto il mondo con una certa libertà.

Come può essere facilmente compreso, tale libertà di circolazione e di movimento non differisce per niente da quella che può essere una cooperazione sociale avanzata. Infatti, quanto più sono ridotti i vincoli legislativi che interferiscono con l’allocazione delle risorse (sia per quanto riguarda i beni di consumo sia per quanto riguarda i beni capitali), tanto più grande saranno l’efficienza (per quanto concerne l’allocazione dei beni capitali, la minimizzazione dei costi e la massimizzazione dei profitti) e la soddisfazione in termini di varietà di beni di consumo e risparmi di costo di cui tanto i produttori quanto i consumatori sono beneficiari.

Come tutti sappiamo, infatti, la cooperazione sociale è l’unico mezzo mediante il quale le società umane possono progredire e restituire dei migliori standard di vita per tutti i loro membri. Come scrive Mises, ne “L’Azione Umana” ([1949],1998):

“Ogni passo con il quale un individuo sostituisce la sua azione isolata con l’azione concertata nella sua società, vi sarà un immediato miglioramento delle sue condizioni. I vantaggi derivati dalla cooperazione sociale pacifica e dalla divisione del lavoro sono universali”. (p.146, enfasi aggiunta).

Dato che la globalizzazione non è altro che una cooperazione pacifica ed un sistema di divisione del lavoro implementato a livello internazionale, è chiaro che dovrebbe comportare delle migliori condizioni economiche e di vita di quanto riuscirebbe a fare il protezionismo (cosa che – per la verità – lo fa). Questo fatto può essere prasseologicamente dedotto (come abbiamo fatto brevemente in precedenza) e/o provato empiricamente dagli innumerevoli disastri, dalla miseria e dalle carestie fatte sopportare a persone innocenti a causa di politiche economiche autarchiche.

Il laissez-faire è un processo di scoperta per tentativi ed errori

In secondo luogo, i politici e i cosiddetti “esperti” di sinistra e comunisti sbagliano totalmente nel capire ciò che sia realmente il laissez-faire e in che modo esso possa essere benefico (o, addirittura, fondamentale ed indispensabile) per il corretto funzionamento del sistema di produzione capitalistico – il quale è l’unico framework (storico e prasseologico) adatto per migliorare le condizioni economiche degli esseri umani.

Il mercato libero da vincoli è l’unico assetto istituzionale all’interno del quale gli operatori economici (consumatori e produttori) possono aggiustare liberamente e con solerzia i loro comportamenti e le loro scelte in funzione dei cambiamenti che avvengono all’interno del libero mercato – il quale è il principale e migliore modello di cooperazione sociale. Ogniqualvolta che il libero mercato è, al contrario, ostacolato dall’intervento governativo, la cooperazione sociale diminuisce e la società perde qualcosa in termini di efficienza nell’allocazione delle risorse.

Inoltre, il laissez-faire è ancor più indispensabile in un sistema capitalistico viziato da un sistema bancario a riserva frazionaria e da un sistema monetario fiat. Difatti, come illustra la teoria austriaca del ciclo economico, la capacità – che viene detenuta legalmente dalle banche commerciali – di creare moneta “dal nulla” (mediante la creazione di mezzi fiduciari [che, per gli esperti del settore, coincidono con la seconda componente dell’aggregato monetario M1 – costituito dalla base monetaria di monete metalliche e banconote e dalla moneta fiduciaria, ossia depositi a vista, cioè in conto corrente, bancari e postali, trasferibili mediante assegno; ndt.]) rompe quel ponte tra i risparmi (ossia le risorse il cui consumo i risparmiatori vogliono posporre) e gli investimenti (i mezzi di produzione spostati verso stadi della produzione più alti a causa del fatto che rendono di più se impiegati per produrre beni che forniranno la loro utilità nel solo futuro). Nelle parole di Mises:

“La deduzione che la teoria del ciclo economico ci consente di fare per soddisfare tutti coloro che vogliono evitare il ripetersi di fasi di ‘boom’ e conseguenti depressioni è […] che le banche dovrebbero astenersi dall’espansione creditizia” (p.789, enfasi aggiunta)

Tuttavia, dato che il sistema bancario a riserva frazionaria – così come il sistema monetario fiat – verrà fatto sopravvivere e non sembra essere flessibile (almeno nel breve periodo), il lasciare che gli operatori economici siano liberi di correggere gli errori di allocazione delle risorse che essi stessi hanno compiuto sembra essere l’unica via per superare i cicli economici indotti dalle espansioni creditizie che stiamo sperimentando.

Sotto questo aspetto, il laissez-faire e la globalizzazione sono estremamente collegati. Ciò che ci sta insegnando lo shock provocato dal COVID-19 – al di là dell’utilità delle chiusure indiscriminate delle attività economiche – è che, forse, gli imprenditori abbiano sottostimato i rischi derivanti da una pandemia, nel momento in cui stavano progettando quella supply-chain che crea il valore di cui noi tutti beneficiamo.

Ma questo non significa che la globalizzazione ed il libero mercato sono stati una cattiva idea: sono strumenti e nulla di più; strumenti mediante i quali una società capitalistica può riaggiustare la sua struttura produttiva in modo tale da imparare dai precedenti errori per performare in modo ancor più competitivo nel futuro [è il concetto di “antifragilità” espresso dall’economista comportamentale Nassim Nicholas Taleb, ndt.]. Se le economie occidentali non avessero avuto questo sistema capitalistico e – invece – avessero avuto un pianificatore centrale socialista, questo processo di correzione degli errori non avrebbe potuto avere luogo.

Neoliberismo: maggiore disuguaglianza e minore solidarietà?

Da ultimo, il laissez-faire non implica il rigetto della protezione sociale di cui godiamo in Occidente. Questo può essere mostrato tanto a livello teorico quanto a livello empirico.

I critici del capitalismo e del “neoliberismo” gettano al colpa sui mercati del fatto che esista un sistema che – presumibilmente – sta inevitabilmente dirigendosi verso una sempre maggiore disuguaglianza nella distribuzione delle risorse. Tuttavia, anche se questo fosse vero (i cambiamenti intertemporali della disuguaglianza sono complessi e difficili da misurare), l’alternativa ugualitaria è decisamente peggiore.

Consideriamo due ipotetiche funzioni di welfare sociale (ovvero due possibili qualificazioni del benessere individuale in una data società): la funzione “ugualitaria” e quella “Rawlsiana”, la prima delle quali postula che la società starebbe meglio all’aumentare dell’uguaglianza tra l’utilità degli agenti che compongono la società, mentre la seconda postula che il benessere della società dipenda dalla condizione dei membri di questa che sono meno facoltosi.

Come mostra la figura 1, è possibile avere una società caratterizzata da una grande disuguaglianza all’interno della quale, però, ogni singolo individuo si trova in una posizione decisamente migliore di quanto lo sarebbe stato nella società più “uguale”: questo è ciò che viene mostrato nel passaggio dalla prima alla seconda situazione ed è ciò che implica la globalizzazione. Si noti che da un punto di vista egalitario, la società sarebbe dovuta stare meglio nel primo scenario (ossia nel caso in cui ci dovesse essere una maggiore uguaglianza) rispetto al secondo (ossia in una situazione in cui tutti gli agenti possono godere di utilità diverse ma ugualmente maggiori rispetto al primo scenario).

Questo semplice disegno ci dà una visione molto valevole circa le conclusioni del comunismo e delle ideologie utopistiche: nella speranza di ottenere la situazione “3”, dove ognuno starebbe meglio e sarebbero tutti più uguali (situazione che non sarebbe affatto realistica se si introducono dei vincoli tecnologici e produttivi), i comunisti e gli altri utopisti vogliono tutti ridurci a vivere nello scenario numero “1”, dove siamo tutti più poveri e messi peggio ma, ehy, siamo tutti più uguali! Tuttavia, la situazione numero “2” (ossia quella che segue un approccio “Rawlsiano”) è esattamente la situazione per cui le moderne economie capitalistiche di libero mercato sono nate: nessuno, se veramente debole, viene lasciato indietro: nessun libertario sostenitore del libero mercato vuol essere in disaccordo con tutto ciò. Tuttavia, prendersi cura dei più deboli non vuol dire accettare i presupposti degli egalitari.

Inoltre, è possibile osservare che il livello di solidarietà nel mondo Occidentale è cresciuto e non diminuito – come i moderni anticapitalisti vogliono far credere – esattamente nel momento in cui il libero mercato e la globalizzazione si sono sviluppati. Anche se usassimo la misura che costoro usano per definire la “solidarietà” – ossia la misura della spesa per la previdenza sociale – questa grandezza è cresciuta nei paesi OCSE dagli anni Ottanta ed è più grande ora di quanto non lo fosse allora1, anche dopo la Grande Recessione.

Fonte: https://data.oecd.org/socialexp/social-spending.htm

Conclusioni

Anche se le persone di sinistra e i no-global fossero nel giusto nel portare avanti la loro crociata e nell’incolpare il capitalismo per la diffusione di questa pandemia (anche se io credo che non lo siano), sbagliano comunque nel sottostimare l’abilità del capitalismo di incassare il colpo e rimettersi sui suoi passi.

Quelli che vengono considerati da questi soggetti i punti deboli del capitalismo – il laissez-faire e la globalizzazione – sono in verità i suoi punti di forza. E l’accusa che essi muovono al capitalismo, ossia la mancanza di solidarietà e di preoccupazione per le persone svantaggiate, si fonda su un’analisi sbagliata a livello teoretico ed empirico. Non fidatevi di loro e delle loro pericolose storie.

1Il fatto che la spesa sociale sia una misura utile di solidarietà è un’affermazione dubbia, ma questa è comunque una metrica che gli anticapitalisti usano.