Il ritorno della legge di Say: riaprire tutto, riaprire ora (in sicurezza)

Ci sono, nella vita, delle verità dure a morire. Ad esempio, due molecole di idrogeno e una di ossigeno danno una molecola d’acqua; se metti vicino benzina e legna e poi dai fuoco allora farai scoppiare un incendio, e così via. L’economia, in quanto scienza, non è esente da leggi che – sebbene fondino la loro validità universale su presupposti diversi rispetto a quelli delle scienze fisiche – non sono meno valide di quelle appena enunciate: una di queste è la legge di Say. Nel Capitolo XV del Libro I del suo Traité d’économie politique (1803), Say scrive:

Un prodotto terminato offre da quell’istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l’ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all’istante stesso uno sbocco ad altri prodotti”1.

Cerchiamo di capire cosa voglia dire Say, allo scopo di capire a fondo l’essenza di quello che ci dice l’economista francese. Per offrire una merce sul mercato l’imprenditore deve prima remunerare tutti i fattori produttivi utilizzati per produrlo (salari, profitti, rendite). La distribuzione delle remunerazioni dei fattori produttivi crea un potere di acquisto aggiuntivo a disposizione dei soggetti economici che si traduce in una crescita della domanda su tutti i prodotti (mercati). Con questa identità contabile Say dimostra l’impossibilità di un eccesso di offerta generalizzato, di una crisi o di un ingorgo generale delle merci. Quando un produttore produce una merce, crea immediatamente uno sbocco per altri prodotti. In sintesi, in una economia di libero mercato ciascun soggetto ai prezzi di mercato sceglie di essere compratore o venditore. Se in un dato momento si ha un eccesso di offerta, i prezzi tenderanno a scendere. La discesa dei prezzi renderà conveniente nuova domanda. È in tal senso che l’offerta è sempre in grado di creare la propria domanda. In caso di crisi da sovrapproduzione il rimedio delle crisi non doveva perciò, secondo Say, ricercarsi in un intervento dello Stato ma in una capacità autoregolatoria del mercato. In ogni caso, poi, il libero scambio fungerebbe di per sé da rimedio, portando di necessità alla formazione di un nuovo equilibrio economico. Questa legge è detta anche legge degli sbocchi, poiché ogni produzione troverebbe sempre un naturale sbocco sul mercato. Say quindi era convinto che il mercato lasciato a sé stesso tendesse a raggiungere l’equilibrio di piena occupazione. Ci sono due corollari della legge:

  • ogni produzione genera un reddito di importo equivalente;
  • tutto il reddito viene sempre interamente speso (direttamente o indirettamente).

Facciamo un esempio numerico2. La legge di Say dice, sostanzialmente, che se la società produce e lavora essa avrà i mezzi per comprare ciò che produce ossia, banalizzando, significa che il proprietario di un negozio di alimentari – vendendo i suoi beni e servizi – avrà il denaro per comprare la frutta del fruttivendolo, il quale a sua volta avrà il denaro per comprare un paio di scarpe e via dicendo. L’idea che una società che produce non possa mancare di entrate da spendere appare spesso sconcertante, in quanto ci si chiede cos succede se i compratori non hanno denaro da spendere. Ma la legge di Say ci dice che l’atto stesso del produrre beni rilascia il denaro necessario per comprare i beni. Pensiamo, per esempio (tratto dal libro di Hunter Lewis) ad un conto economico dei profitti e delle perdite di un’azienda:

Acme Products Company

Vendite (reddito): 10.000.000$

Spese:

  • Materie prime: 2.000.000$
  • Dipendenti: 6.000.000$
  • Altri costi: 1.000.000$
  • Totale: 9.000.000$

Profitto: 1.000.000$

Ogni voce di spesa rappresenta del denaro che esce prima dell’immissione del prodotto “Acme” nell’economia e tali spese rappresentano la remunerazione dei fattori produttivi e quindi ogni dollaro di denaro verrà speso. Probabilmente non verrà speso sui prodotti “Acme”, in quanto quest’ultima azienda troverà compratori solo se i suoi prodotti hanno una buona qualità e non sono più costosi di quelli dei concorrenti; ma al di là del fatto che la gente acquisti prodotti “Acme”, i 9.000.000 di dollari spesi nella remunerazione dei fattori, in aggregato, ovvero considerando l’insieme dei mercati del sistema economico, farà sì che ognuno di questi fattori userà il suo reddito spendendolo o risparmiandolo; in tal modo il sistema economico sarà sempre in equilibrio. Il lettore attento dirà, a questo punto, che solo il 90% delle vendite viene immesso nell’economia; tuttavia anche quel 10% viene speso o in investimenti interni all’azienda (e questo significa che il denaro tornerà a “circolare” all’interno dell’economia sotto forma di acquisti di nuovi macchinari e/o assunzioni di nuovi lavoratori) oppure in investimenti esterni all’azienda stessa (e questo significa che il denaro risparmiato servirà ad espandere altre attività). In sintesi, quello che ci sta dicendo Say è che sul mercato i produttori scambiano i loro beni con moneta e usano la moneta ricevuta per comprare i beni di altri. Dunque l’offerta di un bene costituisce, al fondo, la domanda di un altro bene (o di altri beni). Se sono stati prodotti beni che non vengono acquistati, il loro prezzo cala, stimolando la domanda finché non viene venduto tutto l’ammontare; il che significa che nell’economia nel suo complesso la produzione fornisce la remunerazione ai fattori produttivi e che in questo modo i fattori produttivi possano usare tale remunerazione per spenderla o risparmiarla: d’altronde, non si può consumare ciò che prima non si è prodotto. Sembrano, queste, delle verità autoevidenti che capirebbe perfino un bambino di cinque anni ma che, spesso, vengono allegramente dimenticate da sedicenti “esperti” economisti. Costoro pensano che, stampando abbastanza denaro e spendendo abbastanza, possiamo essere più ricchi ma tant’è….

Tuttavia, la situazione di blocco totale che le economie (inter)nazionali si sono trovate ad affrontare ci ha dimostrato ex negativo che la legge di Say, al pari delle leggi fisiche di gravità e della combustione, rimane invariabilmente valida: se i lavoratori non producono non possono risparmiare la parte di quel reddito che avrebbero guadagnato dalla loro attività, ma se nessuno risparmia allora nessuno investe e la strada verso il declino è imboccata. Per parafrasare il neokeynesiano Samuelson – che usò l’espressione in riferimento alla legge dei vantaggi comparati di Ricardo – la legge di Say è una di quelle leggi di ferro “vere e non e ovvie”; il lockdown delle economie ce lo ha solo ricordato. Inoltre, bisogna fare un’ulteriore considerazione: è assolutamente ipocrita tenere tutto chiuso a causa della pericolosità del virus per la semplice ragione che – molto probabilmente – una fetta importante della popolazione è stata già infettata; molti, probabilmente, sono stati infettati e non lo sanno perché asintomatici o paucisintomatoci ed il loro sistema immunitario ha fatto il suo lavoro evitando loro l’esperienza in terapia intensiva. Ma queste sono considerazioni da lasciare ai virologi e agli statistici; gli economisti come il sottoscritto si limitano ad enunciare le leggi economiche ed il loro funzionamento e quello che ci dice la legge economica più importante – la legge degli sbocchi di Jean Baptiste Say – è che se vogliamo crescere dobbiamo produrre (e soprattutto risparmiare affinché gli imprenditori possano investire le risorse non consumate nei processi di produzione che assicurano una maggiore produttività); e – nell’epoca della pandemia – dobbiamo farlo in sicurezza e con il minor onere possibile per le imprese. Solo così il nostro sarà un vero rilancio invece che una falsa partenza.

1 J.B. Say; “Traité d’économie politique”, Libro I, Cap. XV, pp. 141-142

2 H. Lewis; “Tutti gli errori di Keynes”