Per far trionfare la libertà, dobbiamo affamare la bestia (ma non nel modo che voi pensate)

Qualche giorno fa, il governo Conte ha avuto la (in)decenza di pubblicare il decreto “Rilancio Italia”, introdotto con il mirabolante annuncio che esso vale 55 miliardi, l’importo di ben due leggi finanziarie, chiamandola – insieme al ministro Gualtieri, “potenza di fuoco”. Ho seguito molto attentamente i vari provvedimenti particolari che questo governo di keynesiani e – per una volta – fatemi spezzare una lancia in favore del buon vecchio JMK, perché – francamente – mi sentieri molto offeso veder applicate le mie teorie economiche da questi loschi figuri che, in un delirio di onnipotenza, sembrano essersi dimenticati delle più basilari regole della matematica secondo cui se in una frazione (il rapporto Debito-PIL) aumenti il numeratore (Debito) e lasci invariato – o peggio ancora diminuisci – il denominatore (il PIL) il valore della frazione sale; una salita che si stima concretizzarsi fino ad un mirabolante 150% ed oltre (anche in conseguenza dello scellerato blocco alle imprese che i suddetti loschi figuri hanno imposto – ovvero il “denominatore” della frazione).

Tralasciato questo breve peana in memoria di un degno avversario (con il quale, come si sarà capito, non ho nulla in comune a livello di pensiero economico), sono state due le domande che da economista e da pensatore di scuola austriaca mi sono venute in mente: la domanda prima domanda, dopo la dichiarazione di Gualtieri sulla “potenza di fuoco” da 55 miliardi è stata: “ma le cartucce?” Invariabilmente, ho immediatamente pensato, che queste “cartucce” le prenderemo a prestito dalle generazioni future (facendo gravare questo debito sulle future classi produttive, che – come quelle di oggi – si troveranno a pagare un debito per il quale non hanno sottoscritto alcun contratto -) oppure li stamperemo (facendo gravare il costo sui lavoratori e tutti quelli con un reddito fisso). Servissero, poi, queste cartucce; perché come ci dimostra la teoria economica e la ricerca empirica, l’intento del governo di sfruttare il fantomatico “moltiplicatore” è destinato necessariamente al fallimento. C’è da dire, inoltre, che il governo nemmeno s’impegna per farlo funzionare questa “bacchetta magica” del moltiplicatore che pretende di trasformare i sassi in pane di Altamura (a dimostrazione dell’impossibilità del calcolo economico per un’entità centrale): a fronte di una spesa di 100 milioni per il comparto auto (e nemmeno tutto, visto che sono stati specificatamente destinati per le auto elettriche – notoriamente sono tante le colonnine di ricarica per strada; e le auto elettriche sono notoriamente le vetture usate dall’italiano comune, ma tant’è…) con una filiera che vale il 20% del PIL italiano, il governo ha speso 120 milioni per comprare bici e monopattini, fornito un ecobonus del 110% sulle ristrutturazioni “eco-friendly” (forse pensano di sconfiggere il virus con i pannelli solari, chissà…); mentre per un architrave dell’economia italiana (come il turismo) un credito di imposta di 500 euro ma solo se si ha un’ISEE sotto i 40.000 euro (come se le persone con un’ISEE inferiore avessero come preoccupazione primaria il turismo). Ma andiamo avanti. Nascosto dietro l’assoluto silenzio del Soviet supremo che vuole “collettivizzare i mezzi di produzione” composto da Conte, Arcuri, Gualtieri e Patuanelli, scopriamo che tra le varie pieguzze del decreto il 5% di questa “bomba” da 55 miliardi verrà impiegato per un nuovo salvataggio di Alita(g)lia, una “bad company” che quest’anno ci è già costata 3 miliardi (oltre 1,3 miliardi dallo Stato sotto forma di prestiti ricevuti tre anni fa quando è stata commissariata), quasi quanto per la sanità (3,2 miliardi) e più del doppio rispetto ai soldi spesi (1,45 mld.) per l’istruzione. Ma andiamo avanti. In questa “manovra” è previsto che lo Stato possa intervenire nelle imprese sopra i 50 milioni di fatturato, che hanno sede legale in Italia e che non operano nel settore bancario, finanziario o assicurativo. Lo Stato potrà concedere finanziamenti, sottoscrivere prestiti convertibili, partecipare ad aumenti di capitale, oppure acquistare azioni sul mercato, e intervenire anche in operazioni di ristrutturazione. Insomma, Marx non avrebbe saputo fare di meglio quando nel collettivizzare i mezzi di produzione (anche se Gualtieri, buonanima, ci ricorda che lo Stato “non entrerà nella governance” – seh, come no –). Intanto le imprese (e soprattutto le famiglie che grazie a quelle imprese vivono) – ovvero i veri creatori di ricchezza –, debbono contentarsi delle briciole; quando basterebbe riaprire tutto senza le ipocrisie salutiste di questo governo di tecnici e marxisti per lasciare che il mercato faccia il suo lavoro.

Commentare le idiozie tutte keynesiane contenute in questo lungo ed incomprensibile decreto di 700 pagine (e rinnovo ancora le mie scuse a Keynes, che rispetto molto almeno nella sua qualità di mio avversario ideologico e che penso rimarrebbe lui stesso schifato di tutto ciò) richiederebbe uno spazio ben più ampio di un articolo; ed è esattamente per questo che mi è sorta – ieri sera – la seconda domanda: come fare a recuperare la nostra libertà economica e politica, in questo contesto fatto di manovre espansive, mancette fatte di aumenti di potere pagate a commissari che di economia capiscono come io ne capisco di fisica nucleare ed altre amenità simili e prove tecniche di autoritarismo tecnologico con applicazioni di Stato? Quella che secondo me potrebbe rappresentare una risposta, semplice e complessa allo stesso tempo, tenterò di darla in questo articolo. Chi mi conosce sa che, in generale, sono tendenzialmente un ottimista. Mi ritengo una persona abbastanza proattiva, che vuole sempre vedere il bicchiere “mezzo pieno” e che non si ferma davanti al primo ostacolo nell’affrontare una questione e, in effetti, cerco di traslare questa mia proattività anche alla materia che amo, ossia l’economia politica: è questo il framework “psicologico” – se vogliamo – all’interno della quale mi è saltata in mente questa soluzione che – per la verità – non è del tutto nuova, visto che ci è arrivato quasi un secolo fa il grande pensatore della Old Right Albert Jay Nock (a cui – quindi – mi sento di dedicare questo articolo). Insomma, la mia risposta alla domanda “che fare per recuperare la libertà in un mondo dove questa parola – in tutte le sue forme ed ambiti di applicazione – sembra essere diventata un tabù”? Inizierò subito col dire cosa secondo me non serve:

  • Azione partitica all’interno delle istituzioni: direi che questa opzione si commenta da sola. Pretendere di chiedere al governo di risolvere i problemi che esso stesso ha creato, crea (e continuerà a creare) è come pretendere di chiedere ad un pancreas non funzionante di risolvere il problema della mancanza di insulina: molto utopico (o stupido, dipende dai punti di vista);
  • Rivoluzione armata: anche questa, sebbene già perseguita dal punto di vista storico (vedi rivoluzione americana del 1776), questa è decisamente un’alternativa da scartare. Oltre al costare molto in termini di equipaggiamento, pianificazione ed esecuzione, la rivoluzione armata è – obiettivamente – contraria ai principi del libero mercato e del rispetto della libertà degli individui. Quindi, ancora una volta, non ci siamo.

Ci sono, poi, due soluzioni per così dire “intermedie” che se prese singolarmente possono risultare parzialmente inefficacia; ma che – se attuate in maniera sistematica, generalizzata, diffusa e combinata – avrebbero sui conti statali l’effetto di dieci bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki: sciopero fiscale ed aumento delle spese per sussidi, prebende, mancette e robe simili. Già mi immagino cosa voi lettori direte: “Ehy, ma sei pazzo? Vuoi combattere la spesa pubblica e l’intervento dello Stato chiedendone di più!?” oppure “Ma sei impazzito!?” . Esatto, ed ora capirete il perché. Se c’è una cosa che noi occidentali e libertari dobbiamo imparare dai nostri avversai comunisti e statalisti è l’uso della tattica: infatti, abbiamo speso (invano) anni ed anni nel criticare marxisti e statalisti di tutte le risme e colori politici mostrando l’erroneità teorica ed empirica delle loro teorie; mentre loro si servivano beatamente degli strumenti offerti dalla società libera (ossia i corpi intermedi, i comizi elettorali, le urne e le aule dei parlamenti) per far prosperare le loro teorie promettendo all’elettorato fiumi di latte e miele, alberi che crescevano spontanei e fruttuosi e che più ne ha più ne metta. Negli anni, gli elettori sono stati assuefatti dalle sempre più grandi dosi da cavallo di statalismo e sono diventati indifferenti – quand’anche non riluttanti – a qualsiasi applicazione dei principi liberali nel campo dell’economia e della politica. A fronte di questa domanda politica, una sempre maggiore fetta di “offerta” si è adeguata: partiti nati come “liberali” o addirittura “libertari” si sono trasformati nei peggiori promotori dello statalismo più becero; aggiungete un sistema in cui il partito che prende la maggioranza vince ed avrete ottenuto la ricetta per l’immobilismo ed il declino politico ed economico. È ora di dire basta. È ora che anche i difensori della libertà comincino ad adeguarsi alla domanda politica che pressa su di loro e che – sfruttando la palese insostenibilità fattuale, economica e finanziaria delle proposte stataliste – inizino a lavorare proattivamente ed endogenamente alla distruzione del sistema che da troppi anni ci opprime: proattivamente, perché da un lato inizino a richiedere sussidi, esenzioni fiscali, agevolazioni e quant’altro e – allo stesso tempo – cominciando un’operazione di evasione di tasse, imposte e balzelli di massa – ; ed endogenamente, affinché votino – in assenza di una forza politica che rappresenti coerentemente e completamente le loro istanze – il partito più statalista che esista sulla scena politica. Chiaramente, questa politica non deve essere fine a se stessa: raggiunto lo sfascio economico, finanziario e sociale del paese, i libertari devono tornare a palesarsi per quello che realmente sono, ossia gli strenui difensori di uno Stato assente nel campo fiscale, monetario e privato. I libertari, insomma, devono comportarsi come i mitici eroi greci che – per conquistare la rocca di Ilio, si inventarono lo stratagemma del cavallo per entrare nella roccaforte nemica per metterla a ferro e fuoco dall’interno.

A chi intende criticare questo mio approccio dicendo che questo porterebbe ad una vittoria implicita degli statalisti, voglio rispondere citando un esempio molto studiato da quella branca dell’economia nota come “teoria dei giochi” (ossia quella branca dell’economia che si occupa di studiare l’interazione strategica tra due o più attori), ossia il cosiddetto “chicken game” o “gioco del pollo” – dove “chicken” sta per “pavido” o “fifone” – cioè configurazione della teoria dei giochi a somma non nulla. Per farvi capire di cui sto parlando, prendere ad esempio la famosa scena di “Gioventù bruciata” con James Dean del 1955 in cui due ragazzi fanno una corsa automobilistica lanciando simultaneamente le auto verso un dirupo. Se entrambi sterzano prima di arrivarvi, rimedieranno entrambi una magra figura con i pari; se uno sterza e l’altro continua per un tratto di strada maggiore, il primo farà la figura del coniglio, mentre il secondo guadagnerà il rispetto dei pari. Se entrambi continuano sulla strada, moriranno. In generale, più gli sfidanti aspettano ad “agire responsabilmente” (nella fattispecie “sterzare”) meno il loro premio vale. Nel nostro gioco chi sono i due ragazzi? Esatto, sono i libertari da un lato e gli altri partiti dall’altro: più aspettiamo ad agire in maniera proattiva ed endogena meno vinceremo dopo. Invece, l’approccio che consiglio io è – dal punto di vista della teoria dei giochi – un equilibrio di Nash: se – per assurdo – hanno ragione i keynesiani, beh complimenti: abbiamo trovato il modo di trasformare i sassi in pane e i libertari (insieme a tutti gli altri individui) godranno di questa prosperità. Se invece – ed è esattamente questo l’esito che si andrà a verificare – verrà fuori la manifesta insostenibilità di politiche economiche espansive, accompagnate da 9 anni di fila di politiche monetarie altrettanto scellerate e se lasceremo al potere gli idioti che le hanno perseguite; allora saremo in grado di sconfessare politicamente in modo definitivo le enormi idiozie keynesiane. Quindi qual è il mio consiglio? Vogliono “Quota Cento”? Bene, facciamo quota 20! Vogliono il reddito di cittadinanza? No, vogliamo il reddito di base universale! Il salario minimo a 9 euro l’ora? Vogliamo di meglio: proponiamo il salario minimo a 20. Le mascherine a 50 centesimi. Sbagliato, vogliamo che le farmacie le diano gratis a tutti e che lo Stato risarcisca tutto! Quantitative Easing? Idioti, meglio l’Helicopter Money! Con queste misure (e con uno sciopero fiscale portato avanti dalla stragrande maggioranza degli imprenditori) innescheremo la bomba che farà necessariamente saltare le finanze pubbliche ed è esattamente allora che noi libertari ci riprenderemo la posizione che abbiamo da tanto anelato e mai raggiunto. Quando riformare un sistema diviene impossibile, d’altro canto, l’unica via rimasta è quella del “muoia Sansone con tutti i Filistei” per provare – dalle ceneri – a ricostruire un futuro migliore; confidando nella speranza che – dopo il crollo dell’istituzione antisociale per eccellenza – i membri del “residuo nockiano” sappiano ricostruire un mondo migliore basato sul rispetto dei sacri principi (conservatori e libertari) di proprietà privata e volontarietà degli scambi quale ordine naturale delle cose.