Non potevamo sapere. Non potevamo prevedere! (parte prima)

In un recente articolo sul Sole 24 Ore, l’economista italiano Roberto Perotti tenta di difendere la categoria degli economisti dalle accuse che sono state mosse loro negli ultimi mesi. Ovviamente gli economisti sotto accusa e che Perotti vuole difendere sono quel 99% che fino all’anno scorso non vedevano problemi nell’economia e che oggi vogliono sapientemente traghettarci fuori dalla crisi a suon di spesa pubblica.

Queste sono le accuse che vengono principalmente mosse verso di loro:

1) «Gli economisti non hanno previsto la crisi».

“Su questo punto c’è molta confusione. È importante distinguere fra shock e propagazione degli shock. I primi sono, per definizione, non prevedibili. Dai sismologi non pretendiamo che prevedano i terremoti, ma che ci diano indicazioni di cosa succederà in certe zone se dovesse accadere un terremoto di una certa intensità. Per questo una critica più seria è che gli economisti non hanno saputo prevedere le conseguenze degli shock, una volta che questi si sono realizzati

Qui Perotti sta dicendo che la crisi è stata la conseguenza della propagazione di alcuni “shock” i quali, come i terremoti, non sono prevedibili. Chi critica gli economisti non dovrebbe quindi farlo non perché non hanno previsto gli shock ma piuttosto perché non hanno saputo capirne le conseguenze.

In pratica nel 2006 è scoppiata la bolla immobiliare negli Stati Uniti (lo shock imprevedibile) e gli economisti non sono stati in grado di comprendere che i disastri nel settore immobiliare avrebbero causato l’implosione dei titoli cartolarizzati (i CDO), dei credit default swaps e di tutto il settore creditizo.

A sostegno di questa tesi Perotti afferma che “Il 99% degli economisti italiani, ancora nell’estate del 2007, era all’oscuro di questi sviluppi [, o al massimo ne aveva un’idea molto confusa” e che “Ancora nell’estate del 2008 è lecito affermare che la stragrande maggioranza degli economisti non si resero conto che il sistema finanziario aveva Leggi tutto

La crisi economica e la teoria austriaca del ciclo economico

Nel gennaio 2006 Milton Friedman consacrava in questa maniera la carriera di Alan Greenspan come banchiere centrale:

«Nel corso della nostra lunga amicizia, Alan Greenspan ed io ci siamo generalmente trovati d’accordo sulla teoria e sulla politica monetaria tranne che per una grande eccezione. Io ho per lungo tempo favorito l’uso di strette regole per controllare il quantitativo di moneta creata. Alan sostiene che mi sbagli e sia preferibile, anzi essenziale, agire in modo discrezionale. Ora che dopo 18 anni il suo turno come chairman della Fed è finito, devo confessare che la sua performance mi ha persuaso che aveva ragione lui.

La sua performance è stata davvero straordinaria. Non c’è stato nessun altro periodo di tempo di lunghezza comparabile in cui la Federal Reserve ha funzionato così bene. »

E’ un peccato che Milton Friedman non abbia vissuto abbastanza per ricredersi nuovamente.

La manipolazione del tasso di interesse e la teoria austriaca del ciclo economico

Per sostenere che la causa della bolla immobiliare, e dei cicli economici in generale, sia da ricercare nei processi di espansione e di contrazione dell’offerta di moneta attuati dalle banche centrali è necessario avere alle spalle una solida teoria economica che spieghi il processo causale tra i due fenomeni. Questa teoria è precisamente l’Autrian Theory of Business cycle, sviluppata dagli economisti Ludwig Von Mises e Friedrich Von Hayek durante la prima metà del secolo scorso.

Teoria Austriaca del ciclo economico: una teoria del capitale

Quando nei corsi universitari si studia che cosa sia il “capitale”, spesso e volentieri la trattazione viene fatta in modo molto semplificato ed approssimativo. In tutti i vari modelli economici il Capitale, che pure è variegato ed ha una struttura ben definita, viene semplicemente definito con una variabile K, condensando in un numero, una sorta di blob informe ed onnicomprensivo, una struttura complessa e carica di informazioni economiche.

Se però consideriamo la storia del pensiero economico vediamo che … Leggi tutto

Ok il prezzo è giusto

L’idea che si possa fissare un prezzo “giusto” per beni e servizi è vecchia come il mondo e, come tutte le fallacie economiche che sono care ai politici, ha sempre provocato disastri. La storia però, invece di essere magistra vitae, tende a ripetersi con sconcertante puntualità e così anche oggi assistiamo alle farneticazioni di ministri che reputano sbagliati i prezzi fissati dal mercato e vorrebbero intervenire con la longa manus del governo per stabilizzarli (il termine price fixing non piace più ed allora si è scelto price stabilizing) su livelli che ritengono ottimali.

G8 Energia/ Scajola: Serve prezzo barile equo per investimenti

Roma, 24 mag. (Apcom) – Un prezzo del barile troppo basso se da un lato può aiutare la crisi economica dall’altro però “scoraggia gli investimenti e quindi non garantisce un futuro di stabilità“. Lo ha sottolineato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, nella conferenza stampa al termine della prima sessione di lavori del G8 Energia. Per questo, ha detto Scajola “è necessario un prezzo equo e non volatile per la crescita economica globale e per garantire interventi sugli investimenti”. Inoltre ha spiegato il ministro, ai lavori si è convenuto sulla necessità per i governi di fare “un quadro di regole certo su cui le imprese possano lavorare e garantire gli investimenti”. L’avvio dei lavori, ha poi spiegato il ministro ha un titolo: “per superare la crisi è necessaria l’alleanza dei governi e delle imprese del mondo dell’energia”. Attenzione dunque ha evidenziato Scajola, perchè la “diminuzione degli investimenti incide su quelle forme di energia e su quelle fonti in cui invece devono essere maggiori“, come il nucleare e le fonti rinnovabili.

Vediamo di esaminare gli errori contenuti in questa breve intervista al ministro Scajola.

Il prezzo del greggio è troppo basso e quindi scoraggia gli investimenti

L’idea alla base di questo ragionamento è semplice. Ora la domanda di petrolio è bassa a causa … Leggi tutto

L’ottimismo vola! (Il governo può ristabilire la fiducia degli investitori?)

E’ opinione generalmente condivisa dagli economisti che, per superare la crisi economica, sia necessario, ma anche sufficiente, riportare la “fiducia nei mercati”. Si dice anche che la spesa pubblica, oltre a beneficiare dell’effetto moltiplicatore keynesiano, generi anche qualcosa di analogo per quanto riguarda la fiducia degli agenti economici.

Gli agenti economici, durante una crisi, sono come un esercito in rotta ed il sopraggiungere della cavalleria (l’intervento statale) li rincuora e rinnova la loro volontà di combattere.

Ma funziona proprio così?Mario Rizzo dice di no.


La fiducia degli investitori: una scatola vuota?

di Mario Rizzo

In una recente discussione su Keynes, Roy Weintraub parla di un’idea che ha trovato in Keynes e che potrebbe essere chiamata moltiplicatore della fiducia. Il fatto di spendere in un particolare settore crea fiducia anche negli altri settori perché le imprese che lavorano in questi ultimi possono fare affidamento sulle spese complementari provenienti dal primo. Quindi può aver luogo una generalizzata crescita dei consumi e questa può risollevare l’economia da una recessione.

Quest’idea promossa da tanti keynesiani ha delle gravi pecche. Sotto le appropriate circostanza la spesa può richiamare altra spesa. E allora?

Queste risorse in attesa stanno aspettando che il cielo si rassereni, ovvero, sono la conseguenza di cercare di capire, in mezzo al processo di liquidazione delle risorse nei settori che si erano espansi troppo, quale sia l’area opportuna per nuovi investimenti. Il vero valore di queste risorse non impiegate è dato dal valore della migliore allocazione delle risorse che permettono.

Sarebbe fantastico ovviamente se (1) non ci volesse del tempo per riallocare le risorse e (2) non importasse quali risorse vengono impiegate fintanto che vengono impiegate. Ma ognuna di queste frasi è chiaramente falsa.

Senza dubbio c’è una sorta di fenomeno “prima tu” al lavoro. Le attività economiche sono interdipendenti. Quindi quando un agente tenta di determinare dove allocare le risorse deve anche determinare dove gli altri vorranno … Leggi tutto

Vedo, prevedo e stravedo…

I pianificatori, dall’alto dei loro modelli sofisticatissimi, possono prevedere e gestire in modo puntuale ed efficace ogni eventualità.

La crisi economica dovrebbe durare in Europa fino a metà 2010. Poi probabilmente inizierà “una graduale ripresa che dovrà essere sostenuta da nuove misure di stimolo, soprattutto nel settore finanziario”. La previsione è del Fondo monetario internazionale, nel suo Regional Economic Outlook diffuso oggi a Parigi. Per l’Italia il documento prospetta un pil in calo del 4,4% nel 2009 e dello 0,4% nel 2010; mentre l’inflazione dovrebbe assestarsi allo 0,7% nell’anno in corso e allo 0,6% in quello successivo.

Questa la previsione del modello economico del Fondo Monetario Internazionale e queste le misure suggerite come medicina per la crisi:

“Le misure prese sino ad ora per contrastare la grave recessione in Europa hanno fornito una buona base per una ripresa graduale – ha dichiarato Marek Belka, direttore del dipartimento europeo del Fondo – ma ora servono nuove azioni, specie nel settore finanziario, per ristabilire la fiducia dei mercati e per accelerare il passo della ripresa”. Secondo Belka, queste misure dovrebbero includere un continuo sostegno al credito, ulteriore chiarezza nel riconoscere le perdite del sistema finanziario, la ricapitalizzazione, anche con denaro pubblico, delle istituzioni sane del settore privato, e la rimozione degli asset sofferenti, preferibilmente tramite la costituzione di bad bank gestite da privati ma con supporto e finanziamenti governativi.”

Vediamo cosa prevedeva non più tardi di un anno fa lo stesso, accuratissimo, modello

World Economic Outlook (Aprile 2008)

Usa (p.68)
Le proiezioni di base prospettano che l’economia incapperà in una modesta recessione nel 2008, seguita da una ripresa graduale a iniziare dal 2009, la quale, mentre vengono ripianati i bilanci finanziari e delle famiglie, sarà in qualche modo più lenta di quella che ha seguito la recessione del 2001. Su base annuale, la crescita scenderà allo 0,5% per il 2008 per poi crescere in modo modesto dello 0,6% nel 2009.

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Una lezione di economia…. dall’Iraq

Edward Gonzalez è un capitano dei Marines ed è stato in Iraq dal 2004 al 2008. Il suo saggio, pubblicato nel blog di Robert P. Murphy, descrive in modo splendido gli effetti fallimentari, ma pieni di illusioni, delle politiche di “stimolo dell’economia” in una situazione disperata come quella irachena e mette in luce come il mercato, quando è in grado di funzionare, può invece assicurare una crescita reale, anche laggiù.

L’effetto della spesa governativa in un villaggio

Di Edward Gonzalez

Ho speso diversi mesi come consigliere dell’esercito iracheno nella provincia di Al Anbar dal Luglio 2007 al Gennaio 2008. La natura del mio particolare incarico mi ha collocato in mezzo ai villaggi di contadini e pescatori lungo il fiume Eufrate. Nei villaggi c’erano contadini, pescatori e loro famiglie, gli anziani del villaggio e gli sceicchi locali, una compagnia dell’esercito iracheno ed una stazione di polizia irachena.

Ogni villaggio ha avuto un diverso quantitativo di attività ed attacchi da parte dei rivoltosi. I due villaggi in cui ho speso la maggior parte del mio tempo non erano messi bene. Come risultato della guerra e degli attacchi dei gruppi di rivoltosi, i mercati erano praticamente deserti e gli agricoltori ed i pescatori avevano poche persone con cui commerciare.

Il mio primo mese in una di questi villaggi è stato illuminante. Gli Americani ed gli Iracheni erano attaccati da cellule di rivoltosi che operavano nell’area. La maggioranza degli abitanti era riluttante a parlare con noi per paura di rappresaglie. I rivoltosi che abbiamo catturato, a differenza di quanto mi era stato detto, non assomigliavano per nulla a fanatici religiosi disposti a morire per la causa. Mentre sapevo che gli estremisti religiosi erano quelli che organizzavano la rivolta, tuttavia i ribelli che avevo catturato erano tutti giovani, arrabbiati, disoccupati ed ignoranti.

Quando venivano interrogati sputavano fuori molti degli slogan della jihad ma se si andava oltre si scopriva che la maggior parte era stata

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Gli inflazionisti all’assalto (parte seconda)

Nell’articolo su Bloomberg viene fatta anche un’altra affermazione riguardo l’inflazione.

L’inflazione fa aumentare la domanda aggregata e quindi aiuta l’economia ad uscire dalla crisi

[L’inflazione] potrebbe anche aiutare l’economia incoraggiando gli Americani a spendere ora invece che più tardi, quando i prezzi saliranno.

La base teorica è quella keynesiana: la crisi è provocata da un calo della domanda aggregata ovvero da un calo dei consumi. La gente non spende ed aumenta i suoi risparmi per ripagare i debiti oppure per salvaguardarsi da un futuro incerto. I keynesiani però avvertono che questo comportamento, a causa del paradosso del risparmio, getta l’economia in una spirale negativa.

L’unica soluzione è quindi stimolare la domanda aggregata e l’inflazione è uno dei mezzi per farlo.

Nel 1912 Ludwig Von Mises aveva però già analizzato quali sono le tappe di una politica inflazionistica sostenuta (1) e soprattutto qual è il suo punto di arrivo.

Prima tappa

“L’ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica inflazionistica. Lo stimolo inflazionistico funziona fintanto che la casalinga pensa: “ho un disperato bisogno di una padella, però i prezzi sono troppo alti, aspetterò che scendano”

Se diamo uno sguardo alla situazione attuale ci troviamo proprio in questa fase.

La Fed, a partire dall’agosto scorso, ha inondato di carta il sistema bancario, a suon di salvataggi, facendo schizzare alle stelle la base monetaria.

I prezzi però non sono ancora aumentati (o sono aumentati di poco) proprio perché le persone stanno riducendo i consumi. Nel frattempo gli economisti, come Mankiw e Rogoff, continuano a strillare del pericolo deflazione e chiedono alla Fed di impegnarsi a produrre una significativa inflazione, perché

“se gli Americani fossero convinti delle intenzioni della Fed, comprerebbero e prenderebbero in prestito molto di più oggi”

Ma questo è precisamente ciò che ci porta alla seconda tappa

“[lo stimolo inflazionistico] cessa invece di funzionare quando la gente scopre che la politica inflazionistica continuerà, causando

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Gli inflazionisti all’assalto (parte prima)

Giusto un mesetto fa Gregory Mankiw, sul cui libro di economia molti di noi hanno studiato, proponeva, in un editoriale del New York Times, che la Fed abbassasse il tasso di interesse sotto lo zero, per “stimolare l’economia”.

Ora torna alla carica, stavolta dal palcoscenico di Blomberg.com ed adiuvato da una robusta squadra di economisti, per ricordarci ancora una volta che l’inflazione è un bene e ci aiuterà a superare la crisi economica.

Come sempre accade, però, gli argomenti che vengono proposti a sostegno dell’inflazione hanno effetti di breve periodo di cui beneficiano soltanto alcuni gruppi, mentre i costi vengono sopportati da tutti.

La lezione che deve imparare l’economista però, come ricordava Henry Hazlitt,

consiste nel guardare non solo alle immediate conseguenze di una scelta politica ma anche a quelle di lungo termine; consiste nel tracciare le conseguenze di quella scelta non solo per un gruppo ma per tutti i gruppi

Vediamo di applicarla ai supposti benefici dell’inflazione.

Ciò di cui l’economia degli Stati potrebbe aver bisogno è una dose della buona e vecchia inflazione.

Così dicono economisti come Gregory Mankiw, ex consigliere della Casa Bianca, e Kenneth Rogoff, che è stato Capo economista al Fondo Monetario Internazionale. Argomentano dicendo che allentare le briglie sull’inflazione consentirebbe ai consumatori ed ai governi strangolati dai debiti di far fronte ai loro impegni. Potrebbe anche aiutare l’economia incoraggiando gli Americani a spendere ora invece che più tardi, quando i prezzi saliranno.

Esaminiamo la prima affermazione:

L’inflazione aiuta i debitori

Ci sono migliaia di miliardi di dollari di debito, in mutui, in debito al consumo, in debito pubblico. E’ una questione di come si vuole ottenere il deleveraging. Vogliamo un lungo periodo di crescita debole, alta percentuale di risparmi e molti problemi legali oppure vogliamo accettare un’inflazione più alta?

L’idea di base è questa: se vi è inflazione il denaro vale meno con il passare del tempo quindi il mio debito, in termini

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Dizionario economico: Inflazione

E’ passato oramai più di un anno da quando avevo pubblicato questo articolo su Luogocomune.net ma visto che da più parti si chiede alle banche centrali di perseguire una politica inflazionista per rilanciare l’economia, è bene avere chiaro che cosa si intenda per inflazione


Che cos’è, davvero, l’inflazione?

Quante volte avete sentito parlare di “pericolo inflazione” nelle ultime settimane? Moltissime, vero?

E se qualcuno vi chiedesse che cos’è, esattamente, l’inflazione?

Probabilmente la risposta sarebbe questa:

”L’inflazione è l’aumento continuo e generalizzato del livello dei prezzi”

Questa è la definizione più accettata e diffusa al giorno d’oggi ma, come vedremo, è ingannevole ed imprecisa.

La cosa è evidente non appena ci si domanda quali siano le cause dell’inflazione.

Secondo quanto hanno riportato i giornali ad ottobre il rischio inflazione era dettato dall’aumento del prezzo del pane e della pasta., a novembre era invece la benzina. a “far correre” l’inflazione mentre a dicembre il governatore della Banca Centrale Europea, …

… Claude Trichet, avvertiva di un pericolo di inflazione in caso di aumento dei salari

A gennaio, infine, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, fa un bilancio del 2007 e spiega che la causa dell’inflazione sarebbe da ricercarsi “soprattutto negli aumenti dei prezzi internazionali del greggio e dei beni agricoli”.

L’inflazione sarebbe quindi l’aumento dei prezzi ed i prezzi in aumento… causerebbero l’inflazione!

Corollario di questo ragionamento circolare è che i rincari spesso avvengano a causa di comportamenti opportunistici e speculativi da parte dei negozianti e dei distributori e che quindi il governo possa combattere l’inflazione istituendo un garante, il cosiddetto Mr. Prezzi.

Inflazione monetaria

Ma in un mondo in cui progressivamente le parole si sono svuotate del loro significato (si pensi al termine “missione di pace” per indicare gli interventi militari in Iraq ed Afghanistan) anche il termine “inflazione” ha seguito un simile destino.

Se vogliamo quindi comprendere che cosa sia realmente l’inflazione ed Leggi tutto