Pensioni e vitalizi

Uno dei tanti argomenti, in questo periodo di crisi, sono le pensioni ed i vitalizi. Oltre alla contribuzione abbiamo anche il problema dell’età anagrafica e dei sessi M/F. Durante la storia delle pensioni abbiamo visto che in Italia non siamo capaci di programmare niente. Pensate negli anni ottanta si poteva andare in pensione con 16 anni sei mesi ed un giorno (era meglio se restavo a fare l’insegnante), poi con lo scorrere del tempo si è passati a tempi relativamente diversi, non paghi di tutto ciò. La colpa è da attribuirsi a tutti quei soggetti ai quali faceva “comodo” una situazione così. Faccio un esempio: molti erano i funzionari o i militanti di partito che lavoravano all’interno ed all’esterno di queste istituzioni, con le mansioni più disparate ed erano già in pensione in giovane età. Un altro fenomeno lo abbiamo avuto con le pensioni di invalidità, che erano distribuite un “po’ per tutti”, che fossero stati finti invalidi o meno ancora non è dato sapere del numero esatto. Poi ci siamo scontrati con l’asetticità dei numeri e quindi abbiamo avuto, sempre con la mancanza di lungimiranza, prima all’accorpamento presso l’INPS di tutte le Casse attive (artigiani, commercianti, ecc.) poi anche quelle con passività mostruose per poi dare “incarico”, sempre all’INPS, di occuparsi della cassa integrazione (dove molte persone vi hanno “soggiornato” anche per decenni per poi ricevere una pensione vera come quelli che avevano lavorato), oltre a tutte le altre problematiche sociali del Paese. Ancora non paghi di questo scaricabarile siamo passati dal metodo contributivo a quello retributivo, dal 1° gennaio 1996. Non ancora sufficiente quanto legiferato si è passati, con il pianto della Prof. Anna Maria Fornero (Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con delega alle pari opportunità nel Governo Monti, dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013) a riformare in breve tempo la “problematica” pensionistica con tutti gli annessi e connessi che ben conosciamo. … Leggi tutto

La caduta dell’impero romano, l’Italia e le analogie

In questo mini riassunto desidero comprovare una affermazione di Giambattista Vico (1668-1744 filosofo, storico e giurista italiano) historia se repetit – corsi e ricorsi storici in relazione alla caduta dell’Impero Romano dettato da:

  1. un calo demografico … omissis …

  2. La crisi economico-produttiva, al crollo dei traffici commerciali, all’inflazione galoppante e, quindi, al ritorno ai pagamenti in natura.

  3. La crisi e la fuga dalle città, a rischio non solo di saccheggio da parte degli eserciti barbarici, ma anche di malattie infettive per le disastrose condizioni igieniche.

  4. La perdita di coesione sociale, dovuta all’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochissimi privilegiati e povertà estrema per la grande massa dei contadini e del proletariato urbano;

  5. La mancanza di consenso nei confronti del governo centrale, causata anche dalla degenerazione burocratica, dalla corruzione sistematica, all’eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti;

  6. I difetti del sistema costituzionale, con il governo centrale condizionato dallo strapotere dell’esercito e sempre a rischio di usurpazione.

  7. La caduta della parte occidentale ad opera di popolazioni germaniche.

  8. Il gigantesco apparato imperiale che comportava costi crescenti.

  9. Si ingenerò, inoltre confusione tra erario e fiscus. (L’ Erario era l’antica cassa dello Stato ed il Fiscus la cassa privata dell’imperatore),

  10. La crisi produttiva si manifestò in tutta la sua virulenza per poi ‘accentuarsi con l’instabilità politica.

  11. La stasi produttiva e l’insicurezza dei traffici impoverirono nel corso del Tardo Impero i ceti medi cittadini (artigiani e commercianti), i quali dovevano far fronte anche alla necessità di sfamare le moltitudini di contadini immigrati in città dalle campagne in seguito alla crisi dell’agricoltura.

  12. I senatori latifondisti ed i ricchi imprenditori (banchieri, armatori, alti funzionari), che avevano privilegi esorbitanti, vivevano di rendita in un lusso sfarzoso.

  13. Le imposte avevano raggiunto un intollerabile peso fiscale.

  14. Dato che i nullatenenti non avevano niente ed i ricchi contavano su appoggi e corruzione chi ne pagò il costo furono il ceto medio

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Cassa integrazione e soluzione

In economia un tasso di disoccupazione del 3% è considerato fisiologico. L’Istat riporta che il tasso di disoccupazione attuale nel mese di settembre del 2017 è dell’11,1%, possiamo quindi considerarlo elevato. A supportare altri numeri negativi ci pensa un’economia che stenta a decollare, checché se ne dica; mi sto riferendo alla cassa integrazione. Con la C.I.G. è lo Stato che si fa carico di pagare la retribuzione al lavoratore, tenendo presente che ci sono anche i contributi figurativi, tralascio l’aspetto tecnico per concentrami sui numeri.

Questi numeri faranno sicuramente riflettere perché la cifra è ragguardevole. Ovviamente, sarebbe insensato non avere degli ammortizzatori sociali che possano mitigare “temporaneamente” un problema che ricade sule persone che lavorano, sulle aziende e per finire sullo Stato (cioè su tutti i cittadini). Se ciò non bastasse la CGIA di Mestre, ha quantificato che dal 2009 al 2013 le spese per gli ammortizzatori sociali in poco meno di 59 miliardi di euro, sempre al netto dei contributi figurativi. La protezione sociale sostenuta dagli ammortizzatori, tra costo delle indennità e dei contributi figurativi, nell’ultimo anno è costato circa 19 miliardi di euro. Ebbene, non si può solamente prendere asetticamente in considerazione i numeri perché dietro a questi ci sono delle situazioni famigliari che è il caso di rispettare, oltre alla dignità di chi il lavoro non ce l’ha più. Come sempre pongo una domanda:

  • è mai possibile che non ci siano delle soluzioni che portino a dei risultati che diano dignità e continuità lavorativa?

Con quel po’ di fantasia che fortunatamente ogni tanto mi accompagna mi è venuto in mente che si potrebbe trovare una soluzione non invasiva e che metta in condizioni lavoratori ed aziende (che sono la spina dorsale dell’economia, piccole o grandi che siano) per raggiungere un obiettivo che a mio avviso potrebbe essere utilizzato liberando un po’ il fardello dello Stato. L’idea è questa:

  • a tutte le aziende che assumono una

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Tra antropologia culturale e storia globale: una nota su Jack Goody (1919-2015) dalla prospettiva liberale

Questo testo riprende il mio intervento al convegno: “Eurocentrism: Retrospect and Prospects. An Interdisciplinary and International Colloquium in Memory of Anthropologist Professor Sir John Goody”, tenutosi tra Londra e Cambridge, dal 2 al 4 luglio 2017, e organizzato dalla University of Notre Dame e dal St. John’s College di Cambridge. La mia gratitudine va a tutti i partecipanti, per la loro piacevole e dotta conversazione, e per avermi illuminato su Jack Goody, figura straordinaria. Ringrazio in modo particolare il Professor Felipe Fernández Armesto (University of Notre Dame) per l’invito.

FMI, debito pubblico e perpetual bond

Quante volte abbiano pensato, letto e magari anche scritto che vorremmo uscire dall’attuale stagnazione e/o grande recessione economica, che dura da circa 10 anni?

Ebbene, grazie al Fondo Monetario Internazionale (che ha utilizzato i modelli stocastici Dynamic Stochastic General Equilibrium), grazie a Jaromir Benes e Michael Kumhof che hanno rielaborato le idee di Irving Fisher e Henry Simons del 1936, forse siamo in grado di fare due cose:

  1. abbattere subito il debito pubblico;

  2. rilanciare l’economia.

La proposta la si trova nel Working Paper 12/202 (un interessantissimo articolo a tal proposito lo troviamo su http://vonmises.it/2012/12/21/tutto-il-potere-allo-stato-pazzia-monetaria-al-fmi/) dove viene esposta l’idea di cancellare i debiti e detronizzare i banchieri. In parole povere si vuole utilizzare il sistema che fu di Carlo II: il FREE COINAGE ACT del 1666. Ora, è evidente che non si può stampare moneta perché tale esclusiva è di pertinenza della BCE né tanto meno emettere un’altra moneta (parallela) o uscire dall’euro, quindi grazie al suggerimento del FMI, che sicuramente è stato letto da tantissime persone, da innumerevoli esperti ed interessati, senza che questo sia stato proposto per poterlo o farlo utilizzare (a chi di competenza).

Certo che si fa fatica a competere con un mondo che conosce meglio di chiunque altro il lobbismo (per non dire …), ma è pur vero che si può aggirare l’ostacolo così:

  • riportando la Riserva Frazionaria dall’attuale 1% al 100%, con l’emissione di Perpetual Bond, che, come tutti sappiamo, non hanno scadenza e che possiamo, in questo caso, considerare come moneta non contante.

In parte, il ricavato, come scritto sopra, sarebbe utilizzabile per il rilancio dell’economia.

Come giustificazione possiamo dire che la politica monetaria e finanziaria la fanno gli Stati interessati (forse). Giustamente qualcuno potrebbe arguire che le banche i soldi non li hanno. Ok! Ci sono il FMI e la BCE. Oppure, potrebbe obiettare la contabilizzazione (passività/attività). Ok! Ma tutto ciò è già Leggi tutto

Quantitative easing e prestito irredimibile

La scelta della Banca Centrale Europea, e quindi di Mario Draghi, del Quantitative Easing è stata introdotta per mettere in condizione gli Stati che hanno necessità di introitare in fretta ed a tassi possibilmente contenuti le richieste di prestiti. Quando siamo in presenza di “emergenze” qualsiasi soluzione è la benvenuta. Ovviamente dobbiamo registrare il prestito che la BCE ci concede e pensare, naturalmente, a restituirlo. Le difficoltà dei vari Paesi sono molto evidenti e molti di questi, tra i quali l’Italia, arrancano. Però due ostacoli si parano davanti:

  1. il rapporto debito pubblico e prodotto interno lordo (P.I.L),

  2. il Fondo di Redenzione Europeo (European Redemption Fund -ERP).

Il primo sappiamo tutti cos’è, il secondo non è ben conosciuto. In pratica si tratta di far confluire l’importo dei vari debiti pubblici degli Stati dell’Eurozona, per la parte eccedente il 60% del PIL, in un apposito fondo, l’E.R.P. appunto, dando a loro la possibilità, in un ragionevole periodo di tempo, 20 o al massimo 25 anni, di riportare il P.I.L. alla percentuale del 60% e, come si può immaginare, questa non è un’operazione indolore.

La domanda è come fare per avere denaro da poter spendere per far ripartire, seriamente, l’economia?

La risposta potrebbe essere questa:

  • emettendo una quantità ben definita (forse 200 miliardi di euro sarebbero sufficienti) di Titoli Irredimibili pagando un adeguato tasso e programmando la restituzione anche parziale magari già dopo quattro anni. Così, contabilmente, i titoli irredimibili non generano ulteriore debito (se non il semplice interesse) e, se ben utilizzati, producono valore da aggiungere al P.I.L., ottimizzando il famoso moltiplicatore keynesiano che attualmente è pari a circa 10,75 (i dati sono calcolati sul 2016). Un numero molto importante che se ben gestito può portare in un tempo ragionevolmente breve ad un forte incremento del P.I.L. stesso.

  • Senza investimenti produttivi e senza circolazione monetaria è difficile sostenere un’economia in crisi.

Con questo tipo di intervento si aumenterebbe l’entrataLeggi tutto

Nell’ombra serena di Rosmini: per una rilettura di Igino Petrone (1870-1913)

Sono, quelli in cui viviamo, tempi in cui il dramma compiuto dall’esaurimento del diritto nel diritto positivo si sconta sulla pelle degli individui, e dei popoli. Costituzioni (e norme) morte, scritte da uomini morti, ancorano e aggiogano, troppo spesso e in troppi luoghi del mondo, uomini e genti. E la stessa pensabilità di un diritto legato e sottoposto alla Giustizia sembra essere messa in giuoco, se non compromessa.

Il trionfo del positivismo giuridico, poi slittato nel mero esercizio della filosofia analitica — paradigma predominante fino ad oggi – ha fatto sì, che in maniera del tutto totalitaria il diritto positivo venisse posto su di un altare che non gli spetta. Allo stesso tempo, la proliferazione e sovrapposizione di norme scritte derivanti da una molteplicità di fonti di cui non si indovina bene la gerarchia – norme regionali, statali, europee, a citarne solo alcune – ha contribuito alla trasformazione del diritto in quello che non dovrebbe essere, un garbuglio gestito (ma anche spesso patito) da azzeccagarbugli, per l’appunto, d’ogni tipo.

Il filosofo analitico del diritto dà una dignità scientifica alla figura dell’azzeccagarbugli, e ne è in qualche modo il nobile contraltare speculativo, e dunque legittima, nel trionfo del positivismo giuridico, non altro che l’azione, e la stessa natura (vista come assolutamente necessaria) dello Stato, divenuto unica fonte e costante produttore di diritto, ma spesso esso pure privo di legittimazione oltre a quella che esso stesso si dà, in modi e forme di frequente eterogenei.

Nella grande tradizione che vede la trasformazione del positivismo di Comte in una ideologia totalizzante, priva delle aperture di libertà che lo stesso Comte aveva posto a salvaguardia del proprio sistema, dunque nella seconda metà dell’Ottocento, si compie quella terribile “positivizzazione” del diritto, che segue la drammatica unificazione normativa compiuta a fine Settecento dai nuovi stati nati a Westphalen– nel diritto pubblico, tragicamente, ma anche penale e civile, di conseguenza – cui molti, soprattutto in ambito cattolico, … Leggi tutto

Legge elettorale – populum

Sia alla Camera dei Deputati sia al Senato delle Repubblica i vari componenti delle Commissioni ed in generale quasi tutte le persone nei due parlamenti vorrebbero, “a propria immagine e somiglianza” o, forse più calzante per l’argomento “Cicero pro domo sua”, una legge elettorale che facesse vincere il proprio gruppo o la coalizione alle quali è legato/a. La domanda è: “perché si accaniscono così tanto quando c’è una legge che varrebbe per entrambe le camere (anche se il Senato è storia a sé e nulla osta che la si possa riordinare)?”. Tecnicamente, oserei dire, che sarebbe sufficiente cambiare l’art. 92 della Costituzione dove si dice che è il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio e su suo suggerimento i Ministri, ripristinando l’art. 1 che cita: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Tutti siamo a conoscenza della legge 07/06/1991, n. 182 che disciplina e regolamenta le elezioni nei comuni. Ci sono quindi due opportunità:

  1. utilizzare quella parte relativa ai comuni al di sotto dei 15.000 (quindicimila) abitanti, oppure

  2. quella al di sopra dei 15.000 abitanti.

Tanto per rinfrescarci la memoria per il punto numero uno: chi vince, al primo turno, elegge il Sindaco ed ha la maggioranza dei Consiglieri; per il punto numero due vi è il ballottaggio in caso non raggiunga il 50% ed in entrambi i casi rimangono in carica per cinque anni. Mi corre l’obbligo di ricordarci che la decadenza di un Sindaco può avvenire per le seguenti motivazioni:

  • dimissioni  presentate dal sindaco, con il relativo scioglimento nel consiglio comunale
  • impedimento permanente, rimozione, decadenza, decesso del sindaco
  • per dimissioni  contestuali contemporaneamente presentati della  metà più  uno dei membri assegnati
  • quando non sia approvato, nei termini, il bilancio.
Se mi sono dimenticato qualcosa chiedo scusa.
Ora, se il buon senso ancora mi accompagna, direi che basterebbe sostituire la parola Sindaco, Consiglieri ed Assessori con le 
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Nemici della giustizia e della libertà

Non può passare inosservata la recente dichiarazione dell’associazione Magistratura Democratica secondo la quale:

«È necessario tornare alla Costituzione e alle sue prescrizioni limpide in materia di (…) prevalenza dei diritti sociali e umani su quelli di proprietà».

Ci sono due considerazioni da fare nel merito di questa dichiarazione.

Prima di ogni altra cosa però serve fare un’analisi preliminare, cioè che la proprietà pubblica è in realtà un costrutto mentale che serve a nascondere una situazione malamente definita.

Per proprietà pubblica infatti si deve intendere una serie di diritti di proprietà privata mal definiti su un qualsiasi bene che a causa di ciò viene tendenzialmente sfruttato senza prestare molta attenzione ai danni o alle perdite che vengono parzialmente spostati su altri soggetti.

Di conseguenza, voler marginalizzare i diritti di proprietà, significa voler marginalizzare i diritti di proprietà privata.

Ora possiamo tornare all’affermazione di Magistratura Democratica.

La prima considerazione da fare è che questa  affermazione, che va a toccare esplicitamente l’articolo 42 della Costituzione italiana, in particolare il comma 2, interpreta correttamente l’indirizzo costituzionale e in quanto tale è pertanto vera.

Articolo 42 della Costituzione italiana, comma 2

«La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti».

E’ vera perché:

  • se la maggioranza dei costituenti avesse considerato l’importanza della proprietà privata come una condizione decisiva dell’individuo e non complementare, questa sarebbe stata inserita nella Costituzione tra i principi fondamentali e non invece nella parte dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini al titolo rapporti economici;

  • l’espressione «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge (…) allo scopo di assicurarne la funzione sociale», assecondando nell’idea una troppo estesa latitudine alla discrezione e all’intervento del potere politico, rende a sua volta incompatibile l’inquadramento della proprietà privata tra i principi fondamentali della Costituzione.

La seconda considerazione Leggi tutto

Per un’archeologia del liberalismo italiano: Giovanfrancesco Lottini (1512-1572)

Tra le figure dimenticate, o solo distrattamente ricordate, del Rinascimento italiano, merita senz’altro una particolare attenzione – sperabilmente foriera di adeguate riscoperte scientifiche – quella del volterrano Giovanfrancesco Lottini (1512-1572). La sua “presenza”, nella storiografia, è duplice, e l’una dimensione – quella dell’economista molto occasionale e non sistematico, in tempi in cui certamente l’economia politica e la teoria economica non erano ancora scienze isolate da morale e teologia – sembra, negli scritti a lui dedicata, estranea all’altra: quella, affascinantissima, dell’avventuriero al servizio dei principi, assassino, mandante, affarista e diplomatico, e uomo legato agli ambienti vaticani, non solo fiorentini, ove si muoveva non senza difficoltà, e cui dedicò complessi scritti (sul tema del conclave, e delle sue valenze e significati), ancora parzialmente inediti.

Quel che qui immediatamente interessa, è, innanzi tutto, la sua collocazione nel contesto degli anticipatori, ancorché naturalmente ancora molto grezzi, della teoria dell’utilità marginale. Che in un contesto di piccoli stati rinascimentali in perpetua lotta tra di loro una teoria economica marginalista non fosse fuori luoghi, è senz’altro vero; siamo in un contesto di “concorrenza”, tra piccoli principi, e dunque piccoli stati, e tra individui e fazioni, mentre, al di fuori dell’Italia, ma ormai anche ampiamente in Italia, i “grandi stati”, in forma di imperi, mettevano tristemente piede, dopo la caduta di Firenze e soprattutto dopo Cateau-Cambrésis; e dunque occorre ritenere che il Lottini non sia altro di uno dei tanti – in una galassia di pensatori italiani ancora tutta da mappare — ad avanzare timide ed incerte ipotesi volte a demolire la dogmatica del valore prefissato, oggettivo, e a “soggettivizzarlo” in modo intuitivo, e certamente basato sull’esperienza.

Poiché Lottini, come del resto Machiavelli suo contemporaneo e costante punto di riferimento critico nell’opera del volterrano, non è un accademico o uno scienziato ma un uomo di intrighi, di corte, d’azione, che addirittura non lascia un corpus di scritti storici come il segretario fiorentino; ma affida – aldilà degli … Leggi tutto