I limiti di un ritorno al sistema aureo classico

L’opuscolo di Ralph Benkogoldkits e Charles Kadlec The 21st Century Gold Standard: for Prosperity, Security, and Liberty (The Websters’ Press, Washington – New York 2012, III ed.) è pensato per illustrare al grande pubblico i vantaggi di un ritorno al sistema aureo classico e presentare al lettore comune un programma concreto di azione cui egli stesso può prendere parte. Ma se quest’impostazione costituisce il suo grande pregio, il contenuto, purtroppo, non è esente da limiti. Gli stessi limiti, in effetti, del sistema classico, riproposti a cent’anni dal suo tramonto, per fondare il sistema “del Ventunesimo Secolo”… etichetta che, a quanto pare, si deve solo al fatto che “People still will use currency, credit cards, checks, and online transactions just as we do now.” (pag. 16). D’altra parte, Benko si professa seguace di Jacques Rueff, che, notoriamente, ha sostenuto proprio questa linea, al tempo di Bretton Woods.

Oggi, in un tempo di false soluzioni e fallacie grossolane, il sistema classico sembra un vero giardino dell’Eden; ma proprio per questo è necessario che qualcuno rivesta il ruolo, ingrato, del Grillo parlante e spieghi perché la posizione della Scuola Austriaca (almeno nella linea Mises – Rothbard) sia diversa e migliore. Dato che l’opuscolo illustrativo della linea oposta è chiaro e completo, si tratta solo di rilevare i difetti e bollarli per tali.

Anzitutto, gli autori propugnano un’idea, senz’altro popolare ma fallace, di “stabilità monetaria” come “invarianza del potere d’acquisto”, spingendosi ad affermare che i prezzi dei beni nel 1792 erano pressapoco gli stessi del 1933 (cfr. pagg. 16-7). In realtà, un sistema di moneta-merce è, semmai, deflazionistico, nel senso che porta ad un fisiologico calo dei prezzi al consumo, poiché la quantità di moneta resta stabile, mentre le innovazioni di processo e di prodotto accrescono quantità e varietà dei beni disponibili; questo è vero anche senza la copertura integrale, come si è viste nel periodo della Grande Prosperità Leggi tutto

Il tempo tornerà indietro

Time Will Run Back SS154è un romanzo molto particolare. E non solo perché, pubblicato nel 1951, è stato poi riedito nel 66 con un finale cambiato.1 Né per il fatto che lautore, Henry Hazlitt, lo ha munito di una Prefazione, altra rara avis nella narrativa. E neppure perché, ivi, egli dichiara esplicitamente di aver voluto scrivere un libro a tesi, per mostrare che, se il capitalismo non esistesse, se ne venisse addirittura persa la memoria, sarebbe necessario reinventarlo. No, la sua vera particolarità sta nel modo in cui la tesi in questione viene presentata.

Di primo acchito, il testo rientra in pieno nella letteratura distopica: la storia ha inizio nellanno 2100, o piuttosto, 282 Dopo Marx.2 Il calendario è mutato, perché il mondo intero, ormai da un secolo, vive sotto il tallone del comunismo sovietico; ha preso il nome di Wonworld, che lA. non spiega e che, forse, nelle menti dei conquistatori andava inteso in senso attivo – Mondo che ha vinto, sintende sui nemici dellumanità – ma è, a tutti gli effetti, un Mondo Sconfitto, vittima del socialismo reale e del potere assoluto.

A Mosca, Sua Supremazia Stalenin, Dittatore di Wonworld, rivede il figlio, Peter Uldanov,3 dopo dieci anni in cui il ragazzo è stato allevato dalla madre, ora defunta, su una piccola isola delle Bermuda, completamente isolato dal resto del mondo, istruito soltanto nelle materie che non hanno nulla a che fare con il comunismo. Quindi, grazie ad una squadra di ottimi precettori, Peter padroneggia materie che vanno dalla matematica alla musica – anzi, vorrebbe dedicarsi al pianoforte e nutre una profonda passione per Mozart – ma non sa nulla di filosofia, politica, economia o storia. Questultima materia, per la verità, è decisamente poco nota, perché, dopo la conquista del mondo, Leggi tutto

L’Azione Umana di Ludwig Von Mises

In questa mini serie di tre articoli, voglio focalizzare la mia attenzione su tre libri che sono fondamentali per la tradizione austriaca moderna in economia e offrire un riassunto dei loro principali contributi. Inizio questa settimana con l’Azione Umana di Ludwig Von Mises È difficile sintetizzare in un articolo uno dei più importanti, ed uno dei più lunghi, trattati di economia del ventesimo secolo. Le tre idee chiave del libro sono l’enfasi sulla natura soggettiva del valore, della conoscenza e della scelta umana; il mercato come processo e il ruolo che i mercati rivestono nel facilitare un’ampia cooperazione sociale.

Illusioni di Stato

Sarà capitato a qualsiasi liberale/libertario (almeno credo) chiedersi, per una volta almeno, come si sia potuti arrivare ad un tale livello di intrusione statale nelle nostre vite: ad avere bisogno di un permesso/autorizzazione amministrativa per eseguire determinati lavori in casa; a sopportare una sottrazione sempre più consistente dei frutti del proprio lavoro (attestantesi, oramai, tra il 60 e il 70%, secondo diverse analisi); alla degradazione morale totale di intere categorie di lavoratori, trasformati in questuanti politici (i recenti casi Alcoa e Ilva lo testimoniano); alla miriade di presunzioni nel campo tributario e via dicendo, fino alla statalizzazione completa di alcuni settori economici.

Il troppo stroppia!

Lavorare meno, reddito di cittadinanza per tutti, elevata tassazione sui consumi. Per la famiglia Skidelsky questa è la via per garantire a tutti una "bella vita", per tutti gli altri è l'ennesima follia di chi si sente autorizzato a pianificare la vita altrui.

Fuori di testa, adesso!

I keynesiani affermano spesso che facciano una rozza caricatura del loro Maestro quando diciamo che il suo pensiero si sintetizza nella massima “il governo deve spendere più soldi per tirarci fuori da una depressione“ accompagnata da “il debito pubblico più alto non importa perché sono soldi che dobbiamo a noi stessi”. Keynes, si sostiene, era un pensatore molto più sofisticato di come lo ritrae questa caricatura. Questi difensori possono trovare End This Depression Now! sconcertante. Krugman, che qualunque siano le sue colpe di certo non manca di sofisticazione tecnica, difende più o meno la versione a fumetti del Keynesismo, quella che ci viene detto è semplificata al massimo.

Iniziativa “il Giornale.it” – Liberilibri

Una straordinaria collana, formato ebook, dedicata ai classici del pensiero liberale/libertario: da "La tirannia fiscale" di Pascal Salin ad "Arcipelago Liberale" di Chandras Kukathas, passando per "Il pensiero libertario contemporaneo" di Carlo Lottieri, "La terza America" di Ron Paul e "L'ingranaggio della libertà" di David Friedman, solo per citare i più conosciuti alla platea libertaria italiana.

Ripensare l’Unione Americana

Esiste una “giusta” dimensione oltre la quale uno stato nazionale degenera in modo inevitabile e progressivo verso la tirannia? Se fosse così, come andrebbe organizzata una repubblica? Come possiamo evitare un Leviatano centralizzato? Il nuovo libro di Donald Livingston, Rethinking American Union for the Twenty-First Century, si propone proprio di esaminare questi temi, promuovendo un modello organizzativo per gli Stati Uniti del nuovo millennio.

Quella che segue è la recensione di David Gordon per il Mises Institute.

Ripensare l’Unione Americana, una recensione – David Gordon

Gli autori che hanno contribuito alla preziosa raccolta di saggi di Donald Livingston sostengono principalmente due tesi. Ognuna di queste tesi può essere letta indipendentemente dall’altra ma la prima fornisce ragioni a favore della seconda.

Livingston, con particolare cura, descrive la prima di queste tesi così:

Come insegnava Aristotele, tutto in natura ha una dimensione adeguata, al di là o al di sotto del quale diventa disfunzionale […] Lo stesso vale per il funzionamento di altre entità sociali, come le giurie dei comitati, le assemblee legislative e gli apparati burocratici, il rapporto tra la popolazione e il rappresentante (ad esempio, il rappresentante di un milione di persone non può essere un rappresentante collettivo). Nessuna di queste entità può funzionare adeguatamente se troppo grande, cioé fuori scala (pp. 16-17).

Per Livingston, una repubblica deve avere dimensioni limitate; la sua posizione, se ho ben capito, è questa: una repubblica deve avere un’assemblea rappresentativa con funzione legislativa; al fine di essere veramente tale, il numero di persone che ogni membro del gruppo rappresenta non deve essere eccessivamente esteso. Ma si dà anche il caso che il numero di persone, nella stessa assemblea,  non possa essere così ampio, per il motivo indicato nel paragrafo precedente. In una grande repubblica, questi requisiti non possono contemporaneamente essere soddisfatti. Pertanto, la corretta dimensione di una repubblica è necessariamente limitata.

Livingston aggiunge, a questi argomenti, un richiamo alla tradizione:

Qualsiasi posizione circa

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A scuola di economia

Ripensando ai miei trascorsi universitari, mi domando spesso come sarebbe stato bello e stimolante poter frequentare un corso introduttivo di economia tenuto da un professore con approccio “austriaco.” Avrei potuto affrontare l’economia come studio dell’azione umana, della funzione imprenditoriale e dei risultati non intenzionali della coordinazione sociale. Avrei compreso come l’ordine di mercato, in modo spontaneo, nasca dall’interazione dei diversi agenti economici e sociali. Avrei studiato le sue caratteristiche principali, confrontandole con quelle tipiche delle organizzazioni coercitive di tipo statale; lo avrei relazionato con le norme, le leggi e le istituzioni di tipo giuridico, economico e sociale che vi sorgono e lo rendono possibile. Avrei infine esaminato i processi di mercato, quella rete complessissima di interazioni umane al cui centro è protagonista l’entrepreneur.

 Oggi tutto questo è possibile, grazie al lavoro del professor Jesus Huerta de Soto che ha reso disponibili i video delle sue lezioni e soprattutto di Francesco Carbone, Presidente dell’associazione Usemlab, che le ha trascritte ed organizzate in un libro, A scuola di economia.

È un libro rivolto a tutti: ai risparmiatori, agli imprenditori sempre più confusi, e spesso anche traditi, dalle caotiche evoluzioni economico-finanziarie, al cittadino disorientato dalla politica, allo studente ancora alla ricerca di consapevolezza e principi, al politico onesto e coraggioso.

 Perché, come scriveva Mises,

L’economia non deve essere relegata alle lezioni scolastiche e agli uffici di statistica, né deve essere lasciata ai circoli esoterici. Essa rappresenta la filosofia della vita e dell’azione umana, tratta dei fondamentali problemi della società, e per questo concerne tutto, tutti quanti, e appartiene a tutti noi.

Buona lettura.… Leggi tutto

Il capitalismo è una religione? Recensione del libro “Il debito vivente: Ascesi e Capitalismo” di Elettra Stimilli

Questa domanda potrebbe racchiudere il senso dell’intera riflessione compiuta da Elettra Stimilli nel suo: “Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo” (Quodlibet, 2011); l’intero libro, infatti, è imperniato su una visione autoreferenziale e del tutto autofinalistica della produzione capitalistica, considerata un’impresa irrazionale a sé stante. A questo proposito, la Stimilli richiama la distinzione aristotelica tra poiesis e praxis: mentre col primo concetto si intende l’agire produttivo propriamente detto, il cui risultato è diverso dall’azione stessa in quanto mirante e avente come risultato la realizzazione fattuale di una determinata opera, il secondo inerisce a una finalità senza scopo in cui il fine è proprio l’azione umana stessa, nel libero agire dell’attore:  agire, fine a sé stesso, serve dunque solo a chi agisce per realizzare sé stesso come soggetto individuale o collettivo, e non è mezzo per produrre una cosa esterna. Da qui, l’ulteriore inquadramento, con la lente di ingrandimento foucaltiana, dell’indebitamento moderno, considerato condizione ontologica autofinalistica.

Avvalendosi della teoria weberiana sull’origine del capitalismo e del suo corollario ascetico, l’autrice si sofferma quindi sulla possibilità che il processo capitalistico sia completamente slegato dalle acquisizioni specifiche, configurandosi, invece, come processo “immateriale” cui le masse risultano assoggettate più o meno consciamente, in una continua ricerca dell’impresa senza scopo; un agire irrazionale attraverso il quale il vivente umano si auto-rapporta, autotelicamente, a sé stesso. In quest’ottica, l’utilitarismo liberale classico viene visto come una copertura, una costruzione teorica atta a giustificare attività utili a nessuno, ma quasi mistico-maniacali o comunque semi-patologiche.

Pur rimarcando l’eleganza dello scritto dell’autrice, ci sembra davvero di poter affermare, senza timore di smentita, come l’opera metta in risalto la scarsa conoscenza della scienza economica e delle dinamiche di mercato da parte della Stimilli; vediamo di elencare le problematiche rilevanti del saggio.

Inserendosi nel filone della critica anti-mercato (già parecchio folto a dir la verità), dove, con alternanza ciclica si addossa al capitalismo la colpa di impoverire le masse, poi invece di … Leggi tutto