Dalla padella alla brace

A fine dicembre, meno di quattro mesi fa, lo spread btp-bund era intorno ai 500 punti base e la ricetta Monti sembrava non aver avuto alcuna presa sui mercati. Dopo un avvio in pompa magna, a suon di tasse e balzelli, il governo si era infatti arenato sulle riforme della cosiddetta “fase due” ovvero quelle cha avrebbero dovuto finalmente permettere al paese di tornare a crescere.

Poi, però, è capitato qualcosa: l’altro Mario, il Drago della Bce, ha aperto i rubinetti della liquidità, attraverso un programma che si chiama Long Term Refinancing Operation (LTRO) e il cui funzionamento si potrebbe sintetizzare con la frase: “chiedete e vi sarà dato”. Così funziona, infatti, il sistema messo in piedi dalla Banca Centrale Europea, che fissa il tasso di interesse (1%), la durata del prestito (36 mesi) e poi si presenta davanti alle banche europee dicendo: “portatemi pure tutta la carta straccia che volete, purché garantita dallo Stato, i soldi sono pronti sul tavolo”.

Non si son fatte pregare le banche europee, ansiose di poter fagocitare LiTRI e LiTRI di denaro fresco di stampa. Tra dicembre e oggi solo quelle italiane hanno attinto a circa 250 miliardi di euro dalla BCE: molti di quei soldi sono rimasti nei loro conti presso la Banca Centrale Europea, altri sono serviti a ripagare le obbligazioni emesse dalle stesse banche, ma una parte di quel denaro è andato ad acquistare titoli di debito pubblico, facendo rapidamente scendere lo spread che, oggi, ha toccato nuovamente i minimi da luglio.

Scampato pericolo? Stappiamo lo spumante? Meglio di no, potrebbe andarci di traverso. Una ragione è ben chiara e se non vi è ancora venuta in mente, basta che andiate al distributore, l’altra, molto più sottile, ce la spiega questo articolo di Peter Tchir su Zerohedge. Lo schema si chiamerà pure LTRO ma l’odore è inconfondibile…

Potrai cambiargli nome, ma puzza sempre come uno schema di PonziLeggi tutto

Indignados di ieri e di oggi…

La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo. Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l’aveva proferito. Tra tanti appassionati, c’eran pure alcuni più di sangue freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l’acqua s’andava intorbidando; e s’ingegnavano d’intorbidarla di più, con que’ ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare, quell’acqua, senza farci un po’ di pesca. Migliaia d’uomini andarono a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare, che qualche cosa si farebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo sparse di crocchi: fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri, si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci; là uno predicava, e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la stessa domanda ch’era allora stata fatta a lui; quest’altro ripeteva l’esclamazione che s’era sentita risonare agli orecchi; per tutto lamenti, minacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il materiale di tanti discorsi.

Non mancava altro che un’occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano, sul far del giorno, dalle botteghe de’ fornai i garzoni che, con una gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il primo comparire d’uno di que’ malcapitati ragazzi dov’era un crocchio di gente, fu come il cadere d’un salterello acceso in una polveriera. – Ecco se c’è il pane! – gridarono cento voci insieme. – Sì, per i tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di fame, – dice uno; s’accosta al ragazzetto, avventa la mano all’orlo della

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IL PIU GRANDE CRIMINE (dare una penna a Barnard)

IL PIU GRANDE CRIMINE

(farti parlare?) di Paolo Barnard

Chi è Paolo Barnard? Vediamo cosa ci dice il suo sito.

«Sono un giornalista, o forse lo sono stato, e come tale ho lavorato per innumerevoli testate nazionali fra quotidiani e periodici, come La Stampa, Il Manifesto, Il Corriere della Sera, Il Mattino, Il Secolo di Genova, La Repubblica, La Voce di Montanelli, Il Sabato, Chorus, Oggi, Avvenimenti e altri. Per la televisione in RAI con Samarcanda di Santoro durante la Guerra del Golfo (1991) e con Report per dieci anni. Per riviste di cultura come Micromega, Altrove, Golem del Sole 24 Ore, e per agenzie di stampa e testate online. Mi sono occupato soprattutto di politica estera. Mai assunto, mai contrattualizzato

Un giornalista di inchiesta, con molta esperienza che oggi ci guida alla scoperta del “più grande crimine della storia dell’umanità”. Il crimine è aver dato una penna a certa gente, aggiungo io.

«Questo saggio vi parla del più grande crimine in Occidente dal secondo dopoguerra a oggi. Milioni di esseri umani e per generazioni furono fatti soffrire e ancora soffriranno per nulla. I dettagli e l’ampiezza della loro sofferenza sono impossibili da rendere in parole. Soffrirono e soffriranno per una decisione che fu presa a tavolino da pochi spregiudicati criminali, assistiti dai loro sicari intellettuali e politici. Essi sono all’opera ora, mentre leggete, e il piano di spoliazione delle nostre vite va intensificandosi giorno dopo giorno, anno dopo anno.»

Ho un dejà vu

«Che questo sistema è una gigantesca frode per impadronirsi del lavoro e della vita delle persone, oltre che della loro ricchezza. Una frode alla quale i governi ed i parlamenti fanno da manutengoli, soprattutto in Italia. Una frode che non colpisce solo nel patrimonio e nel lavoro ma ancor più nelle libertà»

L’ultimo pezzo l’ho preso dall’introduzione di Euroschiavi, vero e proprio manualetto divulgativo sul “signoraggio” scritto da Antonio MiClavez e Marco Dalla … Leggi tutto

Laissez faire all’italiana

Si racconta che Jean Baptiste Colbert, Ministro delle Finanze francesi durante il regno di Luigi XIV, avesse chiamato a raccolta i più influenti mercanti francesi per chiedere loro che cosa potesse fare il governo per aiutarli. Uno dei mercanti più influenti, chiamato Legendre, rispose al Ministro: «Nous laissez faire», letteralmente “lasciateci fare”.

Per un qualche strano motivo siamo abituati a pensare che capitalisti ed imprenditori siano favorevoli al libero mercato e contrari a qualsiasi tipo di ingerenza da parte dello stato. L’idea è che capitalisti ed imprenditori, in un mercato libero da interventi statali, possano fare il bello ed il cattivo tempo, realizzare profitti inimmaginabili, come uno squalo calato in un allevamento di pesci.

Niente di più falso!

Gli imprenditori, non tutti sia chiaro, sono terrorizzati – ripeto terrorizzati – dal mercato libero. Ripetiamolo ancora una volta: t e r r o r i z z a t i. Sapete perché?

Richard Cantillon è stato forse il primo economista a teorizzare la figura dell’entrepreneur, descrivendolo come colui che a fronte di costi “certi” si sobbarcava il rischio di vendere, in un tempo futuro, a prezzi “incerti”. Gli imprenditori, ovvero la traduzione italiana del termine entrepreneur, sarebbero quindi quelli che dirigono la produzione ed il commercio sopportandone i rischi.

Tutto il contrario degli imprenditori nostrani e mi riferisco in particolare ai grossi imprenditori che sono membri di Confindustria.

I “nostri” non dormono la notte pensando di vendere a “prezzi incerti”, sono terrorizzati dal pensiero di una concorrenza che possa far calare i profitti, di un calo delle vendite che possa portare loro delle perdite. Sopportare il rischio? Ma scherziamo?

Gli imprenditori italiani odiano il mercato libero. Vogliono un mercato ben regolamentato dallo stato, dove siano tutelati dalla concorrenza italiana ed internazionale (i dazi contro i cinesi per Dio! Servono i dazi!), dove siano garantiti i profitti normali (privatizzazione dei servizi anyone?), dove un meccanismo di quote di … Leggi tutto

Apologia dello speculatore

Il prezzo della benzina aumenta. Colpa degli speculatori. Il prezzo del petrolio sale alle stelle. Sono stati gli speculatori al rialzo. La Grecia rischia la bancarotta e l’euro precipita. Chi è stato? Sempre loro, gli speculatori.

Dalla notte dei tempi i nostri buoni governanti hanno sempre cercato di portare il massimo benessere ai loro popoli e senza dubbio vi sarebbero riusciti se l’avidità di pochi uomini non li avesse ostacolati in questa missione civilizzatrice.

Meschini individui che non producono nulla per la società, utilizzando il vil denaro non già per il benessere collettivo ma per arricchirsi, spingendo i prezzi ora alle stelle, ora a terra, realizzando guadagni faraonici, rovinando intere nazioni, distruggendo il mondo.

Ecco cosa sono gli speculatori: i distruttori del mondo!

Bene. Quelle che ho scritto sono ovviamente una marea di cavolate ed ora vi spiegherò il perché.

Da che mondo è mondo vorremmo poter vendere le nostre merci al prezzo più alto possibile e comprare a prezzi stracciati ciò di cui abbiamo bisogno. Vi è però un conflitto di interessi che per lungo tempo, nella storia del pensiero economico, è parso irrisolvibile. Si pensava infatti che le merci avessero un qualche valore oggettivo e che gli scambi equi fossero tra merci di pari valore. Se è così come fa il mercante a vendere la merce a prezzi diversi e realizzare un profitto? Ma è ovvio! Comprandola a meno del suo valore e rivendendola a prezzo maggiorato con quel meccanismo denunciato da Marx nel Capitale: D-M-D’ (1).

Ovviamente era la premessa ad essere sbagliata: lo scambio avviene non perché il valore delle merci sia uguale ma perché soggettivamente ognuno valuta ciò che riceve più di quanto dà in cambio. Qual è allora il ruolo del prezzo di mercato?

Come suggeriva Friedrich Hayek il ruolo dei prezzi è quello di diffondere le informazioni, che per loro natura sono frammentarie e disperse, e coordinare le azioni individuali. Ad esempio se

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Tutti contro Ron Paul

Fino a qualche anno fa, se escludiamo qualche accademico dimenticato che negli Stati Uniti seguiva gli insegnamenti economici di Mises e Rothbard, nessuno avrebbe mai neanche osato indicare la politica monetaria della Federal Reserve come causa dei cicli economici o anche solo mettere in dubbio la bontà delle decisioni di Alan Greenspan.

In realtà a livello politico negli Stati Uniti qualcuno c’era. Era un deputato repubblicano del Texas e da anni sfidava il Maestro durante le sue apparizionial Congresso, nel 2003 aveva previsto con straordinaria chiarezza ciò che sarebbe successo al mercato immobiliare negli anni seguenti e portato in primo piano il problema monetario durante la campagna presidenziale del 2008.

In Italia non si è praticamente mai parlato di Ron Paul, almeno fino alla scorsa settimana, in cui il Sole24ore lo ha brevemente nominato in un articolo di Alessandro Merli e sul sito Libertiamo.it Mario Seminerio gli ha dedicato un articolo.

Finalmente Ron Paul ha lo spazio che si merita? Ovviamente no, il problema è un altro.

In questi giorni il Financial Committee del Congresso ha approvato il disegno di legge Hr.1207, presentato proprio da Ron Paul, il cui obiettivo è rendere più trasparenti le azioni di politica monetaria della Fed.

Subito i giornali finanziari si sono affrettati a commentare la notizia, levando gli scudi in difesa della banca centrale americana e prospettando scenari apocalittici che si verificherebbero se il disegno di legge venisse approvato. I giornali di casa nostra si sono subito adeguati.

Non che ci fossero dubbi riguardo l’articolo del Sole24ore, che liquida il tutto in poche righe

«Dell’ostilità della politica sono conferma i progetti dell’influente senatore democratico Chris Dodd per ridimensionare i poteri della Fed, nonostante il parere opposto dell’amministrazione, e l’attacco frontale del populista republicano Ron Paul in Congresso, che vorrebbe addirittura tenere sotto controllo le decisioni sui tassi»

In periodo di due righe Merli riesce a scrivere due falsità.

Innanzitutto definisce Ron Paul … Leggi tutto

Economisti,studiate la storia!

In un pezzo tradotto dal Sole 24 ore Bradford De Long accusa sostanzialmente i macroeconomisti di non conoscere la storia dell’economia moderna, che è costellata di bolle speculative seguite da recessioni.

«Se chiedeste a uno storico di economia moderna come il sottoscritto perché il mondo si trova attualmente nella morsa di una crisi finanziaria e di una grave flessione economica, vi direbbe che questo è soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo di una lunga sfilza di bolle, crack, crisi e recessioni simili risalenti quanto meno alla bolla dei primi anni Venti dell’Ottocento dovuta alla costruzione di canali, il fallimento nel 1825-1826 di Pole, Thornton & Co, e alla successiva prima recessione industriale in Gran Bretagna. Abbiamo assistito al medesimo fenomeno anche in altri momenti della storia, nel 1870, nel 1890, nel 1929, e nel 2000. »

De Long va avanti e sottolinea che

«Per qualche motivo, i prezzi degli asset vanno fuori controllo e salgono a livelli insostenibili. Talvolta ciò è da imputare agli scadenti controlli interni alle società che remunerano in maniera spropositata i propri dipendenti per correre dei rischi. Altre volte causa di tutto sono le garanzie governative. Infine, altre volte ancora ogni cosa è semplicemente da ricondurre a una lunga serie di avvenimenti propizi che lascia che il mercato cada in preda a un ottimismo per nulla realistico.
Poi, però, arriva il tracollo, e quando ciò accade crolla di conseguenza anche la ritenzione del rischio: tutti sanno che si verificano immense perdite negli asset finanziari di cui non si è consapevoli, ma nessuno ha la più pallida idea di dove siano. Al crollo fa seguito una vera e propria fuga per la salvezza, seguita a sua volta da una brusca caduta nella velocità della circolazione monetaria, a mano a mano che gli investitori accumulano contanti. E questa caduta nella velocità della circolazione monetaria provoca una recessione
»

Scadenti controlli, remunerazione eccessiva, garanzie governative, … Leggi tutto

Corporatism: a love story

Il 29 Settembre scorso Michael Moore ha incontrato i giovani studenti della George Washington University per promuovere il suo nuovo film: “Capitalism, a love story”. Sentite cosa risponde alla domanda di uno studente che gli chiede se si possa parlare davvero, per gli Stati Uniti, di libero mercato e se la condizione di potere delle corporazioni sia da attribuire al “mercato” oppure al fatto che queste ultime si possono avvalere del potere statale per favorire i propri interessi.

Ecco cosa risponde Moore

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«Non abbiamo davvero un mercato libero e non abbiamo libere imprese anche se diciamo di averli. A questa gente, i ricchi e le corporazioni non piace la concorrenza. Non gradiscono che abbiamo la facoltà di scegliere, amano i monopoli, la loro visione di Nirvana è essere l’unica industria automobilistica o linea aerea ed è bizzarro che questa gente che dice di credere così tanto nel nostro modo di vivere, in realtà creda in un sistema dove noi non dovremmo avere facoltà di scelta e ammira il modo di fare nella vecchia Unione Sovietica »

Insomma lo dice anche Moore: “Questo non è il libero mercato, questo non è Capitalismo”.

Allora forse avrebbe dovuto intitolare il film “Corporatism: A love story” ma così non avrebbe potuto far passare il messaggio che c’è nella seconda parte dell’intervista…

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