Cronache da Bretton Woods (parte terza)

hazlittL’accordo prevedeva che ogni Paese potesse ridurre la parità della propria valuta ogniqualvolta ciò fosse necessario per correggere uno “squilibrio strutturale”, e che l’istituendo Fondo Monetario Internazionale non dovesse respingere una proposta in tal senso. Non erano posti limiti al numero di queste riduzioni, purché, singolarmente considerate, fossero pari o inferiori al 10%. Dopo aver ottenuto l’accettazione della propria valuta a quella parità, da parte degli altri membri, ogni Paese membro poteva recedere dal Fondo in qualsiasi momento, purché ne desse avviso scritto. Non era specificato alcun termine di preavviso.

Come assicurerà la stabilità?

26 giugno 1944

Uno degli scopi apparenti del proposto Fondi di Stabilizzazione Internazionale è “promuovere la stabilità dei cambi”. Ma, quanto più si esamina la “esposizione dei princìpi” per il fondo, tanto più difficile diventa trovarvi stabilità per i cambi. Essa prevede bensì che, quando una nazione entra nel fondo, sarà fissata o stabilita una parità per la sua valuta; ma questa, a quanto pare, può essere cambiata in qualsiasi momento. Un Paese membro può proporre un cambiamento nella parità della propria valuta, ad esempio, se lo considera “appropriato per correggere uno squilibrio strutturale” [Schedule C, punto 6: “A member shall not propose a change in the par value of its currency except to correct, or prevent the emergence of, a fundamental disequilibrium.” – NdT]. Lo “squilibrio strutturale” non è definito nell’esposizione. Nessun Paese che intenda svalutare dovrebbe trovar particolari difficoltà ad argomentare che vuole farlo per correggere uno “squilibrio strutturale”.

L’esposizione dei princìpi prosegue:

Il fondo approverà il mutamento richiesto nella parità della valuta di un membro se è essenziale alla correzione di uno squilibrio strutturale. In particolare, il fondo non respingerà una richiesta di cambiamento, necessaria a ristabilire l’equilibrio, additando le politiche interne, sociali o politiche, del Paese richiedente.”. [Schedule C, punto 7 – NdT]

In altre parole, le … Leggi tutto

Cronache da Bretton Woods (parte prima)

Nel 1984, un Henry Hazlitt novantenne, ma ancora in piena attività, ha pubblicato From Bretton Woods to World Inflation. A Study of Causes and Consequences, una raccolta di pezzi vari – per lo più articoli – sul sistema monetario internazionale che include, tra l’altro, gli editoriali da lui scritti per il New York Times proprio mentre si svolgevano i lavori preparatori degli accordi asdistitutivi di FMI e Banca Mondiale;1 siccome egli è stato l’unico, tra i giornalisti economici di grido, a criticare fieramente prima le bozze2 e, poi, i testi definitivi dei trattati, mi è parso quanto mai opportuno tradurre quegli editoriali. E, dal momento che ciascuno affronta un aspetto diverso, pur con qualche inevitabile ripetizione, ho dato loro una veste e un titolo comuni: “Cronache da Bretton Woods”, appunto.

Molti pronosticano, per il FMI, un ruolo di banca centrale planetaria nel prossimo futuro, dati i rischi di collasso delle principali monete-segno e del relativo cartello; il teorema dell’unificazione politica spinge indubbiamente in tal senso e, a meno di un ritorno, davvero miracoloso, ai princìpi di un sistema monetario sano, indubbiamente prima o poi arriveremmo all’accentramento del potere di emettere mezzi fiduciari su scala planetaria. Superfluo aggiungere che ogni istituzione del genere sarebbe rovinosa in sé e per sé; ma nient’affatto superfluo, a mio parere, notare fino a che punto il FMI, principale candidato a tale ruolo, sia inflazionista fin dalla nascita. E, a tal fine, ho voluto chiosare gli articoli di Hazlitt, inserendo rimandi al testo vigente degli Articles of Agreement of the International Monetary Fund.

“Anziché rimarcare la necessità, per ciascun Paese, di preservare la forza della propria moneta mantenendo la convertibilità, conservando un bilancio in pareggio ed evitando inflazione, ostacoli al commercio e restrizioni agli scambi, l’accordo di Bretton Woods propose che le valute forti dovessero sussidiare le deboli. Perse di vista il fatto che il principale dovere degli Stati Uniti era mantenere Leggi tutto

Quando il diritto altera la realtà: la manipolazione del denaro e le sue conseguenze | II parte

Fed_ReserveQuesta legge [il Federal Reserve Act, del 1913] reintrodusse un sistema bancario centralizzato negli Stati Uniti: fu istituito il Federal Reserve System, e gli fu dato il potere di emettere un’unica nuova valuta americana, la Federal Reserve Note (che non è altro che ciò che oggi chiamiamo dollaro americano) e altri titoli aventi valore legale, che furono concepiti come obbligazioni del Tesoro degli Stati Uniti, e dovevano corrispondere ad una riserva d’oro (gold backing) del 40%[1].

La Federal Reserve (di seguito anche Fed), l’organo di vertice di tale sistema, fu pensata per rispondere alle crisi fornendo prestiti di emergenza alle banche (la nota funzione di prestatore di ultima istanza, o lender of last resort, su cui torneremo), immettendo liquidità nel sistema monetario ed espandendo il credito, sulla base della convinzione che questa fosse la risposta necessaria e corretta. Le banche istituite a livello nazionale furono obbligate ad esser parte del sistema, e a tutti i membri fu riconosciuto il diritto a prestiti a un tasso scontato.

Il Federal Reserve Act intervenne anche sul reserve requirement, imponendo una riserva sui depositi a richiesta del 18, 15 o 12% a seconda del tipo di banca, e del 5% sui depositi vincolati nel tempo[2].

Perfettamente in linea con gli obiettivi politici che essa puntava a perseguire, il potere di nomina dei membri del suo Board fu dato al Presidente degli Usa, su conferma del Senato; il Board fu rinominato nel 1935[3] Board of Governors, e fu stabilito che il Segretario del Tesoro e il Comptroller of the Currency non ne avrebbero più fatto parte.

Al di là di quest’ultimo caso, il Federal Reserve Act ha conosciuto molte altre modifiche. Tra le più importanti, vi sono state quella sempre del Banking Act of 1935, che ha attribuito alla Fed il potere di modificare i reserve requirements (un potere di cui essa ha fatto ampio uso[4]), … Leggi tutto