Concetti economici: Platone, Aristotele e gli antichi greci — Parte 2

Rivolgendoci verso l’altro più celebre antico filosofo Greco, Aristotele (384 B.C. – 322 B.C.), ritroviamo ben poco del regime politico che caratterizza il suo maestro Platone. Per Aristotele, il comportamento più appropriato è “la via di mezzo, ” ovvero, evitare gli “estremi” o comportamenti e obiettivi velleitari nelle questioni umane.

Se da una parte Aristotele spera che delle politiche sagge possano aiutare a migliorare le condizioni e le azioni degli uomini, da un’altra egli riconosce anche che la natura umana non può essere plasmata, piegata o trasformata per conformarla a qualche ideale di Stato perfetto e popolato da persone nel modo in cui Platone credeva fosse in linea di principio desiderabile e possibile.

Aristotele e l’Importanza della Proprietà Privata

Questo viene fuori più chiaramente nel discorso di Aristotele sulla proprietà privata, e nel suo respingere l’appello di Platone per un ordine sociale comunista nel quale i beni materiali sono condivisi. Aristotele sosteneva che se tutte le terre fossero state condivise e lavorate collettivamente, allora probabilmente sarebbero sorte rabbia e ostilità tra i lavoratori partecipanti.

Perché? Poiché è in questa circostanza che gli uomini si sarebbero resi conto di non aver ricevuto ciò che spettava loro di diritto, nel momento in cui lavoro e ricompensa non erano rigorosamente e saldamente connessi, come avviene nel sistema della proprietà privata.

Aristotele concepiva i diritti di proprietà come un meccanismo incentivante. Quando gli individui credono e sono certi che potranno mantenere i frutti del loro lavoro, allora saranno inclini a prodigarsi nel lavoro in maniera produttiva, cosa che non accadrebbe in un sistema fondato sulla proprietà comune o collettiva. Aristotele affermava:

Quando si coltiva la terra tutti insieme, la questione della proprietà crea enormi problemi. Se non si condividono equamente benefici e fatiche, coloro che lavorano molto e ricevono poco protesteranno necessariamente contro di quelli che al contrario lavorano poco e ricevono o consumano molto . . .

La proprietà dovrebbe essere…come regola Leggi tutto

Concetti economici: Platone, Aristotele e gli antichi greci — Parte 1

Attraverso le loro opere giunte fino a noi, gli antichi Greci hanno lasciato un patrimonio di conoscenza su una grande varietà di argomenti riguardanti la scienza, la logica, la filosofia, la letteratura e l’arte. Inoltre, la città-stato di Atene è considerata la culla della libertà intellettuale e della democrazia: eredità che ha contribuito al plasmarsi delle idee che hanno influenzato lo sviluppo della Civiltà Occidentale.

Ma in confronto le loro riflessioni sull’economia furono sempre poche e pressoché sempre relativamente poco sistematiche. Una delle principali ragioni di ciò è dovuta al fatto che per gli antichi Greci le questioni riguardanti “l’economia” furono secondarie rispetto ad altre tematiche ritenute molto più importanti per la società e l’umanità.

Per i filosofi Greci e per gli intellettuali dell’epoca, le tematiche principali furono i dilemmi su “la giustizia”, su “la virtù”, su “il bene” e “la bellezza”. Quelli che oggi definiamo problemi e questioni “economiche” furono relegati ad una ristretta cerchia di considerazioni su come le organizzazioni e le istituzioni economiche avrebbero potuto essere modificate o strutturate al servizio di questi fini o obiettivi “più nobili.”

La concezione greca della società al di sopra del singolo individuo

Estendendo questo concetto si comprende la visione generale che gli antichi Greci avevano circa l’individuo all’interno della società. Secondo il loro pensiero, l’individuo dipendeva dalla società nella quale era nato per tutto ciò che lo rendeva o poteva rendere una persona. Cioè, la comunità assisteva e formava l’individuo fino a renderlo un essere umano “civile”. La società aveva la precedenza, o la priorità, al di sopra dell’individuo. L’individuo nasceva, viveva, e moriva. Invece la società e lo stato, secondo il loro pensiero, continuavano comunque a vivere.

La più moderna concezione di uomo libero, agente autonomo che sceglie i propri fini, seleziona i mezzi per ottenere i propri obiettivi desiderati e che in generale vive per se stesso, fu un concetto estraneo al modo di pensare degli antichi Greci.Leggi tutto

Cap. 7 – A spese di chi debba fabbricarsi la moneta e Cap. 8 – L’alterazione della moneta in generale

oresme monetaPoiché la moneta, di per sé, appartiene alla comunità, deve essere fabbricata a spese della comunità; e ciò si fa nel modo più conveniente, se tali spese vengono prelevate dall’intero quantitativo di moneta, in questo modo: il materiale monetario, come l’oro, quand’è consegnato per la monetazione o venduto come moneta, si cede per una quantità di denaro inferiore a quella che se ne può ricavare, ad un prezzo prestabilito e fisso; ad es., se da un marco di argento si possono ricavare sessantadue soldi, e per il lavoro e il necessario alla sua monetazione si richiedono due soldi, allora il marco d’argento non monetato varrà sessanta soldi e gli altri due copriranno la monetazione. Ma questa quota fissa dev’essere tale da bastare abbondantemente, in ogni momento, per la fabbricazione della moneta. E se la moneta si può fare a minor prezzo, è sufficientemente consono che il residuo appartenga a chi la distribuisce o la regola, cioè al principe o al maestro del conio, e così funga quasi da rendita; tuttavia, tale porzione dev’essere moderata e piccola a sufficienza, se basteranno le monete nel debito modo, come si dirà in seguito; e se la porzione o rendita fosse eccessiva, ciò andrebbe a danno e pregiudizio all’intera comunità, come può risultar chiaro a ciascuno.

Cap. 8 – L’alterazione della moneta in generale

Prima di tutto bisogna sapere che le leggi anteriori, gli statuti, le consuetudini, tutti gli ordinamenti che riguardano la comunità non vanno mai modificati senza una necessità evidente. Anzi, secondo Aristotele nel Libro II della Politica, la legge positiva antica non va rinnegata per una nuova migliore, a meno che non sia molto notevole la differenza nelle loro rispettive bontà, poiché tali mutamenti sminuiscono il prestigio e il rispetto di cui godono le leggi stesse, tanto più se avvengono di frequente. Da ciò, infatti, nascono scandalo e mormorazioni nel popolo e pericolo di disobbedienza. Soprattutto, poi, se tali cambiamenti fossero Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – V parte

4. Teoria della conoscenza: kantismo e aristotelismo

L’approccio prasseologico di Mises è neokantiano, quello di Rothbard tomista.

stemma misesMises cerca di ristabilire i fondamenti filosofici razionalistici, stando dalla parte di Leibniz e Kant contro Locke e Hume. Quando Locke afferma “niente è nell’intelletto che prima non è stato nei sensi” Leibniz risponde “eccetto l’intelletto stesso”.

Sul piano epistemologico, la prasseologia di Mises è influenzata da Kant, ma solo per le classificazioni fra proposizioni analitiche, sintetiche, a priori e a posteriori, e in particolare per l’asserzione che esistono anche proposizioni sintetiche vere a priori[1]. Mises ha risolto il problema del come possiamo conoscere le verità a priori, che Kant aveva lasciato insoluto.

Il problema è il seguente: come si fa a stabilire la verità di tali proposizioni se la logica formale non è sufficiente e le osservazioni non sono necessarie? La risposta di Kant è che la verità deriva da assiomi materiali auto-evidenti. Auto-evidenti significa che non si possono negare senza essere in contraddizione; cioè il tentativo di negarli rappresenta un’ammissione implicita della loro veridicità. Questi assiomi si ricavano non dall’esperienza, ma dalla riflessione su noi stessi in quanto soggetti pensanti; la ragione umana comprende che tali verità devono essere necessariamente nel modo in cui sono. Però per Kant tali proposizioni sintetiche a priori sono solo asserzioni sul funzionamento della mente umana e nient’altro; per Mises molto di più: sono asserzioni sulla realtà esterna. Ed è il concetto di azione a offrire il ponte fra la mente e la realtà esterna.

Le verità di tali proposizioni non sono semplicemente categorie della nostra mente, perché tali categorie sono fondate sulle categorie dell’azione. L’essere categorie dell’azione elimina il rischio che vi sia una distanza fra il mondo mentale e quello reale; cioè la mente non si inganna nel dichiarare alcune verità (proposizioni sintetiche a priori), perché è attraverso l’azione che la mente e la realtà entrano in contatto.

Mises, in accordo con l’epistemologia kantiana, … Leggi tutto

“E’ Gratuito!” – II parte

Le Origini delle politiche sociali gratuite

Aristotele, nella Politica, freecredeva che l’esistenza umana fosse intrinsecamente politica e proponeva la gratuità dei libri. Poiché tutte le risorse umane sono scarse, l’offerta di beni e servizi gratuiti, specialmente quando statale, dovrebbe allarmarci. Mises (1944, p.84) avvisava: i governi pretendono di avere un potere mistico

“nel concedere favori, come fossero un’inesauribile cornucopia. Si concepiscono parimenti onniscienti ed onnipotenti. Come se avessero una bacchetta magica che crea felicità ed abbondanza. La verità è che lo Stato non può dare se non prende da qualcun altro. Un sussidio non è mai pagato dallo Stato con i <suoi> fondi; è sempre a carico dei contribuenti…”.

Occorre comprendere che l’attrattiva del “gratuito” toglie il buon senso sia ai regolatori che a coloro cui si è scelto di destinare i benefit. Esattamente come fece l’Unione Sovietica fino ad alcuni decenni fa [e come fanno Grecia e Stati Uniti oggi (Eberstadt,2013, p.A13)], quando gli Stati decidono di elargire benefit gratuiti ai loro cittadini, alla fine collasseranno sotto il peso dei loro stessi debiti.

Per Sowell (2009) tutte le elargizioni pubbliche hanno costi reali e la sola domanda da porsi è: “Sostenuti da chi?”. La recente bolla immobiliare è da collegare direttamente alla volontà del Congresso di garantire prestiti a tutti i mutuatari che non avrebbero potuto pagare le loro spese sul mercato. Questi, non appena il mercato si è deteriorato, hanno perso tutto, come molti istituti di credito, grazie alla sagacia e generosità del governo.

La devastazione finanziaria, in questo paese, è stata la più imponente dalla Grande Depressione. Secondo il Wall Street Journal (July 13, 2012 p. 10), a causa degli effetti del crollo del mercato immobiliare, che ancora si fanno sentire negli U.S., il governo federale, avendo usato un modello statistico circa l’evolversi della situazione dei mutuatari più deboli, ora sta pressando banche come Wells Fargo per assicurarsi che i prestiti verso Neri o Ispanici vengano … Leggi tutto

In difesa dell’apriorismo estremo

Murray Rothbard scrisse questo articolo nel 1956. Pubblicato originariamente sul Southern Economic Journal, January 1957, pp. 314-320 e ristampato in M. Rothbard, The Logic of Action One (Edward Elgar, 1997, p. 100-108. Edizione on line pubblicata col permesso de “the Rothbard Estate”, Copyright © 2002).

La stimolante diatriba metodologicaepistemologia tra il Professor Machlup e il Professor Hutchinson dimostra che, talora, vi sono più di due schieramenti in risposta ad una determinata questione. In diversi modi, i due dibattono finalità incrociate: Hutchinson si scaglia contro la visione metodologica (e politica) di Ludwig von Mises; l’accusa più seria mossa consiste nel ritenere l’intera posizione di Machlup un tentativo di ammantare l’eresia Misesiana di dignità epistemologica. La risposta di Machlup, correttamente, menziona a malapena Mises; infatti, le visioni dei due sono agli antipodi (il primo è vicino alla tradizione “positivista” della metodologia economica). Ma, nel frattempo, troviamo l’“apriorismo estremo” indifeso nel dibattito. Forse, un apporto “apriorista estremo” al discorso potrebbe rivelarsi utile.

Primo: dovrebbe essere chiaro che né il Professor Machlup né il Professor Hutchinson rappresentano ciò che Mises chiama “prasseologo”, cioè, nessuno dei due ritiene che (a) gli assiomi fondamentali e le premesse dell’economia siano assolutamente vere; (b) che i teoremi e le conclusioni dedotte dalle leggi della logica derivino da questi postulati e siano, quindi, assolutamente veri; (c) che non vi sia, di conseguenza, bisogno di “test” empirici e (d) che i teoremi dedotti non possano essere testati neanche se lo volessimo. Entrambi, invece, sono desiderosi di testare empiricamente le leggi economiche.

La differenza cruciale consiste nell’adesione del Professor Machlup alla posizione positivista ortodossa, per cui le assunzioni non hanno bisogno di essere verificate finché le conseguenze dedotte siano provate come vere – la posizione del Professor Milton Friedman – mentre il Professor Hutchinson sposa l’approccio più empirico – istituzionalista – della necessità di verifica, altresì, delle premesse.

Per quanto strano possa sembrare per un ultra-apriorista, la posizione di Hutchinson mi … Leggi tutto

Il filosofo – teologo: San Tommaso d’Aquino

San Tommaso d’tommasoAquino (1225-1274) fu la personalità intellettuale di maggior spicco del pieno Medioevo, colui che edificò sul sistema filosofico aristotelico, sul concetto di Legge Naturale e sulla Teologia Cristiana ispiratrice del “Tomismo”, una poderosa sintesi di filosofia, teologia e scienze umane.

Tommaso nacque aristocratico, figlio di Landolfo conte d’Aquino a Roccasecca, nel Regno di Napoli. Intraprese gli studi in età infantile con i Benedettini e, più tardi, proseguì all’Università di Napoli.  All’età di 15 anni tentò l’ingresso nel nuovo Ordine dei Domenicani, luogo per studenti e intellettuali cristiani ma ciò gli fu impedito drasticamente dai suoi genitori, che lo tennero confinato per due anni. In seguito, Tommaso si diede alla fuga per entrare nei Domenicani, proseguendo gli studi a Colonia e, infine, a Parigi, sotto il suo rinomato insegnante, Alberto il Grande. Conseguì il dottorato all’Università di Parigi e qui, e in altri importanti centri accademici europei, insegnò.

Si dice che egli fosse talmente robusto che, per prendere posto al tavolo della cena, una grossa sezione di questo dovesse essere rimossa.

Pubblicò numerosi lavori, a cominciare dal “Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo” del 1250, fino ad arrivare alla magistrale e influentissima trilogia della “Summa Teologica”, completata fra il 1265 e il 1273. Fu proprio la Summa, più di ogni altra opera, a consacrare il Tomismo come corrente principale della Teologia cattolica nei secoli a venire.

Fino a poco tempo fa, tutti gli studi di rilevanza sul tredicesimo secolo facevano riferimento a San Tommaso d’Aquino, come se l’intero secolo ruotasse attorno alla figura del frate domenicano. Oggi, del resto, sappiamo che egli fu l’artefice dello sviluppo di una lunga e prospera tradizione canonica e teologico – romana.

Non sorprende che Tommaso, così come il suo maestro Alberto Magno e gli altri teologi del secolo precedente, insistettero su una ridefinizione di “scambio”, in contrasto col sistema giuridico della libera contrattazione (fino alla presunta “laesio enormis”) e in accordo … Leggi tutto

L’annosa questione del valore: alle origini del problema

Non v’è dubbio alcuno che, fra i diversi concetti affrontati dall'analisi economica, quello del valore dei beni rappresenti un’imprescindibile pietra miliare. In effetti, nulla sembra più proprio della scienza economica che rispondere ad una domanda tanto semplice quanto insidiosa: come determinare il valore di un bene economico? Detto altrimenti: di fronte ad una “merce” - termine scientificamente inesatto, ma adorato dalla vulgata marxista -, è possibile individuare un metodo, il più accurato possibile, per capire quanto vale? A ciò si aggiunga il fatto che, come si vedrà, dalla risposta a questa domanda derivano diversissime prese di posizione su cardini stessi dell’economia politica, nonché molteplici e contrastanti opinioni politiche.

Pensiero economico nella Grecia Antica

L’odissea intellettuale  che pone le basi della civiltà Occidentale inizia nella Grecia classica. Sfortunatamente, i pensatori Greci fallirono nel tentativo di cogliere i principi essenziali dell’ordine spontaneo di mercato e del processo dinamico cooperativo sociale che li circonda. Mentre dobbiamo riconoscere l’importanza dell’eredità Greca nel campo dell’epistemologia, della logica, dell’etica e anche nella concezione del diritto naturale, i Greci fallirono miseramente nel campo della scienza economica, non intravedendo la necessità dello sviluppo di una scienza, quella economica appunto, volta allo studio dei processi spontanei di cooperazione sociale che costituiscono il mercato.

Perfino peggiore fu il fatto che quando i primi intellettuali emersero, emerse altresì la simbiosi e la complicità tra gli studiosi e i legislatori. Dall’inizio, la grande maggioranza degli intellettuali abbracciò lo statalismo, sottovalutando sistematicamente, nonché criticando e denigrando, la società degli scambi e del commercio e i mestieri che nacquero intorno ad essa.

Sarebbe troppo chiedere, all’alba della conoscenza scientifica e filosofica, ai Greci una comprensione anche solo basilare dell’economia politica, una disciplina ancora fra le più giovani, che cerca di studiare una realtà astratta e complessa quale è l’ordine spontaneo del mercato. Comunque, è utile notare che i filosofi Greci, come gli intellettuali odierni, non sfuggirono alla presunzione scientista, per la quale essi stessi erano qualificati a imporre i loro punti di vista sui concittadini attraverso la coercizione governativa. La storia si ripete in continuazione, ed oggi, l’umanità, sembra ancora non aver fatto molti passi avanti in questo senso.

Il contesto storico – politico

Un parallelismo esiste non solo riguardo le simpatie stataliste degli intellettuali, ma anche sullo scontro tra due nozioni di governo e libertà individuale del tutto antitetiche. Infatti, durante la maggior parte del XX secolo, il mondo e la società erano generalmente divisi: da un lato, c’era la visione liberale classica, basata sul governo limitato, rispetto per la società civile, libertà individuale e responsabilità (rappresentati, almeno in termini relativi, dalla società Americana); dall’altro lato … Leggi tutto