Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 3

3794Attenzione all’ambiguità: il rispetto della legge religiosamente neutra e delle libertà qui non sembra accettato come valore ma, se non in vista di vero e proprio hostile takeover, quanto meno solo quale mediazione e per di più su un terreno comune con le altre religioni monoteiste.

Qualcosa di buono è meglio di nulla: è in ogni modo da valorizzare l’abbandono dell’atteggiamento contenuto nell’opposizione rigida dar al-islam / dar al-harb, nel suo modello interpretativo più retrivo. Ma va detto che una cosa è aderire ai valori del liberalismo, altra è adeguarsi a quei valori in virtù dell’essere ospiti. L’ospitalità è legata alla cittadinanza ed, in ultima analisi, alla forza politica e del numero. Allora sarebbe da chiedersi cosa succederebbe nel momento in cui tali associazioni dovessero sentirsi non più ospiti ma padrone di casa.

Vanno invece accolti con maggior favore quei movimenti più liberali interni allo stesso Islam, seppure minoritari. In primis i movimenti del liberalismo islamico, ed accanto ad essi anche il movimento islamico femminista e quello progressista. Nonostante le differenze all’interno di una variegata e composita realtà riformista va sostenuto, non frustrato, lo sforzo che tende ad allontanarsi da una interpretazione letterale delle scritture.

Dovrebbe infine essere chiaro che una cosa è il pluralismo culturale ed ordinamentale quale garanzia di diversità e libertà. Altro è permettere la violenza sulla base della “libertà culturale” e della “diversità” di un gruppo sociale. Tollerando situazioni come quella descritta si rinnega l’essenza e l’esistenza di una civiltà.

Di evidenza immediata è poi che non si possono senza doppiezza conciliare il comunitarismo (od il federalismo etnico che ne costituisce sottospecie) in campo nazionale e la responsability to protect, che si basa esattamente sul principio opposto, in campo internazionale. Questo fa parte delle contraddizioni dapprima evidenziate, che danno spazio a rivendicazioni caotiche.

Invece il punto fisso è l’intollerabilità della violenza, che è il minimo comun denominatore.

Se infatti tutto fosse possibile a tutti Leggi tutto

Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 2

3794Infatti avviene sovente che da una parte si cerca, di assorbire la diversità attraverso l’assimilazione. Certamente tale approccio contiene un tentativo nascosto, da ambo le parti, di contaminazione a proprio vantaggio; il che è tutto sommato accettabile, facendo ciò parte della fisiologia delle dinamiche relazionali. Ma il problema di fondo è che le regole base della relazione vengono poste di nascosto, facendo finta di non farlo. E soprattutto sta il fatto che il processo acquisitivo insito nella fusione culturale non è spontaneo e lasciato alla libera interazione ed alle libere scelte individuali.

E’ invece il grado di spontaneità nella libera interazione culturale che differenzia la contaminazione dalla colonizzazione.

Quando la scelta dei costumi da adottare è lasciata alle libertà individuali abbiamo un processo hayekiano di ordine spontaneo. L’evoluzione collettiva, guidata da preferenze soggettive, beneficia della conoscenza diffusa. Le fonti di informazione (le scelte compiute da ogni soggetto del sistema sociale) sono molteplici, e l’informazione diviene ascensionale (funziona bottom-up). Saranno così premiati i costumi che la maggioranza delle persone sceglierà. Questa è la vera società pluralista: funziona come somma delle individualità, non è comandata istituzionalmente.

Maggiormente invece il processo integrativo, il fine superiore trascendente, è di derivazione ideologica e natura (più o meno) autoritaria (che sia visibile o camuffato: quest’ultima modalità è propria delle civiltà più avanzate nel processo di elaborazione del processo di integrazione che sfruttano a fondo il c.d. soft power), maggiori saranno le frizioni all’inevitabile redde rationem. Ed avendo l’autorità apparentemente rimosso il suo essere tale, più grandi saranno i paradossi derivanti dalla negazione dell’esistenza di principio fondamentale alla base della coesistenza. Abbiamo già assistito varie volte all’invocazione della libertà per manifestarvi contro.

E quando ad un certo punto avverrà che l’autorità costituita, dopo aver discorso di libertà e pluralismo, mostrerà inflessibilità negoziale, molti resteranno stupiti. Invece la grundnorm della convivenza dovrà essere chiarita subito, perché la costruzione dell’identità comune necessita forzatamente del suo centro Leggi tutto

Il principio di non aggressione quale grundnorm dell’esistenza e regola della coesistenza — Parte 1

  1. I livelli del conflitto: intersoggettivo, sociale, planetario

3794Analizziamo tre casi di conflitto a diversi livelli.

Innanzitutto le opinioni discordanti su problematiche bioetiche: con l’espressione sintetizzante “la vita è sacra” declamata – spesso in tono monitorio – ad ermetica chiusura di ogni possibile apertura ad un dibattito su questioni sensibili attinenti a vari argomenti riguardanti la disponibilità dell’inizio e fine vita, come l’eutanasia o le direttive avanzate, si intende affermare assertivamente che l’argomento non è negoziabile e non può essere oggetto di compromesso tra correnti di pensiero differenti. Ciò perché costituisce un valore fondamentale di una determinata cultura. Quando si invoca la sacralità di qualcosa siamo in presenza di qualcosa di non sorpassabile, un tabù.

Poi un caso di organizzazione politica su base nazionale: i partiti maoisti in Nepal, nel processo di negoziazione della nuova costituzione ancora in corso ad inizio 2015 dopo secoli di monarchia indù (la costituente va avanti invano dal 2007) hanno insistito per l’introduzione di un federalismo su base etnica, il cui disconoscimento e mancata previsione nel progetto di costituzione a loro avviso nega l’identità ed il rispetto di decine di gruppi minoritari. Dal suo canto il presidente dell’UML, la maggioranza di governo, replica che un federalismo su base etnica non è sostenibile, poiché una simile suddivisione sarebbe foriera di conflitti disastrosi.

Paradossalmente dal punto di vista assiologico, e probabilmente con spirito ecumenico finalizzato ad evitare che il conflitto esploda, i vertici della chiesa cattolica nepalese spingono verso un compromesso laico (Sharma, 2015). Il vicario apostolico mons. Paul Simick afferma che tutta la comunità prega perché sia presto promulgata una costituzione laica e democratica. Il vescovo evangelico Narayan Sharma si augura che siano rispettate tutte le fedi e tutti i gruppi, e che ogni cittadino possa godere dei diritti umani e civili riconosciuti sul piano internazionale. Laicità e democrazia, dunque, difesi del clero. Ma tra laicità e radici etniche vi è un ambiguo legame da chiarire. Leggi tutto

Albert Jay Nock: una voce della “Old Right” contro il New Deal

2.2. Opere principali e pensiero

Albert Jay Nock LibertarianOldRightè stato scrittore fecondo; lo si può notare non soltanto dai volumi scritti e pubblicati, ma soprattutto dalla vasta produzione di articoli, editoriali e saggi che sono  stati sovente raccolti e pubblicati anch’essi in volume.

Per una corretta interpretazione del suo pensiero, occorre necessariamente considerare l’ambiente sociale in cui Nock ha vissuto i primi anni della sua vita. Indubbiamente la  famiglia, madre protestante e padre reverendo, ha contribuito  a forgiare  in  lui  quelle  convinzioni  intellettuali  e  morali  che caratterizzeranno  i suoi  punti  di  vista  futuri.  I   due  istituti  scolastici frequentati, anch’essi sotto l’influenza della stessa Chiesa Episcopale in cui il padre era inserito, non hanno fatto altro che rafforzarle. Questi principi si sono inizialmente riflessi soprattutto nella pratica quotidiana; ne è chiara testimonianza il suo ingresso nelle istituzioni religiose ed il percorso che lo ha portato fino al ruolo di rettore della Chiesa Episcopale di Titusville.

Durante il 1909 la situazione muta radicalmente: Nock vive una crisi di coscienza e  medita sulla propria fede, allontanandosi definitivamente dal clero per lavorare al The American Magazine. Scrive parecchi articoli, ma il suo sguardo sul mondo è diverso dal precedente: ora cerca un approccio più scientifico che religioso, che gli permetta di analizzare i comportamenti umani lasciando in disparte il criterio spirituale; vuole capire le cause e le conseguenze delle azioni umane nella società [5].

Nonostante il cambio di visuale, rimarrà molto legato soprattutto ad uno dei suddetti  principi:  l’importanza  fondamentale  della  fibra  morale  («moral fibre»); non più dal  punto di vista religioso o spirituale, ma intesa come movente  e  risultato  di  un  certo  tipo  di  comportamento,  come  soggetto causante mutamenti nella società e della società stessa.

Nello stesso periodo entra in contatto con gli scritti dell’economista Henry George  (1839  – 1897) e la sua filosofia sociale ne viene palesemente influenzata: la libertà come motore necessario al miglioramento dell’essere umano e l’impossibilità di  

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I libertari sono «anarchici»?

È pressochè certo che il libertario, felicemente impegnato nell’enunciazione della sua filosofia politica, forte delle sue limpide convinzioni, si trovi esposto in breve a una infallibile argomentazione dello statalista. Non appena il libertario denuncia la pubblica istruzione o l’ufficio delle poste, o parla della tassazione come di un furto legalizzato, lo statalista invariabilmente lo provoca: «Dunque, tu sei un anarchico?». Il libertario è costretto a replicare confusamente: «No, no, non sono in alcun modo un anarchico». «Allora, quindi, quali misure governative favorisci? Quale tipo di tassazione vorresti fosse imposto?». Lo statalista ha ineluttabilmente avuto successo nella sua offensiva, e, non avendo trovato risposte adeguate alla prima domanda, il libertario si trova costretto ad arrendersi. Pertanto, di regola, il libertario risponderà così: «Io credo in un governo limitato, il cui ruolo venga circoscritto alla difesa della persona, o della proprietà, o dell’individuo contro la violenza o l’inganno».

Ho cercato di dimostrare, nel mio articolo Il vero aggressore nel numero dell’aprile del 1954 di Faith and Liberty, che questa tesi lascia il libertario indifeso di fronte all’argomento secondo cui lo Stato «è necessario per la difesa» quando ad esso ci si appella per giustificare mostruosi provvedimenti statalisti o spargimenti di sangue. Tale idea comporta, inoltre, ulteriori conseguenze, ugualmente o maggiormente gravi. Lo statalista può esibire il seguente ragionamento:

«Se tu ammetti che sia legittimo che le persone si associno e concedano allo Stato il diritto di costringere gli individui a pagare tasse per un certo servizio – come, ad esempio, la difesa – perchè non dovresti considerare egualmente morale e legittimo che le persone si uniscano in maniera simile e cedano allo Stato il diritto di provvedere agli altri servizi, come gli uffici delle poste, il welfare, l’industria, il governo, eccetera? Se uno Stato sostenuto da una maggioranza ha il diritto di occuparsi di qualcosa, perchè non dovrebbe poter gestire anche le altre?».

Confesso che non trovo risposte a una … Leggi tutto