Quando il diritto altera la realtà: la manipolazione del denaro e le sue conseguenze | IV parte

bank-of-englandSi arrivò così alla Prima Guerra Mondiale, un nuovo conflitto che ancora una volta ebbe delle rilevanti conseguenze sulla politica monetaria. Il 6 agosto 1914, infatti, ovvero un giorno dopo la dichiarazione di guerra alla Germania, il Parlamento britannico approvò il Currency and Bank Notes Act 1914[1]. Questa legge allentò nuovamente il legame con l’oro: essa infatti autorizzò temporaneamente il Tesoro (e non la Banca d’Inghilterra[2]) ad emettere un nuovo tipo di banconote, attribuendo ad esse valore legale (s. 1(1)).

Anche se formalmente la s. 1(3) stabilì la convertibilità in oro di tali banconote, di fatto questa legge consentì una notevole espansione della quantità circolante di moneta, in pratica sganciata dall’oro realmente esistente, e condusse alla sostituzione delle monete d’oro esistenti con questa nuova valuta fiduciaria emessa dal Tesoro: infatti i tentativi di richiedere realmente la conversione furono scoraggiati in ogni modo, e il gold standard fu quindi di fatto sospeso, anche se la convertibilità rimaneva ufficialmente assicurata.

L’intesa era che le nuove banconote sarebbero state ritirate dalla circolazione dopo la guerra e si sarebbe ritornati all’uso dell’oro come moneta. Tuttavia, passarono diversi anni dal termine del conflitto, prima che il Parlamento tentasse effettivamente di reintrodurre il gold standard: ciò avvenne solo con il British Gold Standard Act 1925[3], la cui s. 1(2) stabilì che «la Banca d’Inghilterra sarà tenuta a vendere a chiunque lo richieda […], e paghi il prezzo d’acquisto in qualunque moneta con corso legale, lingotti d’oro» a un determinato prezzo. In contemporanea, però, la subsection (1), lettera (a), stabilì che la Banca non sarebbe stata tenuta a convertire in monete le proprie banconote, che mantenevano corso legale: il gold standard era quindi riferito ai soli lingotti e non alle monete, per le quali veniva ufficialmente abolito. La lettera (b) della stessa s. 1(1) confermò questa impostazione, ponendo fine all’efficacia della citata s. 1(3) del Currency and Bank Notes Act Leggi tutto

Quando il diritto altera la realtà: la manipolazione del denaro e le sue conseguenze | III parte

bank_of_englandVenendo a considerare l’ordinamento inglese[1], per comodità espositive suddivideremo anche qui la nostra analisi in un periodo dalle origini agli anni della Prima Guerra Mondiale, e uno successivo che va fino alla crisi.

Per quanto riguarda l’Inghilterra, occorre tornare indietro sino al sedicesimo secolo: in questo periodo, infatti, la Royal Mint[2] acquisì di fatto il monopolio della creazione di monete. Essa esisteva dalla fine del nono secolo ma era rimasta per secoli solo una delle zecche del Regno d’Inghilterra. Intorno all’anno mille, il numero di zecche esistenti era molto elevato (ne sono riportate più di settanta). Tale numero iniziò a diminuire con la conquista normanna, e dall’inizio del tredicesimo secolo rimasero essenzialmente due zecche importanti: Londra e Canterbury. La zecca di Londra divenne comunque quella prevalente, e intorno al 1540 le rimanenti zecche ecclesiastiche chiusero, cosicché la Royal Mint rimase di massima l’unica esistente.

Gli effetti del monopolio si fecero subito sentire: infatti tra il 1542 e il 1551 Enrico VIII e il suo successore Edoardo VI usarono metalli di bassa qualità nelle monete nel tentativo di produrne una maggiore quantità, così svalutando il denaro esistente[3]. Tuttavia il processo fu interrotto da Elisabetta I, che mise in atto una nuova coniazione delle monete svalutate.

Nel corso dei decenni successivi, i mercanti iniziarono ad impiegare la Royal Mint come deposito per le grandi quantità d’oro che avevano ottenuto coi loro commerci, tuttavia nel 1640 re Carlo I decretò la requisizione dell’oro depositato presso la Royal Mint, a titolo di prestito forzoso alla Corona. I mercanti smisero allora di depositare il proprio oro presso la Royal Mint, e si rivolsero agli orefici di Londra (London goldsmiths). Questi ricevevano l’oro o gli altri metalli preziosi, custodendoli dietro un compenso, e rilasciavano certificati di deposito che attestavano la quantità e purezza del metallo depositato presso di loro.

Inizialmente, tali certificati non potevano circolare, e solo il depositante poteva presentarli per riavere indietro … Leggi tutto