L’economia Austriaca è più di un’economia di libero mercato

Gli economisti Austriaci sono noti per il sostegno del libero mercato e la critica dell’intervento statale. Infatti molte persone pensano erroneamente che l’economia Austriaca non sia altro che una difesa radicale del libero mercato, sebbene sia un modello per studiare l’azione umana e le sue implicazioni sociali.

Ciononostante è spesso possibile avvistare conclusioni di libero mercato sullo sfondo dei lavori Austriaci, e questo fa emergere importanti domande su come le implicazioni di politica possano influenzare lo sviluppo della teoria. Ad esempio, è possibile che la necessità di giustificare le politiche di libero mercato distorca la ricerca Austriaca? Questa è la tesi sostenuta in una nuova raccolta di saggi curata da Guinevere Nell, intitolata Austrian Theory & Economic Organization: Reaching Beyond Free Market Boundaries.

Nell sostiene che gli economisti Austriaci contemporanei si concentrino sul fare ricerche che arriveranno a “conclusioni imperative di libero mercato.” Così, secondo Nell, il loro lavoro è più ideologico che metodologico, e ogni ricerca che mette in discussione l’ortodossia del libero mercato viene evitata e respinta.

Secondo Nell lo status quo Austriaco deve cedere il passo ad un approccio all’economia più imparziale, soprattutto nell’organizzazione della teoria. Naturalmente non tutti i collaboratori di questo libro condividono le sue opinioni. Tuttavia la maggior parte dei capitoli sono coerenti con il suo obiettivo di sviluppare idee Austriache senza preoccuparsi di renderle adatte a conclusioni di libero mercato.

In pratica tutto si riduce a proporre diverse proposizioni che gli Austriaci potrebbero considerare controverse. Ci sono variazioni sui temi di base, ma le idee di base sono le seguenti:

  1. il libero mercato produce gravi problemi sociali ed economici,
  2. il governo (ad esempio, il socialismo di mercato) può essere una valida forma d’ordine spontaneo, e
  3. il governo può migliorare i risultati del mercato, soprattutto per quanto riguarda la giustizia sociale.

 

Non sono convinto che il libro riesca a difendere qualsiasi di queste proposizioni. Prima di spiegare questa valutazione, però, vorrei … Leggi tutto

Quando sognavano l’Unione Sovietica

The Austrian School: Past and Present, scritto da Randall G. Holcombe come introduzione alla raccolta di saggi da lui curata, 15 Great Austrian Economists (Ludwig von Mises Institute, 1999), è un saggio molto ricco di informazioni e di spunti. Ho scelto di tradurne alcuni brani significativi, perché è opportuno non dimenticare, oggi, quali siano stati, in un passato ancora prossimo, miti e modelli dei macroeconomisti. Sperando che quel passato non ritorni, in versione anche peggiore, come futuro distopico, visto che tutto fa pensare che il mainstream dei simil-economisti continui a lavorare in quello stesso senso…

slaveryUn altro fattore che ha allontanato l’economia Austriaca dal mainstream è stato il dibattito sul calcolo socialista. Nel 1919, poco dopo la formazione dell’Unione Sovietica, Ludwig von Mises, ad un convegno della professione, presentò un articolo dove sosteneva la tesi che le economie a panificazione centrale fossero condannate al fallimento. Mises ha sviluppato la propria idea in opere successi e e ha continuato a difendere la sua tesi fino alla morte, nel 1973. Hayek si è unito al dibattito al fianco di Mises, un’aggiunta di peso; ma la maggior parte degli altri economisti si è ammassata sull’altro fronte, dando vita a quello che è stato chiamato il dibattito sul calcolo economico socialista. L’opinione comune degli economisti di professione era che Mises avesse torto e che la pianificazione centrale non solo fosse praticabile, [ma] che fosse superiore al mercato come metodo di allocazione delle risorse economiche. Mises, il principale portavoce della Scuola Austriaca, è stato identificato con la sua posizione nel dibattito sul calcolo socialista in modo tanto stretto che ha gettato un’ombra su tutta quanta la teoria economica Austriaca. Entro il 1950, qualsiasi economista esprimesse sostegno alla Scuola Austriaca si stava, implicitamente, schierando su quella che era generalmente considerata la posizione perdente nel dibattito. Pochi economisti dell’ambiente accademico erano disposti a farlo.

Entro la metà del ventesimo secolo, la teoria economica si è concentrata sulle … Leggi tutto

Mises, Kant e la spesa per il welfare

I Diritti Naturali dell’Uomo e I Limiti dello Stato

Mises_KantNe La Legge Frédéric Bastiat presenta l’inoppugnabile massima che i diritti dell’uomo esistano precedentemente alla formazione dello Stato e che, pertanto, l’azione collettiva dello Stato non possa essere in contrasto con i preesistenti diritti individuali. Secondo Bastiat, l’uomo può delegare allo Stato soltanto quei poteri che egli stesso già possiede e non ha il diritto naturale di forzare il prossimo alla beneficienza. Dato che di mia volontà non posso costringerti a fare della beneficienza, neanche la forza governativa può forzarti di sua scelta. Eppure, è esattamente ciò che fa. Poniamo la circostanza che tu voglia opporti al fatto che il governo stia dando denaro ad una organizzazione di beneficenza che personalmente avversi. Non andresti molto lontano asserendo che hai il diritto a pagare in proporzione meno tasse. Se continuassi a rifiutarti di pagare, il governo confischerebbe i tuoi beni. Se cercassi di proteggerli, il governo ti ucciderebbe. Eppure, all’interno del contesto dei diritti naturali, il governo non ha alcuna giustificazione nel forzarti a pagare per un’organizzazione che disapprovi e che non finanzieresti volontariamente.

La Vera Giustizia e l’Imperativo Categorico

Forse c’è un fondamento logico superiore che giustifica lo Stato a violare i nostri diritti naturali confiscando coercitivamente le nostre proprietà per il presunto miglioramento degli altri. In riferimento a tale fondamento logico, ci rivolgiamo a due filosofi – Immanuel Kant e T. Patrick Burke. Cominciamo con Kant. La nostra concezione di “vera giustizia” non trova una migliore espressione di quella di Immanuel Kant nella spiegazione del suo “imperativo categorico”. Un imperativo categorico dice incondizionatamente cosa fare a tutti gli uomini, in tutti i posti, tutto il tempo. Non desume il suo potere da alcuna autorità diversa dalla pura ragione. Kant distingue questo imperativo categorico da un imperativo ipotetico, quale il “bisogno”. Sebbene un imperativo ipotetico possa essere valido, come ad esempio “le persone bisognose vivrebbero meglio se ricevessero sussidi statali”, non … Leggi tutto

Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | VI parte

Critica all’economia del benessere

La critica all’economia del benessereSocial_indifference_curves_small è quella mossa inizialmente da Hayek nella forma:

nell’impostazione consueta della teoria del benessere il problema da risolvere è quello di trovare il modo migliore di utilizzare le risorse disponibili, nell’ipotesi che noi possediamo tutte le informazioni rilevanti riguardo al sistema dato delle preferenze e ai vari mezzi disponibili”.

Il problema posto in questi termini, tuttavia, è prettamente logico o matematico; la soluzione è implicita negli assunti che lo identificano. Continua Hayek:

non è assolutamente questo il problema economico che la società deve affrontare […] i “dati” sui quali si basa il calcolo economico non sono mai, e mia potranno essere, “dati” per l’intera società a una singola mente che possa calcolarne le implicazioni […]. Il problema economico è quello di utilizzare la conoscenza che, nella sua totalità, non è mai data per nessuno”.

Per l’economia del benessere la funzione sociale del mercato è quella di uno strumento di calcolo che generi le giuste soluzioni per il sistema di equazioni che identificano la distribuzione ottima. Per Hayek, invece, la funzione sociale del mercato è quella di un meccanismo per comunicare informazione, di strumento sociale per mobilitare tutti i frammenti di conoscenza sparsi nell’economia. L’analisi ortodossa del benessere assume che il compito sociale, di importanza cruciale, di rendere disponibile a coloro i quali assumono le decisioni i frammenti sparsi di informazione è già stato portato a termine.

Nella consueta economia del benessere si utilizza la scatola di Edgeworth per mostrare che là dove le curve di indifferenza delle parti si intersecano, c’è spazio per uno scambio che sia vantaggioso per entrambi. Ovviamente, lo scambio può in effetti non aver luogo, nonostante la presenza delle condizioni per uno scambio reciprocamente vantaggioso, perché la conoscenza è imperfetta. Questa situazione crea un’opportunità che può essere sfruttata imprenditorialmente da un’azione che elimini la mancanza di coordinamento. È possibile valutare il successo … Leggi tutto

Mezzi: beni, servizi, fattori di produzione | II parte

mises_crestFattori della produzione

Beni o servizi necessari per realizzare i prodotti. Possono essere così classificati: fattori originari, cioè disponibili in natura (terra e lavoro umano) e beni a loro volta prodotti (beni capitali).

Terra: vengono definiti con questo termine sintetico tutte le risorse fornite dalla natura, i mezzi di produzione originari: terreno destinato all’agricoltura o alla costruzione di edifici, risorse naturali (combustibili, minerali), acqua, alberi, animali, atmosfera, luce solare.

La terra è un fattore di produzione come gli altri e le leggi che determinano la formazione dei prezzi della terra sono le stesse che determinano la formazione dei prezzi degli altri fattori. La terra differisce dal fattore capitale per il fatto che essa non è riproducibile (con espressione meno precisa, è una risorsa permanente).

Esistono appezzamenti di terra diversi, di differente qualità, non la “terra in generale”. Ciò è vero anche per i minerali.

Il compenso (reddito) di questo fattore si chiama rendita (rent; ma “rendita”, nel senso di affitto, indica il prezzo unitario dei servizi di qualsiasi bene, compreso il lavoro). Essendo un bene non-riproducibile, la terra guadagna una rendita netta, a differenza dei beni capitali, che, dovendo essere prodotti e mantenuti, guadagnano solo un reddito lordo, assorbito dai costi di produzione e manutenzione.

Tale reddito (come anche il reddito del fattore lavoro, v. infra) è pagato in anticipo, cioè temporalmente prima del momento in cui il bene prodotto viene venduto; le risorse sono tratte dal capitale risparmiato dal capitalista.

La terra “submarginale”, cioè quella meno produttiva utilizzata in un dato periodo di tempo, genera una rendita “quasi” vicina allo zero.

Lavoro: energia fisica e mentale profusa dall’individuo per la produzione di beni e servizi.

Nel fattore lavoro sono compresi tutti i tipi di lavoro, sia dipendente, sia diretto, sia imprenditoriale.

Il lavoro alle dipendenze prescinde dalla qualità e dalle mansioni, dunque in esso sono compresi sia quello degli operai sia quello dell’amministratore … Leggi tutto

Azione, Tempo e Conoscenza: la Scuola Austriaca di economia – II parte

Seconda parte della trascrizione della conferenza tenuta il 10 marzo 2012 in occasione della Austrian Scholars Conference ad Auburn, Stati Uniti, e riassunto del Capitolo 2 del mio ultimo libro Ação, Tempo e Conhecimento: a Escola Austríaca de Economia (Instituto Mises Brasil, São Paulo, 2011)

V. Economia

L’economia della mises_crestScuola Austriaca, così come la filosofia, l´epistemologia e la politica, deriva anch’essa da quella che noi chiamiamo triade di base – azione, il tempo e la conoscenza – e si diffonde attraverso i concetti di utilità marginale, soggettivismo e ordini spontanei, cioè gli elementi di propagazione.

Sulla base di questi elementi essenziali e propagatori seminali gli economisti austriaci da Menger in poi hanno eretto un vario e complesso edificio dal punto di vista scientifico. Una struttura che funziona perfettamente, per quanto possa essere definito “perfetto” il mondo reale nelle scienze sociali.

Vorrei brevemente esporre ciascuno dei sei campi della teoria economica che ritengo essenziali per la comprensione del pensiero austriaco.

1. Il processo di mercato

A differenza dell´economia mainstream, la Scuola Austriaca non studia mercati in equilibrio né adotta la famosa classificazione dei mercati in base alla loro “forma” (concorrenza perfetta, oligopolio, concorrenza monopolistica e monopolio). Essa presuppone invece che i mercati siano processi tendenti ad un equilibrio (perché gli attori sono razionali e imparano dagli errori) che è in continua evoluzione e che in ogni istante di tempo dinamico non viene tuttavia raggiunto.

Per capire questo aspetto è sufficiente ricordare i principali elementi della teoria. In primo luogo, i mercati sono mossi da azioni dei suoi partecipanti, sia sul lato della domanda che dell’offerta. In secondo luogo, l’azione umana si svolge nel tempo dinamico e ogni istante è un’occasione di apprendimento. In terzo luogo, le operazioni di mercato sono effettuate in condizioni di limitazione e di dispersione della conoscenza. In quarto luogo, i mercati sono ordini spontanei, soggetti quindi a cambiamenti continui. In quinto luogo, l’azione umana è soggettiva.

Come … Leggi tutto

Libertà e Sicurezza

Benché il 2012 si sia concluso con il secondo, temporaneo, salvataggio di fila dell’Unione europea, il mio consiglio rimane quello di non abbassare la guardia ma di approfittarne per continuare ad informarsi e ad agire. Lo ripeto perché non è così scontato come sembra: di solito, infatti, accade sempre l’opposto: la gente in modo caotico e poco costruttivo corre disperatamente a cercare informazioni quando si trova nei momenti più critici, compiendo spesso e volentieri anche scelte finanziarie tremendamente sbagliate (vendere titoli di Stato e azionari ai minimi, portare via i risparmi dal paese per comprare valuta straniera sui massimi), per poi tornare a rilassarsi quando la tempesta sui mercati sembra passata compiendo, al contrario, altre scelte finanziariamente sbagliate (rientrare sulle borse o continuare a comprare titoli di Stato sui massimi, lasciare i propri risparmi dove sono pensando allo scampato pericolo).

Invece i momenti migliori per informarsi e prendere le decisioni con lucidità sono quelli di relativa calma come quello che stiamo vivendo. Onde sintetizzare al meglio dove realmente siamo arrivati, e trarne le dovute azioni e conclusioni, riporto qua di seguito un articolo di Alasdair Macleod. E’ molto chiaro ed in quelle poche righe ripercorre i temi più importanti che mi sono sforzato di approfondire e divulgare con i diversi libri fin qua pubblicati (ho linkato frasi e parole dell’articolo al nostro libro che meglio di altri spiega il concetto esposto). Leggetevelo bene e pur cercando di mantenere vivo l’ottimismo non fatevi le stesse illusioni che continuano a farsi i nostri politici che ci governano. A differenza loro, che così facendo stanno solo rovinando gli inermi cittadini, prenderete in giro solo voi stessi. Sperate quindi sì per il meglio, ma non fatevi trovare impreparati qualora arrivasse il peggio: non finirà sempre così bene come è riuscito a Bernanke nel 2008 o a Draghi in questi ultimi due anni.

Infine, per citare H.L. Mencken: “L’uomo medio non vuole libertà, vuole sicurezza”. Leggi tutto

Ballando sulla tomba keynesiana

Offro questa valutazione ottimista: i cattivi perderanno. Le loro politiche stataliste porteranno ad una distruzione che non saranno in grado di spiegare. La loro richiesta verrà respinta. "Dateci più tempo. Abbiamo solo bisogno di un po' più di tempo. Saremo in grado di risolvere questo problema se ci lasciate affondare le mani più in profondità nei vostri portafogli".

Strade pubbliche e mortalità

La perdita annuale di migliaia di vite innocenti prova, al di là di ogni dubbio, che lo Stato sia la più inappropriata e pericolosa organizzazione alla quale affidare la gestione delle strade. Sfortunatamente, ulteriori migliaia di persone continueranno ad essere sacrificate sull'altare dell’incompetenza burocratica, finché le cose rimarranno allo stato attuale. È tempo di dare il benservito alla gestione statale della viabilità. Non è forse tempo di pretendere che i gestori e proprietari siano chiamati a rendere conto personalmente delle stragi sulle loro strade?

I pianificatori centrali non possono effettuare il calcolo economico

Al crescere dello stato diminuisce la libertà individuale degli agenti economici, i quali vedono falsificati quei segnali che consentono loro di operare i loro affari in un panorama economico sano e privo di privilegi. L’incapacità del calcolo economico in un ambiente pianificato centralmente non consente allo stato di allocare correttamente le risorse nei vari investimenti intrapresi dai burocrati dietro le scrivanie. Mises lo sottolineò chiaramente nel libro col quale demolì, una volta per sempre, la possibilità di un calcolo economico corretto sotto il socialismo: Economic Calculation in the Socialist Commonwealth.