Lo scarica-barile della Fed: incolpare la Cina e il petrolio

La recente azione del mercato ha fatto emergere alcune ipotesi che sono o del tutto sbagliate o altamente fuorvianti. Ad esempio, per quanto riguarda la recente catastrofe nei mercati dei capitali, s’è fatta strada una dicotomia particolarmente insistente che vuole spiegarne la causa.

Ci sono alcuni che, facendo eco ai titoli dei giornali, sono pronti a puntare il dito contro il petrolio e la Cina. Ciononostante ci sono altri che puntano il dito contro la Fed per aver “rialzato i tassi troppo presto.” Secondo questi ultimi essendo “l’inflazione totalmente sotto controllo”, era ridicolo che la Fed sentisse il bisogno di “rialzare i tassi d’interesse . Entrambe queste posizioni tendono ad esprimere angoscia per il “dollaro forte”.

Entrambe queste posizioni non comprendono la causa del problema. Tanto per cominciare, è ridicolo accusare il petrolio per il calo dei mercati quando c’è bisogno in prima istanza di spiegare perché il petrolio stesso stia calando. E’ del tutto insoddisfacente spiegare qualcosa descrivendolo. Funziona bene per i titoli dei giornali e per scaricare le colpe reali, ma bisogna imparare a guardare più in profondità. Non ci si può aspettare d’impressionare nessuno spiegando che l’aereo sta precipitando perché non sta più volando. Qual è la causa del calo del prezzo del petrolio? Questa è la vera domanda.

Inoltre, nemmeno la “tesi Cina” non spiega nulla. Ci si limita ad osservare una correlazione nei mercati e quindi è molto conveniente dare la colpa “agli altri”. L’economia della Cina e degli Stati Uniti s’influenzano a vicenda, soprattutto nella nostra epoca di valute fiat fluttuanti. Ma alla fine sia la Cina sia gli Stati Uniti — anzi il mondo intero — vengono trascinati giù da azioni passate compiute dalle rispettive banche centrali, più nello specifico dall’illusione di prosperità attraverso l’espansione monetaria e del credito.

Questo ci porta al secondo tema: biasimare la Fed per aver operato un “rialzo dei tassi” troppo presto. Cioè, ci sono un … Leggi tutto

Risparmio, commercio e la fatina della fiducia

Le negoziazioni dell’ultimo minuto sul tetto del debito hanno fatto scatenare i sapientoni. Nel mezzo di una terribile recessione, è tuttora in corso il contrasto tra l’analisi degli Austriaci e dei keynesiani. Gli Austriaci raccomandano le virtù del risparmio e dell’investimento, mentre i keynesiani predicano l’opposto. Le cose sono così sottosopra che in questo articolo mi tocca difendere il presidente Obama dalle frecciate di Paul Krugman.

 

Krugman all’Assalto di Obama

In una pubblicazione del suo blog di questa settimana, Krugman ha dapprima citato il presidente Obama dalla conferenza stampa sulle negoziazioni del budget:

Penso che se l’intero paese vedrà Washington agire responsabilmente, fare compromessi, affrontare il deficit ed il debito tra 10, 15, 20 anni, affinché ciò possa aiutare le imprese a sentirsi più fiduciose per investire in questo paese, gli investitori esteri potrebbero dire che l’America si è riorganizzata e potrebbero essere disposti ad investire. E ciò avrà un impatto positivo sulla crescita generale e sull’occupazione.

Sembra una retorica fatta di luoghi comuni. Chi potrebbe opporsi al presidente degli Stati Uniti che spiega che ci sono cattive conseguenze per la crescita economica se gli investitori considerano il paese come una repubblica delle banane, oppure (che è lo stesso) che ci sono conseguenze buone se gli investitori pensano che la crisi finanziaria a lungo termine sia stata risolta? La sola ragione per lamentarsi è che queste banalità sono fasulle; gli “statalisti” Repubblicani e Democratici a Washington organizzeranno al meglio un aggiustamento a breve termine che ci permetta di zoppicare fino alla prossima emergenza che sorgerà in pochi mesi.

Ah, ma il premio Nobel Paul Krugman è uno scrittore intelligente e se n’è uscito con alcune ragioni per lamentarsi della frase di Obama:

OK, così questa è la fatina della fiducia. Ma la cosa degli “investitori esteri” è in realtà peggiore. Pensateci: i tassi d’interesse degli Stati Uniti sono bassi; non c’è alcun crowding out; NON stiamo soffrendo di una

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È tempo di recessione?

Nel descrivere le dinamiche delle guerre tra valute, uso sempre metafore come il tiro alla fune o l’altalena. Ciò indica che le guerre tra valute non sono mai una scommessa unidirezionale. I tassi di cambio vanno avanti e indietro più volte.

La guerra tra valute 1921-1936 è un buon esempio. Nel 1921 i tedeschi distrussero la loro moneta durante la famosa iperinflazione della Repubblica di Weimar. Nel 1925 la Francia e il Belgio svalutarono le loro monete. Ciò rese la sterlina inglese e il dollaro USA più forti. Nel 1931 il Regno Unito svalutò le sterline. Questo mise pressione a Francia e Stati Uniti Poi, nel 1933, gli Stati Uniti svalutarono il dollaro, facendo di nuovo pressione su Regno Unito e Francia. Infine, nel 1936, la Francia e il Regno Unito svalutarono di nuovo le loro divise rispetto al dollaro.

Questa è stata la famigerata sequenza del processo “beggar thy neighbor”.

Oppure si consideri la storia della guerra tra valute di oggi. Dal 2008 al 2010 abbiamo visto un dollaro forte e uno yuan debole. Poi, nel 2011, gli Stati Uniti hanno progettato un dollaro debole. L’indice del dollaro della FED ha raggiunto un minimo storico nell’agosto del 2011. Nel contempo, l’oro ha raggiunto il suo livello più alto — non un caso.

Poi lo yen giapponese è stato svalutato con la famosa Abenomics all’inizio del dicembre 2012.

A metà del 2014 è stato il turno dell’euro, il quale è sceso da $1.30 a $1.05. Di conseguenza il dollaro ha raggiunto un picco decennale a metà del 2015. Poi la FED ha sbattuto le palpebre e ha cominciato ad allontanarsi da un rialzo dei tassi, cosa che ha portato il dollaro giù di una tacca.

Il punto è che non c’erano scommesse unidirezionali. Il dollaro americano è diventato più forte nel 1921-1933. Poi s’indebolì nel 1933-36 e tornò ad essere forte dopo il 1936. Il dollaro era forte nel 2010, … Leggi tutto

Il trionfo del socialismo

socialismPensate che le idee non contino, che ciò che le persone credono riguardo a loro stesse ed al loro mondo non abbia conseguenze reali? Se è così, quanto segue non vi infastidirà minimamente.

Da un sondaggio della BBC (eseguito nel 2009, NdR) è emerso che solo l’11 percento delle persone chiamate ad esprimersi in giro per il mondo – basandosi su un campione di 29000 persone – pensa che il capitalismo di libero mercato sia una buona cosa. I restanti ripongono speranze in maggiori regolamentazioni governative. Solo una piccola percentuale della popolazione mondiale ritiene che il capitalismo funzioni bene e che regolamentazioni più incisive ne ridurrebbe l’efficienza.

Un quarto delle persone interpellate ha affermato che il capitalismo è “intrinsecamente sbagliato”. In Francia, il 43% lo crede; in Messico il 38%. La maggioranza delle persone ritiene che il governo dovrebbe rubare ai ricchi per dare soldi ai paesi poveri. Solo in un paese, la Turchia, la maggioranza auspica un minore coinvolgimento dello Stato negli affari economici.

E il quadro diventa addirittura peggiore. Mentre gran parte degli europei e degli statunitensi pensa che sia stata una buona cosa che l’Unione Sovietica sia scomparsa, le persone in India, Indonesia, Ucraina, Pakistan, Russia ed Egitto perlopiù pensano che sia stata un’occorrenza nefasta. Sì, avete letto bene: milioni liberati dalla schiavitù socialista… occorrenza nefasta.

Questa notizia dovrebbe sollevare l’animo di qualsiasi aspirante despota in giro per il mondo, giungendo come un fulmine a ciel sereno venti anni dopo che il collasso del socialismo in Russia ed in Europa dell’est ha rivelato ciò che questo sistema incarnava: società arretrate con cittadini che vivevano vite brevi e miserabili. Poi c’è il caso della Cina: un paese salvato dalla sanguinosa barbarie sotto il comunismo e trasformato in un paese moderno e prospero dal capitalismo.

Quale lezione possiamo trarne? Lungi dall’aver appreso alcunché, le persone hanno in gran parte perso la memoria e coltivato un amore per l’antica … Leggi tutto

Ripetimelo ancora: quale di queste nazioni è “comunista”?

La politica fiscale dice davvero tanto su un Paese… su quali siano i valori e i principi dei suoi politici. Le persone possono affermare ciò che vogliono ma, in un certo senso, la politica fiscale sta mettendo i loro soldi all'altezza delle loro bocche. Per esempio, i politici amano parlare di tecnologia, efficienza e trasparenza. Ma basta dare un’occhiata all'etica di tassazione per capire da che parte stiano veramente. Il Decreto di Tassazione estone del 2002, che costituisce la parte fondamentale del codice tributario di quel Paese, è formato da 43.370 parole.