Capitalismo ed equivoci riguardo i monopoli

Numerosi equivoci e miti circondano il significato dei termini capitalismo e concorrenza, ma pochi sono paragonabili alla confusione circa il significato e la rilevanza del “monopolio” nel funzionamento dell’economia di mercato. Se considerato spassionatamente, in modo fattuale e rispettoso della storia, il monopolio ha quasi sempre rappresentato un problema solo quando è stato creato, protetto od imposto dall’intervento governativo.

I critici del capitalismo hanno proposto di nazionalizzare le industrie “monopolistiche”, di suddividerle in piccole imprese “competitive”, o di regolamentare le loro politiche di prezzo influenzandone la produzione. Una parte significativa delle critiche all’esistenza stessa o alle presunte “minacce” rappresentate da un monopolio è connessa al modo particolare e singolare in cui gli economisti pensano alla “concorrenza” e al “monopolio”. Basti pensare a come concorrenza e monopolio vengono trattati nei libri di testo su cui praticamente ogni studente studia economia.

L’illusorio mondo della “concorrenza perfetta”

Agli studenti viene insegnato che la teoria della “concorrenza perfetta” è il punto di riferimento per svolgere un’analisi di mercato. Si tratterebbe di una situazione in cui vi sono così tanti concorrenti sul lato dell’offerta che ciascuno è troppo piccolo per influenzare il prezzo di mercato del bene offerto agli acquirenti. Ogni venditore, quindi, prenderebbe il prezzo di mercato come “dato” al quale rispondere in termini di output ottimale da produrre ed offrire, dati i costi (marginali) di produzione.

Si presume inoltre che ciascuno dei venditori, nel proprio specifico mercato, offra un prodotto che, in termini di qualità, prestazioni e caratteristiche, è esattamente uguale a quello offerto dai concorrenti in quello stesso mercato. In altre parole, nel mondo della “concorrenza perfetta” non esiste una differenziazione competitiva di prodotto nel senso del singolo venditore che cerca di escogitare versioni nuove, migliori e rinnovate del suo prodotto per ottenere un vantaggio sui suoi concorrenti.

Si presume che l’ingresso e l’uscita da qualsiasi mercato possano avvenire senza sforzo e senza costi, quindi qualsiasi nuova possibilità di profitto o possibili Leggi tutto

L’economia Austriaca è più di un’economia di libero mercato

Gli economisti Austriaci sono noti per il sostegno del libero mercato e la critica dell’intervento statale. Infatti molte persone pensano erroneamente che l’economia Austriaca non sia altro che una difesa radicale del libero mercato, sebbene sia un modello per studiare l’azione umana e le sue implicazioni sociali.

Ciononostante è spesso possibile avvistare conclusioni di libero mercato sullo sfondo dei lavori Austriaci, e questo fa emergere importanti domande su come le implicazioni di politica possano influenzare lo sviluppo della teoria. Ad esempio, è possibile che la necessità di giustificare le politiche di libero mercato distorca la ricerca Austriaca? Questa è la tesi sostenuta in una nuova raccolta di saggi curata da Guinevere Nell, intitolata Austrian Theory & Economic Organization: Reaching Beyond Free Market Boundaries.

Nell sostiene che gli economisti Austriaci contemporanei si concentrino sul fare ricerche che arriveranno a “conclusioni imperative di libero mercato.” Così, secondo Nell, il loro lavoro è più ideologico che metodologico, e ogni ricerca che mette in discussione l’ortodossia del libero mercato viene evitata e respinta.

Secondo Nell lo status quo Austriaco deve cedere il passo ad un approccio all’economia più imparziale, soprattutto nell’organizzazione della teoria. Naturalmente non tutti i collaboratori di questo libro condividono le sue opinioni. Tuttavia la maggior parte dei capitoli sono coerenti con il suo obiettivo di sviluppare idee Austriache senza preoccuparsi di renderle adatte a conclusioni di libero mercato.

In pratica tutto si riduce a proporre diverse proposizioni che gli Austriaci potrebbero considerare controverse. Ci sono variazioni sui temi di base, ma le idee di base sono le seguenti:

  1. il libero mercato produce gravi problemi sociali ed economici,
  2. il governo (ad esempio, il socialismo di mercato) può essere una valida forma d’ordine spontaneo, e
  3. il governo può migliorare i risultati del mercato, soprattutto per quanto riguarda la giustizia sociale.

 

Non sono convinto che il libro riesca a difendere qualsiasi di queste proposizioni. Prima di spiegare questa valutazione, però, vorrei … Leggi tutto

Austriaci e neoclassici

stemma misesIn questo lavoro vengono esaminate le principali differenze fra la Scuola Austriaca e la tradizione Neoclassica. Sebbene nelle classificazioni dottrinali più sommarie gli Austriaci vengano incorporati nella scuola Neoclassica, ciò può essere considerato corretto solo relativamente alle origini delle due tradizioni di ricerca, in particolare con Menger. Successivamente le differenze metodologiche si sono accentuate in una misura tale da configurare due orientamenti teorici distinti, e a tratti contrapposti[1].

1) Le scuole classica e neoclassica considerano come soggetto idealtipico l’homo oeconomicus, l’uomo d’affari, il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto monetario, o in generale dell’interesse personale inteso in senso strettamente egoistico. Ma questo modello è parziale, e non dà conto ad esempio di una figura centrale come è quella del consumatore, e di un atto fondamentale qual è il consumo; oppure di preferenze diverse dal guadagno monetario, come ad esempio il valore affettivo che un individuo attribuisce ad un determinato bene. L’homo oeconomicus afferra solo una parte dell’uomo, mentre l’uomo agente e la teoria dell’azione umana colgono l’intera dinamica economica.

2) Equilibrio – I neoclassici ritengono che l’economia di mercato sia sempre in uno stato di equilibrio di lungo periodo, senza profitti, perdite e incertezza. La Scuola di Losanna (Walras, Pareto, Schumpeter) si limita a determinare le appropriate grandezze degli elementi del sistema, appunto le condizioni dell’equilibrio.

In fisica “equilibrio” è uno stato in cui un’entità rimane; ma in economia c’è una tendenza verso l’equilibrio, mai uno stato di equilibrio. Gli Austriaci infatti si sono concentrati non sull’equilibrio ma sul processo attraverso il quale il mercato muove verso l’equilibrio; e in questo contesto il tempo diventa un concetto centrale[2]. Gli attori economici, poiché agiscono per uno scopo, per raggiungere un dato stato finale, puntano all’equilibrio; il concetto di azione, di processo, implica lo stato di equilibrio. Ma nel mondo reale questo equilibrio non è mai completamente raggiunto, è sempre modificato, perché cambiano continuamente le determinanti dell’attività economica: … Leggi tutto

Adottiamo uno stato sociale hayekiano

L’ultimo numero dell’Econ Journal Watch tratta la correlazione tra supporto per la regolazione economica e le ridistribuzioni dello stato sociale nelle opinioni degli economisti. Daniel Klein si domanda, nel capitolo iniziale del numero, perché esiste un economista che supporta una pesante regolamentazione economica e allo stesso modo supporta anche una forte redistribuzione del reddito?

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Come possono esserci i problemi di tassazione progressiva, redistribuzione e di piani governativi universali, così possono esserci – continua – problemi di regolamentazione dell’utilità pubblica, antitrust, protezione dei consumatori, sicurezza del lavoro e degli standard lavorativi, protezione ambientale, regolamentazione finanziaria, regolamentazione assicurativa, controlli dell’uso della terra, regolamentazione del settore abitativo, regolazione dell’agricoltura, del sistema sanitario,  dei trasporti, dell’energia e così via? Una bella domanda. Lui ipotizza che gli economisti siano motivati anzitutto dai loro sentimenti riguardo la “governalizzazione” – una preferenza in genere favorevole o contraria con l’utilizzare il governo per risolvere i problemi che la società affronta.

 Ma, come afferma Andreas Bergh, un altro contributore, non sono convinto che alla fine una delle altre configurazioni sia così sgradevole. Bergh sostiene che uno stato sociale hayekiano sia possibile e probabilmente più invitante di quello suggerito da Klein. Sono d’accordo.

 Probabilmente, la più efficace argomentazione generale contro la regolamentazione è data da Hayek, il quale afferma che in un mondo complesso, le nostre azioni spesso hanno conseguenze inaspettate. Un ordine spontaneo è un sistema non casuale che è il risultato di scelte individuali, non il disegno di un pianificatore centrale. Un linguaggio privo di un ente pianificatore centrale potrebbe essere un esempio, come potrebbe esserlo un’economia di libero mercato.

 Nelle parole di Adam Ferguson, queste sono il risultato dell’azione umana, ma non del disegno umano. Il ragionamento di Hayek è tale perché gli eventi in questo disegno sono stati modellati dalle scelte interne degli individui; ciò che ad un osservatore esterno potrebbe apparire come un’inefficienza o fallimento potrebbe avere una logica nascosta in sé.… Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – V parte

4. Teoria della conoscenza: kantismo e aristotelismo

L’approccio prasseologico di Mises è neokantiano, quello di Rothbard tomista.

stemma misesMises cerca di ristabilire i fondamenti filosofici razionalistici, stando dalla parte di Leibniz e Kant contro Locke e Hume. Quando Locke afferma “niente è nell’intelletto che prima non è stato nei sensi” Leibniz risponde “eccetto l’intelletto stesso”.

Sul piano epistemologico, la prasseologia di Mises è influenzata da Kant, ma solo per le classificazioni fra proposizioni analitiche, sintetiche, a priori e a posteriori, e in particolare per l’asserzione che esistono anche proposizioni sintetiche vere a priori[1]. Mises ha risolto il problema del come possiamo conoscere le verità a priori, che Kant aveva lasciato insoluto.

Il problema è il seguente: come si fa a stabilire la verità di tali proposizioni se la logica formale non è sufficiente e le osservazioni non sono necessarie? La risposta di Kant è che la verità deriva da assiomi materiali auto-evidenti. Auto-evidenti significa che non si possono negare senza essere in contraddizione; cioè il tentativo di negarli rappresenta un’ammissione implicita della loro veridicità. Questi assiomi si ricavano non dall’esperienza, ma dalla riflessione su noi stessi in quanto soggetti pensanti; la ragione umana comprende che tali verità devono essere necessariamente nel modo in cui sono. Però per Kant tali proposizioni sintetiche a priori sono solo asserzioni sul funzionamento della mente umana e nient’altro; per Mises molto di più: sono asserzioni sulla realtà esterna. Ed è il concetto di azione a offrire il ponte fra la mente e la realtà esterna.

Le verità di tali proposizioni non sono semplicemente categorie della nostra mente, perché tali categorie sono fondate sulle categorie dell’azione. L’essere categorie dell’azione elimina il rischio che vi sia una distanza fra il mondo mentale e quello reale; cioè la mente non si inganna nel dichiarare alcune verità (proposizioni sintetiche a priori), perché è attraverso l’azione che la mente e la realtà entrano in contatto.

Mises, in accordo con l’epistemologia kantiana, … Leggi tutto

La Scuola Austriaca: differenze interne – IV parte

3. Ludwig Lachmann

stemma misesLachmann estremizza gli elementi soggettivisti della Scuola Austriaca[1] e sostiene che tutto è soggettivo e incerto; dunque nega l’esistenza oggettiva del mondo reale, delle leggi oggettive di causa ed effetto e della validità oggettiva della logica deduttiva. Una posizione nichilista, accusano i razionalisti. Nella teoria del valore, nega o sottovaluta il fatto oggettivo che gli oggetti fisici sono prodotti, scambiati, valutati, sebbene valutati soggettivamente.

Questo soggettivismo estremo ha conseguenze anche sulla conoscenza. Per Lachmann l’uomo è soggetto a una radicale incertezza che sfocia nel nichilismo. Lachmann estremizza la tesi Austriaca che il futuro è incerto, affermando che il futuro è assolutamente inconoscibile.

Il mantra preferito di Lachmann è: “il passato è, in linea di principio, assolutamente conoscibile; il futuro è assolutamente inconoscibile”. Poiché il futuro è per Lachmann assolutamente inconoscibile, l’uomo non conosce leggi economiche, né leggi di causa ed effetto, qualitative o quantitative. Di fatto egli non può avere alcuna Verstehen di modelli di comportamento che possono verificarsi in futuro con una certa probabilità. In ogni istante di tempo l’agente lachmanniano avanza in un vuoto senza sentieri[2].

Dal momento che non esistono leggi di causa ed effetto nell’azione umana, il soggetto non può compiere il primo passo per indovinare che cosa sta accadendo, o è probabile che accada, ai prezzi. I prezzi che si determinano sul mercato sono privi di significato ai fini del calcolo economico perché la conoscenza è continuamente cangiante. Dunque la scienza economica non può dire alcunché di preciso sulla razionalità o ottimalità dell’allocazione delle risorse nel libero mercato. In questo modo l’economia come scienza si dissolve. La moneta e i prezzi, poi, non possono avere alcuna relazione nel futuro, qualitativa o quantitativa, il che significa che non sono affatto correlati sul piano causale.

In un tale contesto, l’imprenditore lachmanniano può esistere, ma perde totalmente di significato. A differenza dell’uomo hayek-kirzneriano, non può apprendere dai segnali del mercato perché egli non può conoscere … Leggi tutto

Pianificazione, scienza e libertà – I Parte

[Nature, no. 3759 (November 15, 1941), p. 581–84]

world_handIn Gran Bretagna, abbiamo assistito negli ultimi dieci anni al forte ritorno di un movimento che per almeno tre generazioni è stato una forza decisiva nella formazione dell’opinione e dell’andamento degli affari sociali in Europa: il movimento per l’“economia pianificata”. Come in altri paesi – prima in Francia e poi particolarmente in Germania – questo movimento è stato fortemente supportato e persino guidato da uomini di scienza ed ingegneri.

Oggi, è riuscito così tanto a catturare l’opinione pubblica che quella esigua opposizione che viene fatta giunge quasi solamente da un piccolo gruppo di economisti. A questi economisti, tale movimento sembra non solo proporre mezzi inadatti per gli scopi che si prefigge; esso inoltre appare ai loro occhi come la principale causa di quella distruzione di libertà individuale e spirituale che costituisce la grande minaccia della nostra epoca. Se questi economisti hanno ragione, un grande numero di uomini di scienza si sforza involontariamente per la creazione di uno stato di affari che essi stessi hanno tutte le ragioni di temere. L’obiettivo del ritratto che mi accingo a descrivere è quello di delineare il ragionamento su cui tale punto di vista si basa.

Qualsiasi breve discussione sull’“economia pianificata” è ostacolata dalla necessità di dover prima spiegare cosa precisamente si intende col termine “pianificata”. Se il termine fosse preso nel suo senso più generale di progetto razionale delle intuizioni umane, non ci sarebbe alcuno spazio per discussioni riguardo alla sua desiderabilità. Ma, sebbene la popolarità della “pianificazione” sia almeno in parte dovuta a questa più ampia connotazione della parola, è oggi usata con un significato più stringente, in un senso più specifico. Essa descrive uno soltanto tra i diversi principi che potrebbero deliberatamente essere scelti per l’organizzazione della vita economica: quello della direzione centrale di tutto l’impegno economico, come opposto alla sua direzione tramite un sistema concorrenziale.

In altre parole, oggi, pianificare significa … Leggi tutto

Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | III parte

Il nucleo teoricoFriedrich-August-von-Hayek di Hayek è ormai ben delineato, e di lì a un anno gli permetterà di pubblicare un saggio in cui, partendo dalle considerazioni fin qui sviluppate, è lo stesso modello di concorrenza perfetta, in tutte le sue ipotesi e le sue “necessità logiche”, ad essere implacabilmente sezionato e criticato.

Il lavoro di cui parliamo è “Il significato della concorrenza”, del 1946, in apertura del quale Hayek punta il dito contro la pratica, che si era venuta diffondendo tra gli economisti, di giudicare i risultati prodotti dalla concorrenza nel mondo reale con i risultati prodotti dalla costruzione genuinamente teorica della concorrenza perfetta.

Il grave difetto della teoria della concorrenza perfetta, ci viene spiegato, è che essa descrive uno stato di cose che si verrebbe a creare quando fossero rispettate certe ipotesi, e che tuttavia ha ben poco da spartire con la concorrenza reale. Il paradosso, così come formulato da Hayek, è che in presenza di “concorrenza perfetta” la concorrenza reale diverrebbe inutile. Scrive il Nostro:

“La teoria moderna della concorrenza si occupa in maniera quasi esclusiva di uno stato, detto di <equilibrio concorrenziale>, in cui si suppone che i dati dei diversi individui si siano già tutti pienamente aggiustati gli uni agli altri, mentre il problema che richiede una spiegazione è quello relativo alla natura del processo attraverso il quale si realizza questo aggiustamento reciproco dei dati” (Hayek, 1946/1948, 1).

La concorrenza è per sua natura un processo dinamico le cui caratteristiche essenziali vengono eliminate dalle ipotesi sottese all’analisi statica.

Vediamo quali sono le condizioni necessarie richieste dalla teoria dell’equilibrio concorrenziale per avere concorrenza perfetta:

  1. che una merce omogenea venga offerta e domandata da un grande numero di venditori e compratori relativamente piccoli, ossia che siano price-taker;
  2. che vi sia libertà di entrata nel mercato e che non siano presenti altri vincoli al movimento dei prezzi e delle risorse;
  3. che tutti coloro che operano nel mercato abbiano
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Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | II parte

Per mettere definitivamente a fuoco il cuore del problema sollevato da Hayek, conviene rifarsi direttamente alle parole dello stesso autore:

Il problema che ci proponiamo di risolvere è: in che modo la spontanea interdipendenza di un certo numero di persone, ciascuna delle quali in possesso di un certo ammontare di informazioni, è in grado di determinare uno stato di cose in cui i prezzi corrispondono ai costi, etc, e che può essere realizzato attraverso una coordinazione consapevole solamente da qualcuno che disponga della conoscenza complessiva di tutti questi individui? E l’esperienza ci mostra che qualcosa del genere effettivamente avviene, dal momento che l’osservazione empirica secondo la quale i prezzi tendono a corrispondere ai costi ha costituito l’inizio della nostra scienza. Senonché, nella nostra analisi, anziché mostrare quali pezzi di informazione debbano possedere le differenti persone al fine di determinare quel risultato, ripieghiamo, in effetti, sull’ipotesi che ognuno sia a conoscenza di ogni cosa, escludendo così qualsiasi reale soluzione del problema” (Hayek, 1937, 3.30).

Ma qual è la conoscenza rilevante? Le aspettative di prezzo e la conoscenza dei prezzi correnti sono una porzione del problema della conoscenza. Il punto è capire perché i dati soggettivi a disposizione dei diversi soggetti corrispondano a fatti oggettivi. Questo tipo di conoscenza è dato per pacifico e acquisito dalle analisi di equilibrio e da tutte quelle costruzioni teoriche, quali l’economia del benessere, che usano come pietra di paragone l’equilibrio di concorrenza perfetta.

Il secondo apporto teorico di Hayek circa il ruolo della conoscenza appare nel 1945 con il nome “L’uso della conoscenza nella società”.

Hayek inizia ancora una volta chiedendosi quale sia il problema economico che la società si trova ad affrontare e ricostruendo quale  procedura venga usualmente adottata dalla teoria economica per affrontarlo. Questa consiste nel porre delle ipotesi per poi dimostrare, con un procedimento logico-deduttivo, che si perviene all’allocazione ottima delle risorse.

Si parte da alcuni dati:… Leggi tutto