Cap. 7 – A spese di chi debba fabbricarsi la moneta e Cap. 8 – L’alterazione della moneta in generale

oresme monetaPoiché la moneta, di per sé, appartiene alla comunità, deve essere fabbricata a spese della comunità; e ciò si fa nel modo più conveniente, se tali spese vengono prelevate dall’intero quantitativo di moneta, in questo modo: il materiale monetario, come l’oro, quand’è consegnato per la monetazione o venduto come moneta, si cede per una quantità di denaro inferiore a quella che se ne può ricavare, ad un prezzo prestabilito e fisso; ad es., se da un marco di argento si possono ricavare sessantadue soldi, e per il lavoro e il necessario alla sua monetazione si richiedono due soldi, allora il marco d’argento non monetato varrà sessanta soldi e gli altri due copriranno la monetazione. Ma questa quota fissa dev’essere tale da bastare abbondantemente, in ogni momento, per la fabbricazione della moneta. E se la moneta si può fare a minor prezzo, è sufficientemente consono che il residuo appartenga a chi la distribuisce o la regola, cioè al principe o al maestro del conio, e così funga quasi da rendita; tuttavia, tale porzione dev’essere moderata e piccola a sufficienza, se basteranno le monete nel debito modo, come si dirà in seguito; e se la porzione o rendita fosse eccessiva, ciò andrebbe a danno e pregiudizio all’intera comunità, come può risultar chiaro a ciascuno.

Cap. 8 – L’alterazione della moneta in generale

Prima di tutto bisogna sapere che le leggi anteriori, gli statuti, le consuetudini, tutti gli ordinamenti che riguardano la comunità non vanno mai modificati senza una necessità evidente. Anzi, secondo Aristotele nel Libro II della Politica, la legge positiva antica non va rinnegata per una nuova migliore, a meno che non sia molto notevole la differenza nelle loro rispettive bontà, poiché tali mutamenti sminuiscono il prestigio e il rispetto di cui godono le leggi stesse, tanto più se avvengono di frequente. Da ciò, infatti, nascono scandalo e mormorazioni nel popolo e pericolo di disobbedienza. Soprattutto, poi, se tali cambiamenti fossero Leggi tutto

Legge: evoluzione e consuetudine

lawIn un bell’articolo pubblicato di recente su questo sito, Robert Higgs equipara giustamente lo Stato moderno a un’organizzazione criminale come la mafia e altrettanto giustamente, a mio parere, vede nella consuetudine, cioè nel fatto che “le persone possono essere indotte ad accettarlo solo per abitudine”, uno dei motivi per cui la sua esistenza non viene generalmente messa in discussione.

Su un solo punto dell’articolo non sono d’accordo, quando Higgs critica la consuetudine come origine del diritto: «Le persone inclini al conservatorismo potrebbero anche ritenere che la maturità [il fatto che lo Stato sia “sempre esistito”, n.d.r.] di per se non solo sia sufficiente, ma costituisca anche una base interessante per l’approvazione e la conservazione di istituzioni ormai precostituite. Anche grandi filosofi liberali come David Hume e, ai nostri tempi, Anthony de Jasay reputano che i diritti non siano nient’altro che consuetudini, affermatesi, per un motivo o per l’altro, nel corso del lungo periodo; e, di conseguenza, hanno conseguito un loro canone fondamentale di correttezza applicativa, dimostrando altresì una idoneità di adattamento, in chiave evolutiva, nel funzionamento efficiente di una società».

Questo passaggio rende necessarie alcune osservazioni.

1. Due modi opposti di intendere la consuetudine come origine (primaria[1]) del diritto

La consuetudine come origine del diritto può essere infatti intesa in due modi completamente diversi fra loro e anzi opposti: a me sembra che qui Higgs li confonda l’uno con l’altro.

  1. Un primo modo di intendere la consuetudine come origine del diritto è ritenere che essa sia di per se sufficiente a costituirlo. Per esempio, se ormai è consuetudine che lo Stato stampi denaro attraverso le banche centrali, allora la stampa di denaro da parte delle banche centrali è da considerarsi legittima. Nella prima parte del passaggio citato, Higgs critica (a mio parere giustamente) questo modo di intendere la consuetudine come origine del diritto e anzi sembra criticare una sua versione rafforzata in cui ciò che viene
Leggi tutto

Lavoro: se riformare davvero fosse tornare alle origini?

La “Riforma Fornero”fornero si sta rivelando un modo per ingessare ulteriormente il mercato del lavoro, a causa di maggiori vincoli sulle varie forme di “flessibilità” (opinione espressa a inizio estate qui su IHC che sta ottenendo conferme mese dopo mese). Questo lo sanno un po’ tutti.

Con “riforma” spesso si intendono solo maggiori stratificazioni normative sul già esistente, il che in un certo senso implica il mantenimento di una “impalcatura”; nel nostro caso, si parte dal famoso art.18 e si cerca l’impossibile conciliazione tra il quadrato dell’impiego blindato a vita e il cerchio della flessibilità in dimensione e qualificazione dell’impiego; ne segue uno scontro tra economia e “società” a scapito del fatto che la prima è un aspetto della seconda. Questo magari non lo sanno tutti.

Una cosa che forse in pochi sanno è che, se togliamo tutte le stratificazioni, si arriva ad un’ossatura giuridica del diritto del lavoro molto diversa da come percepito oggi e analoga a quella dell’età aurea degli Stati Uniti.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia ha immediatamente adottato il Codice Civile. Solo dopo sono arrivati la Costituzione, lo Statuto dei Lavoratori e tutte le varie leggi speciali e attuative. Il Codice Civile italiano, unica raccolta di diritto privato al mondo che contempla anche il diritto commerciale, disciplina – Libro quinto, sezione II – anche il rapporto di lavoro subordinato, con frequentirimandi agli “usi” (una sorta di conciliazione tra civil law e common law). In particolare gli artt.2118 e 2119 disegnano un mondo del lavoro molto “anglosassone”.

Riporto i due articoli:

2118. Recesso dal contratto a tempo indeterminato. Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando il preavviso nel termine e nei modi stabiliti dagli usi o secondo equità.

In mancanza di preavviso, il recedente è tenuto verso l’altra parte a un’indennità equivalente all’importo della retribuzione che sarebbe spettata per il periodo di preavviso.

La Leggi tutto