Come l’espansione monetaria può incrementare le disuguaglianze di reddito

[Questo articolo è adattato dal Capitolo 11 del libro The Fed at 100: A Critical View on the Federal Reserve System].

Bridging the gapIl punto di partenza per qualunque seria analisi sull’argomento trattato oggi è il fatto che la produzione di moneta non porta a cambiamenti uniformi e simultanei. Un aumento dell’offerta di moneta comporta un aumento del livello dei prezzi, ma questi ultimi mutano diversamente nel tempo e nella quantità (vedi “effetto Cantillon”).

Di conseguenza, la produzione di moneta crea dei vinti e dei vincitori. I vincitori sono quelli che possono usufruire della nuova moneta per primi, perché in quel momento i prezzi dei beni saranno ancora relativamente bassi. Grazie a tali prime spese, prezzi e guadagni aumentano gradualmente, favorendo in tal modo la diffusione della nuova moneta nell’economia. I “vinti” di tale processo sono quelli che usufruiranno solo dopo – o per ultimi – dei guadagni più elevati derivanti. Ciò è intuibile dal fatto che questi ultimi staranno già pagando il surplus dei prezzi creato dalle maggiori spese dei “vincitori” – cioè degli individui che per primi hanno beneficiato della nuova quantità di moneta emessa – tramite le loro entrate inizialmente più basse.

In senso stretto, quest’effetto distributivo è indipendente dalle effettive spese effettuate con l’aumento della quantità di moneta e dall’eventuale cambio dei prezzi. Per esempio, negli scorsi cinque anni, la Federal Reserve ha aumentato continuativamente la base monetaria con massicci interventi, mentre l’impatto sul livello dei prezzi è stato piuttosto moderato. Ciononostante, tale aumento nella base monetaria ha portato ad una ridistribuzione su larga scala in quanto determinati soggetti sul mercato hanno ricevuto gran quantità di una moneta qualitativamente migliore, mentre l’offerta totale di moneta (che include i mezzi fiduciari creati dalle banche commerciali), ed il livello dei prezzi, sono rimasti relativamente stabili.

Per trovare un’analogia, si pensi al croupier di un casinò che all’inizio di una mano di poker distribuisce ad uno dei giocatori … Leggi tutto

Wicksell e il processo cumulativo

[Pubblicato originariamente sul blog LaRibellioneDelleMasse]

wicksellE’ un luogo comune della letteratura critica su Hayek far risalire le origini della sua teoria del ciclo economico al modello che Wicksell descrive in “Interest and Price”, quello che viene definito processo cumulativo. Nel momento in cui, dopo l’assegnazione del premio nobel nel 1974, tornarono sotto i riflettori le tesi austriache, alcuni interpretarono Hayek come un neo-wickselliano: “Sia la formulazione svedese (n.a. ci si riferisce a Erik Lindahl, Gunnar Myrdal, e Erik Lundberg) che quella austriaca del ciclo economico, possono a buona ragione esser lette come interpretazioni neo-wickselliane del ciclo”.1

Vale la pena di notare, in via preliminare, che Wicksell con questo modello non cerca di costruire una teoria delle fluttuazioni cicliche: quello che egli mette al centro del modello è il movimento del livello generale dei prezzi in certi intervalli di tempo più o meno lunghi. Per quanto gran parte del libro sia dedicato alla teoria del capitale, che riprende e sviluppa la teoria di Böhm-Bawerk, nel modello di processo cumulativo tutto questo viene messo da parte; per come è strutturato il modello non v’è spazio per analisi sul cambiamento della struttura produttiva; le analisi che egli stesso aveva compiuto relativamente alle conseguenze di un aumento del risparmio disponibile sul livello del tasso di interesse di mercato, e di questo sulla lunghezza della struttura produttiva, vengono qui del tutto messe da parte.

Wicksell stesso avverserà duramente i primi tentativi di Mises, nella “Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione (1912)” di applicare il proprio modello alle fluttuazioni economiche. E questo per un motivo semplice: per lui il ciclo non dipende da fattori monetari, ma fattori reali.

Per Wicksell ciò “che caratterizza le moderne economie, rispetto a questo ipotetico stato stazionario, è soprattutto il rapido aumento della popolazione ed il conseguente aumento della domanda di beni di consumo. Per soddisfare quest’ultima è necessario un altrettanto costante sviluppo della produzione”.2Leggi tutto

Interferenze coercitive – VII parte

Stabilizzazione macroeconomica

stemma misesPolitica fiscale (imposte e spesa pubblica), monetaria, del cambio contro l’equilibrio di disoccupazione, la ciclicità, gli squilibri della bilancia dei pagamenti e per la crescita – politiche di domanda.

Sono le cosiddette politiche keynesiane. Secondo la teoria di Keynes[1], il sistema di mercato è instabile, vi sono periodi in cui la domanda (soprattutto di investimenti) si riduce, trascinando nella recessione o nella depressione l’intero sistema economico. La domanda determina l’offerta. Non è detto che la domanda si mantenga ad un livello tale da garantire un’offerta, e dunque un reddito, di piena occupazione. In particolare, non è detto che il risparmio disponibile si traduca in investimento, perché le due grandezze dipendono da fattori differenti: il risparmio dipende dal reddito, l’investimento dal tasso di interesse e dalle prospettive future di profitto. La crisi nasce da una caduta di fiducia degli imprenditori nelle prospettive di profitto. Se gli imprenditori sono pessimisti relativamente al futuro, dunque prevedono prospettive di profitto negative, contraggono gli investimenti (importanza delle aspettative, e in generale del fattore psicologico[2]). Questo mette in difficoltà le imprese che producono beni capitali, le quali dovranno ridurre la produzione e licenziare lavoratori, alimentando ancora di più la caduta di domanda, che ora si estende anche al settore dei beni di consumo. È la crisi: recessione o depressione. Per Keynes non esiste alcun meccanismo automatico del mercato che capovolga la tendenza e ripristini una situazione di equilibrio di piena occupazione[3].

La soluzione keynesiana è incentrata sull’intervento dello Stato: o attraverso la politica monetaria (espansiva, che aumenti la quantità di moneta in circolazione; ma in caso di “trappola della liquidità” essa è inefficace[4]); o, ed è la soluzione privilegiata, attraverso la politica fiscale: in particolare, un aumento della spesa pubblica in disavanzo[5] (lo Stato chiede in prestito risorse ai privati), per compensare la carenza di domanda privata con domanda pubblica. Essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda, grazie al moltiplicatore provocherà un’espansione … Leggi tutto

La moneta fiduciaria è in crisi… e non lo diciamo noi!

Talvolta, nella congerie di informazioni mal elaborate che compone i supplementi economici dei quotidiani, si trovano spunti preziosi per la riflessione e perfino articoli condivisibili. Ma anche ciò che non merita condivisione è comunque degno di attenzione, poiché testimonia, in genere, gli errori più diffusi, la necessità di combatterli e, insieme, l’estrema difficoltà di un simile compito. Per questo ho voluto scegliere, all’interno di un singolo numero di “Affari & Finanza” (supplemento de “la Repubblica” in edicola il Lunedì) quattro pezzi interessanti da un punto di vista austriaco, sebbene dedicati a temi diversi, e dedicare a ciascuno un breve commento.

Il primo degli articoli in questione, firmato da Federico Fubini, è addirittura il principale dworld_handell’intero numero e, dalla prima pagina, prosegue nelle due successive; s’intitola “La crisi dello yuan la Cina sperimenta l’ombra della Lehman”, ma, in effetti, trae spunto dall’indebolimento del renminbi, nonché di parecchie altre valute, per “raccontare una storia più grande persino dell’economia cinese”: se, in questa, “l’esposizione [debitoria] totale […], banche escluse, è prossima al 200% del Pil del Paese: livelli da democrazia avanzata e in declino, che cerca di comprare il consenso, non da superpotenza emergente a partito unico”, va pur detto che “Il ricorso sempre più aggressivo al debito è […] stata la risposta dell’intero sistema finanziario globale allo choc dei mutui subprime e al fallimento di Lehman Brothers. La Banca dei regolamenti internazionali stima che dal 2007 il debito dell’economia globale sia salito del 40% a 100 mila miliardi di dollari”. E siccome, in questo processo, hanno giocato e giocano un ruolo cruciale le banche centrali – BCE inclusa, dato che il suo bilancio è triplicato – a trovarsi in crisi è direttamente il sistema uscito dal crollo di Bretton Woods. Ecco quello che mi sembra il paragrafo cruciale dell’articolo:

“Il Gold Standard perì fra le due guerre Leggi tutto

Il caro prezzo di ritardare il default

barattoloIl credito è un meraviglioso strumento che può aiutare a migliorare la ripartizione del lavoro, così da incrementare produttività e prosperità. L’accesso al credito permette ai risparmiatori di modulare il proprio reddito nel tempo, come preferiscono. Richiedendo un prestito, l’investitore può implementare piani di spesa produttivi che non sarebbe in grado di sviluppare usando soltanto le proprie risorse.

Comunque, gli effetti economicamente positivi del credito possono verificarsi soltanto nel caso in cui il credito sottostante ed il sistema monetario siano solidamente basati su principi di libero mercato. Ecco dunque un grande problema per le economie odierne: il credito prevalente ed il regime monetario sono incompatibili con il sistema del libero mercato.

Al momento, tutte le maggiori monete mondiali – siano esse il dollaro americano, l’euro, lo yen giapponese o lo yuan cinese – rappresentano semplicemente carta sponsorizzata dal governo, senza la copertura di una qualche riserva (si parla dunque di “moneta fiat”). Queste valute hanno tre peculiarità. Innanzitutto, le banche centrali detengono il monopolio sulla produzione del denaro. Secondariamente, la moneta viene creata da prestiti bancari – o “dal nulla” – senza che essi siano garantiti da veri risparmi. Infine, la quantità di una valuta smaterializzata può essere aumentata politicamente a piacimento.

Un regime di valuta fiat soffre di molteplici difetti economici ed etici di vasta portata. È un facile strumento di inflazione, causa inevitabilmente onde speculatorie, provoca cattivi investimenti e cicli di “boom-and-bust” (incremento e successiva contrazione di un’economia), oltre ad incoraggiare un eccessivo aumento del debito. Inoltre, una moneta fiat favorisce in maniera ingiustificata pochi individui facendone pagare le spese a tutti gli altri: i primi ad usufruire della creazione di nuova moneta lo fanno alle spese di quelli che ne beneficeranno in seguito (“Cantillon Effect”).

C’è una questione che merita particolare attenzione: il peso del debito accumulato in un sistema di moneta fiat diventa insostenibile nel corso del tempo. La ragione principale di ciò è che l’atto … Leggi tutto

Un sistema bancario che inventa le riserve

Continuiamo con l’anticipazione dell’edizione italiana dell’opera Banking and the Business Cycle di C. A. Phillips, T. F. McManus e R. W. Nelson.

Proponiamo il capitoletto Reserve Banking Inherently Inflationistic (9), contenuto nel capitolo II Generating the Great Depression.

Qui trovi la prima anticipazione.

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Acronimi
FRA = Federal Reserve Act
FRB = Federal Reserve Bank

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9. Un dispositivo di riserva bancaria essenzialmente inflazionistico

banking and the business cycleIndipendentemente dalla riduzione dei requisiti di riserva, la creazione di un sistema di centralizzazione bancaria determinò un’amplificazione della riserva di base. Questo avvenne a causa del fatto che un sistema di centralizzazione bancaria opera per la diluizione del contante, in modo che le riserve siano effettivamente potenziate. In un sistema privo di bankers’ banking, le riserve consistono di denaro legale nelle camere blindate delle singole banche. In un sistema basato sulla centralizzazione bancaria, invece, le riserve legali per le member bank esistono semplicemente come deposit liability delle bankers’ bank. Quando il FRA e l’Emendamento del 21 giugno 1917 richiesero alle member bank il trasferimento delle loro riserve alle FRB, queste riserve divennero effettivamente riserve per le FRB, e il trasferimento originò depositi a credito delle member bank. Queste liability in forma di depositi dovute alle member bank da parte delle FRB parimenti assunsero il ruolo di riserve per le member bank. Contro tali depositi, alle FRB fu richiesto di detenere soltanto una riserva frazionaria, pari a non più del 35% delle liability in forma di depositi. La differenza, cioè il 65%, costituiva riserve libere o in eccesso per le FRB, sulla base delle quali le FRB potevano concedere prestiti alle member bank, accrescendo i depositi detenuti da queste presso le FRB. E poiché questi accresciuti depositi presso le FRB rappresentavano accresciute riserve per le member bank, queste ultime erano in grado di accrescere i loro depositi mediante l’erogazione di prestiti addizionali ai loro clienti. [1] Quindi, è evidente che la centralizzazione bancaria è essenzialmente inflazionistica, … Leggi tutto

Liberarsi della paura

Alla fine dell’anno, il Mises Institute Italia pubblicherà l’edizione italiana in formato ebook di Banking and the Business Cycle: A Study of the Great Depression in the United States (1937), capolavoro di Chester Arthur Phillips, Thomas Francis McManus e Richard Ward Nelson.

Fino alla pubblicazione, mensilmente, il Mises offrirà, direttamente sulla sua piattaforma, una scelta di capitoli tratti dal libro, in modo che il lettore possa già cominciare ad apprezzarne, anche nella nostra lingua, la bellezza discorsiva.

Qui sotto, la premessa del curatore all’edizione italiana.

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Non ricordo quando è cominciato. E nonostante Banking and the Business Cycle di Phillips|McManus|Nelson sia entrato nella mia vita diversi anni dopo l’inizio, esso è stato in qualche modo parte dell’inizio. Infatti, Murray Newton Rothbard, con cui mi sono addentrato per la prima volta in quella che è chiamata scuola austriaca di economia, lo usa intensamente in The Mystery of Banking.

Avevo reperito una copia digitale dell’edizione Snyder & Richardson di The Mystery of Banking, pubblicata nel 1983. L’avevo stampata e avevo cominciato a leggere con costanza, ogni giorno.
Ricordo che ai tempi mi preoccupavo della validità cronologica del testo rothbardiano. Temevo fosse datato, obsoleto, e quindi non adatto a una vera comprensione del sistema attuale.

Il punto essenziale però è che non è il dispositivo bancario della riserva frazionaria a essere il tema vero di qualunque testo che lo affronti. La psicologia è il tema. E la psicologia sembra variare lentamente, molto lentamente. Oltre ad essere quasi ferma, quando sembra avere integrato elementi diversi da quelli che la avevano caratterizzata fino a quel momento, allora qualcosa sopraggiunge, con spirito irreparabile, per ripristinare lo stato di cose antecedente.
Gli elementi diversi sembrano essere slanci di libertà, mentre il qualcosa che sopraggiunge sembra essere il governo che vuole annichilire la libertà in atto.

Perché parlo di psicologia?
Perché la mente è una. È l’uomo che è libero e servo dell’uomo.

Essendo entrambe le … Leggi tutto

La Rivoluzionaria Teoria Monetaria di Mises

La prima evoluzione della teoria monetaria di MisesB121

La pubblicazione di Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel nel 1912, ad opera di Ludwig von Mises, segna un punto di svolta nella storia dell’economia e della Scuola Austriaca in particolare. Egli integrò la teoria della moneta nell’ambito della teoria del valore soggettivo introdotta da Carl Menger. Poggiando su queste fondamenta, rivisitò tutti i grandi dibattiti monetari del suo tempo e del secolo precedente, offrendo una propria personale opinione condensata da originali e penetranti argomentazioni, ognuna delle quali articolata meticolosamente allo scopo di porle all’interno della struttura di un trattato monetario onnicomprensivo.

Ludwig von Mises produsse, altresì, un numero sorprendente di altri contributi importanti, e nei più diversi settori.         In particolare, sviluppò la teoria generale del valore soggettivo, sottolineando come il valore fosse radicato nella scelta. Concepì una tipologia di moneta soggettivista, giungendo ad elaborare una teoria sistematica delle cause e delle conseguenze dei prezzi. Applicò siffatta ideazione alle relazioni internazionali, diventando un pioniere dell’economia monetaria internazionale; analizzò, inoltre, il processo di formazione dei prezzi nei mercati non organizzati. Sviluppò argomentazioni approfondite volte a confutare la teoria quantitativa della moneta, la teoria degli aggiustamenti automatici dei prezzi, il metodo dei numeri indice, la teoria della Currency School, e quella della Banking School. Ultimo ma non meno importante, ideò una teoria delle crisi economiche, ponendo l’accento sull’espansione monetaria quale fattore di rischio per squilibri inter-temporali nella struttura produttiva. Accanto a questi importanti contributi, Mises  approfondì svariati temi degni di nota. Per esempio, mise in evidenza alcune particolari caratteristiche dell’economia rispetto a discipline intimamente connesse, quali il diritto o la storia, fornendo diverse importanti osservazioni circa la teoria del monopolio, sul calcolo economico, e sulle conseguenze e i limiti dell’interventismo dei governi.

Il pensiero di Mises in ambito monetario sarebbe diventato la spina dorsale di tutta la sua teoria economica, dispiegandosi all’interno del più ampio contesto di una teoria generale dell’azione umana, benché le … Leggi tutto

La leggenda dell’austerità

Molti politici e KrugmanEuroAusteritycommentatori, tra cui Paul Krugman, sostengono che il problema dell’Europa sia l’austerità, cioè un livello insufficiente di spesa pubblica.

Di solito l’argomento è il seguente: a causa di una riduzione della spesa pubblica, c’è una domanda insufficiente; questo produce disoccupazione. La disoccupazione rende la situazione ancora peggiore, poiché la domanda aggregata diminuisce ulteriormente, provocando minori entrate statali e un aumento del deficit. I governi europei, spinti dalla Germania (che non ha imparato nulla dalle politiche asseritamente disastrose del Cancelliere Heinrich Brüning) riducono ancora la spesa pubblica, tramite il licenziamento di dipendenti pubblici e la riduzione dei trasferimenti statali. Ciò comprime, a sua volta, la domanda, in un circolo vizioso di miseria senza fine. Cosa si può fare per rompere la spirale? La risposta data dai commentatori: porre fine all’austerità, dare impulso alla spesa pubblica e alla domanda aggregata. Paul Krugman arriva perfino a sostenere l’utilità della prepararazione ad un’invasione aliena, il che indurrebbe lo stato a spendere di più. Così la vulgata. Ma è vero tutto questo?

Prima di tutto, c’è davvero austerità nell’eurozona? Una persona è austera quando risparmia, cioè spende meno di ciò che guadagna. Bene, non esiste neppure un Paese nell’eurozona che sia austero. Spendono tutti più di quanto ricevono dalle entrate.

In realtà, i deficit pubblici sono estremamente alti, a livelli insostenibili, come si può vedere nel seguente grafico (deficit pubblici in percentuale del PIL). Notare: le cifre del 2012 sono quelle che i governi si augurano.

Figure1

Le cifre in valore assoluto dei deficit pubblici in miliardi di euro sono ancora più significative:

Figure2

Una buona immagine dell'”austerità” è data anche dal confronto tra spese e entrate statali (relazione tra spese e entrate pubbliche in percentuale).

Figure3Immaginate: una persona di vostra conoscenza spende il 12% in più del suo reddito nel 2008, il 31% in più del suo reddito l’anno successivo, il 25% nel 2010 e il 26% nel 2011. Considerereste … Leggi tutto

Incredibili equivoci: ‘Positive Money’ e la fallacia della necessità di uno stato produttore di moneta

Pur non condividendo le posizioni di Schlichter sulla sostenibilità e giustificabilità economica, legale e morale della riserva frazionaria, riteniamo utile pubblicare diversi stralci della serrata critica dell’autore alle posizioni stataliste del movimento “Positive Money”.

Mises Italia

Sono di solito incline positivead incoraggiare l’indagine sugli aspetti fondamentali della moneta e del sistema bancario. Questo perché tendo a credere che solo ritornando ai principi primi è possibile disboscare la selva di teorie largamente accettate ma profondamente sbagliate che dominano l’attuale dibattito nei media, nella politica e nell’industria finanziaria. Dalla mia personale esperienza nel mercato finanziario apprezzo quanto conveniente e invitante sia nel mondo degli affari, dove la comunicazione veloce e semplice è la regola, adottare un certo, largamente accettato, insieme di paradigmi, senza alcune riguardo a quanto siano fragili le loro fondamenta teoriche. Manager di fondi, traders e giornalisti finanziari vivono nell’immediato presente, preoccupati da cosa riporteranno i titoli dei giornali oggi, e lavorano in imprese ad alta intensità di collaborazione. Non hanno né il tempo né l’inclinazione a mettere in dubbio il corpo di teorie – spesso nemmeno percepite come ‘teorie’ ma considerate alla stregua di saggezza comune –  che danno forma al modo in cui guardano e discutono del mondo esterno. Così, concezioni erronee e perfino assolute fallacie spesso rimangono indiscusse e, attraverso il metodo della continua ripetizione, vivono tranquillamente nel mezzo dei dibattiti politici, delle analisi economiche e dei reportage dei mercati finanziari.

Questo contribuisce molto nello spiegare l’immeritata sopravvivenza di un numero di persistenti miti moderni: la deflazione è il pericolo più grave che si possa affrontare; il Giappone è stato paralizzato dalla deflazione per anni e ritornerà a crescere solo se sarà portato a creare un po’ di inflazione; la mancanza di ‘domanda aggregata’ spiega le recessioni e va contrastata con una politica di credito facile; stampare denaro, finché non ci porta ad avere una inflazione più alta, è un pasto gratis, vale a dire che possiamo … Leggi tutto